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MA DOVE STIAMO ANDANDO?di GIANNI |
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July 05 LA CASTA - II parteIPOCRITI, GUIDE CIECHE E RAZZA DI VIPERE
“La legge, infatti, possiede solo un'ombra dei beni futuri, non la realtà stessa delle cose.” Ebrei 10:1,VR
Così scrisse l’apostolo Paolo ai cristiani di estrazione ebraica. Egli spiegò loro che tutto quello che era stato disposto mediante la Legge data a Israele per mezzo di Mosè era un tipo profetico di cose che dovevano accadere nel futuro, nei tempi da Dio fissati per la realizzazione del suo proposito.
Dio, infatti, stabilì un sacerdozio per l’antico Israele con la funzione di istruire il popolo e aiutarlo a ricevere un temporaneo perdono dei peccati commessi involontariamente mediante offerta di sacrifici animali, ma quei sacrifici non potevano provvedere la completa liberazione dalle conseguenze del peccato adamitico che tutti ereditavano fin dalla nascita (cfr. Ebrei 10:1-4). Perciò quella disposizione prefigurava qualcosa che nella realtà doveva essere migliore, il vero sacerdozio celeste che avrebbe provveduto il definitivo perdono dei loro peccati (cfr. Ebrei 8:5; 9:23).
Come ho già esposto nel precedente post, Dio scelse come Sommo Sacerdote Aronne, fratello di Mosè, della tribù di Levi. Mosè nominò o “unse” Aronne con olio. Aronne poté allora chiamarsi “l’unto” (ebraico ‘mashìach’, ‘messia’). Dopo di che Mosè nominò o “unse” come sottosacerdoti i quattro figli di Aronne. In seguito, quando i sacerdoti morivano e i loro figli vi succedevano, era nominato o “unto” solo il Sommo Sacerdote mentre quell’unica unzione dei figli di Aronne contò per tutti i successivi sottosacerdoti (cfr. Esodo 40:12-16).
Dio stesso aveva stabilito il requisito che rendeva quegli uomini idonei per il servizio sacerdotale, poiché disse: “susciterò un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e secondo il mio desiderio” (cfr. 1Samuele 2:35). Da essi era quindi richiesta assoluta fedeltà alla Legge e alla volontà di Dio che dovevano onorare e far rispettare.
Finché in Israele si osservò quella disposizione, il sacerdozio, seppur con qualche sporadica eccezione, fu una vera benedizione per il popolo perché i sacerdoti fungevano da custodi e insegnanti delle giuste norme divine, sedevano in giudizio contro i violatori di quelle norme aiutandoli a rendersi conto della necessità di pentirsi e ravvedersi, mantenendo così quel popolo, nel suo complesso, moralmente puro dinanzi a Dio (cfr. Malachia 2:7; Deuteronomio 17:8-12; Ebrei 5:1). Questo avvenne per molti secoli, a partire dalla sua istituzione nel 1513 a.C.
Ma già al tempo di Geremia, 647-580 a.C., questa disposizione era ripetutamente violata e, come conseguenza, la maggioranza dei sacerdoti aveva abbandonato la vera adorazione divenendo infedeli al mandato conferito loro da Dio e intraprendendo il culto idolatrico (cfr. 1Re 12:31, Geremia 2:8).
Così da una classe al servizio del popolo, quella dei sacerdoti divenne gradualmente una casta che amava circondarsi di privilegi.
Ai giorni di Gesù la casta sacerdotale in Israele aveva raggiunto il culmine della propria apostasia ed egli, senza ‘mezzi termini’, definì quegli uomini “ipocriti”, ed anche “guide cieche”, e pure “sepolcri imbiancati”, e ancora “serpenti” e “razza di vipere” (cfr. Matteo 23:13-35),
Esaminando nei particolari le parole di Gesù siamo aiutati a comprendere perché egli li disapprovò in una maniera così forte e decisa, e questo può esserci di aiuto per evitare di cadere anche noi vittime di una casta così deleteria per la vera adorazione.
Gesù disse di loro che:
“Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” - Matteo 23:4
Nel I secolo l’ossessione per l’analisi e l’interpretazione della Legge aveva completamente distorto il modo di ragionare dei sacerdoti. Essendo così esigenti circa i minuti dettagli, si dedicavano a “studi profondi” trascurando completamente le cose più importanti di giustizia, misericordia e fedeltà. Erano sempre pronti a “disputare” con Cristo sulla “pagliuzza” nell’occhio, portando a sostegno le loro tradizioni, ma Gesù regolarmente correggeva i loro errati punti di vista usando la Parola di Dio (cfr. Matteo 15:1-6) oppure, considerando la loro malafede e il loro pregiudizio, tagliava corto e li abbandonava alle loro elucubrazioni (cfr. Marco 8:10-13).
[Questo richiama alla mente lo stesso atteggiamento di quelli che oggi disputano accanite “contese” tra opposti schieramenti di cosiddetti “cristiani”, come si leggono spesso anche su vari blog, questionando su particolari pretestuosi e insignificanti, con opinioni del tutto personali con cui dibattere all’infinito su parole e dettagli che invece di avvicinarli a Dio li allontanano sempre di più dalla verità e fanno perdere di vista l’insieme del Suo meraviglioso proposito rivelato nella Sua Parola e l’intero modello della vita di un cristiano in essa contenuto - cfr. 2Timoteo 2:24].
Così quegli “ipocriti” capi religiosi del tempo di Cristo ponevano dei pesi sulla gente comune stabilendo innumerevoli regole e regolamenti di invenzione umana, ma creavano ipocritamente delle scappatoie per non doverli essi stessi osservare. Si noti, in paragone, l’uso omertoso della Crimen sollicitationis a copertura dei reati sessuali commessi da sacerdoti nella Chiesa Cattolica.
“Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze …” - Matteo 23:5,6 A quegli uomini piaceva vestire e comportarsi in maniera tale da richiamare l’attenzione su se stessi. La loro religione era tutta un’ostentazione: recitavano lunghe preghiere stando in piedi nei luoghi pubblici, ma solo per essere visti da altri (cfr. Matteo 6:5), portavano abiti di una foggia particolare per distinguersi dagli altri e amavano i luoghi preminenti ai pasti, i primi posti nelle sinagoghe. Si dia uno sguardo alle diverse cerimonie pubbliche nel mondo. Sinceramente, chi può negare di rivedere questa stessa scena descritta da Cristo? L’ostentazione e la preminenza del clero delle varie religioni sono inconfutabilmente evidenti! In quel tempo, poi, quegli “ipocriti” usavano esibire, attaccati al loro corpo in bella evidenza, i filattèri, cioè elaborati astucci che contenevano versetti biblici come amuleti. Oggi si esibiscono vistosi e preziosi simboli religiosi appesi al collo. Cosa è cambiato? “Quando tu preghi, non essere come gli ipocriti, perché essi amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe, e agli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini; in verità vi dico che essi hanno già ricevuto il loro premio. Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta, chiudi la tua porta e prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà pubblicamente. Ora, nel pregare, non usate inutili ripetizioni come fanno i pagani perché essi pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole” - Matteo 6:5-7.
A quegli “ipocriti” ‘piaceva’ pregare in pubblico “agli angoli delle piazze”. Essi gioivano all’idea d’essere “visti dagli uomini” che andavano in ogni direzione. Ostentando una falsa santità, facevano lunghe e ripetute preghiere, per destare l’ammirazione degli astanti. Le loro non erano preghiere spontanee, dettate dal cuore ma ripetevano meccanicamente le stesse frasi tante volte, pensando “di essere esauditi” a motivo di tale continua ripetizione. Ma questo “gran numero delle loro parole” non aveva nessun valore agli occhi di Dio.
Sinceramente, pensate che oggi si comportino molto diversamente da quegli “ipocriti” capi religiosi del tempo di Cristo?
“amano posti d'onore nei conviti … amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe, e agli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini” “… come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo” - Matteo 23:7-9.
Quegli “ipocriti” capi religiosi si servivano della religione per esaltare se stessi. Volevano essere considerati “maestri” della fede, perciò annacquavano le pure verità bibliche ispirate da Dio con tradizioni e filosofie umane da essi elaborate. Amavano anche attribuirsi altisonanti titoli onorifici. Riuscite ad immaginate se Gesù, il mite e umile Figlio di Dio (cfr. Matteo 11:29), si facesse chiamare dai suoi seguaci “eminenza” o “reverendissimo” o “monsignore”. E’ difficile vero? Essi giungevano al punto di pretendere un rispetto maggiore di quello che si dava ai genitori: volevano essere chiamati “padre”. Ma Gesù mostrò che tutti i suoi seguaci sono uguali come figli di Dio. Ogni titolo che faccia pensare il contrario è un’arrogante usurpazione di qualcosa che spetta solo a Dio. Perciò Gesù li redarguì dall’usare la parola “padre” come titolo onorifico in senso religioso ribadendo che i suoi seguaci hanno un solo Padre in senso spirituale, Dio.
L’apostolo Paolo riprese quest’argomento nella sue lettere, chiarendo ulteriormente il punto. Egli parlò dell’apostasia religiosa che si sarebbe manifestata anche nel vero cristianesimo mediante l’ ”ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza”. Riferendosi a questi come di un composito “uomo del peccato, il figlio della perdizione” egli disse che “che s'innalza sopra tutto ciò che è chiamato dio o oggetto di adorazione, tanto da porsi a sedere nel tempio di Dio come Dio, mettendo in mostra se stesso e proclamando di essere Dio” (cfr. 1Timoteo 4:2 ; 2Tessalonicesi 2:4). Ebbene chi è che oggi proclama di essere “Dio in terra”?
[E’ davvero interessante leggere a questo riguardo ciò ch’è stato scritto in un opuscolo qualche tempo fa: “La nostra realizzazione cristiana effettiva non sembra essere la maggior parte delle volte assai più simile al culto delle alte cariche dei giudei stigmatizzato da Gesù che non all’immagine da lui disegnata della comunità cristiana fraterna? Non soltanto il titolo di ‘padre’ viene limitato in Matteo 23, 8-11 (Non fatevi chiamare rabbi, padre, guide), bensì tutta la forma esteriore (ribadiamolo: esteriore) del gerarchismo, così come essa si è strutturata nei secoli dovrà in continuazione lasciarsi giudicare da questo testo” (La fraternità cristiana, Queriniana 2005, p. 74 - fonte: http://www.luigiaccattoli.it/blog). Chi ha scritto queste parole? Un giovanissimo prete (siamo nel 1960) di nome Joseph Ratzinger. Peccato che nel corso del tempo le abbia dimenticate, e che lui stesso ora si faccia chiamare “Santo ‘Padre’”!].
Perché Gesù definì ripetutamente “ipocriti” quelle persone? E’ importante capirlo perché molti oggi, alle critiche rivolte contro i rappresentanti del clero del cristianesimo apostata, obiettano che tutti siamo imperfetti, quindi anche i sacerdoti, e che non si deve fare di tutta l’erba un fascio.
Con le sue vigorose accuse Gesù mostrò di non pensarla allo stesso modo, perché?
Sia il termine ebraico, chanèf, che quello greco, hypokritès, le due principali lingue usate nella stesura delle Sacre Scritture, che sono tradotti nella nostra lingua con il termine “ipocrita”, nella loro accezione rendono l’idea di ciò che è “profano” ,o “sacrilego”, o “malvagio”, o “astuto”. Gesù, infatti, disse a quei personaggi: “chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci … percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi” - Matteo 23:13-15.
Non solo essi rifiutavano deliberatamente di avvalersi personalmente dell’opportunità di entrare nel Regno dei cieli, ma aggravavano il loro peccato cercando di impedire ad altri di entrarvi. Facevano grandi sforzi per convertire altri, solo per renderli soggetti alla Geenna, cioè alla distruzione, il doppio di loro. Erano dei malvagi, perché sapevano benissimo di insegnare il falso ma continuavano a farlo solo ed esclusivamente per il proprio tornaconto personale. Perciò li definì “Serpenti, razza di vipere” dicendo loro: “Voi siete figli del diavolo (l’originale serpente - cfr. Apocalisse 12:9), che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Il loro modo di fare non era dunque collegabile all’imperfezione umana perché essi deliberatamente raggiravano le persone, e tutt’ora le fuorviano; in che modo?
Gesù, che non si lasciò ingannare dalle apparenze, né dal parlare mellifluo e santocchioso di quegli “ipocriti”, disse chiaramente loro: “rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità” - Matteo 13:27,28.
Quei capi religiosi cercavano di apparire “giusti” pregando o facendo “opere di carità” in pubblico (cfr. Matteo 6:1-6). [Mentre scrivo ascolto le notizie del TG che ripetutamente danno risalto l’appello del Papa ai “grandi” della terra di tenere presenti i poveri e pensare ad una diversa distribuzione della ricchezza. Considerando le ingenti “ricchezze” che la Chiesa possiede, beni immobili, terreni, oggetti preziosi conservati nelle chiese e nei musei (che so, pensate al famoso “tesoro di S. Gennaro”, o ai Musei Vaticani, ad esempio), viene da chiedersi: sono lì a che scopo? Non potrebbero essere utilizzati per aiutare e sfamare i poveri? … Ma, si dice, quelli non si possono toccare, sono “sacri”. In questo caso come non ricordare le parole di Gesù rivolte a quegli “ipocriti” capi religiosi del suo tempo: “Siete veramente abili nell'eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio”. Era retorica quella di Cristo? - Marco 7:11-13].
Essi cercavano anche di dimostrarsi “giusti” osservando innumerevoli precetti, riti e pomposi cerimoniali, molti dei quali inventati da loro stessi. Ma essi in effetti ignoravano “la giustizia di Dio cercando di stabilire la propria giustizia” (Romani 10:3) poiché davano più importanza alla loro tradizione e agli insegnamenti umani che non alla Parola di Dio (cfr. Matteo 15:6-9). Quindi di fuori forse apparivano giusti, ma dentro erano ‘pieni di iniquità’, di ingiustizia. Questo era evidente nella condizione morale e sociale degradata in cui le masse loro sottoposte versavano. In maniera simile l’apparente giustizia della casta clericale odierna si riflette nella estesa illegalità e immoralità, nella confusione dottrinale, nel degrado sociale in cui versano le popolazioni a maggioranza “cristiane” della terra, condotte da queste “guide cieche” (cfr. Matteo 23:24).
L’ultima e più grave accusa che Gesù fece loro fu:
“io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra” - Matteo 23:34,35.
Egli sperimentò personalmente la veridicità di queste parole. Il più grande oppositore del suo ministero terreno fu quel Caiàfa, o Caifa, Sommo Sacerdote non nominato da Dio ma da Valerio Grato, predecessore del governatore romano Ponzio Pilato (Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XVIII, 95, a cura di L. Moraldi, UTET, Torino, 1998). Egli e suo suocero, Anna, altro Sommo Sacerdote deposto per far luogo a Caiàfa stesso, furono profondamente implicati nel provocare l’effettiva morte di Gesù Cristo. Poco prima della Pasqua del 33 d.C., Caiafa e altri componenti del Sinedrio tennero “consiglio per prendere Gesù con inganno e farlo morire” (Matteo 26:3,4). Con la cooperazione di Giuda Iscariota, che avevano prezzolato, riuscirono nel loro intento. Dopo aver catturato Gesù, una folla armata lo portò prima in casa di Anna, poi lo condusse in catene da Caiàfa (cfr. Giovanni 18:13,24). In quell’occasione essi produssero falsi testimoni che però presentarono testimonianze contrastanti. Infine, Caiàfa impose a Gesù, sotto giuramento, di dir loro se era il Cristo, il Figlio di Dio. Udendo la risposta affermativa di Gesù, Caiàfa si strappò le vesti e chiese alla corte di condannarlo come bestemmiatore [fu per questo motivo che Gesù supplicò il Padre dicendo “se è possibile, allontana da me questo calice” - cfr. Matteo 26:39. Egli, che in preghiera aveva detto al Padre “Io ti ho glorificato sulla terra” - cfr. Giovanni 17:4, non sopportava l’accusa di essere un bestemmiatore]. La corte, aizzata dal Sommo Sacerdote, condannò a morte Gesù (cfr. Matteo 26:59-66). La mattina dopo Caiàfa fu fra coloro che condussero Gesù dinanzi a Pilato, accusandolo di proibire di pagare le tasse a Cesare e di dire di essere Cristo re (cfr. Luca 23:2). Poi, quando Pilato cercò di liberare Gesù, Caiàfa fu senza dubbio uno dei “capi sacerdoti” che gridarono: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”. Probabilmente fu anche Caiàfa fra quelli che gridarono: “Noi non abbiamo altro re che Cesare” (cfr. Giovanni 19:6-15). Che squallida figura di sacerdote sleale che, per la sua ambizione personale, non ha avuto timore di violare la legge divina. Ne avremmo mai seguito le orme?
“Or quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero da Caiafa, sommo sacerdote, presso il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani. … Ora i capi dei sacerdoti, gli anziani e tutto il sinedrio, cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per farlo morire, ma non ne trovavano alcuna; sebbene si fossero fatti avanti molti falsi testimoni, non ne trovarono. Ma alla fine vennero avanti due falsi testimoni i quali dissero: «Costui ha detto: "Io posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni"». Allora il sommo sacerdote, alzatosi, gli disse: «Non rispondi nulla a ciò che costoro testimoniano contro di te?». Ma Gesù taceva. E il sommo sacerdote replicò dicendo: «Io ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se sei il Cristo, il Figlio di Dio». Gesù gli disse: «Tu l'hai detto! Anzi io vi dico che in avvenire voi vedrete il Figlio dell'uomo sedere alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo». Allora il sommo sacerdote stracciò le sue vesti, dicendo: «Egli ha bestemmiato; quale bisogno abbiamo più di testimoni? Ecco, ora avete udito la sua bestemmia. Che ve ne pare?». Ed essi, rispondendo, dissero: «Egli è reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; ed altri lo percossero con pugni, dicendo: «O Cristo, indovina! Chi ti ha percosso?»” - Matteo 26:57-67.
False accuse e dileggiamento sono sempre state le armi degli apostati contro chi ha cercato di difendere e diffondere la verità riguardo a Dio e a Cristo Gesù. A quei capi religiosi non stava bene che Gesù fosse il “Figlio di Dio” il cui Regno “non faceva parte di questo mondo” (cfr. Giovanni 18:36). Essi volevano un messia asservito al loro volere e che garantisse i loro privilegi e il loro potere.
I sacerdoti del cristianesimo apostata in maniera simile non riconoscono il vero ruolo di Cristo, “Figlio di Dio” non Dio stesso, “seduto alla destra di Dio” e non al posto di Dio, in attesa di ricevere dal Padre il comando di “dominare in mezzo ai suoi nemici” (Salmo 110:2,VR e Di, 109:2,CEI; Ebrei 10:12,13). Anch’essi si sono costruiti un messia asservito al loro volere che sostiene e giustifica tutto ciò che ad essi fa comodo per mantenere i loro privilegi e il loro potere. Per questo perseguitano e dileggiano chiunque contraddica le loro menzogne e voglia diffondere la verità.
Con una procedura simile, in seguito, ancora il Sommo Sacerdote e i suoi sostenitori si resero responsabili della lapidazione di Stefano, il primo martire cristiano. Come era avvenuto nel caso di Gesù, quegli “ipocriti” capi religiosi si procurarono falsi testimoni per accusare Stefano di bestemmia davanti al Sinedrio e farlo condannare a morte (cfr. Atti 6:8-7:60).
Nei secoli che seguirono molte persone timorate di Dio furono similmente arrestate da politici e dalle folle istigati dal clero apostata semplicemente perché volevano diffondere la Parola di Dio fra il popolo. Parlo di gente come John Wycliffe e i lollardi, Jan Hus, William Tyndale, Michele Serveto, i Socini, Pietro Carnesecchi, Pomponio Algieri, i primi valdesi e gli anabattisti, solo per citarne alcuni. Leggendo gli atti processuali dei tribunali dell’Inquisiz.ione che li giudicarono e li condannarono a morte, troviamo molte analogie con il processo a cui i sacerdoti apostati israeliti sottoposero Gesù per condannarlo a morte. Corruzione, cospirazione, pervertimento della giustizia, calunnia, falsa testimonianza, azioni di turba. Se a questi atti aggiungiamo anche l’appoggio dato dagli ecclesiastici delle chiese cosidette “cristiane” alle tante guerre combattute dagli uomini, dalle Crociate alla prima e alla seconda guerra mondiale, allora vi ritroviamo in pieno le parole di Gesù: “ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra”. Ne seguiamo forse le orme?
Si, il sacerdozio istituito dagli uomini si è rivelato, in ogni tempo, una vera disgrazia per l’intera umanità!
Con la morte di Gesù la Legge mosaica, inclusa la disposizione del sacerdozio, cessò di avere effetto! (cfr. Efesini 12:14-16). Dio provvide qualcosa di migliore dell’antico sacerdozio Levita. Qualsiasi organizzazione sacerdotale umana costituita in seguito non ha alcun valore davanti ai Suoi occhi. E ciò che da allora Dio ha disposto non può più essere influenzato o condizionato da decisioni umane … June 28 LA CASTA - I parteCUSTODI, INSEGNANTI E GIUDICI SECONDO IL CUORE DI DIO
1Samuele 2:35 Nei giorni passati su diversi siti cattolici, e anche su diversi blog, si è dato molto risalto all’Anno Sacerdotale indetto ufficialmente dal Papa Benedetto XVI a partire dal 19 giugno u.s. per “contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi”.
Come risulta dalle recenti e ben note cronache “nere” mondiali, la classe sacerdotale cattolica è sotto “giudizio” per i numerosi e spregevoli casi di deviazione sessuale imputati ai suoi rappresentanti che continuano ad affiorare giorno dopo giorno, nonostante la omertosa “copertura” data loro dalla legislazione vaticana e la non meno irresponsabile connivenza di alcuni “fedeli” o “laici devoti” i quali, accecati da un tracotante campanilismo, nel migliore dei casi, o da un’altrettanto deplorevole malafede, tentano di sminuirne la gravità.
Che questo sia un vero problema, da porre alla base l’eclatante annuncio della Curia vaticana, viene attestato dalle stesse parole che il Papa ha scritto nella sua omelia: “Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi ministri. È il mondo a trarne allora motivo di scandalo e di rifiuto”.
[Quelli che il Papa definisce, con molta leggerezza, “alcuni” sono ben 4.500 sacerdoti inquisiti in una sola nazione (gli USA) dove un maggiore culto della legalità, della libertà di stampa e la ridotta influenza clericale sul controllo dei mezzi di informazione ha permesso che venissero alla luce. Cosa cova nel marasma della depravazione mondiale il tempo ce lo dirà!]
D’altra parte, osservando la sponda cosiddetta “protestante”, non c’è davvero di stare più allegri! Gli scandali sessuali, e non solo, dei tanti “pastori” e predicatori evangelici, alla Ted Haggard, tanto per intenderci, non presentano certamente un quadro morale migliore, sebbene di portata e di effetti più limitati.
Un argomento del genere non può passare inosservato per chiunque si interessi della volontà di Dio. Poiché è impensabile che Egli possa ispirare, approvare o giustificare in alcun modo persone e comportamenti del genere, devono esserci delle motivazioni storico-culturali che le hanno determinate che è bene che ciascuno di noi conosca per evitarne i deleteri effetti.
E’ perciò interessante ricostruire la storia del sacerdozio attraverso le pagine della Parola di Dio che, non mi stancherò mai di affermare, per il credente cristiano è l’unica fonte di verità (cfr. Salmo 119:160,VR e Di - 118:160,CEI; Giovanni 17:17)
L’idea dei sacerdoti non è di origine umana, ma divina. Essa sorse dopo il peccato di Adamo il quale, essendo stato creato perfetto, all’inizio poteva rivolgersi direttamente al suo Dio e Creatore. Dopo il suo peccato e con la trasmissione dello stato di imperfezione a tutti i suoi discendenti, sorse la necessità di qualcuno che rappresentasse il genere umano davanti a Dio, offrendo sacrifici, intercedendo e supplicando a suo favore, perché questa, nelle Sacre Scritture, è la funzione ch’è sempre stata attribuita ai sacerdoti (cfr. Ebrei 5:1).
Anticamente, nei tempi patriarcali il capofamiglia fungeva da sacerdote per la sua famiglia, incarico che alla morte del padre passava al figlio primogenito.
Ad esempio Noè rappresentava la famiglia in qualità di sacerdote (cfr. Genesi 8:20,21). Anche Abramo, che aveva una famiglia molto numerosa con cui si spostava da un luogo all’altro, erigeva altari e faceva sacrifici a Dio nelle diverse località dove si accampava (Genesi 12:7,8). Similmente Giobbe, pur non essendo israelita, offriva regolarmente sacrifici a Dio a favore dei suoi figli (cfr. Giobbe 1:4,5).
Quando Dio costituì Israele come nazione organizzata, nel 1513 a.C.,dopo la miracolosa liberazione dalla schiavitù egiziana, dispose che una delle dodici tribù che formavano la nazione, la tribù di Levi, si occupasse del sacerdozio a favore dell’intera nazione (cfr. Numeri 3:6-10). Tra tutte le famiglie che componevano la tribù di Levi, poi, Dio scelse quella di Aronne, fratello di Mosè, per l’effettivo servizio sacerdotale, stabilendo anche che dalla sua discendenza venissero tutti i futuri sommi sacerdoti (cfr. Esodo 28:1; Levitico 6:20-22).
Perciò, fra l’antico popolo di Dio, il sacerdozio, incluso il Sommo Sacerdote, non era una carica elettiva, o una nomina disposta dagli uomini, ma veniva da Dio stesso, come spiegò l’apostolo Paolo nella sua lettera ai cristiani di origine ebraica: “Nessuno può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne” (Ebrei 5:4).
Il servizio sacerdotale stabilito da Dio fu una vera benedizione per l’antica nazione d’Israele. I sacerdoti rappresentavano il popolo davanti a Dio offrendogli sacrifici a favore d’esso. Questo permetteva ad ogni israelita sincero di ricevere il temporaneo perdono dei suoi peccati commessi involontariamente e di conservare una coscienza pura dinanzi a Dio. I sacerdoti, inoltre, avevano il compito di insegnare a tutto il popolo non le tradizioni degli uomini ma la Legge di Dio, com’è scritto “Essi insegnano i tuoi decreti a Giacobbe e la tua legge a Israele” (Deuteronomio 33:10). Essi, infine, avevano il compito di vigilare sul rispetto e sull’applicazione della Legge di Dio e di giudicarne i violatori (cfr. Deuteronomio 17:8-12). Con l’occupazione della Terra Promessa, la tribù di Levi non ricevette terre in eredità. Ai leviti furono però assegnate 48 città, sparse in tutto il paese, in cui vivere con la famiglia e il bestiame. Dio dispose che essi ricevessero dalle altre dodici tribù una decima di tutto il prodotto del paese. Di questa decima i leviti a loro volta dovevano dare un decimo, il meglio di ciò che ricevevano, come decima per i sacerdoti che avrebbero così ricevuto l’uno per cento del prodotto nazionale, e questo avrebbe consentito loro di dedicare tutto il tempo al servizio che Dio aveva loro assegnato (cfr. Numeri 18:21-29). Questo provvedimento a favore del sacerdozio, per quanto abbondante, era in netto contrasto con il lusso e il potere economico di cui godeva il sacerdozio delle circostanti nazioni pagane.
