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    October 23

    LA "CITTA' ETERNA" E LA STORIA BIBLICA - III parte

     
            ROMA
     
     
    CATTOLICA … MA NON CRISTIANA, E NE’ APOSTOLICA
     
    Nella sua lettera ai cristiani della Galazia (la regione centrale dell’Anatolia, nell’odierna Turchia) l’apostolo Paolo enunciò questo basilare princìpio:
                       “Non v'ingannate, Dio non si può beffare, perché ciò che l'uomo semina quello pure raccoglierà
                                                                                                                  (Galati 6:7)
    In base a questo princìpio, un antico agricoltore che aveva lavorato duramente seminando buon grano nel suo campo aveva fiducia che al tempo della mietitura avrebbe anche raccolto del buon grano. Perciò quando i suoi braccianti lo informarono, qualche tempo dopo, che il suo campo produceva non solo grano ma anche zizzanie, egli fu sicuro che qualcuno aveva agito scorrettamente. Sapeva di avere seminato grano, non zizzanie.
    Questo fatto nuovo richiedeva una decisione. I suoi dipendenti suggerirono un’azione immediata, quella di sradicare subito le zizzanie. Ma quel saggio agricoltore frenò il loro zelo e disse loro di aspettare, per timore di danneggiare il grano mentre sradicavano le zizzanie. Ordinò che si lasciassero crescere insieme perché il tempo della mietitura sarebbe stato quello giusto per separare il grano vero da quello falso.
    Questa illustrazione fu usata da Gesù Cristo in una delle sue parabole per raffigurare certi sviluppi che si sarebbero verificati nell’opera da lui iniziata sulla terra. Egli disse:
    Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” – Matteo 13:24-30.
    [E’ opinione comune che le zizzanie di questa illustrazione corrispondano al loglio (Lolium temulentum), un’erbaccia molto simile al grano finché non è maturo, quando lo si può facilmente distinguere per i semi neri più piccoli. Questo, insieme al fatto che le sue radici si intrecciano con quelle del grano, rende del tutto sconsigliabile strappare subito le zizzanie].
     
                      Grano 2                     Loglio 3
     
                                                    GRANO                                                                                    ZIZZANIA (LOLIUM TEMULENTUM)
     
    Nella parabola di Cristo del grano e delle zizzanie, riportata nel vangelo di Matteo al capitolo 13, il grano rappresenta  i figli del regno”, cioè tutte quelle persone che, nel tempo, avrebbero accettato la testimonianza intorno al Regno di Dio divenendone “sudditi” sulla terra in quanto ne avrebbero osservato le leggi e i princìpi, così come sono stati da Dio fatti scrivere nella sua Parola. Le zizzanie rappresentano “i figli del maligno”, cioè tutti coloro che, come il loro padre, il Diavolo, si sarebbero ribellati non sottomettendosi alla volontà di Dio ma decidendo da se qual’era la via per loro (cfr. Giovanni 8:44). Queste persone dal cuore corrotto avrebbero “infestato” il vero cristianesimo di dottrine e pratiche contrarie alla verità contenuta nelle Sacre Scritture (cfr. Matteo 15:8,9). Specialmente dopo la morte degli apostoli, i quali finché erano in vita agirono da “restrizione” contro ogni falsità (cfr. 2Tessalonicesi 2:6-12), uomini avidi di potere e dalla coscienza incallita si sarebbero elevati al di sopra delle comunità cristiane, alleandosi con i poteri politici del mondo di Satana per soddisfare le loro bramosie (cfr. 2Tessalonicesi 2:3,4). Essi avrebbero dato vita ad un falso cristianesimo che, per un certo periodo di tempo si sarebbe sviluppato parallelamente al vero cristianesimo, ma i frutti che avrebbero prodotto infine li avrebbero identificati. L’apostolo Paolo scrisse, infatti che “il frutto dello Spirito è: amore gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo” mentre “le opere della carne sono … adulterio, fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, magia, inimicizie, contese, gelosie, ire, risse, divisioni, sette, invidie, omicidi, ubriachezze, ghiottonerie e cose simili” (Galati 5:19-22). Ciascuno di noi, osservando la condotta e le opere prodotte nel tempo da tanti sedicenti cristiani, è oggi in grado di giudicare, se lo vuole, se questi possono essere annoverati tra “i figli del regno” o tra “i figli del maligno”.
     