I sacerdoti avevano l’obbligo di mantenersi fisicamente sani e puri e di osservare alte norme morali (cfr. Levitico 21:16-23). Non era proibito loro di sposarsi, ma il Sommo Sacerdote poteva sposare solo una vergine mentre i sottosacerdoti potevano sposare anche una vedova ma non una donna divorziata né una prostituta (cfr. Levitico 21:13,14). Appare dunque evidente che anche tutti i componenti della famiglia di un sacerdote, e in particolare quella del Sommo Sacerdote, dovevano rispettare l’alta norma morale e la dignità del sacerdozio. Per questo motivo, tra i compiti loro affidati c’era anche quello di salvaguardare la purezza morale dell’intera nazione. Essi erano i custodi della Legge e dovevano vigilare perché questa venisse osservata e applicata. In presenza di gravi violazioni delle norme morali di Dio non dovevano in nessun modo coprirle con qualche tipo di Crimen sollecitationis di ispirazione umana ma giudicare secondo la Legge di Dio per estirpare il male in mezzo alla nazione (cfr. Deuteronomio 17:8-12). Ciò che Dio si aspettava da essi era l’assoluta intolleranza verso qualsiasi volontaria e reiterata violazione della norma morale divina in base al principio che “un po' di lievito fa fermentare tutta la pasta”; il lievito viene usato nella Scrittura come simbolo del peccato (cfr. Galati 5:9; Matteo 16:6,11,12). Quando il popolo era accampato nelle pianure di Moab, poco prima di entrare nella Terra Promessa, le moabite e le madianite adescarono molti israeliti inducendoli a commettere immoralità e idolatria. Un capo principale Simeonita, condusse sfacciatamente nel campo israelita una madianita per avere una relazione sessuale con lei. Il sacerdote Finehas (Pincas,CEI), nipote di Aronne, non sette lì a tentennare su ciò che era più o meno opportuno fare nella circostanza! Il racconto narra che egli, spinto dallo zelo per la vera adorazione e dal desiderio di mantenere il campo moralmente puro “si alzò in mezzo alla comunità, prese in mano una lancia, seguì quell'uomo di Israele nella tenda e li trafisse tutti e due, l'uomo di Israele e la donna”. Dio approvò quella decisa azione a favore delle sue norme morali poiché disse di Finehas “io stabilisco con lui un'alleanza di pace, che sarà per lui e per la sua stirpe dopo di lui un'alleanza di un sacerdozio perenne, perché egli ha avuto zelo per il suo Dio e ha fatto il rito espiatorio per gli Israeliti” (Numeri 25:7,8,12,13). Provate a fare il confronto e vedete se lo zelo del sacerdote Finehas per la pura adorazione si può paragonare con ciò che accade in questi giorni nella nostra nazione. Quando la nazione di Israele stava per entrare nella Terra Promessa, attraenti moabite e madianite adescarono molti israeliti perché andassero da loro e accettassero la loro ospitalità. Quegli israeliti erano stati precedentemente avvertiti da Dio e avrebbero dovuto rifiutarsi di stare in intima compagnia con adoratori di falsi dèi (cfr. Esodo 34:12-15) Invece corsero come “tori che vanno al macello”, commisero fornicazione con le donne e si prostrarono con loro davanti al Baal di Peor (cfr. Numeri 25:1-3; vedi anche Proverbi 7:21, 22). Dio mandò un flagello per uccidere quelli che avevano partecipato a quella vergognosa forma di adorazione del sesso. Comandò inoltre agli israeliti innocenti di uccidere i loro fratelli colpevoli. Con grande sfacciataggine uno dei capi principali di Israele, un certo Zimri, portò una principessa madianita nella sua tenda per avere rapporti con lei. Vedendo questo, Finehas, sacerdote timorato di Dio, mise a morte la coppia immorale. Allora il flagello si fermò e Dio dichiarò: “Finehas … ha rimosso la mia ira dai figli d’Israele, perch’egli è stato animato della stessa mia gelosia in mezzo a loro; così nella mia gelosia non ho sterminato i figli d’Israele” (Numeri 25:11; cfr. anche Esodo 34:14-16). Benché la nazione fosse risparmiata dalla distruzione, almeno 23.000 israeliti perirono (cfr. 1 Corinzi 10:8). Persero l’opportunità di entrare nella Terra Promessa in cui avevano tanto sperato.
Tra le tante mansioni che i sacerdoti avevano il privilegio di svolgere a sostegno dell’adorazione divina, certamente la più importante era quella di insegnare la Legge al popolo (cfr. Malachia 2:7). Essi la leggevano e la spiegavano regolarmente a tutti quelli che si recavano nel santuario ad adorare. In modo particolare lo facevano durante le grandi feste annuali comandate dalla Legge, ad esempio durante la “festa dei pani non fermentati”, detta anche festa pasquale perché iniziava immediatamente dopo la Pasqua del 14 nisan, o nella “festa delle settimane” che si celebrava sette settimane (49 giorni) dopo il 16 nisan, chiamata anche Pentecoste, o durante la “festa delle capanne”, che si celebrava nel settimo mese, tishri o etanim, dal 15° al 21° giorno. Queste tre feste, dal profondo significato profetico, non erano una occasione per gozzovigliare e fare “gazzarra” ma avevano lo scopo di aiutare tutti i partecipanti ad avere la mente rivolta alla parola di Dio e a non preoccuparsi tanto delle loro faccende personali da dimenticare il più importante aspetto della vita, quello spirituale (cfr. Deuteronomio 31:10-12; Levitico 23:1-44). Erano occasioni per essere istruiti intorno alla volontà di Dio, come dimostra il caso di Gesù il quale, recatosi a Gerusalemme per osservare una di tali feste insieme alla sua numerosa famiglia, fu perso di vista da Giuseppe e Maria e fu poi ritrovato, non alle “giostre” o a giocare al “biliardino”, neanche a mangiare “pane e porchetta” o ad ascoltare qualche “concerto” con gli amici, ma “nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande” (Luca 2:46).
Il sacerdote Zaccaria mentre svolgeva il suo servizio nel tempio, ricevette dall’angelo Gabriele l’annuncio che sua moglie, Elisabetta, sarebbe rimasta incinta. Come segno della veracità delle sue parole l’angelo disse a Zaccaria: “ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo”. Quando, infine, nacque il bambino, chiesero al padre come doveva chiamarsi, e il racconto di nuovo dice: “Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome» … In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio” (Luca 1:20;62-64). Questo racconto contiene dei particolari molto interessanti per conoscere la verità riguardo alla data di nascita di Gesù. Nel primo libro di Cronache è scritto che il re Davide organizzò i sacerdoti in 24 divisioni o gruppi e che ciascun gruppo era incaricato di servire nel tempio per una settimana. Pertanto i componenti di ciascuna divisione avrebbero servito nel tempio due volte l’anno, ogni sei mesi circa (cfr. 1Cronache 24:1-19). La prima divisione iniziava a prestare servizio immediatamente dopo la fine della festa delle capanne, verso fine settembre-inizio ottobre (cfr. Deuteronomio 31:10-12; 2Cronache 5:2,3; 7:9,10). L’ottavo gruppo, dunque, quello di Abia, prestava servizio per una settimana verso fine novembre-inizio dicembre, e di nuovo un’altra settimana a fine giugno-inizio luglio. Perché ci interessa la divisione di Abia? Perché, secondo il racconto di Luca, il padre di Giovanni il Battezzatore, Zaccaria, apparteneva alla “divisione di Abia” e stava effettivamente servendo nel tempio quando l’angelo gli apparve per annunciargli la futura nascita di Giovanni (cfr. Luca 1:5,8-13). Come mostra il racconto di Luca, Giovanni fu concepito subito dopo (cfr. Luca 1:24). Ragion per cui nacque nove mesi dopo, cioè o all’inizio di settembre o all’inizio di aprile. La narrazione di Luca indica anche che Gesù aveva sei mesi meno di Giovanni (Luca 1:26-31). Perciò questo dettaglio del libro delle Cronache mostra che Gesù, anziché nascere alla fine di dicembre, come falsamente insegnato dai "sacerdoti" del cristianesimo apostata, nacque o ai primi di marzo oppure ai primi di ottobre. Diversi altri versetti , poi, indicano che il secondo periodo è quello giusto. Il sacerdozio istituito da Dio si rivelò una vera benedizione per l’antica nazione di Israele. Per circa dieci secoli i sacerdoti da Lui nominati si attennero alla Sua Legge, la insegnarono al popolo e vigilarono sulla sua applicazione, Dio benedisse il loro operato e l’intera popolazione prosperò.
Col tempo, però, quella disposizione divina sul sacerdozio venne ripetutamente violata e si cominciarono ad eleggere sacerdoti uomini che non erano nominati da Dio (cfr. 1Re 12:31). Questi, anziché dedicarsi al servizio per il popolo costituirono una casta privilegiata che amava “i posti d'onore nei conviti e i primi posti nelle sinagoghe, e anche i saluti nelle piazze, e di sentirsi chiamare dagli uomini ‘rabbi’ e … ‘padre'’” (cfr. Matteo 23:5-10).
Già ai giorni di Geremia, 647-580 a.C., la maggioranza dei sacerdoti aveva abbandonato la vera adorazione divenendo infedeli al mandato conferito loro da Dio e intraprendendo il culto idolatrico (cfr. Geremia 2:8). Il loro servizio non ebbe più alcun valore e la stessa nazione d’Israele fu, poi, rigettata per la sua infedeltà (cfr. Matteo 21:43).
Ma di questo parlerò nel prossimo post.
June 18 VI SIETE MAI CHIESTI ... ?DA DOVE HANNO ORIGINE LE ODIERNE “GUARIGIONI MIRACOLOSE” ?
Le malattie sono un gravissimo problema, è perciò naturale che chi è ammalato cerchi una cura efficace per guarire. Ma, nonostante il progresso nelle conoscenze e gli sforzi della scienza medica per trovare i rimedi a tantissime, e anche gravi, malattie che affliggono il genere umano, queste continuano a mietere vittime, causando enorme dolore e lutti.
Perciò non fa meraviglia che molti, non vedendo altra via d’uscita, considerino le “guarigioni miracolose” almeno come un tentativo da fare, considerandole una valida alternativa per coloro che la medicina tradizionale giudica inguaribili. Questo tipo di guarigioni, definite anche “guarigioni per fede” (in inglese faith healing) vengono considerate “un metodo per curare le malattie mediante la preghiera e la fede in Dio”.
Ci sono diversi gruppi religiosi che si definiscono “cristiani” i quali hanno come pratica comune della loro fede le “guarigioni miracolose”. Sono piuttosto eterogenei tra loro, spesso anche in contrasto sul piano dottrinale e cerimoniale, ma accomunati da questo spirito carismatico che li caratterizza in maniera peculiare.
Diverse comunità evangeliche sono fra questi. Leggo spesso nelle pagine dei loro blog esperienze di fedeli che narrano gli eventi “miracolosi” che avvengono nelle loro chiese o nella loro vita.
Diversi gruppi carismatici sono sorti anche all’interno della Chiesa Cattolica i quali, sulla scia dell'esperienza dei gruppi evangelici, fondano la loro fede sull’effusione dello Spirito Santo e sulle conseguenti manifestazioni soprannaturali, incluse le “guarigioni miracolose”.
Nella stessa Chiesa Cattolica, peraltro, abbondano luoghi di culto che sono diventati meta di pellegrinaggi di malati alla ricerca del ”miracolo” che permetta loro di godere di nuovo una buona salute. Basta, ad esempio, ricordare i numerosi treni della speranza che viaggiano carichi di infermi verso Lourdes dove, bagnandosi nell’acqua “santa”, sperano nella “guarigione miracolosa”. Quanti di questi tornano a casa delusi nella loro speranza? Delle centinaia di migliaia di malati che si sono recati in quel luogo nei passati 150 anni, la Chiesa ha “certificato” appena 67 casi di “guarigioni” (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Nostra_Signora_di_Lourdes). E tutti gli altri?
Chi conosce la Bibbia sa che in molte occasioni Gesù Cristo fece delle guarigioni prodigiose. Nel vangelo di Matteo, capitolo 15, versetti 30 e 31, leggiamo infatti: “Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano”.In una occasione, arrivato a Gerusalemme, Gesù si recò presso una cisterna d’acqua dove abitualmente sostavano persone inferme. Visto un uomo che era malato da ben 38 anni gli si avvicinò e gli chiese: “Vuoi guarire?”. Quell’uomo rispose: “Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me”. A quell’epoca, a Gerusalemme molti credevano che in quel luogo fossero avvenuti miracoli, proprio come oggi molti credono che in determinati santuari accadano guarigioni miracolose. Gesù non fece alcun rito particolare ma, rivolgendosi all’uomo, semplicemente disse “alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”. Con quale risultato? “E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare” (Giovanni 5:5-9).Qualche anno dopo, l’apostolo Pietro, avendo ricevuto da Dio il dono di compiere miracoli, camminando sempre per le strade di Gerusalemme, incontrò “un uomo, zoppo fin dalla nascita”. Alla sua richiesta di aiuto materiale, l’apostolo rispose: “Io non ho né argento né oro [che differenza con il suo presunto “successore”, addobbato d’oro e pietre preziose!], ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, alzati, e cammina!”. Quale fu il risultato? “in quell'istante i suoi piedi e le caviglie si rafforzarono. E con un balzo si rizzò in piedi e si mise a camminare” (Atti 3:1-8,Di).Come si può notare le guarigioni dei tempi biblici avvenivano all’istante e senza alcuna cerimonia preparatoria; non c’erano manifestazioni di forte emotività da parte delle folle né frenesia o gesti spettacolari da parte di Gesù o degli apostoli. Invece, perché le odierne “guarigioni miracolose” abbiano successo, spesso ci vogliono giorni, settimane o addirittura mesi e anche complicati rituali!
Con quale potere Gesù compì quelle guarigioni? Un altro evangelista, il medico Luca, ha scritto: “la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni” (Luca 5:17). Dunque Dio, il suo Padre celeste, era la fonte del suo potere miracoloso. Gesù ne era pienamente cosciente e non si attribuì mai il merito di quelle guarigioni. Una volta disse a un uomo che aveva liberato dalla possessione demonica: “Va' a casa tua dai tuoi, e racconta loro le grandi cose che il Signore ti ha fatte, e come ha avuto pietà di te” (Marco 5:19). Come risultato le persone non glorificavano Gesù ma, come è scritto, “glorificavano il Dio d'Israele” (Matteo 15:31). In seguito, anche quando i suoi discepoli ricevettero il dono di compiere guarigioni miracolose, le persone erano spinte a glorificare non gli uomini, ma Dio, come nel caso dell’apostolo Pietro sopra riportato, poiché il racconto dice che quell’uomo sanato dalla sua invalidità “entrò con loro nel tempio, camminando, saltando e lodando Dio [non attribuì, quindi, alcun merito all’apostolo]” (Atti 3:8).
E’ forse questo che accade anche con i presunti “miracoli” proclamati nei nostri giorni? E’ a Dio che si rende gloria, o a questo e quel “santo” o personaggio che avrebbe operato il prodigio?
C’è un altro particolare che colpisce leggendo i racconti evangelici. In Matteo 12:15 è scritto: “grandi folle lo seguirono, ed egli li guarì tutti” (cfr. anche Luca 6:17-19). Dunque nessun infermo che si rivolgeva a Gesù tornava a casa deluso nelle sue aspettative. Egli guariva tutti. Che notevole differenza rispetto a ciò che invece accade con i “miracoli” odierni!
I moderni guaritori, poi, amano citare le parole che Gesù rivolse a una donna che da 12 anni soffriva di una perdita di sangue e che era andata da lui per essere guarita: “la tua fede ti ha guarita; va' in pace!” (Luca 8:43-48,Di). Essi, infatti, attribuiscono alla mancanza di fede da parte dell’infermo la mancata realizzazione del “miracolo”. Ma le parole di Gesù indicavano forse che la guarigione di quella donna era dipesa dalla sua fede? Era quello un esempio di “guarigione per fede” come viene intesa e praticata oggi?
Leggendo attentamente il racconto biblico, notiamo che, nella maggior parte dei casi, Gesù e i suoi discepoli non richiedevano che i malati confessassero la loro fede prima di essere guariti. La donna menzionata sopra arrivò all’improvviso e, senza dire nulla a Gesù, gli toccò di nascosto il mantello da dietro, e “in quell'istante il suo flusso di sangue si arrestò”. In un’altra circostanza Gesù guarì un uomo che era fra quelli che erano andati ad arrestarlo (cfr. Luca 22:49-51). Addirittura lo zoppo che guarì non aveva la minima idea di chi egli fosse (cfr. Luca 22:50, 51; Giovanni 5:13; cfr. anche Marco 6:5,6).
Da questi esempi scritturali possiamo capire che le guarigioni compiute da Gesù erano molto diverse da quelle che si vedono comunemente, o che si dice avvengano oggi. Non c’erano manifestazioni di forte emotività - grida, salmodie, pianti, svenimenti e simili - da parte delle folle né frenesia o gesti spettacolari da parte di Gesù. Oltre a ciò Gesù non fallì mai una guarigione giustificandosi col pretesto che la persona mancava di fede.
Perché Gesù fece quei miracoli?
Benché durante il suo ministero terreno Gesù compisse numerose guarigioni, il suo non era primariamente un “ministero di guarigione”. Le sue guarigioni miracolose furono sempre secondarie rispetto alla sua attività principale, quella di “predicare il vangelo del regno” (cfr. Matteo 9:35; Luca 9:11). Nei vangeli egli viene spesso chiamato “Maestro”, ma mai “Guaritore”.
Qual’era, dunque, il motivo delle sue guarigioni miracolose? Egli voleva dimostrare che era il promesso Messia. Quando Giovanni il Battezzatore volle essere rassicurato sul fatto di aver portato a termine la missione che Dio gli aveva affidato e inviò i suoi discepoli a chiedere a Gesù: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”, Gesù rispose: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Matteo 11:2-5). Quindi il fatto che Gesù compiva guarigioni, ma anche le altre opere miracolose descritte nei vangeli, confermava al di là di ogni dubbio che egli era “colui che doveva venire”, il promesso Messia. Non c’era nessun bisogno di “attenderne un altro”.
Dal giorno di Pentecoste del 33 d.C., con il versamento dello spirito santo, cioè della forza attiva di Dio, il potere di compiere guarigioni miracolose fu dato anche agli apostoli fedeli. Perché?
Quando leggiamo il resoconto delle attività degli apostoli e degli altri discepoli, narrato principalmente nel libro biblico di Atti, non possiamo fare a meno d’essere colpiti dalla potenza, dall’intensità e dall’energia dell’operato dello spirito santo su quegli uomini. Essi viaggiarono instancabilmente in gran parte della terra abitata formando numerose comunità cristiane, tanto che, dice il racconto, “si aggiungeva al Signore un numero sempre maggiore di credenti, moltitudini di uomini e donne” (Atti 5:14,Di).
Perché lo spirito operò così potentemente, radunando migliaia e migliaia di persone nella chiesa cristiana in un così breve tempo della sua storia primitiva?
Un primo motivo è dato dal fatto che si voleva dimostrare che Dio aveva trasferito il suo favore dall’Israele carnale alla nuova comunità cristiana. Così, come nell’antichità aveva compiuto miracoli a favore di Israele per dimostrare oltre ogni possibilità di dubbio che era il suo popolo eletto, ora Dio compiva miracoli per accreditare la chiesa che si formava con i discepoli di suo figlio Gesù quale suo nuovo popolo (cfr. Deuteronomio 4:32-34; Matteo 21:43)
Poi c’erano relativamente solo pochi anni in cui stabilire, edificare e rafforzare quella nuova comunità. Nella sua illustrazione del grano e delle zizzanie, Gesù aveva mostrato che questa vigorosa attività sarebbe stata di durata limitata. Sarebbe finita “mentre gli uomini dormivano”, cioè dopo che gli apostoli “si erano addormentati” o erano scomparsi morendo. Quando ciò fosse avvenuto, il predetto “uomo del peccato, il figlio della perdizione, l'avversario” non sarebbe stato trattenuto molto più a lungo e la grande apostasia, la ribellione contro il vero insegnamento e la pratica apostolici, sarebbe fiorita rigogliosamente (cfr. Matteo 13:24-30,36-40; 2Tessalonicesi 2:3-12,Di). Gli apostoli, dunque, lavorarono instancabilmente per edificare la chiesa cristiana affinché fosse “colonna e sostegno della verità” contro le onde tempestose dell’apostasia che l’avrebbero quasi inghiottita (cfr. 1Timoteo 3:15; 4:1; Atti 20:29,30; 2Pietro 2:1-3).
Ma nel primo secolo era raro che un Giudeo possedesse la serie completa dei rotoli delle Scritture del Vecchio Testamento. Fra i pagani la Bibbia era praticamente sconosciuta. In quanto ai racconti dei vangeli e alle lettere del Nuovo Testamento, ne erano in circolazione solo pochissime copie. Nessun libro biblico era comodamente diviso in capitoli e versetti, come oggi. Le concordanze bibliche, i dizionari biblici e i commentari biblici non esistevano. Perciò è evidente che occorreva l’aiuto di Dio, oltre ciò che era normale, per compiere quell’opera. In che modo Egli lo fornì?
Nella sua prima lettera ai cristiani di Corinto l’apostolo Paolo spiegò come questo avvenne. Egli scrisse:
“Or vi sono diversità di doni, ma non vi è che un medesimo Spirito. Vi sono anche diversità di ministeri, ma non vi è che un medesimo Signore. Vi sono parimenti diversità di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti. Or a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l'utilità comune. A uno infatti è data, per mezzo dello Spirito, parola di sapienza; a un altro, secondo il medesimo Spirito, parola di conoscenza; a un altro fede, dal medesimo Spirito a un altro doni di guarigioni, per mezzo del medesimo Spirito; a un altro potere di compiere potenti operazioni; a un altro profezia; a un altro discernimento degli spiriti; a un altro diversità di lingue, a un altro l'interpretazione delle lingue. Or tutte queste cose le opera quell'unico e medesimo Spirito, che distribuisce i suoi doni a ciascuno in particolare come vuole” - 1Corinzi 12:4-11,Di.
Tutti questi “doni” o capacità furono allora dati a quegli uomini in maniera “straordinaria” (cfr. 2Corinzi 4:7) per dimostrare che quell’opera aveva il sostegno dello spirito di Dio, che i discepoli di Cristo Gesù costituivano il popolo del “nuovo patto” che il sacrificio di Cristo aveva convalidato e per difendere la verità riguardo al Regno che essi proclamavano a fronte dell’imminente apostasia che il principale “nemico” di Dio stava per seminare all’interno proprio della comunità cristiana servendosi uomini ambiziosi (cfr. Ebrei 2:4; 1Timoteo 4:1-3).
E tra quei “doni” c’era anche la capacità di compiere “guarigioni” e altre “potenti operazioni” perché servissero da segni per gli increduli, comprovando potentemente che lo spirito di Dio era sulla comunità cristiana e ne facilitava l’opera (cfr. Atti 5:12-16). Questa capacità, però, fu data agli apostoli ed essi, e solo essi, avrebbero potuto trasmetterla ad altri. Con la loro morte non ci fu più possibilità per alcuno di ricevere tale “dono” (cfr. Atti 8:14-20; 19:1,6). C’è ancora da rilevare che anche nel loro caso il resoconto biblico dice che “tutti venivano guariti” (Atti 5:16).
E’, però, interessante notare che, sebbene quelle “guargioni” furono importanti per attestare che Gesù era il promesso Messia e che la comunità che si era formata con i suoi seguaci aveva l’approvazione e il sostegno di Dio, quelle “guarigioni” e le altre “potenti operazioni” erano convincenti solo fino a un certo punto. Perfino alcuni testimoni oculari dei miracoli di Gesù, infatti, non credevano che egli avesse il sostegno del suo Padre celeste. “Sebbene avesse fatto tanti segni miracolosi in loro presenza, non credevano in lui” (Giovanni 12:37). Non erano dunque lo strumento principale usato da Dio per attirare le persone verso la verità del Regno. Per questo, dopo aver parlato dei doni miracolosi che Dio aveva concesso a vari membri della comunità cristiana del I secolo, l’apostolo Paolo scrisse ancora nella sua prima lettera ai cristiani di Corinto:
“L'amore non viene mai meno, ma le profezie saranno abolite, le lingue cesseranno e la conoscenza sarà abolita, perché conosciamo in parte e profetizziamo in parte. Ma quando sarà venuta la perfezione, allora quello che è solo parziale sarà abolito” - 1Corinzi 13:8-10.
Quand’è, dunque, che sarebbe cessata quell’effusione straordinaria della potenza dello spirito di Dio?
E’ interessante leggere ciò ch’è scritto in una nota enciclopedia biblica: “è fuori discussione il fatto che durante i primi cento anni successivi alla morte degli apostoli non si sente praticamente parlare di miracoli compiuti dai primi cristiani” (Cyclopedia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature di McClintock e Strong - vol. VI, pg. 320).
Gli Atti della primitiva chiesa cristiana mostrano, come ho già riferito, che la trasmissione dei miracolosi doni dello spirito fu attuata in un modo che ne indicò la natura temporanea. Essi furono impartiti sempre alla presenza di uno o più dei dodici apostoli. Nessun altro era autorizzato a farlo! Il caso dell’evangelizzatore Filippo è esemplare al riguardo. Egli fu inviato a “predicare il Cristo” ai samaritani, per questo aveva ricevuto dagli apostoli il potere di espellere demoni e guarire malattie (cfr. Atti 6:5,6; 8:5,13). A seguito di quella predicazione molti samaritani riposero fede in Gesù, ma Filippo non poteva impartire ad altri lo spirito con i suoi doni miracolosi. Fu, pertanto, necessario che andassero a Samaria gli apostoli Pietro e Giovanni a pregare per questi nuovi discepoli onde “ricevessero lo Spirito Santo” (cfr. Atti 8:14-17).
Dato che c’erano queste limitazioni nella trasmissione dei doni dello spirito, ne consegue logicamente che, alla morte degli apostoli e di quelli che avevano ricevuto per mezzo di loro il potere di fare miracoli, questi doni cessassero, proprio come aveva detto l’apostolo Paolo. Essi avevano adempiuto allo scopo di dimostrare che i discepoli di Cristo costituivano la “nuova nazione” che aveva sostituito l’infedele Israele carnale nella realizzazione del proposito di Dio. Ora i cristiani si sarebbero riconosciuti non per le opere miracolose che potevano compiere, quali le “guarigioni”, ma per l’amore che avrebbero dimostrato gli uni per gli altri, esattamente come Gesù aveva detto: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).