    L’opera di semina che Cristo aveva in mente facendo questa illustrazione doveva produrre una messe di veri cristiani che avrebbe ereditato le benedizioni del “Regno dei cieli”. La parabola mostra, in particolare, una condizione che si sarebbe verificata sulla terra fra coloro che affermano d’essere discepoli di Cristo. Questa situazione sarebbe stata permessa per qualche tempo, prima che vi si ponesse fine nella simbolica “mietitura”. Gesù stesso spiegò, in seguito, il significato simbolico di questa illustrazione, dicendo:
    Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti” – Matteo 13:36-42
    Come si può notare, il padrone di casa della parabola che semina “il buon seme nel suo campo” è Gesù, “il Figlio dell’uomo” (cfr Matteo 8:20; 25:31; 26:64). Il “campo”, come viene spiegato, è “il mondo [greco, kòsmos]”, cioè il mondo del genere umano. Dal tempo del ministero terreno di Gesù in poi, infatti, l’umanità è stata un ‘campo coltivato’, un campo di opportunità religiose per seminare e coltivare “il buon seme” o “i figli del regno”. (cfr. 1Corinzi 3:9). Gesù preparò la parte ebraica del “campo” nei tre anni e mezzo del suo ministero terreno (cfr. Matteo 9:35-38). In seguito, dalla Pentecoste del 33 d.C. in poi, per mezzo dei suoi fedeli discepoli, egli piantò “il buon seme”, oltre che tra i giudei, in tutto il mondo o “campo” (cfr. Atti 1:8). In pochi decenni quei zelanti predicatori stabilirono comunità cristiane dall’Africa del Nord al Mar Nero e da Babilonia all’Italia, se non anche più a ovest. Proprio come disse Gesù “la messe fiorì e fece frutto” in gran parte del mondo allora abitato (cfr. Colossesi 1:5,6).
    Ma Gesù avvertì anche che: “mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. Egli indicò che “il suo nemico” era “il Diavolo”, che avrebbe compiuto il sabotaggio “mentre gli uomini dormivano”. Nella Parola di Dio il ‘sonno’ spesso rappresenta la morte. I fatti storici mostrano che “mentre gli uomini dormivano”, cioè quando gli apostoli cominciarono ad addormentarsi nella morte, molti vescovi [greco epìskopoi] cristiani smisero di vigilare permettendo a Satana di “seminare zizzanie fra il grano”, cioè di produrre dei falsi cristiani. Verso il 98 d.C., infatti, l’apostolo Giovanni, ormai prossimo anch’egli ad addormentarsi nella morte, scrisse nella prima delle sue ultime lettere: “Figlioli, questa è l'ultima ora. Come avete udito che deve venire l'anticristo, di fatto ora molti anticristi sono apparsi. Da questo conosciamo che è l'ultima ora” (1Giovanni 2:18).
    Questa illustrazione è, dunque, molto utile per spiegare la storia del cristianesimo nel corso dei secoli. I fatti della storia mostrano che dopo la morte degli apostoli Satana introdusse nelle comunità cristiane molte “zizzanie”. Queste divennero particolarmente evidenti nel secondo e terzo secolo, quando cominciarono a essere insegnate dai cosiddetti “padri della chiesa” dottrine che non avevano alcun fondamento nelle Sacre Scritture ed erano in aperto contrasto con la verità insegnata da Cristo essendo prese di sana pianta dalle filosofie pagane. Molti di quegli uomini erano, infatti, più filosofi che veri vescovi cristiani fedeli agli insegnamenti della Parola di Dio.
    Il culmine di tale semina maligna si ebbe al principio del quarto secolo, quando l’imperatore romano Costantino fuse questo cristianesimo apostata con la religione pagana di Roma. Tale falso cristianesimo, nelle varietà cattolica romana, russo-ortodossa, greco-ortodossa e protestante, ha prodotto un’eccezionale messe di “zizzanie” nel corso dei secoli e fino ai nostri giorni.
     