Stando così le cose, da dove hanno allora origine le presunte “guarigioni miracolose” dei nostri giorni?.
La conoscenza e l’intendimento della Parola di Dio ci aiutano a ragionare al riguardo.
Parlando del tempo del suo giudizio Gesù disse: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità” (Matteo 7:22,23, CEI).
L’apostolo Paolo aggiunse alla condanna di Cristo quest’altro monito: “Tali falsi apostoli infatti sono degli operai fraudolenti, che si trasformano in apostoli di Cristo. E non c'è da meravigliarsi, perché Satana stesso si trasforma in angelo di luce. Non è dunque gran cosa se anche i suoi ministri si trasformano in ministri di giustizia la cui fine sarà secondo le loro opere” (2Corinzi 11:13-15,Di).
Per render ancora più chiaro tale concetto l’apostolo ritornò sull’argomento dicendo: “La venuta di quell'empio avrà luogo, per l'azione efficace di Satana, con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi, con ogni tipo d'inganno e d'iniquità a danno di quelli che periscono perché non hanno aperto il cuore all'amore della verità per essere salvati” (2Tessalonicesi 2:9,10,VR).
Mi sembra, dunque, che ci sono abbastanza elementi per arrivare ad una giusta conclusione al riguardo! (cfr. anche il mio post del 7 settembre 2008: MADRE DI DIO O DEA MADRE?)Non è ancora giunto il tempo della “miracolosa guarigione” di tutto il genere umano dagli effetti del peccato dei nostri progenitori, guarigione di cui i miracoli fatti da Gesù furono un “tipo”. Solo quando il Regno di Dio, stabilito nelle mani di suo figlio Gesù, dominerà sull’intera terra abitata, allora “nessun abitante dirà: «Io sono malato»” (Isaia 33:24; cfr. anche Apocalisse 21:3,4). Ora, dunque, è tempo di rivolgere le nostre menti non ai “prodigi bugiardi, con ogni tipo d'inganno e d'iniquità” ma di aprire “il cuore all'amore della verità per essere salvati”. June 10 VI SIETE MAI CHIESTI ... ?"EX-VOTO" O EX PAGANESIMO ?
In un recente viaggio a Rodi come mio solito mi sono interessato di conoscere un po’ più gli usi e costumi degli abitanti del luogo, specialmente in materia religiosa che, come è noto, è di mio particolare interesse.
La religione che predomina nell’isola è quella Ortodossa che fa capo al patriarcato di Istanbul (l’ex Costantinopoli, capitale dell’impero d’Oriente). Non è a caso, quindi, che in tutte le chiese del luogo è rappresentata l’aquila bicefala, cioè il simbolo dell’impero romano (l’aquila) con la doppia testa, a significare i due imperi (d’Oriente e d’Occidente). E, osservandola, non può non venire alla mente la Parola di Dio, messa per iscritto dal profeta Ezechiele, circa la contaminazione dell’antico tempio di Gerusalemme con “ogni sorta … di bestie abominevoli e tutti gl'idoli della casa d'Israele, intagliati tutt'intorno sulla parete” (Ezechiele 8:10).
Una cosa veramente curiosa è che la Chiesa Ortodossa ritiene di essere la Chiesa Universale fondata da Cristo Gesù e quindi custode del vero cristianesimo, a suo parere quello derivato dal Concilio ecumenico di Efeso nel 431 d.C., ma non riconosce il primato del Papa di Roma e altre dottrine cattoliche come, ad esempio, l’esistenza del purgatorio o il culto di Maria Theotokos (genitrice o Madre di Dio).
Anche la Chiesa di Roma ritiene di essere la Chiesa Universale (Cattolica), l’unica fondata da Cristo, ed è anch’essa passata attraverso il concilio di Efeso.
Quale delle due avrà mai ragione? (cfr. 1Corinzi 1:10; Filippesi 2:2,3)
Comunque una cosa hanno in comune le due Chiese: lo sfarzo e la pomposità con cui sono addobbati i loro edifici e celebrati i loro riti, che stride molto con la semplicità e la modestia di Cristo Gesù (cfr. Matteo 10:8-10).
Tornando alle usanze locali, ciò che ha particolarmente attirato la mia curiosità è stato vedere in tutte le chiese delle bacheche contenenti le tamata, riproduzioni di metallo in piccola scala di persone o parti del corpo umano. Sono gli “ex-voto” offerti dai fedeli per grazie ricevute o che sperano di ricevere dal santo o dal personaggio a cui la chiesa è dedicata.
Mentre visitavo la cattedrale di Siànna, un villaggio dell’entroterra sud-occidentale dell’isola, l’Àgios Panteléïmon, è sopraggiunto un gruppo di turisti italiani e, non ho potuto farne a meno, anzi ho proprio approfittato dell’occasione per ascoltare anch’io la spiegazione della loro guida. Questa illustrava loro l’utilizzo delle tamata da parte dei fedeli i quali, se hanno un problema di salute, ad esempio una fastidiosa e dolorosa otite, o mal di cuore, o dolori articolari o qualsiasi altra malattia, prendono dal cesto la tama rettangolare di metallo (che può essere di stagno, d'argento o d'oro, la scelta dipende dalla quantità di fede o dall’importo del portafoglio), che raffigura la parte malata e la portano nella propria casa, o alla persona malata, e la tengono finché non avviene il miracolo della guarigione. Quindi quell’oggetto viene riportato in chiesa ed esposto a testimonianza della “grazia” ricevuta, naturalmente accompagnato da una congrua contribuzione di denaro.
Mentre ascoltavo mi chiedevo da dove avesse avuto origine quell’usanza, considerato che nella Parola di Dio non se ne fa alcuna menzione. La risposta me l’ha data la guida: dalla religione pagana dell’antica Grecia.
Gli antichi greci veneravano Asclepio (l’Esculapio dei romani) quale dio della medicina. Essi credevano che bastasse semplicemente dormire in un tempio a lui consacrato per guarire da qualsiasi malattia.
“Asclepieo, era il nome dato ai numerosi santuari di Asclepio. Inizialmente era una semplice fontana, o un pozzo, chiusa da un boschetto, che i malati attraversavano per avvicinarsi al luogo sacro e chiedere al dio la guarigione. Più tardi sorsero veri templi, contornati da portici, ospedali, abitazioni. Il malato era sottoposto a digiuni e lavacri purificatori, seguiti da un sacrificio propiziatorio; passava poi la notte nel tempio, dove aveva un sogno (spontaneo o provocato per suggestione), che il sacerdote, al mattino, interpretava, enunciando la diagnosi e la cura” (http://www.summagallicana.it). Vi ricorda forse qualcosa?
Fra le rovine dell’Asclepieo di Epidauro, città greca dell’Argolide, gli scavi archeologici hanno riportato alla luce numerosi ex-voto, come quello sotto riportato, e tante tavolette di ringraziamento nelle quali si descrive la malattia, la cura suggerita dal dio e, naturalmente, la perfetta guarigione, per la quale si ringrazia Asclepio.
Atene, Museo Archeologico Nazionale
A Pergamo, città della Misia, nella parte nordoccidentale dell’Asia Minore (attuale Turchia), affluivano molti malati da ogni parte dell’Asia per recarsi nel tempio di Asclepio a chiedere la guarigione. Anche lì sono stati rinvenuti gli ex-voto offerti al dio della guarigione e della medicina.
Pergamo è una delle sette chiese menzionate nel libro biblico di Apocalisse alle quali Gesù mandò un messaggio. Per mezzo dell’apostolo Giovanni Gesù disse a quella chiesa: “conosco le tue opere e dove tu abiti, là dove Satana ha il suo trono; tuttavia tu rimani fedele al mio nome e non hai rinnegato la fede in me neppure nei giorni in cui il mio fedele testimone Antipa fu ucciso tra di voi, là dove abita Satana” (Apocalisse 2:13). Dunque il culto di Asclepio praticato nella città, con i riti ad esso collegati, incluse le offerte “ex-voto”, secondo Cristo Gesù hanno a che fare con l’adorazione di Satana. E Gesù lodò i cristiani di Pergamo perché rendevano esclusiva devozione al vero Dio e non rinnegavano la fede benché dimorassero dov’era il trono di Satana. Quei cristiani, contrariamente ai moderni “cristiani” nominali, non erano dediti alle pratiche pagane che si svolgevano nella loro città.
Anche la Chiesa Cattolica ha fra i suoi riti l’offerta di “ex voto”. Ad esempio dove io abito, a Roma, è molto sentito il culto della Madonna del Divino Amore, il cui tempio è alle porte della città. Molti romani in buona fede vi si recano in pellegrinaggio a chiedere grazie di vario tipo e lasciano numerosi “ex-voto” che, a loro parere, testimoniano i miracoli, come le guarigioni da malattie, ricevuti dalla Madonna. Questi “ex-voto” non sono molto differenti dalle tamata della Chiesa Ortodossa e da quelli che i pagani greci dedicavano ad Asclepio.
Nell’antico Egitto molto diffuso era il culto della dea-madre, Iside. Lo storico H. G. Wells, nel suo libro The Outline of History, ha scritto: “Iside aveva molti devoti, i quali le consacravano la vita. Nel tempio c’erano sue immagini, nelle quali appariva incoronata quale Regina del cielo e con il piccolo Horus tra le braccia. Davanti a lei brillava la tremula luce delle candele, e in tutto il santuario erano appesi ex-voto di cera”. Una ulteriore conferma dell’origine pagana e quindi, come spiegò Cristo Gesù ai cristiani di Pergamo, della natura satanica di tale pratica.
Forse può sembrare strano che l’offerta di “ex-voto” praticata nelle Chiese cosiddette “cristiane” possa ricondurre all’adorazione pagana ispirata da Satana. Questo perché nella maggioranza dei casi tali oggetti sono collegati a guarigioni da gravi infermità definite “miracolose” e, perciò, attribuite allo Spirito di Dio.
Non solo la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa insegnano questo ma diverse denominazioni evangeliche, cosiddette “protestanti”, come ad esempio i Pentecostali, lo sostengono. Negli anni recenti hanno acquistato molta popolarità gruppi religiosi carismatici che praticano guarigioni “miracolose”.
E’ dunque legittimo domandarsi se questo tipo di guarigioni, e tutte le pratiche religiose che vi sono connesse, hanno origine da Dio. Di sicuro Egli non ci lascia nel dubbio a questo riguardo e la giusta risposta a tale quesito può trovarsi solo nella sua Parola scritta, l’unica fonte di verità circa il suo proposito e il suo modo di concepire l’adorazione (cfr. Giovanni 17:17; Salmo 119:160,VR e Di; 118:160,CEI).
Credo, quindi, che sia molto interessante e importante fare qualche indagine su questo argomento …..
May 29 "DIVORANO LE CASE DELLE VEDOVE E OSTENTANO DI FARE LUNGHE PREGHIERE" - Marco 12:40Domenica 31 maggio parte l’iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) per “aiutare” 30mila famiglie povere italiane. Si tratta di una “Colletta nazionale” che ha lo scopo dichiarato di costituire un fondo di garanzia, una specie di “fidejussione”, a favore delle Banche che parteciperanno al progetto, le quali si impegnano ad erogare ai nuclei familiari prescelti quello che è stato definito il “Prestito della speranza”, cioè un contributo mensile di 500 euro per un anno (rinnovabile, al massimo, per altri 12 mesi).
“Per sostenere e promuovere la Colletta nazionale sono stati predisposti oltre 50mila manifesti da esporre in tutte le parrocchie e oltre un milione di pieghevoli esplicativi che saranno veicolati attraverso i media cattolici che sosterranno l’iniziativa a livello nazionale e diocesano … Per essere efficace e rispondere in maniera adeguata ai suoi obiettivi, il fondo richiede un investimento di trenta milioni di euro” (da l’Avvenire, quotidiano della CEI, 7/5/2009 pg. 5).
In pratica, in cosa consiste il progetto?
Con la Colletta nazionale del 31 maggio la CEI spera di raccogliere 30milioni di euro con i quali si darà vita a un capitale che dovrà garantire almeno al 50% i prestiti che saranno concessi. In tre anni le Banche coinvolte nell’iniziativa erogheranno fino a 180milioni di euro complessivi di prestiti dei quali sarà garantito, coi fondi raccolti, il 50%, pari a 90milioni di euro (30milioni iniziali moltiplicato per 3). Il resto della garanzia è prevista a carico delle banche.
Con questi 180milioni di euro si finanzieranno nel triennio, a partire dal 1° settembre 2009, 30mila famiglie in difficoltà concedendo loro un prestito di 500 euro mensili per un anno, pari a 6.000 euro complessivi per nucleo familiare.
Il cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, ha detto che il prestito sarà “un segno e uno strumento di speranza per attraversare la crisi e non soccombere ad essa” e che “saranno le parrocchie insieme alla Caritas ad individuare e selezionare rigorosamente le famiglie in difficoltà per poi indirizzare alla Banca che potrà in tempi brevi concedere il prestito a ritmo mensile”.
Il prestito però non è a fondo perduto perché, naturalmente, chi lo riceverà dovrà anche restituirlo. “La restituzione” ha detto ancora il Presidente della CEI “avverrà quando ce ne saranno le condizioni e comunque non prima di uno o due anni, e avrà la durata massima di cinque anni”.
Oltre al “capitale”, le famiglie destinatarie del prestito, nel restituirlo pagheranno anche un tasso di interesse pari al 4,50% annuo. Il Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI) con la quale la CEI ha firmato una convenzione, Corrado Faissola, ha tenuto a precisare che questa “non sarà valutata come un’operazione di mero affare” dagli istituti di credito e che la decisione sul tasso di interesse è stata presa tenendo presente che le banche “si addossano i restanti 90milioni di rischio”.
C’è, però, una condizione che viene posta per l’erogazione del prestito, cioè che “la persona che lo chiede sia in qualche modo coinvolta in un percorso di reinserimento lavorativo, attraverso l’iscrizione a servizi per l’impiego o la frequenza di corsi gestiti da centri di formazione professionale, o anche in iniziative promosse dai BIC (Business Innovation Centre) per l’avvio di attività produttive”. In altre parole, se coloro che chiederanno il prestito non avranno un reddito da lavoro o d’impresa a garantire la possibilità di rimborso, difficilmente l’otterranno. Né più né meno come accade attualmente quando si va in Banca a chiedere un mutuo o un prestito: se non si possiede un reddito, niente soldi! Allora, caro Dr. Faissola, dov’è il rischio delle Banche?
Comunque, quella della CEI sembrerebbe una iniziativa del tutto meritoria nella situazione attuale dell’economia mondiale e italiana. Che ne pensate?
Un giornalista, Philippe Ridet ha scritto su Le Monde dell’8 maggio scorso: “Monsignor Bagnasco ha detto il contrario di ciò che è stato affermato ufficialmente dal governo [italiano]. All’ottimismo di Silvio Berlusconi e del ministro delle finanze, Giulio Tremonti, che continuano a sminuire l’entità della crisi nonostante un crollo previsto del PIL del 4,2% per il 2009, il rappresentante dei vescovi ha contrapposto la gravità di una crisi che riguarda ‘numerose famiglie che sono entrate in una fase critica. La crisi tocca le persone sole, le famiglie … Il lavoro già precario diventa ancora più instabile e quando lo si perde, non c’è via di scampo. Il nostro capitale di garanzia è una risposta concreta, un segno di speranza per superare la crisi’”.
Ho cercato in giro per il Web alcuni pareri in merito ed ho visto che le opinioni sono contrastanti.
Ad esempio, una donna ha scritto: “la Chiesa [Cattolica] sta cercando di creare una rete di aiuto e visto che oggi come oggi le banche difficilmente accettano di accendere finanziamenti senza firme credo che sia il caso di ringraziarla”.
In contrasto un’altra donna ha detto: “I preti dovrebbero fare i preti non diventare bancari anzi banchieri” e un uomo ha aggiunto: “i preti e i vescovi che prestano i soldi ai poveri? ma quando mai si è visto? … prestando i soldi ‘a tasso agevolato’ stanno guadagnando dei soldi. E non sembra ignobile che la Chiesa guadagni prestando i soldi ai poveri?”.
Personalmente, nella questione, c’è una cosa che ha destato la mia curiosità. Monsignor Bagnasco ha detto: “la Colletta nazionale è pure un gesto dal profondo sapore ecclesiale perché si ricollega ad una prassi antica, di cui il testimone più significativo è l’Apostolo Paolo che organizza la Colletta per i poveri di Gerusalemme”.
Certamente il Presidente della CEI si riferiva a ciò che l’apostolo scrisse nella sua prima lettera alla chiesa di Corinto. Egli disse: “Quanto poi alla colletta in favore dei fratelli, fate anche voi come ho ordinato alle Chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare, perché non si facciano le collette proprio quando verrò io. Quando poi giungerò, manderò con una mia lettera quelli che voi avrete scelto per portare il dono della vostra liberalità a Gerusalemme. E se converrà che vada anch'io, essi partiranno con me” (1Corinzi 16:1-4).
Nella seconda metà degli anni 40 del I secolo d.C., infatti, una grave carestia devastò la Giudea (cfr. Atti 11:27-30). Memore dell’incoraggiamento a “ricordare i poveri” ricevuto dagli altri apostoli, in particolare da Giacomo, Pietro e Giovanni, all’inizio del suo incarico, l’apostolo Paolo organizzò la raccolta di fondi per i cristiani poveri della Giudea (cfr. Galati 2:19). Nessuno fu costretto a dare più di quanto potesse. Ciò che l’apostolo semplicemente disse loro fu: “ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2Corinzi 9:7).
Nella primavera del 56 d.C. il denaro raccolto fu portato a Gerusalemme. Il Prof. Dieter Georgi, Preside della Facoltà di Teologia di Francoforte (D), commentando il racconto biblico ha detto: “La somma complessiva raccolta per la colletta dev’essere stata considerevole perché altrimenti gli sforzi che fecero infine Paolo e tanti altri delegati non avrebbero giustificato la fatica e la spesa”.
C’è un particolare di quel racconto su cui, ritengo, bisognerebbe meditare: in un’altra sua lettera l’apostolo scrisse: “a quelli della Macedonia e dell'Acaia è piaciuto di fare contribuzione per i poveri che sono fra i santi in Gerusalemme. Ora è piaciuto loro di far questo, perché sono ad essi debitori; se i gentili infatti hanno avuto parte dei loro beni spirituali, devono anche sovvenire loro nei beni materiali” (Romani 15:26,27,Di). Quella Colletta andò oltre il semplice interesse per i compagni di fede poveri. Indicò che c’era un vincolo di fratellanza fra i cristiani di origine ebraica e quelli delle altre nazioni. L’offerta e l’accettazione di contribuzioni era segno di unità e amicizia fra loro. Non c’erano divisioni nazionalistiche. Tutti i cristiani, in qualsiasi parte della terra vivessero, condividevano sia le cose materiali che quelle spirituali. Credo che su questo punto debbano seriamente riflettere tutti quelli che si definiscono “cristiani” e poi respingono i barconi carichi di “fratelli” di altre nazioni che si trovano nel bisogno!
Ma la mia attenzione è andata oltre la Colletta. Mi son chiesto anch’io se quel tasso di interesse del 4,50% richiesto sul prestito, seppur considerato esiguo rispetto alla norma ma che tanto esiguo poi non è, rispecchia i princìpi cristiani.
Anticamente, e come anche oggi purtroppo, l’interesse sui prestiti era spesso molto elevato e chi non era in grado di restituire un prestito era trattato con severità. Documenti antichi menzionano tassi d’interesse per l’uso di un campo pari alla metà del raccolto, e non era illegale esigere che una persona restituisse il doppio di quanto aveva ricevuto in prestito (cfr. Matteo 18:28-30).
Ma nell’antico popolo di Dio la situazione era molto diversa. Normalmente agli israeliti poveri, vittime di rovesci finanziari, si facevano prestiti in denaro o in viveri, e la Legge di Dio vietava di far pagare loro gli interessi (cfr. Esodo 22:25; Levitico 25:35-37; Deuteronomio 15:7,8; 23:19).
Quegli antichi ebrei erano generalmente dediti all’agricoltura, non al commercio. Se un contadino che lavorava la terra dei suoi avi chiedeva un prestito, probabilmente lo faceva perché era venuto a trovarsi nel bisogno. La Legge prendeva per scontato che chi chiedeva un prestito fosse ‘afflitto’. Forse gli era capitato un incidente o il raccolto era andato male o per qualche altro motivo aveva bisogno di soldi per tirare avanti fino al nuovo raccolto. Esigere un interesse in tali condizioni avrebbe significato approfittare delle avversità del proprio fratello. Non sarebbe stato un segno d’amore, mentre agli israeliti era stato comandato: “Devi amare il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19:18).
Quando venne sulla terra, Cristo Gesù rispecchiò lo spirito della Legge e insegnò a fare altrettanto (cfr. Matteo 5:17). Infatti ai suoi discepoli disse: “Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” (Matteo 5:42). Poi, ampliando il soggetto dei prestiti, Egli aggiunse: “se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi” (Luca 6:34,35).
Cosa intese dire? Quegli ebrei che ascoltavano Gesù erano obbligati dalla Legge a fare prestiti senza interesse ai loro connazionali bisognosi. Non era insolito che perfino i peccatori prestassero senza interesse a quelli che erano in grado di restituire il prestito. Prestiti senza interesse potevano anche essere fatti con lo scopo di ottenere in seguito qualche favore dal debitore. Chi invece desiderava imitare Dio avrebbe fatto qualcosa di più dei peccatori, prestando ai bisognosi che per la loro situazione economica non sarebbero mai stati in grado di restituire il prestito. Qual è dunque la lezione? Il cristiano dovrebbe considerare le difficoltà temporanee del suo fratello come un’opportunità per mostrare amore. Dovrebbe aiutarlo quanto più gli è possibile, fino al punto di fargli doni o prestiti senza interesse. In realtà, però, nei momenti difficili i cristiani non si limitano a fare prestiti per aiutarsi gli uni gli altri: fanno doni. Questo è in effetti ciò che accadde con la Colletta organizzata dall’apostolo Paolo. Il racconto dice, infatti, che “i discepoli si accordarono, ciascuno secondo quello che possedeva, di mandare un soccorso ai fratelli abitanti nella Giudea; questo fecero, indirizzandolo agli anziani, per mezzo di Barnaba e Saulo” (Atti 11:29,30).
C’è ancora un aspetto che vorrei menzionare e che non è tanto chiaro nel progetto della CEI poiché non ho trovato, nei vari articoli che ho letto, alcuna dichiarazione in merito. Ed è questo: le Banche erogheranno il prestito alle 30.000 famiglie prescelte per un totale di 180milioni di euro. Alla fine del progetto, presumibilmente entro 5 anni, tale somma sarà completamente recuperata attraverso la restituzione del prestito insieme al tasso di interesse, pari a non meno di 8milioni di euro. Ma i 90milioni di euro che saranno stati raccolti con la Colletta nazionale per costituire il fondo di garanzia che fine faranno? Secondo la Convenzione CEI/ABI questi soldi verranno tutti accantonati su un c/c presso la Banca Prossima (del Gruppo Intesa S. Paolo) intestato alla CEI, che ne avrà, quindi, la disponibilità. Quale sarà, poi, la loro destinazione?
Vorrei, quindi, concludere con un’ultima riflessione personale. Facendo una ricerca sull’origine del prestito con interesse ho notato che tali attività bancarie risalgono, più o meno, al tempo di Abramo, circa 4.000 anni fa. Infatti gli antichi sumeri della pianura di Sinar avevano “un sistema straordinariamente complesso di prestiti, depositi e lettere di credito” (The Encyclopedia Americana, 1956, vol. III, p. 152). Il Codice di Hammurabi, ad esempio, fissava al 20% l’interesse legittimo sul denaro e sui cereali. A Babilonia, poi, e più tardi in Grecia, tutte le attività bancarie si svolgevano intorno ai templi, i quali, essendo considerati inviolabili, provvedevano riservatezza e sicurezza. Insomma religione e affaristica costituivano un connubio perfetto.
Perché questa riflessione?
E’ uscito in questi giorni nelle librerie il volume VATICANO S.p.A. di Gianluigi Nuzzi, un giornalista inviato di Panorama e collaboratore del Corriere della Sera e de Il Giornale, il quale, avuto accesso all’archivio segreto di Monsignor Renato Dardozzi, uomo di fiducia del cardinale Agostino Casaroli, ex Segretario di Stato vaticano, che per più di venti anni è stato uno dei pochissimi presenti alle riunioni riservate ai più stretti collaboratori del Papa volte ad affrontare e risolvere le delicate questioni sollevate dallo scandalo IOR (la banca vaticana)-Banco Ambrosiano-Monsignor Marcinkus, ha inteso presentare, come dichiarato nella copertina del libro, LA VERITÀ SUGLI SCANDALI FINANZIARI E POLITICI DELLA CHIESA.
Non ho ancora finito di esaminarlo, ma qualcosa che ho letto sull’uso spregiudicato della principale istituzione finanziaria della Chiesa Cattolica lascia oltremodo perplessi.
Scrive Nuzzi nella presentazione:
“Dopo la fuoriuscita di Marcinkus dalla Banca del Papa, parte un nuovo sofisticatissimo sistema di conti cifrati nei quali transitano centinaia di miliardi di lire … Conti intestati a banchieri, imprenditori, immobiliaristi, politici … Titoli di Stato scambiati per riciclare denaro sporco. I soldi di Tangentopoli (la maxitangente Enimont) sono passati dalla Banca Vaticana, e perfino il denaro lasciato dai fedeli per le Sante messe è stato trasferito in conti personali, con le più abili alchimie finanziarie … Una vera “lavanderia” nel centro di Roma, utilizzata anche dalla mafia e per spregiudicate avventure politiche. Un paradiso fiscale che non risponde ad alcuna legislazione diversa da quella dello Stato del Vaticano. Tutto in nome di Dio”
Poi, nel IV capitolo della Prima Parte del libro, a pag. 61, si legge:
“Nello statuto della banca si contempla la beneficienza e il culto, destinando parte delle somme che lo IOR riceve e gestisce proprio per le opere di religione. Il regista del sistema [Monsignor Donato de Bonis, nominato Prelato, cioè a tutti gli effetti Presidente dello IOR, dal Papa Giovanni Paolo II nel 1989] modula queste finalità trasformandole in una formidabile occasione per mimetizzare le proprie operazioni fra quelle tradizionali, meritorie, per elemosine e carità nel mondo. Infatti non solo i depositi sono attribuiti a fondazioni inesistenti, ma spesso la scelta delle intestazioni è dettata dall’ipocrisia e dal cinismo. Si pensi al conto «001-3-15924-C» che il Prelato dello IOR ribattezza “Fondazione mamma de Bonis, lotta alla leucemia” o quello «Louis Augustus Jonas Foundation» che un carissimo amico del Prelato … Luigi Bisignani, apre indicando l’«aiuto bimbi poveri» nelle finalità”.