    L’imperatore romano Costantino è uno dei pochi uomini a cui la storia ha dato l’appellativo “Grande”.
    Il cristianesimo apostata ha, anche, aggiunto espressioni come “santo”, “tredicesimo Apostolo”, “uguale agli Apostoli” e “scelto dalla divina Provvidenza per imprimere la più grande svolta al mondo intero”.
    Per contro, però, alcuni descrivono Costantino come un uomo sanguinario, autore di infinite scelleratezze, un odioso tiranno, colpevole di orrendi crimini.
    Figlio di Costanzo Cloro, imperatore delle province occidentali di Roma, nacque verso il 275 d.C. a Naisso, in quella che oggi è la Serbia. Dopo la morte del padre, Costantino fu acclamato imperatore dall’esercito. In quel tempo altri cinque uomini si contendevano il titolo di Augusto perciò gli anni fra il 306 e il 324 d.C., furono un periodo di continua guerra civile. Nel 312 d.C. Costantino sconfisse il suo avversario Massenzio nella battaglia del Ponte Milvio, alle porte di Roma. Secondo alcuni apologisti cristiani, in quella campagna sarebbe apparsa sotto il sole una croce fiammeggiante recante le parole latine In hoc signo vinces (In questo segno vincerai). Comunque, accogliendolo a Roma, il Senato pagano lo proclamò Augusto e Pontefice Massimo, cioè sommo sacerdote della religione pagana dell’impero.
     
              Ponte Milvio
     
    PONTE MILVIO a Roma, detto anche “Ponte Mollo”
    Nel 312 d.C. presso questo ponte, alle porte di Roma, si combattè la battaglia decisiva tra Costantino e Massenzio per la presa di potere nell’impero romano. Alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio Costantino asserì di aver ricevuto in sogno il comando di far incidere sugli scudi dei suoi soldati il monogramma “cristiano”, le lettere greche chi e rho, le prime due lettere del nome di Cristo in greco. Secondo alcuni apologisti cristiani, in quella battaglia sarebbe apparsa sotto il sole una croce fiammeggiante recante le parole latine In hoc signo vinces, “In questo segno vincerai”. Dopo aver vinto la battaglia, Costantino asserì di essere divenuto cristiano, anche se non ricevette il battesimo che appena prima della sua morte, circa 24 anni dopo. Ma quando morì il Senato romano lo annoverò tra gli dei della religione pagana romana. Costantino, per tenere unito il suo impero, fuse il cristianesimo apostata con la religione pagana di Roma formando in tal modo una nuova religione universale o “cattolica”.
     