Dati questi fatti, viene legittimo chiedersi: non è che noi “poveri” italiani, dopo la “bufala” governativa della “Social Card” stiamo per riceverne un’altra dalla finanza creativa vaticana la quale, mai sazia dell’8x1000 o del 5x1000, nonché di tutti gli altri contributi e agevolazioni fiscali di cui gode, ci molla ora quella del “Prestito della speranza”?
E perché mai, se opera di carità trattasi, per costituire detto fondo di garanzia la CEI non attinge all’8x1000 (più di un miliardo di euro l’anno che riceve dallo Stato italiano, un contributo specificamente destinato ad opere caritative) o al 5x1000 (al quale la Caritas accede, peraltro tra le pochissime privilegiate che hanno anche ricevuto i contributi, al contrario di altre Istituzioni benefiche che ancora li stanno aspettando)?
Otto per mille: solo il 20% va ai poveri Nel 2008 la Chiesa Cattolica ha incassato con l’8x1000 oltre un miliardo di euro (per l’esattezza 1.002.513.715,31 euro). Ma, mentre le campagne pubblicitarie insistono a spiegare che l’8x1000 destinato alla Chiesa viene usato per la carità, per i poveri e per il Terzo mondo, in realtà solo un quinto del totale – per il 2008 si tratta di 205 milioni di euro – è impiegato per “interventi caritativi”, cioè assegnati alle diocesi per le iniziative di carità (90 milioni), destinati ad interventi nei Paesi del Terzo mondo (85 milioni) e ad esigenze caritative di rilievo nazionale (30 milioni). Quasi la metà dei soldi raccolti dalla Chiesa Cattolica viene invece destinata alle esigenze di culto: 424 milioni di euro (160 milioni alle diocesi “per culto e pastorale”, 185 per l’edilizia, 32 al Fondo per la catechesi e l’educazione cristiana, 38 per iniziative religiose di rilievo nazionale e 9 ai Tribunali ecclesiastici regionali). E oltre un terzo dell’intero incasso, 373 milioni di euro, viene invece destinato all’Istituto centrale per il sostentamento del clero, che assicura uno stipendio mensile ai 39mila sacerdoti in servizio nelle diocesi italiane e ai 600 preti diocesani impegnati nelle missioni all’estero: poco più di 850 euro al mese ad “inizio carriera”, che arrivano a 1.300 euro mensili per un vescovo alle soglie della pensione (ma va aggiunto anche che ogni sacerdote può attingere ai cosiddetti “diritti di stola”: battesimi, matrimoni, funerali, ecc.) – cfr. Matteo 10:8. E non è irrealistico pensare che anche i 600milioni di dollari USA (pari a circa 426milioni di euro) elargiti all’arcidiocesi di Boston per risarcire i danni ai minori causati da preti e vescovi pedofili provengano, in parte, dall’8x1000. May 17 LA RISURREZIONE: UNA SPERANZA SICURA? - V parteChe speranza c'è per loro?
RISUSCITATI: DOVE E QUANDO?
Nel suo più famoso Sermone, quello comunemente denominato ‘della Montagna’, pronunciato verso la metà del suo ministero terreno di tre anni e mezzo, poco dopo aver scelto i suoi 12 apostoli, nell’anno 31 d.C., Gesù iniziò a parlare dicendo:
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”
“Beati i miti, perché erediteranno la terra”
(Matteo 5:3-5)
Questa dicotomia della speranza cristiana, lo confesso, di primo acchito, mi ha lasciato un po’ perplesso!
Mi son chiesto, infatti, se quella riportata dallo scrittore evangelico fosse una palese e preoccupante contraddizione che potesse in qualche modo minare la mia fiducia nell’esattezza del messaggio biblico.
Poi ho riflettuto sulla possibilità che tale perplessità derivasse dal mio retaggio cattolico della speranza cristiana e che questo, ancora una volta, fosse in contrasto con la verità esposta nella Parola di Dio.
Insegna, infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica:
“Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo … e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c'era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate …, anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale - e questo dopo l'Ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo - sono state, sono e saranno in cielo, associate al Regno dei cieli e al Paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l'essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura ... Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva”.
(Catechismo della Chiesa Cattolica - Sezione Seconda La Professione della Fede Cristiana - Capitolo Terzo - Articolo 12 - II - Il Cielo)
Gli insegnamenti delle Chiese cosiddette “Protestanti”, d’altra parte, non si discostano dall’insegnamento cattolico poiché leggo in diversi blog scritti da evangelici frasi come queste:
“Questa è la nostra speranza, la nostra certezza un giorno saremo anche noi celesti, per la grazia che abbiamo ricevuto da Gesù”.
“Gesù sta preparando la Sua Sposa, quando sarà pronta, tornerà con grande potenza per portarci nella Patria celeste, e così saremo sempre col Signore”.
“La Croce ci aprirà le porte del cielo abbracciandola potremo gustare quella dolce presenza amorevole del Padre nostro che è nei cieli!”
Mi sembra, dunque, evidente che la speranza coltivata dalla maggioranza di coloro che si dichiarano ‘cristiani’ e quella di andare un giorno in cielo e li vivere per sempre alla presenza di Dio e di Cristo.
Perciò, torno a chiedermi: perché Gesù disse che le persone miti avrebbero “ereditato la terra”?
Vero è che coloro che lo stavano ascoltando, i suoi connazionali ebrei, avevano solo il concetto della vita sulla terra. Dice, infatti, una nota opera di consultazione: “Gli ebrei inizialmente pensavano che la salvezza si sarebbe avuta sulla terra … a prescindere dallo splendore della speranza messianica e dalla durata del regno futuro - che secondo alcuni sarebbe stato addirittura eterno - fondamentale era il carattere terreno e nazionale attribuito a tale èra religiosa. Poi prese piede un nuovo concetto: la ‘scoperta’ di una felice esistenza dopo la morte” (Pirot L. - Robert A. ed., Supplément au Dictionnaire de la Bible, I-XII, Paris 1928-2002).
Quegli ascoltatori, appartenenti ad una nazione biblicamente edotta, conoscevano bene il racconto della creazione e non pensavano, come molti oggi fanno, anche tra i cosiddetti ‘cristiani’, che fosse semplicemente un mito del passato. Lo stesso Gesù, quando i suoi principali nemici, gli ipocriti capi religiosi, cercavano un pretesto per accusarlo, per difendersi fece riferimento a quel racconto attestandolo come reale (cfr. Matteo 19:3-9). Perciò egli parlava ad ascoltatori che conoscevano l’originale proposito di Dio di far vivere per sempre le sue creature sulla terra e sapevano che questa prospettiva non si era realizzata a causa del peccato di Adamo che provocò non solo la sua fine ma anche la condanna a morte per tutta la sua discendenza ( cfr. Genesi 3:17-19; 5:5; Salmo 51:5,Di e VR - 50:7,CEI; Romani 5:12).
Quell’uditorio, quindi, aveva solo aspettative terrene. A nessun giudeo passava in mente di dover andare in cielo e questo fu ulteriormente reso chiaro da ciò che i suoi discepoli chiesero a Gesù dopo la sua risurrezione e cioè “Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?” (Atti 1:6). Perciò la speranza di ogni israelita era quella di essere riportato in vita, mediante la risurrezione, per vivere per sempre sulla terra resa di nuovo un paradiso di delizie, come lo era stato all’inizio l’Eden (cfr. Giobbe 14:13-15; Isaia 35:1-7; 45:18).
Il discorso di Gesù, dunque, in parte rispecchiò queste aspettative allorché affermò “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Ma egli aggiunse qualcosa di innovativo rispetto alle loro attese affermando anche “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”.
Probabilmente i più attenti di quegli ascoltatori allora si interrogarono sulle proprie prospettive di vita futura chiedendosi dove, se giudicati fedeli, avrebbero ricevuto il premio della vita eterna: sulla terra, come avevano sempre creduto, o in cielo?
Poiché, come è scritto, in Dio “non c'è variazione né ombra di cambiamento” (Giacomo 1:17) nelle parole di Gesù doveva esserci più logica del dogmatismo dell’ebraismo apostata e del falso cristianesimo.
Cosa egli intendesse, presentando una duplice speranza per i suoi discepoli, lo rese noto circa due anni dopo, la sera del 14 nisan del 33 d.C, mentre era a tavola con i suoi apostoli. Dopo aver commemorato con loro la Pasqua ebraica, che ricordava la miracolosa liberazione dalla schiavitù egiziana, e dopo aver allontanato il traditore Giuda, disse a quei rimanenti 11 fedeli compagni: “Or voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù d'Israele” (Matteo 26:17,20,21; Giovanni 13:27-30; Luca 22:28-30,VR).
Dunque, Gesù disse ai suoi fedeli apostoli che avrebbero partecipato con lui al Regno, cioè al governo che Dio aveva ideato, a seguito del peccato adamico, al fine di ripristinare il suo proposito per la terra e per la razza umana (cfr. Isaia 45:18; Salmo 37:29). Quel Regno che, secondo la profezia, dovrà spazzare via dalla terra tutti i sistemi di governo stabiliti dall’uomo e prendere il loro posto (cfr. Daniele 2:44).
Poiché la sede di questo governo è in cielo si rendeva necessario che quegli uomini avessero accesso al cielo (cfr. Matteo 4:17; Filippesi 3:20).
Tre giorni dopo la sua morte come uomo terreno, Gesù venne risuscitato non più con un corpo carnale ma con un corpo spirituale. Perché? Egli doveva tornare dove risiedeva prima di nascere sulla terra, cioè nel reame celeste (cfr. Giovanni 6:38,62; 8:23; 17:4,5; 1Corinzi 15:42-45). Lì rimase in attesa che arrivasse il tempo stabilito da Dio per ricevere pieni poteri come Re e iniziare a governare (cfr. Atti 2:32-36; Ebrei 10:12,13).
In maniera simile anche quegli uomini che dovevano partecipare con lui al governo celeste dovevano morire nella carne ed essere quindi risuscitati come persone spirituali per poter accedere al reame celeste (cfr. Romani 6:5). Il loro corpo carnale sarebbe stato un impedimento ad assumere questo incarico (cfr. 1Corinzi 15:50).
La risurrezione di coloro che parteciperanno con Cristo al Regno viene definita nelle Sacre Scritture la “prima risurrezione” (cfr. Apocalisse 20:6). Essa è prima sia per l’importanza del ruolo che devono assumere i risuscitati, quello di co-regnanti insieme a Cristo, sia in ordine di tempo poiché deve avvenire immediatamente dopo che Cristo riceve il potere del Regno, come spiegò l’apostolo Paolo scrivendo ai conservi cristiani della chiesa di Tessalonica: “noi viventi, che saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo coloro che si sono addormentati, perché il Signore stesso con un potente comando, con voce di arcangelo con la tromba di Dio discenderà dal cielo, e quelli che sono morti in Cristo risusciteranno per primi; poi noi viventi, che saremo rimasti saremo rapiti assieme a loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell'aria; così saremo sempre col Signore” (1Tessalonicesi 4:15-17; cfr. anche Filippesi 3:10,11). Dunque la risurrezione di coloro che affiancheranno Gesù nel governo celeste inizia al tempo della seconda “venuta” (greco parousìa) di Cristo, tempo in cui tutti quelli che erano morti in precedenza, e che erano in attesa nelle tombe, vengono riportati in vita, mentre quelli viventi in quel tempo vengono immediatamente risuscitati al tempo stesso della loro morte terrena, in qualsiasi momento questa avviene (cfr. anche Apocalisse 11:17,18).
Ma, l’espressione “prima risurrezione” sottintende che ce ne sia anche una seconda!
Ed è anche ovvio pensare che non tutti gli esseri umani regneranno insieme a Cristo, poiché, se tutti fossero re, su chi regnerebbero?
Non a caso più volte nella Parola di Dio viene usata l’espressione “nuovi cieli e nuova terra” (cfr. Isaia 65:17; 66:22; 2Pietro 3:13; cfr anche Apocalisse 20:11; 21:1).
Cosa sono questi “nuovi cieli”? A comprenderlo ci aiuta l’apostolo Paolo il quale, parlando di Cristo Gesù ai conservi cristiani di retaggio ebraico, disse “Tale era infatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli”. In un’altra sua lettera egli poi specificò: “Questa potente efficacia della sua forza egli l'ha mostrata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nel cielo, al di sopra di ogni principato, autorità, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro” (Efesini 1:20,21). Dunque i governi o i governanti della terra nelle loro funzioni, che li pongono al di sopra degli altri cittadini, vengono simbolicamente paragonati a “cieli”. Pertanto nella Parola di Dio con l’espressione profetica di “nuovi cieli” si vuole indicare il nuovo governo o i nuovi governanti per la terra, che sono costituiti da Dio, cioè il governo formato da Cristo e dai suoi co-regnanti scelti tra il genere umano. Essi, come è detto nella citata profezia di Daniele, prenderanno il posto dei vecchi cieli, cioè degli attuali governi umani che operano sotto l’influenza satanica (cfr. Daniele 2:44). Dio, il Sovrano dell’Universo ha preordinato che un determinato numero di persone, uomini e donne, partecipino con Gesù Cristo al governo mondiale. Questa disposizione è un ulteriore dimostrazione della sapienza e dell’amore di Dio per le sue creature umane. Coloro che affiancheranno Cristo sono stati a loro volta uomini e donne imperfetti mentre erano sulla terra, quindi conoscono tutte le debolezze umane. Se Dio avesse affiancato degli angeli a Gesù, essi non avrebbero avuto la stessa esperienza nell’aiutare gli uomini a superare i loro difetti. Di queste persone è detto che “sono stati comprati dalla terra” e “comprati di fra il genere umano”, perciò il loro futuro non è più sulla terra e fra il genere umano. Come “primizie a Dio e all’Agnello”, devono esser presentati a questi in cielo (cfr. Rivelazione 14:3,4). Quindi dalla morte, fino alla quale si son mostrati fedeli, sono risuscitati alla vita spirituale in cielo. La loro è la risurrezione spirituale che è descritta in 1Corinzi 15:42-55. Per aver sofferto insieme a Cristo ed essersi mostrati fedeli a Dio fino alla morte, poiché e detto che “sono stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e che non avevano adorato la bestia né la sua immagine e non avevano preso il suo marchio sulla loro fronte e sulla loro mano [cioè non si sono immischiati nelle faccende politiche di questa terra], essi vengono ricompensati nella maniera descritta nella visione di Apocalisse 20:4-6: “tornarono in vita e regnarono con Cristo per mille anni … Questa è la prima risurrezione. Beato e santo è colui che ha parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potestà la seconda morte, ma essi saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui mille anni”. Nella visione, infatti, sono visti sul celeste monte Sion mentre suonano arpe e cantano un cantico che nessun’altri poteva imparare. Questo significa che hanno una straordinaria comprensione del Regno e dei propositi divini che nessun’altri può avere.
E la “nuova terra” da chi è composta? Mi sembra evidente che questa espressione si riferisce simbolicamente a una nuova società di persone viventi sulla terra (cfr. Salmo 96:1,CEI). Composta da chi? Ciò che Gesù disse in una circostanza ci aiuta a comprenderlo. Parlando di Giovanni Battista egli disse: “tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui” (Matteo 11:11). Cosa intese dire Gesù? Semplicemente che la speranza di Giovanni il Battista non era celeste: egli non avrebbe fatto parte del gruppo di uomini scelti per affiancare Gesù nel Regno. In maniera simile del re Davide, che pure fu incluso dall’apostolo Paolo nell’elenco dei testimoni che si erano distinti per la loro fede, è detto che egli “non è salito in cielo” (cfr. Atti 2:34). E per analogia così deve intendersi per tutti quegli antichi uomini fedeli, quali ad esempio Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Samuele, i quali, come ha scritto l’apostolo, “non ottennero la promessa, perché Dio aveva provveduto per noi qualcosa di meglio, affinché essi non giungessero alla perfezione senza di noi” (cfr: Ebrei 11:2-40).
Tutti quegli uomini non hanno avuto accesso ai cieli e non partecipano con Gesù al governo celeste. Perché? Primo perché il patto per il Regno tra Gesù e i suoi fedeli seguaci fu istituito dopo la loro morte, perciò essi non vi hanno potuto partecipare. Poi perché, in base a quel patto, per accedere al reame spirituale, o celeste, le persone, mentre sono ancora in vita, devono subire un mutamento di natura: rinunciano alla natura umana per ottenere la natura “divina” e, come nel caso di Cristo Gesù al momento del battesimo, vengono “rigenerati” a “una vita nuova”, come figli spirituali di Dio. Devono, inoltre, subire una morte come quella di Cristo - mantenendo l’integrità e rinunciando per sempre alla vita umana - e quindi ricevere mediante la risurrezione un corpo immortale, incorruttibile, come quello di Cristo (cfr. Giovanni 3:3-8; Romani 6:3-5; 1Pietro 1:3-4). Questa “rigenerazione” non è potuta avvenire nel caso di tutte le persone fedeli morte prima di Cristo perché Gesù doveva essere “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose” (Colossesi 1:8). Gesù dunque aprì la via al regno celeste per coloro che sono nati come uomini, prima di lui nessuno poteva avere questo privilegio. Tutte quelle persone fedeli morte prima di lui hanno dunque la speranza di essere risuscitati per vivere per sempre sulla terra. Saranno sudditi terreni del Regno di Dio.
Inoltre, anche tra coloro che sono nati dopo Cristo e sono quindi divenuti suoi discepoli, non tutti hanno la speranza celeste o di partecipare con lui al Regno. Perché? Perché Dio ha limitato il numero di coloro che hanno questa speranza (cfr. Apocalisse 7:4; 14:1-4,Di). Gesù stesso indicò questo definendo quel gruppo “piccolo gregge” (cfr. Luca 12:32). Poi parlò di tutti gli altri che non avevano la speranza celeste definendoli genericamente “altre pecore” (cfr. Giovanni 10:16), cioè un numero non definito di suoi discepoli che sarebbero stati risuscitati per vivere per sempre sulla terra quali sudditi del Regno. A riprova di ciò, nella visione apocalittica di quello che sarebbe accaduto al ritorno di Cristo viene ripetuta la distinzione di due classi di persone: una, numericamente ben delimitata, viene vista con Cristo sul simbolico, celeste monte Sion (sul monte Sion sorgeva l’antica Gerusalemme, capitale del tipico Regno di Dio, perciò simboleggia appropriatamente la sede celeste del governo divino); l’altra, una “grande folla” di persone non numerata si trova “davanti al trono e all’Agnello” dichiarando di ottenere la salvezza da Dio e dall’Agnello, Cristo Gesù. Questa immensa moltitudine è composta da persone che vivranno sulla terra quali sudditi del Regno di Dio.
La grande maggioranza di coloro che saranno risuscitati, tra cui molti uomini fedeli dell’antichità, quali ad esempio Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, il re Davide, Giovanni Battista, vivranno per sempre sulla terra che sarà resa di nuovo un paradiso dal governo di Cristo e dei suoi co-regnanti. Per chi sarà in vita quel giorno sarà una grande gioia accogliere i morti del genere umano i cui nomi sono stati scritti da Dio nel suo “libro di memorie” (cfr. Malachia 3:16). Tutti questi saranno i sudditi terreni del Regno di Dio. Per riassumere, quindi, la risurrezione, secondo le Sacre Scritture, è stata disposta da Dio per due ben distinti gruppi di persone:
Uno, composto da un numero limitato di discepoli di Cristo, che lo dovrà affiancare nel governo celeste. Questi perciò saranno risuscitati con un corpo spirituale per vivere nel reame celeste. La scelta di queste persone viene fatta direttamente da Dio e da nessun’altri, ed Egli ne rende testimonianza, mediante il suo Spirito Santo, ai diretti interessati (cfr. Romani 8:14-17).
L’altro, in numero illimitato perché la promessa è per tutto il genere umano che vorrà farla propria, è composto da persone che saranno risuscitate per vivere per sempre sulla terra.
Questo è anche il senso delle parole della preghiera del “Padrenostro”, allorché dice “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”! (Matteo 6:10).
La risurrezione del primo gruppo dovrà avvenire “per prima”, al tempo della seconda “venuta” di Cristo (cfr. 1Tessalonicesi 4:15-17).
La risurrezione del resto del genere umano avverrà in seguito, dopo che Cristo e i suoi co-regnanti avranno ricevuto pieni poteri per governare la terra trasformandola in un Paradiso (cfr. Apocalisse 20:11-15).
Allora si adempirà anche la promessa che Gesù fece al ladrone che fu messo a morte insieme a lui: “Io ti dico oggi tu sarai con me nel Paradiso”. Quel malfattore avrà quindi l’opportunità, una volta risuscitato e se dimostrerà di aver cambiato attitudine mentale, di vivere per sempre su una terra paradisiaca.
Mi sembra, a questo punto, fondamentale per ciascuno di noi accertarsi a quale dei due gruppi summenzionati appartiene e qual’è la propria vera speranza, per non inseguirne invano una che non ci compete! Soprattutto perché l’apostolo Paolo avvertì che chi persegue e proclama una speranza che non è la sua “sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore” e riceverà “un giudizio contro se stesso” (cfr. 1Corinzi 11:27-29,Di).
May 10 LA RISURREZIONE: UNA SPERANZA SICURA? - IV parteUN LIBRO DI MEMORIE PER COLORO CHE TEMONO E ONORANO DIO
Questa Signora è mia madre L’uomo al suo fianco è mio padre, in una foto degli anni ’50, poco dopo il loro matrimonio. Mi piace ricordarla così com’era, una bella ragazza mora con gli occhi azzurri, piena di vita e di speranze. Mi piace anche vederla insieme a mio padre perché sono stati inseparabili durante tutti i 54 anni del loro matrimonio. Poi è sopraggiunta la morte, prima di mia madre, qualche anno dopo di mio padre, ed ha interrotto quel forte sodalizio, basato sull’amore e sul rispetto reciproco. Fin qui nulla di speciale. Una storia così, sui propri genitori, credo che la possa raccontare la stragrande maggioranza dei figli, come in effetti vedo fare in questi giorni che si celebra la “festa della mamma” sulle pagine di tanti blog. Ma c’era qualcosa che ha unito in maniera indissolubile mia madre e mio padre, qualcosa che nemmeno la morte ha potuto spezzare: la loro completa fiducia nel Creatore e nelle sue promesse così che hanno sperimentato nella loro vita la veracità delle parole che il saggio Salomone scrisse sotto ispirazione divina: “una corda a tre capi non si rompe tanto presto” (Ecclesiaste 4:12). Non scrivo dunque questo post per celebrare mia madre. La sua memoria, le esperienze di vita vissute insieme, i suoi gesti, la sua voce, il suo affetto, tutte queste cose le conservo gelosamente nel mio cuore, sono l’eredità che lei mi ha lasciato, fanno parte della mia intimità e non sono esternabili. Ma colgo l’occasione, dietro la spinta del suo ricordo, per parlare di una verità fondamentale riguardo al proposito divino. Molti di noi alzano gli occhi al cielo immaginando di rivedere la propria mamma. Mi ha colpito, infatti, ciò che ha scritto un’amica virtuale nell’esprimere un pensiero per la sua mamma: “I miei baci ti raggiungano, tra le nuvole … da dove immagino ti affacci … per guardarmi e regalarmi un sorriso …”. Parole davvero commoventi. E’ difficile credere ed accettare il fatto che i nostri cari non ci siano più. Noi siamo stati creati con il senso della vita eterna, come ha scritto ancora quel saggio re sopra citato riguardo alla creazione dell’uomo: “Egli ha fatto ogni cosa bella nel suo tempo; ha persino messo l'eternità nei loro cuori, senza che alcun uomo possa scoprire l'opera che Dio ha fatto dal principio alla fine” (Ecclesiaste 3:11). Siamo stati creati per vivere per sempre perciò la morte è un evento innaturale che, istintivamente, non accetteremo mai come fine della vita. E di questo ha approfittato il principale nemico della vita, Satana il Diavolo, colui che ha causato l’avvento della morte. Giocando sulla generale disinformazione riguardo al proposito di Dio e servendosi della complicità di persone ipocrite e menzognere, egli ha ideato la vita dopo la morte in un ipotetico aldilà: in cielo, travisando il concetto divino del Paradiso, o all’Inferno, un luogo di eterno tormento totalmente inventato (sorvolo sui concetti di purgatorio e di limbo perché sono semplicemente grotteschi). E quegli uomini, colpevolmente conniventi, degni figli del Diavolo (cfr. Giovanni 8:44), facendo leva sul sentimentalismo, hanno costruito tutto un sistema di potere e di interessi economici, che va dalla coercizione delle coscienze con la paura del tormento eterno, alla vendita delle indulgenze e delle messe pro-defunti, dalla venerazione dei morti al mercimonio di oggettistica connessa con il loro culto. Questo ha allontanato le persone dalla verità riguardo alla condizione dei morti e dal vero proposito di Dio di riportare in vita i morti per farli vivere per sempre sulla terra (cfr. Giovanni 5:25-29; Salmo 37:29,Di,VR - 36:29,CEI). Conseguentemente le ha allontanate dall’intera verità biblica rendendole schiave di un sistema religioso falso e dogmatico dal punto di vista dottrinale quanto appariscente ed esteriore, basato più sull’osservanza di aspetti meramente cerimoniali ed emotivi che delle norme e dei principi cristiani (cfr. Matteo 15:8,9). Perciò non guardo al cielo nella falsa speranza di vedere mia madre. Così come non vado a deporre fiori e lumini sulla sua tomba. Tutto ciò che potevo fare per lei ho cercato di farlo mentre era in vita, incluso portarle fiori e altri doni come il cuore mi comandava e non perché legato ad eventi particolari. Qualsiasi cosa io facessi adesso non avrebbe alcun significato, se non sotto un aspetto puramente sentimentalista, poiché, come è scritto: “i morti non sanno nulla, e per essi non c'è più salario; poiché la loro memoria è dimenticata. Il loro amore come il loro odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti, ed essi non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole … poiché nel soggiorno dei morti … non c'è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza” (Ecclesiaste 9:5-10,VR). Sono, quindi, pienamente cosciente che la mia cara mamma si è addormentata nel sonno della morte e non può vedere ciò che accade a noi che siamo ancora in vita. Ella non può fare nulla per me, come io non posso fare più nulla per lei. Mentre era in vita, lei era del tutto consapevole che questa è la verità sulla condizione dei morti insegnata nella Parola di Dio e che la vita nell’aldilà è solo un inganno satanico. La sua speranza, come la mia, era che il suo nome venisse scritto “nel libro di memorie di Dio” e che il suo Creatore si ricordasse di lei al tempo stabilito per la risurrezione e la riportasse in vita per vivere per sempre sulla terra trasformata di nuovo in un Paradiso (cfr. Malachia 3:16; Isaia 35:1,5-7,10; Apocalisse 20:13; 21:3,4). May 04 LA RISURREZIONE: UNA SPERANZA SICURA? - III parteChe speranza c’è per loro?
RIPORTATI IN VITA: PERCHÉ E DOVE?
IησοΥ μνΗσθητΙ μου Οταν ΕλθΗς εΙς τΗν βασιλεΙαν σου καΙ εΙπεν αΥτΩ ΑμΗν σοι λΕγω σΗμερον μετ ΕμοΥ ΕσΗ Εν τΩ παραδεΙσΩ
Signore ricordati di me quando verrai nel tuo regno allora Gesù gli disse in verità ti dico oggi tu sarai con me in paradiso
Luca 23:42,43, testo greco di Westcott-Hort; testo italiano di G. Diodati
Questa breve conversazione si svolse tra Gesù e uno dei due malfattori che furono condannati a morte insieme a lui, poco prima che entrambi esalassero l’ultimo respiro.
Lo storico Luca, che mise per iscritto le loro parole, non fu un testimone diretto di quell’avvenimento, ma raccolse le informazioni da testimoni oculari e le riportò “dopo aver indagato ogni cosa accuratamente fin dall'inizio” (Luca 1:1-3).
L’evangelista scrisse il suo racconto in lingua greca, la koinè, una mescolanza di diversi dialetti greci considerata, in quel tempo, la lingua internazionale (questo fu il motivo per cui l’accusa affissa sopra la testa di Gesù Cristo, «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei», venne scritta non solo in latino e in ebraico, ma anche nella lingua greca koinè - cfr. Giovanni 19:19,20).
Come è noto la koinè “consiste esclusivamente di lettere maiuscole poste l’una accanto all’altra senza alcun segno di punteggiatura per separare parole e frasi. La letteratura greca usò questo tipo di scrittura fino al IX secolo d.C.” (The Riverside New Testament di Oscar Paret).
Questo è il motivo per cui ho riportato sopra il testo evangelico senza alcuna punteggiatura, sia in greco che in italiano, perché così appare nei più antichi manoscritti.
Solo dopo il IX secolo d.C. la punteggiatura divenne d’uso generale e i vari traduttori iniziarono a porre il segno d’interpunzione nei versetti biblici.
Perciò la risposta di Gesù al ladrone iniziò ad esser resa dai diversi traduttori in questi modi:
“In verità ti dico: oggi tu sarai con me in paradiso” (La Sacra Bibbia a cura di Giovanni Diodati)
“In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso” (La Sacra Bibbia a cura di Salvatore Garofalo)
"Veramente ti dico oggi tu sarai con me in Paradiso" (The Riverside New Testament di William G. Ballantine)
“Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso” (Versione Riveduta di G. Luzzi)
“Veramente ti dico in questo giorno: Sarai con me in Paradiso” (The Emphasised Bible di Joseph B. Rotherham).
“Veramente ti dico oggi: Tu sarai con me in Paradiso” (The New Testament di George M. Lamsa)
Come si può notare, qualche traduttore ha mantenuto la forma originale non inserendo alcuna punteggiatura, altri hanno posto il segno di interpunzione o la congiunzione ‘che’ nell’intento di dare un più preciso significato alle parole di Gesù e, a seconda di dove hanno messo la punteggiatura o la congiunzione, cambia radicalmente il senso delle parole pronunciate da Gesù:
Nel primo caso, con il segno d’interpunzione o la congiunzione prima della parola oggi da l’idea che egli stesse promettendo al ladrone che quel giorno stesso sarebbe stato in paradiso.
Nell’altro caso, con il segno d’interpunzione o la congiunzione dopo la parola oggi, la promessa relativa al paradiso riguarda un tempo futuro rispetto a quello in cui venne fatta.
Quale delle due, dunque, è la corretta interpretazione delle parole di Gesù?
E’ chiaro che solo il contesto del racconto biblico può aiutarci a comprenderlo!
In precedenza, infatti, Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Il Figlio dell'uomo … deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno” (Luca 9:22).
Successivamente i due angeli presso la tomba dissero alle donne che erano andate lì: “Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno” (Luca 24:6,7).
Gesù, dunque, non fu risuscitato lo stesso giorno che morì, ma il terzo giorno dalla sua morte. Pertanto, non sarebbe potuto “venire nel suo regno” il giorno della propria morte né, tantomeno, avrebbe potuto ricevervi quello stesso giorno il malfattore.
Dove fu egli in quei tre giorni, prima della sua risurrezione?
Lo disse l’apostolo Pietro nel suo discorso il giorno di Pentecoste. Parlando della risurrezione di Gesù, per mostrare come questa era stata profetizzata, citò il Salmo 16:10 (Di e VR - 15:10, CEI) che diceva: “tu non lascerai l'anima mia nello Sceol e non permetterai che il tuo Santo veda la corruzione” (cfr. Atti 2:22-28). Dunque, in quei tre giorni prima della sua risurrezione Gesù fu nello Sceol. E nello stesso luogo andò il ladrone quando, a sua volta, morì.
Riguardo a questo luogo, il cui nome è del tutto simbolico, in Ecclesiaste 9:5,10 è scritto: “i viventi infatti sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla … Tutto ciò che la tua mano trova da fare, fallo con tutta la tua forza, perché nello Sceol dove vai, non c'è più ne lavoro né pensiero né conoscenza né sapienza”. Gesù fu dunque nella stretta della morte, nello Sceol (o Ades, greco), cioè nella tomba e in una condizione di totale incoscienza. Restò in quello stato per tre giorni, poi Dio, il suo Padre celeste, lo risuscitò.
Dopo la sua risurrezione apparve di nuovo ai suoi discepoli i quali gli chiesero: “Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?” ed egli rispose loro: “Non sta a voi di sapere i tempi e i momenti adatti, che il Padre ha stabilito di sua propria autorità. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, in Samaria e fino all'estremità della terra” (Atti 1:6-8).
Quindi, 40 giorni dopo la sua risurrezione, egli tornò dove risiedeva prima di nascere sulla terra come uomo, cioè nei cieli, o nel reame spirituale, e lì non iniziò subito a regnare ma rimase in attesa che Dio gli consegnasse, al tempo stabilito, pieni poteri come Re del suo Regno (cfr. Atti 2:32,33; Ebrei 10:12,13).
E’ dunque evidente, da questo contesto, che la promessa di Gesù a quel malfattore non si realizzò il giorno stesso in cui entrambi morirono ma riguardava un tempo futuro, quando Gesù avrebbe preso pieni poteri come Re del Regno di Dio e quindi avrebbe potuto “ricordarsi” di lui!
Perciò porre il segno d’interpunzione prima della parola ‘oggi’ in Luca 23:43, come fanno alcune traduzioni (vedi, ad esempio, quella della CEI, o quella di G. Diodati o di S. Garofalo, oppure aggiungendo prima della parola ‘oggi’ la congiunzione ‘che’, come vien fatto nella Versione Riveduta, non rende esattamente il pensiero di Gesù e da un’idea errata riguardo al proposito di Dio.
“Signore ricordati di me quando verrai nel tuo regno allora Gesù gli disse in verità ti dico oggi tu sarai con me in Paradiso” - Luca 23:42,43.
Il Paradiso promesso da Gesù non era una dimora temporanea per le ‘anime dipartite dei giusti’, in una parte dello Sceol o dell’Ades, come sosteneva la tradizione giudaica. Gesù aveva energicamente condannato i farisei e gli scribi giudei perché insegnavano tradizioni in contrasto con la Parola di Dio (cfr. Matteo 15:6-9). In nessun punto la Parola di Dio dice che lo Sceol o Ades, o alcuna parte d’esso, sia un paradiso in cui si possa provare piacere. Al contrario, Ecclesiaste 9:5,10 dice che quelli che si trovano nello Sceol “non sanno nulla” perché lì “non c'è più ne lavoro né pensiero né conoscenza né sapienza”.
Neanche si può sostenere che il Paradiso promesso al ladrone fosse in cielo. Poco prima di essere arrestato e condannato a morte, durante la cena pasquale, Gesù aveva fatto un patto per un regno celeste con “quelli che avevano perseverato con lui nelle sue prove” (Luca 22:28-30). Quel malfattore non aveva una tale reputazione di fedeltà. Doveva ancora dimostrare con le opere, cioè col cambiamento di condotta, la sua fede in Cristo.
Le Sacre Scritture non avevano mai dato motivo agli ebrei fedeli di aspettarsi una ricompensa celeste. Esse additavano la restaurazione del Paradiso qui sulla terra. Il profeta Daniele aveva predetto che, quando al Messia sarebbero stati dati “dominio, gloria e regno”, “le genti di ogni popolo, nazione e lingua” lo avrebbero servito (Daniele 7:13,14). Quei sudditi del Regno sarebbero stati qui sulla terra (cfr. Salmo 72:8, Di,VR - 71:8, CEI). Con ciò che disse a Gesù, il ladrone stava evidentemente esprimendo la speranza che egli si ricordasse di lui quando sarebbe venuto quel tempo e lo riportasse in vita, non in cielo e neanche in qualsiasi aldilà, ma qui, sulla terra.
Ma perché Gesù promise il Paradiso a una persona che per tutta la sua vita si era comportato come un malfattore, violando sistematicamente la legge di Dio e degli uomini?
Una giovane donna, commentando questo punto mi ha scritto qualche giorno fa: “il Ladrone fu salvato per il suo puro pentimento”.
Queste parole esprimono un pensiero molto comune tra coloro che asseriscono di essere cristiani, cioè che si può vivere anche non tenendo conto di Dio e violando la sua legge, o addirittura non credendo proprio alla sua esistenza, ma se ci si pente anche all’ultimo minuto, poco prima di morire, come molte querelle sorte nel caso di uomini famosi dichiaratamente atei attestano (vedi quella sugli ultimi istanti di vita dell’ideologo comunista Antonio Gramsci), allora si riceve da Dio il perdono e la salvezza della propria anima.
Ma è veramente così? Basta pentirsi anche all’ultimo istante di vita per essere salvati?
Non sembra che questo fosse il pensiero e la testimonianza degli apostoli, i quali furono istruiti direttamente da Gesù riguardo al punto di vista di Dio al riguardo.
Ai loro ascoltatori che, in una circostanza, dopo aver ascoltato la loro testimonianza riguardo a Gesù, chiedevano cosa fare, gli apostoli Pietro e Giovanni, ricordando la parole del loro maestro: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Matteo 7:21), dissero: “Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati” (Atti 3:19).
Dunque il sincero pentimento, che fa guadagnare la misericordia da parte di Dio, deve essere seguito da un cambiamento di condotta. Una persona, cioè, non può solo dire di essersi pentito, ma deve dimostrare con le proprie azioni che vive secondo la volontà di Dio.
Successivamente l’apostolo Paolo ribadì questo concetto allorché spiegò al re Agrippa che la sua opera missionaria consisteva nell’aiutare le persone a comprendere la necessità “di ravvedersi e di convertirsi a Dio, facendo opere degne di ravvedimento” (Atti 26:20).
Anche Giacomo, fratello carnale e discepolo di Gesù, definito insieme a Pietro e Giovanni “colonna” della primitiva chiesa cristiana, nella sua lettera diede enfasi a questo concetto scrivendo: “A che giova, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? … Così è pure della fede; se non ha le opere, per se stessa è morta” (Giacomo 2:14-17; Galati 2:9).
Questi passi biblici escludono, dunque, che Gesù, con le sue parole, garantisse al ladrone la salvezza e la vita eterna nel Paradiso. Benché, infatti, egli riconoscesse l’erroneità della sua attività criminosa in contrasto con l’innocenza di Gesù, in punto di morte non era ovviamente in condizione di convertirsi e compiere “opere degne di ravvedimento”. Ciò che Gesù, in effetti, gli promise, è che sarebbe stato risuscitato durante il suo Regno per poter avere l’opportunità di dimostrare che il suo pentimento non era solo a parole e che veramente era disposto a cambiare vita, dimostrando con le opere la genuinità della sua fede in Cristo.
Tutto questo spiega anche il significato di ciò che disse l’apostolo Paolo riguardo alla risurrezione, cioè “che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti” (Atti 24:15).
I “giusti” sono certamente coloro che nel corso della loro vita terrena hanno ricevuto conoscenza del proposito di Dio e hanno vissuto la loro vita in armonia con la sua volontà. Prendiamo ad esempio Abramo. Egli ebbe fede nella promessa di Dio di fare della sua discendenza una grande nazione e di benedire mediante il suo seme tutto il genere umano. E dimostrò con le opere la sua fede. Quando Dio gli disse di lasciare la sua vita agiata a Ur e di recarsi in una terra straniera dove doveva dimorare in tende egli non esitò ad ubbidire a quel comando. In seguito, per prefigurare profeticamente ciò che Egli stesso avrebbe fatto con Gesù, Dio comandò ad Abramo di sacrificargli il suo unico figlio Isacco. Anche in quella circostanza Abramo dimostrò la sua fede in Dio - e in particolare nel fatto che Dio avrebbe potuto risuscitare Isacco - agendo in armonia con la sua volontà. Nella Parola di Dio è scritto che “ciò gli fu messo in conto come giustizia”, egli, cioè, venne dichiarato “giusto”. Un altro esempio da considerare è quello di Raab, la prostituta di Gerico che ospitò gli esploratori inviati da Giosuè. Ella aveva sentito parlare della miracolosa liberazione del popolo ebreo dalla schiavitù egiziana e di ciò che Dio aveva fatto al Faraone e al suo esercito al Mar Rosso. Aveva compreso che il Dio degli ebrei era il vero Dio e non gli idoli fatti dagli uomini che si adoravano nella sua città, ed ebbe fede in quel Dio. Anch’ella dimostrò con le opere la sua fede non solo rischiando la vita per nascondere gli esploratori ebrei ma facendo esattamente quello che questi le avevano detto di fare allorché Gerico fu presa. In seguito ella cambiò vita, smise di prostituirsi e si associò a quel popolo che seguiva il vero Dio. Nella Parola di Dio è scritto che “fu anche lei giustificata per le opere” cioè è stata dichiara “giusta” (cfr Genesi 12:1-8,14-18; 22:1-12; Giosuè 2:1-21; 6:22-25; Giacomo 2:21-25).
E che dire del re Davide? Nella Parola di Dio sono narrate le sue opere prodigiose in favore del popolo sul quale Dio l’aveva nominato re. Ma sono anche riportati i suoi gravi errori per i quali fu severamente rimproverato e disciplinato da Dio. Egli, però, aveva un cuore puro e accettò sempre la disciplina correggendo i suoi errori. Non leggiamo mai che facesse due volte lo stesso sbaglio e mai che si ribellò né che incolpò qualcun altro, come avevano fatto Adamo, Eva o il suo predecessore, il re Saul (cfr. 2Samuele 12:1-14). Spiega l’apostolo Paolo, nella sua lettera ai cristiani di origine ebraica, che “ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (Ebrei 12:11). Così, per aver sempre accettato la correzione ricevuta da Dio, non ricadendo negli stessi errori, anche a Davide fu attribuita giustizia.
Come Abramo, Raab, Davide, migliaia e migliaia di altre persone mentre erano in vita hanno ricevuto conoscenza dei propositi divini, vi hanno creduto e hanno vissuto in armonia con la sua volontà (cfr. Ebrei 11:4-39). Tutti questi per la loro fede, attestata dalle opere che hanno compiuto, sono stati dichiarati “giusti”. Alla loro morte sono andati tutti nello Sceol, come vi andarono Gesù e il ladrone, e li sono rimasti, incoscienti in attesa della risurrezione. Nessuno di questi andò in cielo, come disse Gesù “nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo” (Giovanni 3:13) e come confermò l’apostolo Pietro citando proprio l’esempio di Davide: “Davide infatti non salì al cielo” (Atti 2:34). Essi tutti saranno riportati in vita, durante il Regno di Gesù, per tornare a vivere per sempre sulla terra trasformata in un Paradiso, come lo stesso Davide, sotto ispirazione divina, scrisse “I giusti erediteranno la terra e vi abiteranno per sempre” (Salmo 37:29, Di,VR - 36:29, CEI). Non solo gli uomini fedeli del passato sono tra questi, ma anche milioni di persone oggi viventi che hanno conosciuto la volontà di Dio leggendo la Sua Parola e la mettono in pratica. Quelli che, fra questi, morranno prima che Gesù restauri il Paradiso sulla terra saranno fra i “giusti” che risusciteranno per tornare a vivere per sempre sulla terra.
Chi sono invece gli “ingiusti”? Vien logico pensare che siano l’opposto dei giusti, cioè tutti coloro che nel corso della loro vita non hanno avuto l’opportunità di conoscere il proposito di Dio e per questo motivo non hanno fatto la sua volontà. Questi non saranno dimenticati da Dio.
Fra questi certamente, come disse Cristo Gesù, ci sarà quel ladrone che venne condannato a morte con lui perché è vero che quell’uomo fece del male, fu un ‘ingiusto’, ma non conosceva la volontà di Dio. Però, sarebbe stato un malfattore se avesse conosciuto i propositi di Dio? Per saperlo, Gesù lo risusciterà, come pure altri miliardi di persone che sono morti nell’ignoranza. Per esempio, nei secoli passati molti non sapevano leggere e non videro mai una Bibbia. Essi saranno risuscitati dallo Sceol o Ades. Quindi verrà insegnata loro la volontà di Dio e avranno l’opportunità di dimostrare, con le loro opere, cosa che anche quel ladrone non ebbe occasione di fare perché subito dopo morì, che amano realmente Dio, e vogliono fare la sua volontà.
Nel loro caso la risurrezione non sarà il premio per la loro fedeltà ma solo l’occasione che verrà data per dimostrare ciò che non poterono provare mentre erano in vita. Ricevendo testimonianza riguardo al proposito di Dio dovranno decidere cosa fare: se sottomettersi al suo Regno, e dovranno dimostrarlo con le opere che compiranno, apportando alla loro vita quei cambiamenti che saranno necessari per uniformarla alla volontà di Dio (cfr. Romani 12:2), oppure continuare a vivere come se Dio non esistesse.
Nell’uno o nell’altro caso la risurrezione avrà un esito diverso. Come disse ancora Gesù: “Non vi meravigliate di questo; perché l'ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori; quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio” (Giovanni 5:28,29).
Anche nella visione apocalittica del giudizio Gesù ribadì: “E vidi i morti, grandi e piccoli, che stavano ritti davanti a Dio, e i libri furono aperti; e fu aperto un altro libro, che è il libro della vita; e i morti furono giudicati in base alle cose scritte nei libri secondo le loro opere. E il mare restituì i morti che erano in esso, la morte e l'Ades restituirono i morti che erano in loro, ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere” (Apocalisse 20:12,13).
Per tutti coloro che eserciteranno fede in Dio, e lo dimostreranno osservando le sue norme, vivendo in armonia con la sua volontà, la risurrezione risulterà il provvedimento di Dio per tornare a vivere per sempre su una terra trasformata di nuovo in un Paradiso. La loro sarà una “risurrezione di vita”.
Coloro che, nonostante la risurrezione, si ostineranno, e questa volta volontariamente, “dopo aver ricevuto conoscenza della verità” a seguire una condotta che non terrà conto di Dio e della sua volontà, subiranno il giudizio da parte di Dio e, come nel caso di Adamo, dei morti del Diluvio, degli abitanti delle città di Sodoma e Gomorra, di Giuda, “saranno puniti con la distruzione eterna” (cfr. Ebrei 10:26,27; 2Tessalonicesi 1:9). La loro risulterà una “risurrezione di giudizio”.
Il nostro Creatore non ci ha lasciati nel dubbio su quella che è la sua volontà e in che modo agirà a favore del genere umano. La risurrezione dei morti ha una parte fondamentale nell’attuazione del suo proposito ed Egli, nella Sua Parola scritta, ha fornito molti particolari per crederci. La descrizione fornita è precisa e razionale e non ha nulla a che fare con i misteri invocati dal falso cristianesimo.
Ci sono altri aspetti che Dio ha voluto farci conoscere, ad esempio sui tempi e i modi della risurrezione. Ma li esaminerò col prossimo post.
April 26 LA RISURREZIONE: UNA SPERANZA SICURA? - II parteChe speranza c'è per loro?
CHI SARA’ RISUSCITATO, E PERCHE’?
“Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà;
e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?”
Giovanni 11:25,26 VR
Chi ha messo per iscritto queste parole le ascoltò pronunciare direttamente da Gesù e, in seguito, divenne testimone oculare della sua risurrezione insieme ad almeno altre 500 persone (cfr. 1Corinzi 11:3-8).
Un altro dei principali testimoni della risurrezione di Gesù fu un uomo che all’inizio era stato un accanito persecutore dei suoi seguaci, Saulo, un magistrato della città di Tarso, capitale della provincia romana della Cilicia. Meglio conosciuto come Paolo, quest’uomo divenne in seguito egli stesso seguace e apostolo di Gesù e da persecutore si ritrovò nel ruolo di perseguitato.
Una volta, trovandosi ad Atene, principale centro intellettuale della Grecia, Paolo fu trascinato davanti ai giudici della Corte Suprema che si riunivano sul Colle di Marte o Areòpago. Col dovuto rispetto, egli si rivolse a quel gruppo di intellettuali lì riunito e al culmine della sua testimonianza e difesa, disse:
“Dopo esser passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”. - Atti 17:30,31 CEI
Che effetto ebbero le parole di Paolo, che sostenevano la dottrina cristiana della risurrezione dei morti, su quei greci che invece credevano nell’immortalità dell’anima umana? Il racconto dice che “quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un'altra volta»”. Non tutti però, perché Dionisio, un giudice dell’Areòpago, capì ciò che Paolo diceva circa un futuro giorno di giudizio per tutta l’umanità e prese a cuore la cosa. Lo stesso fece una donna di nome Damaride (cfr. Atti 17:18,32-34).
E che dire di noi? Sentendo parlare di risurrezione sorridiamo scettici come fece la maggioranza di coloro che ascoltarono l’apostolo, o prendiamo sul serio questo basilare insegnamento del vero cristianesimo?
La risurrezione di Gesù Cristo, a cui Paolo rese testimonianza, non fu il primo caso in cui persone morte furono risuscitate alla vita. I racconti evangelici menzionano altri casi precedenti, incluso quello di Lazzaro, che Gesù stesso risuscitò il quarto giorno dalla sua morte e sepoltura (cfr. Giovanni 11:1-44). Ancor prima dell’era cristiana altri morti erano stati risuscitati per intervento divino. Ad esempio i profeti Elia ed Eliseo avevano risuscitato, col potere dato loro da Dio, un fanciullo ciascuno (cfr. 1Re 17:17-24; 2Re 4:32-37).
Ma la risurrezione di Gesù fu la più importante di tutte. Perché?
Le risurrezioni di Lazzaro, del figlio della vedova di Nain, della figlia del Presidente della Sinagoga, Iairo, o quelle effettuate per mezzo dei profeti dell’antichità o anche da alcuni apostoli nel I secolo dell’era cristiana (cfr. Atti 9:36-42; 20:7-12), furono temporanee e costituirono solo un esempio del potere di Dio di risuscitare i morti. Come disse Gesù stesso, “Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso … Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Giovanni 5:26,30 CEI) [per inciso: altro che uguaglianza trinitaria!].
Esse furono fatte per dare la garanzia che la speranza della risurrezione di cui si parla nella Parola di Dio è fidata e certa. Quei risuscitati poi morirono di nuovo perché, come discendenti di Adamo, erano ancora soggetti alla schiavitù al peccato e alla morte. Il tempo della risurrezione generale dei morti alla vita eterna era ancora futuro e dovevano verificarsi le condizioni perché questa fosse resa possibile.
Qual’erano queste condizioni?
Come insegnano le Sacre Scritture, la morte è una conseguenza del peccato (cfr. Romani 6:23).
Quando Adamo, nostro comune antenato, si ribellò a Dio commise un’azione illegale che lo rese peccatore, poiché la Bibbia spiega che “il peccato è violazione della legge” (1Giovanni 3:4). Di conseguenza egli “fallì il bersaglio” (questo è il significato etimologico del termine ebraico e greco usati nelle Scritture), cioè perse l’opportunità di vivere una vita umana perfetta su una terra paradisiaca, come era in origine il proposito di Dio. E perse questa meravigliosa prospettiva anche per tutti i figli che avrebbe generato perché trasmise loro il peccato e la morte, a tutti, inclusi noi oggi viventi. Disse infatti l’umile Giobbe: “Chi può produrre qualcuno puro da qualcuno impuro? Non c’è nessuno” (Giobbe 14:4; cfr. anche Romani 5:12). Perciò, per poter ottenere ciò che Adamo aveva perso anche per loro, i suoi discendenti dovevano essere liberati dalla “schiavitù al peccato” (cfr. Romani 8:20-21). In che modo questo poteva avvenire?
Lo spiegò l’apostolo Giovanni scrivendo: “… il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato” (1Giovanni 1:7).
Gesù stesso, infatti, aveva detto: “il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Matteo 20:28 Di).
Perché Gesù parlò di “riscatto”?
Vi è implicato un principio legale contenuto nella legge che Dio diede alla nazione d’Israele, e cioè ‘vita per vita’ (cfr. Deuteronomio 19:21). Poiché era un uomo perfetto, come lo era stato Adamo, Gesù cedette la propria vita perfetta per ricomprare ciò che Adamo aveva perso per sé e per tutti i suoi figli, cioè la vita perfetta su una terra paradisiaca. Nessun altro uomo avrebbe potuto provvedere il riscatto perché, di tutti gli uomini, Gesù fu l’unico uguale ad Adamo come perfetto figlio umano di Dio (cfr. Salmo 49:7 VR e Di - 49:8 CEI). Per questo motivo fu definito “l’ultimo Adamo” (cfr. 1Corinzi 15:45). Come spiegò ancora l’apostolo Paolo, Gesù “ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti” (cfr. 1Timoteo 2:5,6).
A differenza degli altri risuscitati, Gesù non morì di nuovo.
Egli fu ucciso all’età di 33 anni e mezzo. Il terzo giorno dopo la sua morte fu risuscitato, non più con un corpo fatto di carne e sangue ma con un corpo spirituale (cfr. 1Corinzi 15:42-50). Quaranta giorni dopo tornò in cielo come persona spirituale, come era stato prima di venire sulla terra, e si presentò “dinanzi alla persona di Dio per noi” portando il valore del suo sacrificio di riscatto (cfr. Ebrei 9:12,24). Fu allora che il riscatto venne pagato a Dio in cielo. Ora l’umanità poteva essere liberata dalla schiavitù al peccato e dalla morte.