    Costantino fu sicuramente un uomo del suo tempo. All’inizio della carriera aveva bisogno dell’“appoggio” di qualche divinità, ma non poteva riceverlo dagli dèi romani sempre più screditati. Egli si rese conto che la religione “cristiana”, per quanto ormai apostata e profondamente corrotta, poteva essere efficacemente sfruttata come forza rivitalizzante e unificante del suo grande progetto imperiale. Adottando le fondamenta del cristianesimo apostata per ottenere il sostegno necessario al conseguimento dei suoi fini politici, decise di unificare i popoli sotto un’unica religione “cattolica”, cioè universale.
    Di conseguenza ci fu una fusione fra “cristianesimo” e false dottrine e pratiche pagane: la Trinità, l’immortalità dell’anima, l’inferno di fuoco, il purgatorio, le preghiere per i morti, l’uso di rosari, l’uso di icone, l’uso di immagini e simili, tutte dottrine e pratiche di origine pagana divennero parte integrante e sostanziale della nuova religione “cattolica”. Alle usanze e alle feste pagane furono, quindi, dati nomi “cristiani”, così, ad esempio, i Saturnali romani che si festeggiavano nel solstizio invernale (il 25 dicembre) divennero il Natale dei “cristiani”.
    Il cardinale cattolico John Newman nel suo libro Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana ha descritto in questo modo come avvenne la semina delle “zizzanie”, profetizzata da Cristo, nelle comunità cristiane:
    “L’uso di templi, e questi dedicati a santi particolari, e ornati in certe occasioni con rami di alberi; l’incenso, le lampade e le candele; le offerte votive per la guarigione dalle malattie; l’acqua santa; gli ospizi; le feste e le stagioni, l’uso di calendari, le processioni, le benedizioni dei campi, gli abiti sacerdotali, la tonsura, l’anello matrimoniale, il volgersi a Oriente, le immagini in una data successiva, forse il canto ecclesiastico e il Kyrie Eleison son tutti di origine pagana e santificati dalla loro adozione nella Chiesa”.
    Perciò, lungi dall’essere stata fondata da Gesù Cristo o dai suoi apostoli, la Chiesa “cattolica” è in gran parte il risultato degli espedienti politici e delle abili manovre di un imperatore pagano.
    In qualità di Pontefice Massimo pagano - e quindi capo religioso dell’impero - Costantino cercò di attirare dalla sua parte i vescovi della chiesa apostata. Offrì loro posizioni di prestigio, potere e ricchezza come ministri della religione dello Stato romano. The Catholic Encyclopedia ammette: “Alcuni vescovi, abbagliati dallo splendore della corte, arrivarono al punto di lodare l’imperatore come se fosse un angelo di Dio, un essere sacro, e di profetizzare che, come il Figlio di Dio, avrebbe regnato in cielo”.
    Nell’intento di assicurare la pace religiosa per ragioni politiche, Costantino intervenne, poi, prontamente per reprimere ogni dissenso, basandosi non sulla verità dottrinale, ma su ciò che voleva la maggioranza. Le profonde divergenze dogmatiche che laceravano la chiesa “cristiana” gli offrirono lo spunto per intervenire quale mediatore “mandato da Dio”.
    Un esempio di questo è ciò che accadde nel Concilio di Nicea, che egli convocò nel 325 d.C. per cercare di appianare la disputa dottrinale che era sorta, su influenza della filosofia greca, circa la relazione esistente tra Dio e il Figlio, Cristo Gesù, oggetto di un forte contrasto sorto in particolare tra ariani e atanasiani, che rischiava di lacerare l’unità dell’impero.
    Quei “cristiani” che facevano capo al presbitero di Alessandria, Ario, affermavano che Cristo era persona diversa dal Padre, inferiore e subordinato a Dio, mentre coloro che facevano capo ad Atanasio, un altro arcidiacono di Alessandria, sostenevano che Gesù e Dio fossero una sola e medesima persona. Poiché le fazioni contendenti non pervenivano ad un accordo, Costantino decise di intervenire in prima persona e d’autorità appoggiando le tesi di Atanasio e dichiarando Ario eretico. In questo modo furono gettate le basi per lo sviluppo della dottrina trinitaria, del tutto sconosciuta tra gli apostoli e i primi cristiani. Costantino non aveva la minima idea delle questioni teologiche sollevate ed era del tutto indifferente alle questioni dottrinali; la sua ferma determinazione era quella di cercare di riportare a tutti i costi l’unità nella chiesa perché era convinto che le divisioni religiose minacciavano l’unità del suo impero, e lui era deciso a consolidarla.
    Da Costantino la nuova chiesa “cattolica” ereditò, quindi, anche la tendenza all’autoritarismo. Il risultato è quello descritto dagli studiosi E. Henderson e C. Buck, nella loro opera Theological Dictionary: “La semplicità del Vangelo fu corrotta, furono introdotti riti e cerimonie pompose, furono conferiti onori ed emolumenti mondani agli insegnanti del cristianesimo, e il Regno di Cristo si convertì in gran parte in un regno di questo mondo”.
     