Ma perché anche le persone già morte, o quelle che sarebbero ancora morte prima del tempo stabilito da Dio per restaurare il suo originario proposito per il genere umano, potessero beneficiare del riscatto pagato da Cristo era necessario che queste fossero risuscitate.
Subito dopo la ribellione in Eden, Dio annunciò la sua intenzione di produrre un “seme”, o progenie, che avrebbe riscattato il genere umano dal peccato (cfr. Genesi 3:15). Mediante una serie di rivelazioni, Dio identificò la linea di discendenza familiare da cui sarebbe venuto quel seme. Col tempo tali rivelazioni portarono a Giuseppe e Maria, due giovani devoti che vivevano in Palestina. A Giuseppe fu detto in sogno che Maria era incinta per opera dello spirito santo. L’angelo gli disse: “Essa partorirà un figlio, e tu gli dovrai mettere nome Gesù, poiché egli salverà il suo popolo dai loro peccati” (Matteo 1:20,21). Quella non era una gravidanza come tutte le altre, perché Gesù aveva avuto un’esistenza preumana in cielo (cfr. Proverbi 8:22-31; Colossesi 1:15). Con la sua miracolosa potenza Dio ne trasferì la vita nel grembo di Maria sulla terra, rendendo così possibile a questo Suo diletto Figlio di nascere come uomo. Dio, dunque, guidò le cose affinché Gesù fosse immune dalla macchia del peccato di Adamo, non ricevendo la vita da uno dei suoi discendenti. Così Gesù nacque perfetto. Era quindi in possesso di ciò che Adamo aveva perduto: una vita umana perfetta. Finalmente c’era un essere umano che poteva ‘pagare’ il costo del peccato! E questo fu esattamente ciò che fece Gesù il 14 nisan del 33 d.C. In quella storica data Gesù si lasciò mettere a morte dai suoi nemici, provvedendo così un “riscatto corrispondente” (1Timoteo 2:6). C’è una differenza fra la morte di Gesù e quella di Adamo, una differenza che evidenzia il valore del riscatto. La morte di Adamo fu meritata, perché egli disubbidì volontariamente al suo Creatore (cfr. Genesi 2:16,17) La morte di Gesù, invece, fu del tutto immeritata, perché “egli non commise peccato” (1Pietro 2:22). Perciò alla morte Gesù aveva qualcosa di enorme valore che il peccatore Adamo non possedeva quando morì: il diritto alla vita umana perfetta. La morte di Gesù aveva quindi un valore sacrificale. Una volta asceso al cielo come essere spirituale, egli presentò a Dio il valore del suo sacrificio (cfr. Ebrei 9:24). Così facendo Gesù acquistò il genere umano peccatore e ne divenne il nuovo Padre, in sostituzione di Adamo (cfr. 1Corinzi 15:45) Giustamente quindi Gesù è chiamato anche “Padre eterno” (cfr. Isaia 9:6). Perciò, Adamo, un padre peccatore, trasmise la morte a tutti i suoi discendenti. Gesù, un Padre perfetto, usa il valore del suo sacrificio per concedere la vita eterna agli esseri umani ubbidienti.
Ora la domanda che sorge è questa: se Gesù, come è scritto, “ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti”” significa che tutti, proprio tutti coloro che sono morti o che ancora potranno morire, saranno risuscitati?
Così non sembra!
Scrisse infatti l’apostolo Paolo: “se persistiamo nel peccare volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati; ma una terribile attesa del giudizio” (Ebrei 10:26,27 VR).
In base a queste parole possiamo aspettarci che Adamo, ad esempio, venga risuscitato? Egli volontariamente e deliberatamente peccò, disubbidendo a Dio. A lui, dunque non si applica il valore del sacrificio di Cristo Gesù.
Un'altra persona che non beneficerà del valore del sacrificio di Cristo è Giuda Iscariota, il discepolo che lo tradì. Egli, come tutti gli altri apostoli, aveva ricevuto una completa testimonianza sulla persona e il ruolo di Gesù. Era presente quando Pietro disse a Gesù “Tu hai parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Giovanni 6:66-71). Ma Giuda fece nascere nel suo cuore una “radice velenosa” e divenne un “calunniatore” (greco diàbolos, “diavolo”); deliberatamente e volontariamente tradì il suo Maestro. Per questo motivo l’apostolo Giovanni lo definì “il figlio della perdizione” o, secondo alcune traduzioni, “il figlio della distruzione” (Giovanni 17:12).
La “distruzione eterna”, cioè la non esistenza, è la pena decretata da Dio per il suo giudizio avverso (cfr. 2Tessalonicesi 1:9 Di).
“Figlio della perdizione”, o “figlio della distruzione”, viene definito anche “l’uomo del peccato” menzionato dall’apostolo Paolo in 2Tessalonicesi capitolo 2. Di lui è detto che “il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all'apparire della sua venuta” (v. 8 CEI). Dunque anche a questo simbolico uomo non si applicheranno i benefici del sacrificio di Cristo, come la risurrezione. Da chi è egli composto? L’apostolo dà alcune indicazioni per identificarlo. Egli dice che “s'innalza sopra tutto ciò che è chiamato dio o oggetto di adorazione … mettendo in mostra se stesso e proclamando di essere Dio” (v. 4 Di). Ebbene, chi è che si è autodefinito “Dio in terra”, che si è “alzato sopra tutto” ed è divenuto “oggetto di adorazione”? Non ci vuole molto per identificarlo! Chi è che si affida a “ogni sorta di portenti, di segni e di prodigi bugiardi” (v. 9 Di) proclamando “miracoli” in tutta la terra?
Perché questi subiranno il giudizio da parte di Dio? Perché deliberatamente e volontariamente “hanno rifiutato di amare la verità” (v. 10 Di) insegnando ogni sorta di menzogna intorno a Dio e al suo proposito (quali, ad esempio, la trinità, l’immortalità dell’anima e la vita dopo la morte) e “si sono compiaciuti nella malvagità” (v. 12 Di), affiancando, sostenendo e facendo concordati con ogni sorta di governo umano, inclusi i regimi totalitari, come quelli nazista e fascista, divenendo complici delle loro nefandezze.
Non ci vuole, quindi, molto a capire, in base a queste parole, che il clero del cristianesimo apostata non vien ritenuto degno della risurrezione e sarà giudicato meritevole di “distruzione eterna”, proprio come è accaduto alla classe sacerdotale dei giorni di Gesù, a cui egli disse: “Serpenti, razza di vipere! Come sfuggirete al giudizio della Geenna?” (Matteo 23:33).
[La Geenna - forma greca dell’ebraico Geh Hinnòm, “valle di Innom” - era una valle fuori delle mura di Gerusalemme e serviva come luogo adibito all’eliminazione dei rifiuti della città. C’era un fuoco che ardeva di continuo per bruciare le cose impure e le ossa dei corpi morti. Gesù la usò in senso simbolico per rappresentare la completa distruzione risultante dal giudizio avverso di Dio, senza possibilità di risuscitare alla vita come anima - cfr. Matteo 10:28; Luca 12:4,5].
Ci sono altre persone ancora che non riceveranno la risurrezione. Questo lo rese chiaro l’apostolo Pietro nella sua seconda lettera, allorché scrisse: “Dio infatti non risparmiò il mondo antico ma salvò con altre sette persone Noè, predicatore di giustizia, quando fece venire il diluvio sul mondo degli empi … il Signore sa liberare i pii dalla prova e riservare gli ingiusti per essere puniti nel giorno del giudizio, specialmente coloro che seguono la carne nei suoi desideri corrotti e disprezzano l'autorità … costoro … nella loro corruzione saranno annientati, ricevendo così il salario della loro malvagità” (2Pietro 2:5-12).
Le persone che morirono al tempo del Diluvio furono avvertite da Dio riguardo a ciò che Egli stava per fare affinché cambiassero la loro condotta che violava le Sue leggi e non teneva conto della Sua volontà, e affinché facessero l’azione giusta per essere salvate: costruire un arca, come fece Noè con la sua famiglia, dimostrando in tal modo di aver fiducia nella Parola di Dio. Ma non diedero ascolto a quell’avvertimento! Disse di loro Gesù: “come nei giorni che precedettero il Diluvio, le persone mangiavano, bevevano, si sposavano ed erano date in moglie, fino a quando Noè entrò nell'arca; e non si avvidero di nulla, finché venne il diluvio e li portò via tutti; così sarà pure alla venuta del Figlio dell'uomo” (Matteo 24:38,39). Quelle persone non erano tutti degli accaniti delinquenti, ladri, assassini, immorali, ma erano totalmente prese dalle comuni faccende della vita che “non si avvidero di nulla”, cioè non dedicarono il tempo e l’attenzione necessaria per ascoltare gli avvertimenti divini, e questo per un lungo periodo, perché dal momento in cui Dio disse a Noè che avrebbe distrutto quel mondo antico con un Diluvio, di iniziare a costruire un arca e avvertire gli altri, passarono circa 120 anni! (cfr. Genesi 6:3). L’apostolo Pietro dice che quelle persone, che volontariamente hanno ignorato l’avvertimento di Dio, hanno subito il Suo giudizio e sono state annientate per sempre, non saranno risuscitate.
È particolarmente importante notare quali circostanze portarono al Diluvio. Questa è la descrizione storica di quelle circostanze contenuta nel libro biblico di Genesi: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male … Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra” (Genesi 6:5,12). Il mondo dell’umanità aveva subìto un crollo morale, e ogni inclinazione dei pensieri umani era male in ogni tempo. Di conseguenza “la terra fu piena di violenza” (Genesi 6:11). La vita era dedicata interamente alla soddisfazione di desideri materiali e sessuali. Gesù Cristo richiamò l’attenzione su questo fatto quando disse: “come nei giorni che precedettero il Diluvio, le persone mangiavano, bevevano, si sposavano ed erano date in moglie, fino a quando Noè entrò nell'arca; e non si avvidero di nulla, finché venne il diluvio e li portò via tutti; così sarà pure alla venuta del Figlio dell'uomo” (Matteo 24:38,39). Soddisfare i desideri carnali era il loro unico interesse. Per molti anni Noè aveva dato l’avvertimento di quanto stava per accadere, ma quella generazione rifiutò di crederci. Gli uomini non avevano mai sperimentato personalmente un Diluvio. Perciò tutto continuò come prima: l’avvertimento trovò orecchi sordi. Essi “non si avvidero di nulla”. Non importava che l’avvertimento venisse dal Creatore per mezzo di Noè.
Anche nei nostri giorni la violenza è diventata un modo di vivere. La violenza politica fra le nazioni ha provocato le più rovinose e terribili guerre della storia. La violenza si è propagata nelle città, nelle strade e nelle case; minaccia persino chi viaggia. Televisione, film e romanzi hanno temi in prevalenza violenti. In tutta la terra, inoltre, si osserva un crollo morale paragonabile sotto ogni punto di vista a quello che precedette il Diluvio: proprio come allora l’attuale generazione ama i piaceri carnali e i possedimenti materiali più di quanto non ami Dio. Egli non approvò il modo di vivere della generazione prediluviana e la giudicò indegna di ricevere le sue promesse benedizioni, spazzandola via dalla terra. Quella generazione non sarà mai risuscitata. Gesù disse: “così sarà pure alla venuta del Figlio dell'uomo”; ciò che accadde allora accadrà anche alla violenta e immorale generazione del tempo della fine del sistema di cose satanico.
Qui c’è un’importante lezione per tutti!
Sia l’apostolo Pietro che Gesù paragonarono i giorni che precedettero il Diluvio al tempo che precede la fine dell’intero sistema di cose, politico, economico e religioso, che Satana il Diavolo ha istaurato su tutta la terra. Essi dissero che l’atteggiamento della maggioranza delle persone sarebbe stato lo stesso di quelle che vissero al tempo del Diluvio. Tutte prese dalle quotidiane faccende della vita non avrebbero dato il giusto peso ai segni che Gesù e i suoi apostoli indicarono per riconoscere quel tempo (cfr. Matteo 24:7,14; Marco 13:8,10; Luca 21:10,11,25,26; 2Timoteo 3:1-5) e non avrebbero fatto l’azione giusta per evitare l’avverso giudizio di Dio (cfr. Giovanni 17:3; Romani 12:2; 1Giovanni 2:15-17). Queste persone anche subiranno il giudizio da parte di Dio e “saranno punite con la distruzione eterna” (2Tessalonicesi 1:9 Di). Esse non meriteranno di essere risuscitate per tornare a vivere per sempre.
Dunque non tutti beneficeranno del provvedimento di Dio della risurrezione. Esso è stato disposto per riportare in vita coloro che vogliono vivere secondo il proposito di Dio, e lo fanno già mentre vivono in questo mondo dominato dal Diavolo sforzandosi di imparare qual’è la Sua volontà e mettendola in pratica nella propria vita, e lo faranno ancor di più quando Dio ristabilirà il suo proposito originario per la nostra terra (cfr Apocalisse 11:18; 7:9,10).
Tra coloro che beneficeranno del sacrificio di Cristo e saranno risuscitati, secondo la promessa fattagli da Gesù stesso, ci sarà anche uno dei due ladroni che furono condannati a morte insieme a lui, quello che gli chiese di “ricordarsi di lui” (cfr. Luca 23:39-43).
Perché un uomo che aveva passato tutta la sua vita a far del male agli altri, disinteressandosi delle leggi e dei princìpi divini, sarà risuscitato? Sembra una contraddizione che ha dato adito anche a false aspettative.
Sarà interessante scoprirne i motivi …
April 18 LA RISURREZIONE: UNA SPERANZA SICURA? - I parteChe speranza c’è per loro?
UNA DOTTRINA FONDAMENTALE DELLA FEDE CRISTIANA
Nei giorni scorsi la risurrezione è stato un argomento ricorrente nelle conversazioni, nelle pagine dei blog, nei discorsi e nelle manifestazioni in genere, vuoi perché la morte è entrata drammaticamente e prepotentemente nelle case di tutti attraverso le immagini del terremoto abruzzese, vuoi perché ricorreva una delle feste religiose più importanti del mondo “cristiano”, la Pasqua, con la quale si intende ricordare la morte è, più marcatamente, la risurrezione di Cristo Gesù.
Il concetto di risurrezione è presente in diverse religioni, non solo in quelle che si definiscono “cristiane”. Lo zoroastrismo, ad esempio, crede in una risurrezione generale che dovrebbe avvenire al tempo del Giudizio Universale. Anche i musulmani credono nella risurrezione; il Corano, il loro testo sacro, dedica alla risurrezione un capitolo intero, la sura LXXV. Sebbene con alcune differenze interpretative, tale concetto ha in comune il pensiero che alla fine i morti torneranno in vita nei loro corpi.
Per i “cristiani”, cioè per almeno un quarto della popolazione terrestre, la risurrezione dovrebbe essere una dottrina basilare della propria fede. Un apostolo di Gesù definì la risurrezione “l’insegnamento iniziale su Cristo” senza il quale le persone non potrebbero mai diventare cristiani maturi (cfr. Ebrei 6:1,2).
Perciò, se tu che stai leggendo questo post ti ritieni un “cristiano” chiediti: credo veramente nella risurrezione dei morti?
Un conto, infatti, è professarlo “mnemonicamente”, altro conto è crederci veramente.
Il termine greco usato dall’apostolo Paolo, che noi traduciamo risurrezione, è anàstasis e significa letteralmente “il far alzare; l’alzarsi”, cioè rialzarsi alla vita. Pertanto torno a chiedere: credi veramente che una persona morta possa “rialzarsi alla vita”, possa, cioè, tornare a vivere? E, in tal caso, che ne sai di questa fondamentale dottrina? Ad esempio, chi, quando, come e dove viene risuscitato?
Naturalmente sono stato il primo a chiedermelo e, per avere le risposte giuste, mi sono rivolto alla Parola di Dio perché, come affermò Gesù stesso, e come io fermamente credo, è l’unica fonte di verità che i suoi seguaci hanno a disposizione (cfr. Giovanni 17:17). Questo è ciò che ho imparato:
In principio, quando Dio creò la prima coppia umana, non c’era bisogno della risurrezione.
Non faceva parte del proposito originale di Dio per il genere umano, perché la morte non era il destino naturale dell’uomo. Il racconto della creazione dice che dopo aver fatto il primo uomo e la prima donna, “Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra …”. Questa benedizione non includeva certo malattie e morte! Un antico uomo di fede scrisse riguardo all’opera creativa di Dio “l'opera sua è perfetta, poiché tutte le sue vie sono giustizia. È un Dio di fedeltà e senza ingiustizia; egli è giusto e retto” (Deuteronomio 32:4). Dio non fissò nessun limite alla vita umana (cfr. Ecclesiaste 3:11). Secondo il suo proposito l’uomo doveva vivere per sempre, qui sulla terra, dove l’aveva creato, come è scritto “I cieli sono i cieli del Signore, ma la terra l'ha data agli uomini” e ancora “così parla il Signore che ha creato i cieli, il Dio che ha formato la terra, l'ha fatta, l'ha stabilita, non l'ha creata perché rimanesse deserta, ma l'ha formata perché fosse abitata” (Salmo 115:16, Di - 114:16,CEI; Isaia 45:18,VR).
Quel sistema perfetto, però, si reggeva sulle leggi, fisiche e morali, che Dio aveva stabilito, perciò Egli avvertì il primo uomo, Adamo, che l’eventuale disubbidienza alle sue norme avrebbe attirato il suo disfavore e allontanato la sua benedizione, dando luogo a una maledizione che sarebbe culminata con la morte (cfr. Genesi 2:17; 3:17-19). Adamo non ascoltò quell’avvertimento e volontariamente disubbidì. Come conseguenza la sua trasgressione introdusse la morte nella razza umana (cfr. Romani 5:12). Egli trasmise il suo stato peccaminoso e la conseguente imperfezione a tutta la sua progenie che ora non poteva più ereditare da lui la vita eterna, anzi, nemmeno la speranza di vivere per sempre. Fu, dunque, per risolvere questa situazione di impotenza a favore di quei figli incolpevoli di Adamo che Dio prese il provvedimento della risurrezione. Questo provvedimento venne, quindi, aggiunto al suo originale proposito per permettere ai discendenti di Adamo di ottenere di nuovo la vita eterna sulla terra perché è ancora scritto “Dio non è il Dio dei morti, ma dei viventi” (Matteo 22:32).
Il fatto che Dio abbia disposto la risurrezione per far tornare in vita coloro che muoiono ci aiuta a comprendere un’altra importante verità: non c’è vita dopo la morte! Chi insegna ciò non si attiene alla verità ma sostiene la menzogna! La stessa che pronunciò chi causò il temporaneo allontanamento dall’originale proposito di Dio per l’uomo e per la terra, Satana il Diavolo! Egli per primo sostenne l’idea che disubbidire a Dio non avrebbe portato conseguenze dicendo alla donna, Eva “Voi non morrete affatto; ma … gli occhi vostri si apriranno e sarete come Dio, conoscendo il bene e il male” (Genesi 3:3-5). Mentì spudoratamente, ma dopo fece anche peggio! Quando la giustizia di Dio venne applicata e la condanna a morte divenne inevitabile per quella disubbidiente coppia umana, egli si inventò la vita dopo la morte. Cioè fece credere che non era affatto vero che con la morte gli uomini cessavano di vivere ma continuavano a vivere in un ipotetico “aldilà”.
Spesso leggo nelle pagine dei blog interventi o commenti rivolti a persone morte, forse ai propri genitori o ad altre persone care che non ci sono più. Si parla di queste persone come se esse potessero ancora vederci, o ascoltarci e in qualche modo ancora partecipare alla nostra vita sulla terra da qualche luogo nell’aldilà, forse in cielo. Questo modo di pensare e di fare si basa proprio sull’idea che la vita continui dopo la morte, cioè su quella menzogna pronunciata dal Diavolo. Si, l’insegnamento della vita dopo la morte non fa altro che perpetuare quella prima menzogna satanica! Mentre la Parola di Dio insegna chiaramente che non c’è vita dopo la morte! (cfr. Giovanni 8:44; Ecclesiaste 9:5,6,10).
L’unica speranza per rivedere i propri cari morti e per parlare di nuovo con loro è il provvedimento della risurrezione disposto da Dio. Questo è l’insegnamento di Cristo Gesù. Nei vangeli sono, infatti, riportate queste sue parole: “In verità, in verità vi dico: L'ora viene, anzi è venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e coloro che l'avranno udita vivranno … Non vi meravigliate di questo, perché l'ora viene, in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno; quelli che hanno fatto il bene in risurrezione di vita, e quelli che hanno fatto il male in risurrezione di condanna” (Giovanni 5:25-29). Per rafforzare questa verità egli stesso risuscitò alcuni morti: un suo caro amico, Lazzaro; il figlio di una povera vedova nel villaggio di Nain e la figlia di Iairo, il Presidente della Sinagoga (Luca 7:11-15; 8:49-55; Giovanni 11:38-44). Quelle risurrezioni furono pubbliche e viste da decine e decine di testimoni oculari e sono state messe per iscritto da alcuni di quei testimoni, gli scrittori evangelici, per il nostro beneficio, affinché avessimo fede in questo provvedimento divino.
“E il giorno dopo egli si recò in una città, chiamata Nain; e con lui andavano molti dei suoi discepoli e una grande folla. E quando fu vicino alla porta della città, ecco che si portava a seppellire un morto, figlio unico di sua madre, che era vedova; e una grande folla della città era con lei. Appena la vide, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». Accostatosi, toccò la bara, e i portatori si fermarono, allora egli disse: «Giovinetto, io ti dico, alzati!». E il morto si mise a sedere e cominciò a parlare. E Gesù lo consegnò a sua madre. Allora furono tutti presi da meraviglia e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto fra noi» e: «Dio ha visitato il suo popolo». E questo detto a suo riguardo si sparse per tutta la Giudea e per tutta la regione all'intorno” - Luca 7:11-17, Di.
“Mentre egli parlava ancora, venne uno dalla casa del capo della sinagoga, e gli disse: «La tua figlia è morta, non disturbare il maestro». Ma Gesù, udito ciò, gli disse: «Non temere; credi solamente ed ella sarà guarita». Giunto alla casa, non permise ad alcuno di entrare, eccetto Pietro, Giovanni e Giacomo, e il padre e la madre della fanciulla. Or tutti piangevano e facevano cordoglio per lei. Ma egli disse: «Non piangete; ella non è morta, ma dorme». Ed essi lo deridevano, sapendo che era morta. Ma egli, dopo aver messo tutti fuori, le prese la mano ed esclamò dicendo: «Fanciulla, alzati!». E il suo spirito ritornò in lei e subito ella si alzò; Gesù poi comandò che le si desse da mangiare. E i suoi genitori rimasero stupefatti” - Luca 8:48-56, Di.
“Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui” - Giovanni 11:38-45, CEI.
So bene che c’è chi contesta i racconti evangelici ritenendoli manipolazioni della storia per adattarla a certe credenze. Sono gruppi di atei che si fanno forza del fatto che nella storia secolare non ci sarebbero riscontri su tali miracoli. Questo non è del tutto vero. Certo è impensabile ritenere che gli storici del tempo, sia giudei che romani, appartenenti a società che condannarono e combatterono Cristo e i suoi seguaci, facessero poi dell’apologetica narrando le opere eccezionali, quali i miracoli, da essi compiute. Pur tuttavia uno scrittore giudeo, non cristiano, molto noto, rende questa testimonianza:
“Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se è lecito chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d'altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani” (Giuseppe Flavio - Antichità Giudaiche, XVIII, 63-64).
Comunque non mi sento di stigmatizzare più di tanto tali persone poiché il loro atteggiamento è frutto di un errore di base comunemente commesso da molti, che è quello di considerare la generalità delle Chiese che si autodefiniscono “cristiane”, come ad esempio nel nostro paese la Chiesa Cattolica, come sinonimo di cristianesimo. Mentre così non è! Le molte nefandezze compiute nel nome di Cristo, il complesso delle loro dottrine irrazionali e di chiara matrice pagana, l’imposizione di norme e stili di vita incoerenti e contraddittori, frutto del mero pensiero umano e senza alcuna base scritturale (cioè senza alcun vero fondamento nella Parola di Dio), la loro continua e deleteria ingerenza nelle vicende politiche umane, pone tali Chiese agli antipodi del vero cristianesimo, quello apostolico descritto nei vangeli. Tutte le loro storture sono state riversate sul vero cristianesimo e hanno generato una sorta di tabù ideologico che spinge sempre più persone a rifiutare pregiudizialmente non solo l’esistenza ma tutto ciò che possa riguardare un essere Supremo così mal riflesso nella condotta di coloro che affermano di adorarlo. D’altra parte già nel primo secolo, quando iniziarono a germinare i semi del falso cristianesimo, l’apostolo Pietro fu spinto a denunciare che a causa degli insegnamenti e del comportamento contrari alla Parola di Dio di certe persone, che pure affermavano di essere cristiane, “la via della verità sarà diffamata” (2Pietro 2:2,Di).
Ad esempio, una dottrina che accomuna le varie religioni, sia quelle che si dichiarano “cristiane” che le altre, è che l’uomo possiede un’anima immortale che continua a vivere dopo la morte.
La credenza nell’immortalità dell’anima è, infatti, una dottrina ufficiale dell’ebraismo. E’ anche il fondamento della reincarnazione, dottrina su cui poggia l’induismo. In maniera simile i musulmani credono che l’anima continui a vivere dopo la morte del corpo. Gli aborigeni australiani, gli animisti africani, gli scintoisti e persino i buddisti insegnano la stessa cosa con qualche variante.
Se avete assistito ad un funerale cattolico molto probabilmente avete sentito il sacerdote, mentre officiava il rito, pregare il Signore affinché sia dato il riposo eterno al defunto, perché questi sia assolto da ogni peccato e venga accolto nel regno di Dio e, infine, raccomandava la sua anima ai santi del Paradiso.
E’ palese la contraddizione che c’è tra questa dottrina e l’insegnamento della risurrezione. A cosa servirebbe, infatti, quest’ultima, se la vita continuasse dopo la morte?
Il fatto è che tale dottrina non è un insegnamento del vero cristianesimo, quello apostolico e nuovotestamentario. Riconosceva, infatti, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, attuale Papa Benedetto XVI, nel 1979: “Per la Chiesa antica, non esisteva alcuna affermazione dottrinale circa l’immortalità dell’anima” (Joseph Ratzinger, Escatologia: morte e vita eterna, Cittadella Editrice, Assisi, 1979, p. 146). Tale dottrina è stata presa di sana pianta dalla filosofia greca. Socrate, Platone e Aristotele sostenevano questo pensiero. Ma l’idea non ebbe origine neanche da loro, che si limitarono ad affinare il concetto e a farne un insegnamento filosofico, rendendolo così più appetibile alle classi colte dei loro giorni … e anche dei nostri. Persiani, e prima di loro gli egiziani, pure credevano nell’esistenza di un anima immortale. Indagando a fondo nella storia, si risale fino all’antica Babilonia, dove la Bibbia pone l’inizio di tutta la falsa religione, come luogo di origine della dottrina dell’immortalità dell’anima.
Questo tipo di insegnamento che, per la sua irrazionalità, come tanti altri divulgati dal cristianesimo apostata, viene definito “mistero” - e non a caso, perché anche la falsa religione babilonese era piena di “misteri” - ha influito enormemente sulla vita delle persone e, data la sua origine satanica, lo ha fatto spesso in modo negativo. Ad esempio, ai parenti dei militari americani morti nella guerra in Indocina riuniti nella cattedrale di San Patrick a New York il Cardinale Francis Spellman, che in Vietnam si era fatto fotografare dietro una mitragliatrice, disse che “morire in battaglia faceva parte del piano di Dio per popolare [di anime dei soldati defunti] il Regno dei Cieli”. Similmente un pastore luterano di Des Moines, nello Iowa, U.S.A., disse a un funerale: “Quando un soldato muore nell’adempimento del dovere in una guerra giusta [Vietnam], non solo è una morte gloriosa al servizio del paese ma è per lui una fine benedetta … Sono sicuro che gli angeli erano lì per portare la sua anima in cielo e che ora è in pace”. Lo stesso può dirsi della Jihad islamica, i cui “martiri” sono votati alla morte in virtù della promessa vita nell’aldilà della loro anima. Si presenta in tal modo l’immagine ripugnante di un Dio ingiusto, causa del dolore provocato dalla morte delle sue creature, anziché del Padre amorevole che ha disposto la risurrezione quale rimedio alla morte adamica.
La malafede di chi spaccia tali false dottrine come insegnamenti divini, perché di disonestà ideologica si tratta (cfr. Giovanni 8:44), ha facile gioco sulla generale disinformazione riguardo al proposito di Dio e su ciò che Egli ha fatto e intende ancora fare per attuarlo e spinge molte persone sincere e desiderose di conoscere la verità, ma che non tollerano l’ipocrisia religiosa, ad allontanarsi da Dio anziché ricercarlo!
La sua Parola scritta, la Bibbia, descrive con molti particolari ciò che Dio ha in proposito per tutto il genere umano soggetto alla morte. Non è un mistero! Oltre a darci una spiegazione semplice e razionale del perché moriamo, illustra con dovizia di dettagli il provvedimento di Dio della risurrezione dei morti, aiutandoci a comprendere chi sarà risuscitato e perché, quando e dove avverrà la risurrezione e, non di poco conto, anche cosa avverrà dopo la risurrezione.
Ma di tutto questo ne parlerò nei prossimi post.
April 09 TI REGALO LA LUNAUNA NOTTE SU CUI RIFLETTERE
Tra gli squarci di un cielo coperto si intravvede, stasera, una splendida luna piena che, nel corso della notte, attraverserà tutto l’orizzonte terrestre. Chi ha la fortuna di osservarla non può che rimanerne incantato. La sua magnificenza spinge a riflettere su una frase che spesso, dalle persone innamorate in modo particolare, si sente pronunciare: “ti regalo la luna!”
Nella realtà, si sa, è impossibile farlo. Ma la metafora rende l’idea di quanto può essere importante e grande un sentimento, anche se spesso, forse, per quei miseri uomini che siamo, non sappiamo neanche apprezzarlo.
Ma la luna piena di questa sera ha un significato che va oltre le nostre “miserie” umane e ci ricorda un tipo di amore perfetto, che si basa su un principio che, per la nostra attuale natura, è pressoché impossibile manifestare, ch’è quello del dare senza ricevere nulla in cambio e al solo scopo di rendere felice il destinatario del pensiero, della parola o dell’azione che esprime un tale sentimento.
Questo è l’amore di Dio, il nostro Creatore il quale, sebbene noi continuiamo a combinarne di tutti i colori per rovinare la sua creazione e danneggiare noi stessi (cfr. Ecclesiaste 8:9) o perfino ne rinneghiamo l’esistenza e l’opera, affidandoci, anche contro ogni evidenza e ragionamento logico, ad un ipotetico e cieco caso, egli continua a far “sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Matteo 5:45, Di) promettendo anche “tempi di ristoro” (Atti 3:19, VR), e quanto ne abbiamo bisogno in questi giorni di drammatici avvenimenti!
1976 anni fa, esattamente la sera di giovedì 31 marzo del 33 d.C. al nostro calendario, ma era appena iniziato il 14 di abib-nisan, primo mese del calendario sacro ebraico, un’altra luna piena illuminava il cielo di Gerusalemme e una scena alla quale tutta la creazione invisibile guardava con ansiosa aspettativa.
Era appena iniziato il giorno della “pasqua” ebraica, in cui gli abitanti di quella nazione dovevano ricordare la miracolosa liberazione dalla schiavitù egiziana avvenuta nel 1.513 a.C. (cfr. Esodo 12:6,41,42; Deuteronomio 16:1-8). Quel giorno stava per esser risolta una contesa, un caso giudiziario sorto poco più di 4.000 anni prima in una parte del Medio Oriente ubicata più o meno nei pressi delle sorgenti dei fiumi Tigri ed Eufrate dove il nostro Creatore aveva posto la prima coppia umana (cfr. Genesi 2:10-14). In quel luogo una creatura spirituale, un angelo ribelle, sfidò il diritto di Dio di dominare sulla sua creazione (cfr. Genesi 3:4,5) e mise in dubbio la lealtà delle sue creature.
Già la notte del 14 nisan del 1.513 a.C. la contesa della sovranità di Dio era stata chiamata in causa e il Faraone d’Egitto dovette riconoscerne la superiorità liberando il Suo popolo. L’altro aspetto della contesa era stato reso chiaro qualche decina d’anni prima allorché quella ribelle creatura spirituale, parlando di un “uomo integro e retto” che “teme Dio ed è alieno dal male”, disse: “Pelle per pelle! L'uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita; ma stendi un po' la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia” (Giobbe 2:3-5).
Quell’uomo, Giobbe, mantenne la sua integrità morale nonostante tutti i guai che quella malvagia creatura spirituale, un angelo ribelle, Satana il Diavolo, gli causò. Ma Dio aveva posto un limite all’azione di Satana, gli aveva detto “rispetta la sua vita” (v. 6).
Quella notte del 14 nisan del 33 d.C. un altro uomo si trovò implicato in quella contesa.
Quell’uomo era molto più importante del povero Giobbe: era il figlio prediletto di Dio, il suo “primogenito” e il suo “unigenito”, non un componente di una immaginaria e falsa triade d’ispirazione pagana, ma una sua creatura, la prima creatura in senso assoluto a cui Dio diede vita e l’unica creata direttamente da Dio (cfr. Colossesi 1:15, VR e Di; 1Giovanni 4:9), e di Dio era il portavoce, “la Parola” (cfr. Giovanni 1:1).
Dio aveva scelto proprio lui, questo amato figlio, per risolvere in modo definitivo quella contesa e lo fece, perché non vi fossero più dubbi, ricreando le stesse condizioni che c’erano state in Eden.
In maniera miracolosa trasferì la vita di questo suo figlio dai cieli, dove viveva come persona spirituale, un angelo anche lui, sulla terra nel seno di una donna, una devota e umile donna ebrea, discendente diretta del re Davide (cfr. Matteo 1:6-16). Questo miracolo evitò che quel bambino, a cui fu dato il nome Gesù, ricevesse la vita da un altro uomo discendente di Adamo ereditandone la stessa condizione peccaminosa. Perciò egli nacque perfetto, proprio come lo era Adamo quando fu creato da Dio, prima che peccasse. Per questo motivo Gesù è anche definito, nella Sacra Scrittura, l’ “ultimo Adamo” (cfr. 1Corinzi 15:45).
Come uomo perfetto Gesù aveva la stessa prospettiva di vita che ebbe Adamo prima del suo peccato, cioè poteva vivere per sempre su questa terra. Il suo corpo perfetto non era soggetto alla corruzione, all’invecchiamento, alle malattie e alla morte per cause naturali. E, se avesse voluto, egli avrebbe potuto anche generare una sua progenie perfetta, con le sue stesse prospettive di vita eterna.
Ma non era questo il motivo per cui il suo Padre celeste lo aveva mandato sulla terra. Egli lo sapeva benissimo. Nel suo amore per tutte le sue creature, specialmente per quelle che erano discese da Adamo ereditandone la condizione peccaminosa e la conseguente condanna a morte (cfr. Romani 6:23), e per soddisfare la sua superiore giustizia, Dio aveva disposto un prezzo di riscatto in favore degli incolpevoli discendenti di Adamo perché potessero ricevere ciò che la colpa di quel progenitore aveva loro negato: la vita eterna su una terra paradisiaca. Questo prezzo di riscatto doveva essere pagato con qualcosa di corrispondente a ciò che Adamo aveva perso, una vita umana perfetta che doveva essere ceduta in sacrificio. Gesù, quindi, e solo lui, poteva soddisfare questa condizione (cfr. Romani 5:15-19; Ebrei 10:5-10).
Cosa, dunque, “sacrificò” Gesù?
Proprio le sue prospettive di vita eterna sulla terra come uomo perfetto e la possibilità di generare una sua progenie perfetta.
E in che modo sarebbe avvenuto questo “sacrificio”?
Egli sfidò tutti i governi umani e Satana, il loro ispiratore. Quando questi gli offrì il potere di tali governi, Gesù sdegnosamente li rifiutò dicendo: “Vattene Satana, poiché sta scritto: ‘Adora il Signore Dio tuo e servi a lui solo’” (Matteo 4:10). Si Gesù, contrariamente ad Adamo, e a molti altri uomini, non pensò mai di rendersi indipendente da Dio ma si sottomise volontariamente alla sua sovranità! E, coerentemente, durante i suoi tre anni e mezzo di ministero terreno, proclamò in lungo e largo il Regno di Dio indirizzando anche la mente dei suoi seguaci al dominio divino, insegnando loro a pregare non per questo o per quel governo umano, come fanno invece i capi religiosi del falso cristianesimo, ma “Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà in terra come in cielo”! (Matteo 6:10; Marco 1:14,15; Luca 17:21).
Questa sua attitudine mentale e la sua attività a favore del dominio divino lo portò a scontrarsi con i governanti umani, con i capi religiosi e politici della nazione d’Israele, che volevano ristabilire l’antico regno di Israele con un re umano a capo della nazione, e con l’impero allora dominante, quello romano.
Questi agivano come strumenti di Satana il Diavolo per allontanare le persone da Dio e impedire loro di sottomettersi al suo dominio (cfr. Giovanni 8:44; Matteo 23:6-14).
Quella notte del 14 nisan del 33 d.C., dunque, il rappresentante legale del regno di Dio, Gesù, si scontrò con i rappresentanti del dominio dell’uomo.
Che questa fosse la contesa in gioco si comprende dall’argomento della conversazione che ci fu tra Gesù e il rappresentante dell’impero romano, Pilato, il quale gli chiese “Dunque, sei tu re?” e da ciò che i caporioni, gli scribi, i farisei, i sacerdoti ebrei dissero per indurre il governatore romano a condannarlo a morte: “Se liberi costui, tu non sei amico di Cesare; chiunque si fa re, si oppone a Cesare” e “Noi non abbiamo altro re che Cesare” (Giovanni 19:12-15).
“Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest'uomo?». Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato» … Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità … Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi … Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso”. - Giovanni 18:29 - 19:16, CEI
In quell’occasione Dio non pose alcun limite al Diavolo, lasciando che provasse il suo rappresentante fino al sacrificio supremo della propria vita! Gesù dimostrò, al di là di ogni dubbio, come molto probabilmente avrebbe fatto anche il “retto” e “integro” Giobbe, e come hanno fatto in seguito molti discepoli di Gesù, che la lealtà a Dio delle sue creature “rette” e “integre” è genuina e forte, al di sopra di ogni interesse personale, quant’anche fosse in gioco la vita stessa! (cfr. Atti 5:29).
Fu, quindi, dimostrato, con la morte di Gesù, che Satana è un bugiardo, un opportunista, un calunniatore, e che così sono anche i suoi seguaci, sia politici che religiosi! Fu anche chiaro che in Eden, quand’egli fomentò la rivolta contro il dominio di Dio, furono lui e chi seguì il suo esempio, Adamo ed Eva, a sbagliare, e fu legittimo da parte di Dio applicare la sua giustizia, perché il non agire secondo giustizia ha dato vita, da allora in poi, ad una catena interminabile di ingiustizie che ha portato il genere umano sull’orlo del baratro!
In quel fatidico 14 nisan del 33 d.C. sembrò che il governo dell’uomo prendesse il sopravvento sul dominio divino, poiché Gesù fu messo a morte come l’ultimo dei malfattori, addirittura con l’accusa di aver “bestemmiato” è offeso il nome Dio, lui che disse: “Io ho manifestato il tuo nome agli uomini … ho fatto loro conoscere il tuo nome e lo farò conoscere ancora, affinché l'amore, del quale tu mi hai amato, sia in loro e io in loro” (Giovanni 17:22,26). Quest’accusa fu insopportabile per lui, perciò disse: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia volontà, ma la tua” (Luca 22:42).
Fu una vittoria effimera quella di Satana e dei suoi seguaci terreni! Una semplice ferita al calcagno della simbolica donna di Dio, non la Madonna, come falsamente si afferma, ma la sua organizzazione celeste composta dalle sue creature spirituali, da dove Gesù venne (cfr. Genesi 3:15; Isaia 54:1,5,6; Galati 4:26; Apocalisse 12:1-6).
Dopo tre giorni Dio risuscitò Gesù, di nuovo come creatura spirituale così che potesse tornare da dove era venuto, nei cieli, con il comando: “Siedi alla mia destra, finché io abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi” (Atti 2:34,35). Lì Gesù è rimasto in attesa che maturassero i tempi stabiliti da Dio per ricevere pieni poteri come re per schiacciare definitivamente la testa al serpente, cioè a Satana e toglierlo per sempre di mezzo, insieme ai suoi seguaci terreni, politici e religiosi (cfr. Genesi 3:15; Apocalisse 11:15-18; 20:2,3,7-10).
Questo è il messaggio “pasquale” che dovrebbe risuonare nel mondo oggi, in un tempo in cui, secondo la profezia e la cronologia biblica, stiamo vicini al momento in cui Gesù inizierà a governare in nome di Dio su tutta la terra! …
E’, forse, questo che viene insegnato dalle chiese cosiddette “cristiane”?
Oggi, 9 aprile 2009 del nostro calendario, corrisponde al 14 nisan dell’antico calendario ebraico. La luna piena che splende in cielo ne è una prova (il mese di nisan iniziava con la prima luna nuova più vicina all’equinozio di primavera – il 21 marzo – e il 14° giorno è proprio la fase di luna piena). Il giorno ebraico iniziava dopo il tramonto del sole e durava fino al tramonto successivo. Nel falso cristianesimo si ricorda la morte di Cristo domani sera, perciò in un tempo del tutto inappropriato (dopo il tramonto saremo già nel 15 nisan), e molti che lo fanno non ne conoscono nemmeno il valore, limitandosi solo a seguire una tradizione appiccicata loro alla nascita ma nella completa ignoranza del proposito di Dio e di come questo, nel tempo, progressivamente si adempie! (cfr. Giovanni 17:3). Questo di certo non onora il nostro Creatore né il sacrificio di Cristo.
Quel sacrificio assume anche un valore particolare in un momento di estrema angoscia in questa nazione. Molte persone stanno piangendo i loro cari, vittime del terremoto e si chiedono il perché di tanto dolore. Al di là dell’abbondante retorica espressa in questi giorni che, come sempre, tra non molto cadrà nel dimenticatoio, la Parola di Dio ci spiega che dolori e lutti sono la conseguenza della ribellione alla sovranità di Dio e che, perciò, “il tempo e il caso raggiungono tutti” (cfr. Genesi 3:17-19; Ecclesiaste 9:11).
E’ del tutto falso, quindi, quanto ha dichiarato il Direttore di Radio Maria, “padre” Livio Fanzaga, che, con fare da vero sciacallo, ha affermato: “Il Signore ha voluto che in questa settimana santa anche loro partecipassero alle sue sofferenze, alla sua passione" (http://www.youtube.com/watch?v=obKwqICewQA). In pratica egli ha detto che tale tragedia è stata voluta dal Signore durante la settimana di passione prima della Pasqua. Questa è una calunnia degna del miglior Satana il Diavolo! (cfr. Giacomo 1:13).
Le profezie bibliche ci avvertono, infine, che l’intensificarsi di certi eventi prelude al tempo in cui Cristo Gesù prende pieni poteri come Re designato del Regno di Dio per rimettere le cose a posto e la Parola di Dio ci conforta dicendoci che il sacrificio di Cristo Gesù servirà ad annullare tutti i malefici effetti della ribellione alla sovranità di Dio (cfr. Matteo 24:7; Marco 13:8; Luca 21:11). In cambio del suo sacrificio, della sua rinuncia a vivere una vita perfetta e della possibilità di avere una sua progenie perfetta, Cristo ha, infatti, ottenuto da Dio di acquistare come suoi “figli” tutti i discendenti di Adamo (cfr. il Salmo 45:16). A questi può, quindi, trasferire di nuovo il diritto a vivere per sempre su una terra paradisiaca. E’ per questo motivo che il profeta Isaia lo definisce anche “Padre eterno” (Isaia 9:6). Infatti, tra le cose che saranno eliminate dal Regno di Dio ci sarà anche la morte (cfr. 1Corinzi 15:26; Apocalisse 21:4). E la Parola di Dio parla anche di una speranza per tutti coloro che hanno perso la loro vita perché, con il sacrificio di Cristo, è stata posta la base per la loro risurrezione, affinché possano tornare a vivere qui, sulla terra, per sempre (cfr. Romani 5:18; 1Corinzi 15:12-19; Salmo 37:9,11,29, VR e Di - 36:9,11,29, CEI).
A questo si deve rendere testimonianza e questo si deve ricordare e commemorare in obbedienza al comando di Gesù "fate questo in memoria di me"! (Luca 2:19). Le cerimonie ritualistiche e pompose che fanno leva sull’emotività e sul sentimentalismo in uso nel cristianesimo apostata sono solo un raggiro, l’ennesimo inganno del Diavolo per allontanarci dalla verità (cfr. 2Corinzi 11:14,15).
April 05 "ECCO IL TUO RE VIENE MANSUETO, CAVALCANDO UN ASINO"PACE E SICUREZZA, DA CHI?
Circa 2500 anni fa, nel 518 a.C. un profeta ebreo di nome Zaccaria pronunciò queste parole profetiche:
“Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia o figlia di Gerusalemme! Ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e porta salvezza, umile e montato sopra un asino, sopra un puledro d'asina … Egli parlerà di pace alle nazioni; il suo dominio si estenderà da mare a mare, e dal Fiume fino all'estremità della terra” – Zaccaria 9:9,10 (Di).
Questa profezia trovò il suo adempimento 551 anni dopo, il giorno 9 del mese di abib-nisan, il primo del calendario sacro ebraico, del 33 d.C. (corrispondente alla domenica 26 marzo del nostro calendario) allorché Gesù entrò trionfalmente a Gerusalemme cavalcando, appunto, un puledro d’asina.
Il racconto evangelico di quell’avvenimento dice infatti:
“Quando furono vicini a Gerusalemme, giunti a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio che si trova davanti a voi; e subito troverete un'asina legata e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dice qualcosa, ditegli che il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà presto». Or questo accadde, affinché si adempisse ciò che fu detto dal profeta, che dice: «Dite alla figlia di Sion: Ecco il tuo re viene a te mansueto, cavalcando un asino, anzi un puledro, figlio di una bestia da soma». I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro comandato. Condussero l'asina e il puledro, posero su questo i loro mantelli, ed egli vi montò sopra. E una grandissima folla stendeva i suoi mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li spargevano sulla via. Le folle che precedevano come quelle che seguivano gridavano, dicendo: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!»” – Matteo 21:1-9 (Di). Come si comprende dal suddetto racconto quello non fu un evento casuale, ma fu predisposto con cura da Gesù. Perché?
Attraverso quella scena egli desiderava lanciare un poderoso messaggio che lasciasse un’impronta indelebile nella mente della gente.
Quando Salomone, su richiesta del popolo, venne nominato re d’Israele, egli si recò nel luogo in cui doveva essere “unto” (o incaricato) cavalcando la “mula” paterna (cfr. 1Re 1:33,34). Gesù viene chiamato nelle Sacre Scritture “il più grande Salomone” (cfr. Matteo 12:42). Un altro particolare del racconto evangelico collega ciò che accadde quel giorno alle cerimonie d’unzione di re in Israele. Quando Jehu fu “unto” re su Israele i presenti “si affrettarono a prendere ciascuno il proprio mantello e a stenderlo sotto di lui sugli stessi gradini; poi suonarono la tromba e dissero: «Jehu è re!»” (2Re 9:13, Di). Anche il fatto che la folla osannò Gesù come “Figlio di Davide” ci rammenta le parole che l’angelo Gabriele disse a Maria nell’annunciare la sua nascita: “concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine»” (Luca 1:31-33).
Perciò il corteo che quel 9 di abib-nisan entrò a Gerusalemme lanciò il chiaro messaggio che Gesù era il Messia e Re costituito da Dio.
Quell’avvenimento è oggi ricordato dalle chiese cosiddette “cristiane”, la Cattolica, l’Ortodossa e le tante denominazioni “Protestanti”, come la Domenica delle Palme [Il corrispondente racconto evangelico dell’apostolo Giovanni ci rivela, infatti, che i “rami dagli alberi” erano “rami di palme” (cfr. Giovanni 12:12,13)]. Sebbene con i rituali previsti in questo giorno si dia risalto alla pace, il comportamento di tali chiese è molto lontano dal messaggio che Gesù lanciò in quella occasione. Con il loro appoggio alla politica e ai governi umani, espressione del dominio satanico sulla terra (cfr. Matteo 4:8,9; 1Giovanni 5:19), esse in pratica hanno rigettato Cristo come re messianico (cfr. Giacomo 4:4). Con la loro bocca ne dichiarano la regalità ma con le loro opere ne rinnegano l’autorità, esattamente come fecero, poi, la maggioranza di quelle persone che il 9 nisan del 33 d.C. lo acclamarono come re del regno di Dio e qualche giorno dopo, il 14 nisan, chiesero a Pilato di condannarlo a morte!
Specialmente i capi sacerdoti e i farisei pensarono che fosse decisamente fuori luogo attribuire a Gesù quegli onori regali. “Maestro”, gli chiesero con voce indignata, “rimprovera i tuoi discepoli”. Gesù rispose: “Vi dico: Se questi tacessero, le pietre griderebbero” (Luca 19:39,40).
Sì, il Regno di Dio fu il tema della predicazione di Gesù. Egli predicò intrepidamente questo messaggio, sia che le persone lo accettassero o no.
Cos’è questo Regno?
Questa domanda è stata posta stamattina anche da un eminente capo del cristianesimo apostata nella sua omelia domenicale. Ai fedeli che lo stavano ascoltando egli ha chiesto:
"Ma noi, abbiamo veramente compreso il messaggio di Gesù, Figlio di Davide? Abbiamo capito che cosa sia il Regno di cui Egli ha parlato nell’interrogatorio davanti a Pilato?"
Quindi, dopo aver dissertato sull’argomento, ha concluso fornendo egli stesso questa risposta:
"… non è una regalità di un potere politico, ma si basa unicamente sulla libera adesione dell’amore - un amore che, da parte sua, risponde all’amore di Gesù Cristo che si è donato per tutti … confidare in Dio e credere che Egli sta facendo la cosa giusta; che la sua volontà è la verità e l’amore; che la mia vita diventa buona se imparo ad aderire a quest’ordine. Vita, morte e risurrezione di Gesù sono per noi la garanzia che possiamo veramente fidarci di Dio. È in questo modo che si realizza il suo Regno".
Cos’è dunque il Regno di Dio per costui? Semplicemente una condizione mentale che il fedele deve raggiungere che lo porta a credere e ad aver fiducia in Dio e a comportarsi in armonia con la sua volontà. Anche se non viene spiegato in che modo, in pratica, questo si può fare, il concetto non è di per se sbagliato!
Ma, tornando al Regno di Dio, è veramente questo che le Sacre Scritture insegnano?
La risposta non può che essere NO!
La Parola di Dio afferma decisamente che il Regno di Dio non è uno stato mentale che un fedele deve conseguire ma è un governo vero e proprio che dovrà sostituire tutti i sistemi di governo che nel tempo l’uomo ha ideato “a suo proprio danno” (cfr. Ecclesiaste 8:9). E’ infatti scritto:
“Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre” – Daniele 2:44
Cristo Gesù è il legittimo governante di questo Regno. Questo fu riconosciuto senza ombra di dubbio dai suoi discepoli. Disse di lui Natanaele: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!” (Giovanni 1:49). A quel tempo la comprensione dei discepoli, come della maggioranza delle persone che l’ascoltavano, era ancora limitata poiché essi credevano che il potere regale del Messia fosse circoscritto alla terra dell'Israele naturale (cfr. Atti 1:6), ma Gesù spiegò loro quale era l’effettiva portata del suo governo e nella visione apocalittica egli fece scrivere a Giovanni:
“Il regno del mondo appartiene al Signore nostro e al suo Cristo: egli regnerà nei secoli dei secoli … Noi ti rendiamo grazie, Signore Dio onnipotente, che sei e che eri, perché hai messo mano alla tua grande potenza, e hai instaurato il tuo regno. Le genti ne fremettero, ma è giunta l'ora della tua ira, il tempo di giudicare i morti, di dare la ricompensa ai tuoi servi, ai profeti e ai santi e a quanti temono il tuo nome, piccoli e grandi, e di annientare coloro che distruggono la terra” – Apocalisse 11:15-18
Come si evince da queste parole, questo Regno dovrà dominare il mondo intero e ha un preciso “programma di governo”, ch’è quello di eseguire il giudizio di Dio contro tutti gli oppositori del suo dominio, ricompensare con l’adempimento delle promesse divine quelli che, nel corso del tempo, hanno rifiutato di sostenere i governi umani, e fra queste ricompense c’è anche la risurrezione per coloro che sono morti, e, infine, spazzare via dalla faccia della terra tutti quelli che, non sottomettendosi alla volontà di Dio, hanno rovinato la terra! Tra i compiti finali c’è, poi, quello di trasformare l’intera terra in un “paradiso”, secondo l’originale proposito di Dio. Questo, infatti, è il senso della promessa di Dio resa attraverso il suo profeta:
“Il deserto e la terra arida si rallegreranno, la solitudine gioirà e fiorirà come la rosa; fiorirà abbondantemente e gioirà con giubilo e grida d'allegrezza. Le sarà data la gloria del Libano, la magnificenza del Karmel e di Sharon. Essi vedranno la gloria dell'Eterno, la magnificenza del nostro Dio. Fortificate le mani infiacchite, rendete ferme le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete!». Ecco il vostro Dio verrà con la vendetta e la retribuzione di Dio; verrà egli stesso a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturate le orecchie dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto griderà di gioia, perché sgorgheranno acque nel deserto e torrenti nella solitudine. Il luogo arido diventerà uno stagno e la terra assetata sorgenti d'acqua; nei luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli ci sarà erba con canne e giunchi. Là vi sarà una strada maestra, una via che sarà chiamata "la via santa"; nessun impuro vi passerà; essa sarà soltanto per quelli che la seguono; anche gli insensati non potranno smarrirvisi. Non vi sarà più il leone, né alcuna bestia feroce vi salirà o vi apparirà, ma vi cammineranno i redenti. I riscattati dall'Eterno torneranno, verranno a Sion con grida di gioia e un'allegrezza eterna coronerà il loro capo; otterranno gioia e letizia, e il dolore e il gemito fuggiranno” – Isaia 35:1-10 (Di).