    Ma la “ciliegina” sulla torta dell’apostasia dal vero cristianesimo fu posta nel 379 d.C. allorché l’imperatore Graziano rinunciò al titolo di Pontifex Maximus (Pontefice Massimo), che fino ad allora veniva attribuito agli imperatori romani in qualità di capi della religione pagana, perché non lo riteneva adatto per un cristiano. Il vescovo di Roma Damaso non la pensò allo stesso modo e adottò immediatamente questo titolo pagano, con tutte le sue implicazioni pagane e con tutti i suoi obblighi pagani. I papi di Roma hanno il titolo di Sommo Pontefice fino a questo giorno, come se fosse santificato dalla Chiesa.
    A Graziano succedette Teodosio, uno dei suoi generali al quale lo stesso Graziano aveva affidato la parte orientale dell’impero. Quando questi a sua volta morì l’impero fu diviso tra i suoi due figli: Accadio, che ricevette la parte orientale con Costantinopoli (l’attuale Istanbul), ribattezzata come la “Nuova Roma”, e Onorio che prese la parte occidentale, compresa Roma. I vescovi del cristianesimo apostata, in lotta tra di loro per il primato, si schierarono subito a favore dell’uno o dell’altro governante ponendo così le basi per lo scisma religioso che poi ne seguì.
    Il risultato fu che per secoli la Chiesa “cattolica” fu divisa in due sotto il profilo linguistico, geografico e politico: da un lato la chiesa di Roma, di lingua latina, a Occidente, schierata a sostegno degli imperatori occidentali, e dall’altro la chiesa di Costantinopoli, di lingua greca, a Oriente, che sosteneva i governanti dell’impero orientale.
    Assetati di potere quei “cristiani” apostati iniziarono a contendersi il primato nella Chiesa a suon di reciproche scomuniche. Le motivazioni furono date dalle tante discordie e dalle tante dispute sugli aspetti dottrinali che il connubio col paganesimo romano portò all’esistenza.
    La controversia trinitaria dopo Nicea andò avanti per diversi anni ancora, richiedendo la convocazione di almeno altri due Concili, a Calcedonia, nel 451 d.C. e nella stessa Costantinopoli, nel 481 d.C. E mentre l’Occidente accettò il teorema trinitario redatto in questi Concili, le chiese orientali dissentirono, il che portò alla formazione della Chiesa Copta in Egitto e in Abissinia e delle chiese “giacobite” di Siria e Armenia.
    Un’altra causa di divisione fu la venerazione delle immagini. Durante l’ VIII secolo i vescovi orientali si ribellarono a questa idolatria e diedero inizio al cosiddetto periodo dell’iconoclastia, o distruzione delle immagini. Col tempo, però, anch’essi tornarono all’uso delle icone.
    Tutte queste astruse questioni teologiche, causate fondamentalmente dall’allontanamento dal testo biblico, portarono ad una prima spaccatura nell’876 d.C. allorché un sinodo di vescovi a Costantinopoli condannò il Papa di Roma sia per le sue attività politiche che per non aver corretto l’eresia trinitaria.
    Infine, nel 1054 d.C. il legato pontificio romano scomunicò il patriarca di Costantinopoli, che, a sua volta, lanciò l’anatema contro il Papa di Roma. Fu la rottura definitiva tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente. Questo scisma portò alla formazione delle Chiese Ortodosse Orientali: greca, russa, rumena, polacca, bulgara, serba, e altre chiese autonome.
    Altro che Chiesa cattolica e “apostolica”! Quanto era lontano dall’insegnamento apostolico, espresso dall’apostolo Paolo nella sua prima lettera ai cristiani di Corinto, allorché scrisse:
    fratelli, vi esorto nel nome del nostro Signore Gesù Cristo ad avere tutti un medesimo parlare e a non avere divisioni tra di voi, ma ad essere perfettamente uniti in un medesimo modo di pensare e di volere – 1Corinzi 1:10
     
    Tutta questa “confusione” religiosa ci aiuta a comprendere la preoccupazione di Cristo Gesù, il seminatore della parabola del grano e delle zizzanie, che raccomandò di non sradicare a quel tempo le zizzanie perché “cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano”. Come ha scritto lo storico Paul Johnson nel libro A History of Christianity, “Il cristianesimo [apostata] cominciò fra la confusione, le controversie e gli scismi, e continuò così … E, come avviene in queste lotte, ciò non fu particolarmente edificante”.
    L’apostolo Paolo aveva anch’egli, sotto ispirazione divina, predetto:
    Verrà il giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” –  2Timoteo 4:3,4.
    Fra questi maestri apostati ci furono quelli che chiamano “padri della chiesa”, scrittori e pensatori che ritenevano necessario interpretare gli insegnamenti “cristiani” in termini filosofici. Per accontentare i pagani istruiti, che si erano da poco convertiti al “cristianesimo”, questi scrittori religiosi attinsero notevolmente alla letteratura greca ed ebraica più antica. A cominciare da Giustino Martire (ca. 100-165 d.C.) per passare ad Origene (ca.185-254 d.C.), a Eusebio di Cesarea (ca. 265-340 d.C.), a Gregorio di Nazianzo (ca. 330-390 d.C.), a Giovanni Crisostomo (ca. 344-407 d.C.), ad Ambrogio da Milano (ca. 339-397 d.C.), ad Agostino di Ippona (ca. 354-430 d.C.), a Girolamo (ca. 347-420 d.C.). I loro trattati teologici hanno plasmato il pensiero “cristiano” fino ai nostri giorni.
    Tutti questi uomini corruppero la verità cristiana contenuta nella scritta Parola di Dio; essi cercarono di spiegare la rivelazione divina con la sapienza e la filosofia umana dimenticando l’avvertimento apostolico: “Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? (1Corinzi 1:20).
    Sotto la loro spinta, e quella del loro diabolico ispiratore, le simboliche zizzanie piano, piano soffocarono la genuinità dell’insegnamento evangelico “infestando” il mondo di false dottrine e pratiche pagane. La conseguenza è quella, ancora descritta nelle Sacre Scritture, cioè che le persone si sono allontanate dalla vera fede “dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche(1Timoteo 4:1).
     