Stamani sono state fatte recitare alcune preghiere nelle diverse lingue parlate dalla gente che in mondovisione presenziava a quella cerimonia. Una di queste preghiere, pronunciata in lingua russa e tradotta dal telecronista a beneficio di tutti, diceva:
“prego per i governanti affinché, illuminati dalla tua luce, si adoperino per la giustizia e per la pace”.
Al termine di quella serie di preghiere quell’eminente capo religioso ha aggiunto la sua personale supplica: “ascolta o Signore le loro preghiere”.
Ebbene, questo tipo di preghiera non sarà mai ascoltata da Dio! Perché?
Scrisse un saggio re dell’antichità: “Chi volge altrove l'orecchio per non ascoltare la legge, anche la sua preghiera è in abominio” (Proverbi 28:9). La “legge” di Dio ha decretato la fine di tutti i governi umani, dunque pregare per essi, perché facciano quello che non hanno mai fatto, è un “abominio” al cospetto di Dio!
Non dovremmo mai dimenticare che la fonte del potere di questi governi è Satana il Diavolo (cfr. Matteo 4:8,9; 1Giovanni 5:19). Egli li usa per distogliere la mente delle persone dal vero proposito di Dio, restaurare sulla terra il dominio divino per mezzo del Regno nelle mani di Cristo! Così come usa la falsa religione, incluso il cristianesimo apostata (cfr. Matteo 13:36-39) per avallare questo grande inganno!
Gesù, e solo lui, è chiamato nelle Sacre Scritture “Principe di pace” e di lui, e solo di lui è detto che:
“grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre” – Isaia 9:5-7
Stamane, a molte persone sincere, ma che probabilmente, e non per colpa loro, non leggono le Sacre Scritture e seguono solo una certa tradizione, è stato dato un rametto di ulivo, in sostituzione del ramo di palme che venne invece utilizzato quel lontano 9 nisan del 33 d.C. Ognuno si è portato a casa il suo rametto nella convinzione che serve per ricevere la benedizione di Dio sulla propria casa.
Ma qual’era il vero significato di quei rami di palme che vennero agitati davanti al re Cristo Gesù?
Nel libro di Apocalisse, al cap. 7 vv. 9,10 l’apostolo Giovanni vede una “moltitudine immensa” di persone “di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani”. Giovanni sente, quindi questa moltitudine di persone gridare a gran voce “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello”. Questa “moltitudine immensa” è composta dalle persone che sopravvivranno alla prossima distruzione del sistema di cose satanico, inclusi tutti i governi umani. Infatti, nei successivi vv. 14,15, di tali persone è detto:
“Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro”.
E’ dunque evidente che le palme agitate simboleggiano, come nella rappresentazione tipica del 9 nisan del 33 d.C., la sottomissione di quelle persone alla posizione regale di Cristo Gesù, poiché, contrariamente a quanto viene insegnato e incoraggiato a fare dai capi della falsa religione, esse non confidano nei governi umani per le loro speranze di pace e di giustizia ma si affidano, per la loro salvezza, al Regno di Dio.
Mi sembra dunque appropriato che ciascuno di quelli che oggi si son portati a casa quel rametto di ulivo, per commemorare quell’antico avvenimento, si chieda personalmente qual è la sua posizione rispetto al Regno di Dio. Confida egli che i governi umani possano mettersi d’accordo tra loro e portare condizioni di pace e sicurezza e pregano per questo, come incoraggiano a fare i capi religiosi del cristianesimo apostata o pregano, come invece insegnò Gesù, che venga il Regno di Dio e faccia fare la Sua volontà anche sulla nostra terra e si comportano di conseguenza osservando già ora le "leggi" di quel Regno scritte nella Parola di Dio?
C’è un motivo impellente per chiedersi ciò! La Parola di Dio ci avverte che l’intensificarsi di tutti questi falsi e ingannatori appelli alla pace fatti dagli uomini preludono proprio all’intervento del re messianico Cristo Gesù con tutta la sua autorità per fare giustizia contro quelli che non sono disposti a sottomettersi al dominio divino, poiché è anche scritto:
“E quando si dirà: «Pace e sicurezza», allora d'improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà” – 1Tessalonicesi 5:3 March 30 EVOLUZIONE O CREAZIONE: QUAL'E' LA VERITA'? - AppendicePERCHE’ “CI CREDONO” ?
Mentre camminavo attraverso le sale del Palazzo delle Esposizioni a Roma, che ospitano in questo periodo la mostra celebrativa su Darwin, e osservavo quelle che con molta enfasi, e anche con molta fantasia, vengono spacciate per “le prove” dell’Evoluzione, davanti alla palese inconsistenza delle stesse mi chiedevo cosa avesse spinto Darwin a insistere con tanta tenacia su una teoria che presentava lacune scientifiche così tanto marcate da essere, a distanza di tanti anni e con il notevole progresso che c’è stato nelle conoscenze, sempre più in discussione e sempre meno attendibile. E mentre così riflettevo mi sono imbattuto in un poster che forse conteneva la chiave di risposta alla mia domanda.
Parlando della vita privata dello scienziato e della morte prematura, a 10 anni, della sua figlioletta Annie, il testo del cartello diceva “… Emma [la moglie di Darwin] la immaginava in paradiso, mentre Charles non poteva … Per tutta la vita pianse la perdita della sua ‘povera, cara, cara bambina’”.
Qualche giorno dopo mi è capitato di leggere, sull’inserto del Venerdì di Repubblica, un articolo sulla Mostra in questione, con una breve intervista a Richard Dawkins, zoologo e docente dell’Università di Oxford, definito dall’articolista “uno degli intellettuali più stimolanti e spregiudicati in circolazione”, strenuo difensore della teoria darwiniana nonché autore del bestseller L’illusione di Dio, con il quale ha dissertato che Dio non esiste e che l’ateismo è un’aspirazione “nobile e coraggiosa. Si può essere atei felici, equilibrati, morali e intellettualmente appagati”. Ebbene, in tale intervista Dawkins dice di Darwin: “Da giovane … fu vicino alla Chiesa, ma poi perse la fede. A causa dei suoi studi, si, ma anche perché accumulava dubbi sulla benevolenza divina: la morte dei figli, la brutalità della natura, le sofferenze orribili che vedeva intorno a se … però non si definì mai ateo: era agnostico”.
Una reazione molto comune, questa, tra il genere umano.
Quanto spesso davanti ad una terribile malattia, o a una disgrazia o davanti alla morte di una persona cara, di un figlio, come nel caso di Darwin, ci si chiede perché, se Dio esiste, permette che accadono queste cose che tanto dolore causano? La mancanza di una risposta “logica” o anche, una risposta falsa e menzognera, se non addirittura diabolica (perché pone Dio sotto una cattiva luce e ricordiamo che la parola “diavolo” significa proprio “calunniatore”), come quella che spesso si sente dare dal clero del falso cristianesimo, che Dio, nel caso della morte di un bambino, abbia voluto portarsi in cielo un altro “angioletto” (vi è mai capitato di ascoltare questa stupida “giustificazione”? … a me si!), lasciando qui sulla terra dei poveri genitori affranti (che cosa malvagia!) spesso allontana le persone da Dio se non, addirittura, le fa “arrabbiare” contro Dio!
Scrive, ad esempio, Corrado Augias, noto giornalista e scrittore "laico", recensendo il libro Disputa su Dio e dintorni, scritto e pubblicato insieme ad uno scrittore "credente", Vito Mancuso, "non credo che siamo stati creati per volontà di un qualche dio; tanto meno che siamo fatti 'a sua immagine e somiglianza', ci sono giorni in cui mi guardo intorno, vedo o leggo ciò che succede e trovo questa affermazione come minimo impropria ... Se poi penso agli orrori di cui gli uomini, compresi gli uomini di chiesa, sono stati capaci, mi sembra addirittura blasfema".
Se poi aggiungiamo le tante cose storte che vengono insegnate come se venissero da Dio, quale, ad esempio e tanto per citarne qualcuna di attualità, la condanna dell’uso di metodiche contraccettive, ch'è lasciato alla libera scelta personale, non essendoci nella Parola di Dio, l’espressione scritta della Sua volontà, alcun comandamento in merito, e le tante altre forzature sul libero esercizio della propria coscienza laddove non esiste un preciso comando scritturale, che sono fatte nel nome di Dio solo al fine di dominare le coscienze ed esercitare su di esse quel potere che Dio non ha dato a nessun uomo (cfr. Romani 2:14,15; 14:22,23), allora si può cominciare a comprendere “la tigna” (come si dice nella mia città), e spesso anche la “veemenza” di espressione, come quella del giovane commentatore di questi miei post (beato lui, perché la sua giovane età veramente è cosa invidiabile, oltre ad essere un’attenuante), che spinge molti a rifiutare “a priori” di considerare con la dovuta attenzione e serietà anche “le prove” che ci sono sull’esistenza di un Creatore.
A proposito del citato Dawkins, strenuo sostenitore dell’ipotesi evolutiva, il quale afferma che “la teoria darwiniana è ora confortata da tutte le rilevanti testimonianze disponibili, e la sua veridicità non è messa in dubbio da nessun serio biologo moderno” (New Scientist, “The Necessity of Darwinism”, di Richard Dawkins, 15/4/1982, pg. 130), egli è un classico esempio di come si comportano molti “scienziati” evoluzionisti.
Essi tentano di mettere a tacere ogni opposizione alle loro idee facendo ricorso a dichiarazioni del genere e lasciando intendere che solo gli incompetenti potrebbero non crederci. Quanti profani oseranno contraddirli?
Ad esempio, il mio giovane interlocutore (evidentemente cresciuto alla scuola di convinti evoluzionisti … mi chiedo quale sarebbe la sua opinione se fosse, invece, cresciuto in una scuola meno fondamentalista, tipo quella del biologo Giuseppe Sermonti) anche lui, afferma: “voler bollare le testimonianze fossili sull'evoluzione umana come mere falsita' … e' davvero un'aberrazione, un insulto alle centinaia di paleoantropologi che hanno studiato e sudato per interpretare, datare e collocare i numerosi reperti in loro possesso. Non solo: la storia dei reperti paleoantropologici è stata ricollegata alla storia dei cambiamenti climatici ed ecologici che ha subito la terra sin da quando si suppone (dico "suppone" perche' rettifiche sulla datazione sono sempre possibili) [ma va?! … dico io!... siamo, però, ancora e sempre nel campo della “supposizione”] abbia avuto origine la famiglia ominide. Quindi non solo è del tutto assurdo rigettare la sterminata collezione di reperti ominidi, ma è ancora più assurdo e tendenzioso voler ignorare il fatto che questa storia CONCORDA con quanto sappiamo dalle altre discipline, non ultima la biologia molecolare”.
E ancora afferma “lei parla di "interrogativi senza risposta", citando un cartellone della mostra, come se questi interrogativi interessano il cuore della questione. Sbagliato: il nocciolo della questione, che le specie derivino da un antenato comune, è assolutamente e saldamente comprovato da tutti i dati in nostro possesso, e sono tanti. Che poi vi siano questioni ancora dibattute è innegabile [ma va?! … dico ancora io! … e come mai?]. Ma, se lo lasci dire, è un qualcosa che riguarda qualsiasi teoria scientifica sia oggi feconda per la ricerca”.
Posso controbattere con la stessa risposta che è stata data al Dawkins, riguardo al quale è stato detto: “Richard Dawkins ha forse così poca fede nelle prove a sostegno dell’evoluzione da dover ricorrere ad affermazioni gratuite e generiche per liquidare coloro che dissentono dalle sue opinioni?” (New Scientist, “Letters”, 13/5/1982, pg. 450).
Si è mai chiesto il giovane amico come mai non si fanno più accesi dibattiti sul fatto che la terra ruoti attorno al sole, o che l’acqua sia formata da idrogeno e ossigeno o che esista la forza di gravità, “teorie” sulle quali pur ci sono state grandi e contrastanti opinioni nel passato, “mentre i processi e i meccanismi dell’evoluzione rimangono argomento di un acceso dibattito”? (ibid.)
Il fatto è che mentre si può dimostrare sperimentalmente che la terra ruota attorno al sole, che l’acqua è formata da idrogeno e ossigeno e che la forza di gravità esiste, l’evoluzione non è dimostrabile sperimentalmente.
Walter R. Thompson, che fu direttore del Commonwealth Institute of Biological Control di Ottawa, in Canada, nella sua prefazione all’edizione centennale de L’Origine della specie di Darwin, non a caso ha scritto:
“Se gli argomenti non reggono all’analisi, non è il caso di dare il proprio assenso, e una conversione in massa sulla base di argomentazioni non valide è da considerarsi deplorevole … I fatti e le interpretazioni su cui si basava Darwin non convincono più. Le estese ricerche sull’ereditarietà e la variazione hanno minato la posizione darwiniana. Uno spiacevole e prolungato effetto del successo dell’Origine delle specie è stata l’assuefazione dei biologi a speculazioni non verificabili … Il successo del darwinismo è stato accompagnato dal declino dell’integrità scientifica. Questa situazione, in cui uomini di scienza si schierano in difesa di una dottrina che non sono in grado di definire scientificamente, e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico, nel tentativo di mantenerne il credito presso il pubblico attraverso la soppressione della critica e l’eliminazione degli ostacoli, è anormale e indesiderabile nella scienza”.
Questo è ciò che affermano stimati uomini di scienza.
Come vede, mio giovane amico, “montagne di spazzatura” spacciate per nozioni scientifiche possono esserci anche dalla parte di chi vuol sostenere a tutti i costi che la teoria dell’evoluzione è ormai un dato di fatto! Come, e qui convengo con lei, “montagne di spazzatura” si trovano anche tra molti falsi religionisti che propinano idee ed interpretazioni personali come fatti scritturali (che si basano, cioè, sulla Sacra Scrittura) e di questo, se ha letto bene i miei post, ne dò ugualmente atto!
Io non sono uno “scienziato” ma una semplice persona comune con una capacità cerebrale nella media (circa 1.450 cc., ben diversa da quella delle scimmie, circa 700/800 cc., alla cui specie non mi vanto certo di appartenere né di discendere). Sono, però, un uomo di fede, che ha costruito la propria fede sull’evidenza, anche scientifica, che la Bibbia non è un libro che esprime pensieri umani ma, come disse uno degli uomini che furono impiegati per scriverla, “quale veracemente è, come parola di Dio” (1Tessalonicesi 2:13). E’, dunque, sotto questo aspetto, che principalmente mi preme capire i perché che ruotano attorno alla teoria dell’evoluzione.
Lo stesso scrittore che ho sopra citato, afferma, sotto ispirazione divina:
“poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti … E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa”. – Romani 1:19-32
Il rifiuto di Dio è antico e risale agli albori dell'esistenza umana.
Iniziò con la prima coppia, un uomo e una donna che non discesero da alcuna specie inferiore essendo stati creati direttamente da Dio (cfr. Genesi 1:26,27). E l’esplosione improvvisa della vita intelligente sulla terra, piuttosto che una lenta evoluzione nel tempo, sembra supportare in pieno questa tesi!
Erano esseri già ben formati non solo in tutte le loro parti fisiche ma anche morali, cosa da non sottovalutare affatto, e con una capacità che nessun’altra specie vivente ha: l’intelletto, una sorta di hard wiring, cioè una predisposizione all’apprendimento che nessun animale possiede (e perciò non potrebbe neanche mai trasmettere). Mentre, infatti, gli animali, hanno una saggezza istintiva “cablata”, incorporata, ma limitate capacità di apprendimento per quanto riguarda cose nuove, noi uomini possediamo molte capacità di apprendimento innate, una sorta di “preprogrammazione dell’apparato neurale che ci consente di formare concetti da ciò che vediamo, un linguaggio da ciò che udiamo e pensieri dalle esperienze che facciamo” (The Universe Within, di Morton Hunt). E questa peculiarità permette all’uomo "ingegnoso" anche di poter sopravvivere in habitat e condizioni differenti da quelli dove comunemente vive, mentre ciò non è concesso agli animali, ad esempio ai gorilla, come suggerisce il mio giovane interlocutore!
Il cervello umano “è dotato di un potenziale considerevolmente maggiore di quello utilizzabile nell’arco di vita di una persona” (Encyclopædia Britannica, Vol. 12, pg. 998). Esso potrebbe apprendere e memorizzare qualsiasi carico di informazioni cui fosse sottoposto ora, e un miliardo di volte tanto! Ma perché mai l’evoluzione avrebbe prodotto una “sproporzione” simile, destinata in partenza a non poter essere mai sfruttata? Leggete invece la spiegazione che viene data dalla Parola di Dio: “Egli ha fatto ogni cosa bella nel suo tempo; ha persino messo l'eternità nei loro cuori, senza che alcun uomo possa scoprire l'opera che Dio ha fatto dal principio alla fine” (Ecclesiaste 3:11). Questa “sproporzionata” capacità di apprendimento del cervello umano, che nessun processo evolutivo avrebbe mai prodotto e trasmesso, è stata programmata da Colui che aveva nel suo proposito creativo la volontà di far vivere l’uomo per sempre (cfr. Giovanni 3:16).
Altra peculiarità del cervello umano, rispetto a quello degli animali, è data dal fatto che “è geneticamente programmato per lo sviluppo del linguaggio”. Il nostro cervello non è predisposto per una specifica lingua, ma abbiamo la capacità congenita di imparare le lingue. Se in famiglia si parlano due lingue, un bambino può apprenderle entrambe. Se viene a contatto con una terza lingua, può imparare anche quella. Gli esperimenti di linguaggio dei segni compiuti sugli scimpanzé “dimostrano in realtà che gli scimpanzé sono incapaci di utilizzare anche le più rudimentali forme del linguaggio umano” (The Brain: The Last Frontier, di Richard M. Restak). Una capacità così straordinaria potrebbe mai essersi evoluta da grugniti e mugolii animali? Lo studio delle lingue più antiche esclude categoricamente una tale evoluzione del linguaggio.
Quel che può avvenire in questo spazio ridotto, quale il cervello umano, sfida la comprensione umana. Spaziando per i nostri blog si ascolta spesso della musica che “accompagna” i nostri pensieri ed esprime le nostre “emozioni”. Proviamo solo ad immaginare, cosa deve avvenire nel cervello di un pianista mentre esegue un difficile brano musicale, impegnando tutte le dita sulla tastiera. Che incredibile senso del movimento deve avere il suo cervello per ordinare alle dita di battere i tasti giusti al momento giusto con l’intensità giusta, perché corrispondano alle note che ha in mente! E se prende una stecca, immediatamente il cervello glielo fa notare. Tutte queste operazioni incredibilmente complesse sono state programmate nel suo cervello attraverso anni di pratica. Ma ciò è possibile solo per il fatto che la capacità musicale è preprogrammata nel cervello umano dalla nascita.
A differenza degli animali, gli uomini sono anche dotati di libero arbitrio e possono programmare il proprio intelletto come meglio credono, in base alla loro conoscenza, ai loro valori, alle loro opportunità e ai loro obiettivi. L’uomo possiede la facoltà mentale dell’astrazione, si prefigge coscientemente degli obiettivi, fa piani per raggiungerli, opera per portarli a termine e prova soddisfazione quando li realizza. Ha il senso della bellezza, un orecchio per la musica, una predisposizione per l’arte, il vivo desiderio di imparare, un’insaziabile curiosità e un’immaginazione in grado di inventare e creare; prova gioia e si sente realizzato quando si avvale di questi doni. Prova soddisfazione nell’impiegare le sue facoltà mentali e fisiche per risolvere i problemi che gli si presentano. È pure dotato di un senso morale che gli permette di distinguere il bene dal male, e di una coscienza che gli rimorde quando sbaglia. Prova felicità nel dare e gioia nell’amare e nell’essere amato. Tutte queste attività e qualità accrescono la sua gioia di vivere e danno un senso e uno scopo alla sua vita. L’essere umano può contemplare il mondo vegetale e animale, la maestà dei monti e degli oceani, la vastità dei cieli stellati, e rendersi conto della sua piccolezza. Ha il concetto del tempo e dell’eternità, si chiede da dove è venuto e dove va, e tenta di capire cosa c’è dietro tutto questo. Nessun animale fa queste riflessioni, mentre l’uomo si chiede il perché e il percome delle cose.
Questo “senso morale”, che è rivendicato anche dai più accaniti evoluzionisti, pone un baratro tra la nostra specie e altre inferiori; è una peculiarità che addita la mano di un Creatore che ha posto dentro l’uomo e nel suo cervello, nonché nel suo cuore, tali capacità (cfr. Genesi 1:26).
Ebbene, quella prima coppia umana abusò di questa facoltà, che implicava il rendere conto delle proprie azioni al Creatore dell’intero universo e delle sue leggi fisiche e morali, (cfr. Ebrei 4:13). Quell’abuso iniziale diede il via a tutta una serie di pensieri e di azioni che hanno avuto il solo scopo di “eliminare” Dio dalla vita dell’uomo che si è così arrogato il “diritto” di decidere da se “ciò che bene e ciò che è male”. (cfr. Genesi 2:16,17; 3:4,5,22). Come risultato si è verificata una “degenerazione”, altro che “evoluzione”, sia fisica, che morale e sociale la quale, attraverso il tempo, “durante il tempo che l’uomo ha dominato l’uomo a suo danno”, ci ha portato all’attuale e irreversibile crisi mondiale che, secondo le profezie bibliche, prelude a una radicale inversione di tale tendenza e all’eliminazione di tutte quelle teorie e malefatte umane che hanno allontanato le creature dal loro Creatore (cfr. Ecclesiaste 8:9; 1Giovanni 2:15-17).
La teoria darwiniana, con le sue ipotesi selettive, ha dato il suo contributo alla degenerazione del pensiero umano. Come rileva l’autore del Catalogo della mostra in questione “il paleontologo Henry Fairfield Osborn, che fu presidente dell’American Museum of Natural History [e convinto evoluzionista] credeva che una forma di miglioramento innato nelle singole discendenze portasse di per se alla comparsa di forme superiori …. Non è un caso che abbia chiamato la sua teoria “aristogenesi” … e non è una coincidenza neppure che il suo nome sia associato al movimento eugenetico e, peggio ancora, alla nascita delle politiche su cui si fondavano i programmi di pulizia etnica di Adolf Hitler durante la seconda guerra mondiale”.
La falsa religione, e in particolare il cristianesimo apostata della Chiesa Cattolica, delle Chiese Ortodosse e delle Chiese cosiddette “Protestanti”, ha la sua parte di responsabilità nello sviluppo della teoria evolutiva poiché l’ipocrisia religiosa di tali istituzioni e l’oppressione esercitata in ogni modo attraverso inquisizioni, il sostegno a dittatori sanguinari, alle guerre che hanno visto mietere milioni e milioni di vittime, con il loro clero che dava il suo appoggio a entrambi i contendenti, ha spinto molte persone a chiedersi perché debbano interessarsi dell’Iddio che queste religioni dicono di rappresentare. A questo allontanamento hanno contribuito anche dottrine assurde e contrarie alla Parola di Dio. Concetti come quello del tormento eterno - secondo cui Dio tormenterebbe in eterno alcune sue creature in un letterale inferno di fuoco - ripugnano alle persone ragionevoli.
Inoltre, molte religioni sono venute meno nel contrastare correttamente l’insegnamento evolutivo, lasciando così i loro fedeli senza alcuna alternativa. Alla recente Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze il Papa Benedetto XVI, ricalcando quanto già affermato da due suoi predecessori, ha esplicitamente detto che “non vi è alcuna opposizione tra la comprensione della Creazione da parte della fede e l’evidenza fornita dalle scienze empiriche” e quindi ha lui stesso affermato che “Creazione ed Evoluzione sono compatibili”.
Con questo avallo della religione, che probabilità ci sono che i fedeli vi si oppongano, anche quando, il “cumulo delle prove” non sostiene l’evoluzione? Il vuoto che questo provoca viene spesso colmato dall’agnosticismo e dall’ateismo. Questi tentativi di conciliare la Parola di Dio con l’evoluzione non hanno fatto che indebolire la sua credibilità portando a un diffuso scetticismo nei confronti delle Sacre Scritture. Abbandonando la fede in Dio, le persone accettano come alternativa l’evoluzione.
Tutto questo, naturalmente, non significa che non dovremmo aver fiducia nella scienza, almeno nella vera scienza! Così come, nonostante siano insegnate tante falsità religiose, non significa che non esista un corretto modo di credere in Dio. In effetti anche se la Parola di Dio non è un trattato scientifico, laddove parla di fenomeni scientifici si è sempre dimostrata accurata e in armonia con le scoperte dei ricercatori.
È giusto, dunque, avere il dovuto rispetto per la conoscenza scientifica e per i risultati conseguiti dalla scienza, anche se, bisogna riconoscere, essa non è l’unica fonte della conoscenza. Lo scopo della scienza è descrivere i fenomeni del mondo naturale e contribuire a spiegare come questi fenomeni si verificano. Ci aiuta a capire l’universo fisico, ovvero tutto ciò che è osservabile. Ma per quanto l’investigazione scientifica progredisca, non potrà mai rispondere alla domanda sullo scopo: perché esiste l’universo? Così come gli evoluzionisti possono continuare ad affannarsi per cercare di dimostrare, contro ogni evidenza, che la semplice variabilità nelle specie sia frutto di una “selezione naturale” che porterebbe all’evoluzione delle stesse quando, in ogni caso, non potranno mai rispondere alla domanda: come ha avuto origine la vita?
Vi sembrerà strano, ma la Parola di Dio fornisce la risposta a tali domande. E lo fa parlando di cose concrete, del tutto compatibili con la realtà e anche in perfetta armonia con le scoperte scientifiche.
Essa offre anche norme di riferimento in campo morale ed etico nonché una guida nella vita … Ma che sia proprio questo il motivo per cui molti preferiscono ignorarla? … come è scritto: “Se si fa grazia all'empio, egli non impara la giustizia; agisce da perverso nel paese della rettitudine e non considera la maestà del Signore” (Isaia 26:10).
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