    Comunque la crescita delle zizzanie doveva continuare ancora nel tempo, ma non a tempo indefinito. Il “tempo della mietitura”, profetizzato da Cristo, per estirparle e gettarle nel fuoco, sarebbe arrivato immancabilmente.
    La lettura della storia della crescita del falso cristianesimo ci dirà ancora molte cose al riguardo ….
     
    October 12

    LA "CITTA' ETERNA" E LA STORIA BIBLICA - II parte

     
            ROMA
     
    AVVERTIMENTI PER LA NOSTRA SALVEZZA
     
    Un comune, vecchio proverbio recita: “Uomo avvisato, mezzo salvato”.
    Cosa significa? E perché chi riceve un avvertimento è per “metà salvato”?
    Innanzitutto dobbiamo convenire che un avvertimento tempestivo riguardo a un pericolo può essere di grande aiuto per scampare da quel pericolo.
    Chi, poi, dà l’avvertimento fa la sua parte, che è la metà della questione. L’altra metà spetta a chi riceve l’avviso poiché deve fare anch’egli la sua parte, o l’altra metà che gli compete, cioè prestare attenzione a quell’avvertimento e agire di conseguenza. Da quest’azione può dipendere la propria salvezza.
    Questo atto, quindi, implica una duplice responsabilità: quella di chi è a conoscenza di un determinato pericolo e ha il dovere di avvisare, e quella di chi, dopo esser stato avvisato, ha l’obbligo di ascoltare l’avvertimento e mettere in atto tutte le azioni volte a salvaguardare la sua incolumità e la sua integrità.
    Nella Parola di Dio tutto questo è ben espresso da ciò che possiamo leggere nel libro di Ezechiele, dov’è scritto:
    quando dunque udrai qualche parola della mia bocca, avvertili da parte mia. Quando avrò detto all'empio: ‘Empio, per certo tu morirai!’ e tu non avrai parlato per avvertire l'empio che si allontani dalla sua via, quell'empio morirà per la sua iniquità, ma io domanderò conto del suo sangue alla tua mano. Ma, se tu avverti l'empio che si allontani dalla sua via, e quello non se ne allontana, egli morirà per la sua iniquità, ma tu avrai salvato te stesso” - Ezechiele 33:7-9,VR
     
    Questo è il modo di agire di Dio il quale, per mezzo della sua Parola scritta, avverte sempre in anticipo le sue creature dai pericoli a cui sono soggetti nel corso della loro vita e anche dai rischi connessi a una condotta che non tiene conto della sua volontà. Queste, poi, devono assumersi la responsabilità di decidere se ascoltare o meno gli avvertimenti divini, con le relative conseguenze (cfr. Deuteronomio 3:19,20).
    Quanto accadde in Palestina nella seconda metà degli anni 60 del I secolo d.C. dovrebbe farci riflettere seriamente sugli avvertimenti che Dio ci dà per il nostro bene e per la nostra salvezza.
     
    In quel tempo la Palestina era sotto la dominazione dell’impero romano. Un giogo che il popolo d’Israele si era procurato venendo meno al patto stipulato con Dio nel deserto del Sinai nel lontano 1513 a.C. con il quale si era impegnato ad osservare la sua Legge ricevendone in cambio sostegno e benedizioni (cfr. Esodo 23:20-26; 24:3,8). L’inadempienza dei propri obblighi nei confronti di Dio portò quegli Israeliti alla sua disapprovazione e alla perdita della sua protezione. Come conseguenza furono facilmente soggiogati da popoli militarmente più potenti.
    Essi, però, rifiutarono sempre di assumersi le loro responsabilità e, anziché tornare rispettare quel patto, continuarono a confidare nel condono delle loro colpe e a pretendere l’aiuto di Dio per ristabilire la loro sovranità nazionale. Col tempo, quindi, indurirono i loro cuori con una condotta ribelle e le loro coscienze divennero come “segnate dal fuoco” (cfr. 1Timoteo 4:2) e rese insensibili alla verità e alla giustizia. Questo atteggiamento li portò perfino a rifiutare il Messia tanto atteso, il re promesso da Dio per la loro salvezza. Preferirono “Cesare”, o il dominio romano a quello divino (cfr. Giovanni 19:15).
    Questo è, più o meno, quello che accade anche nei nostri giorni in cui la stragrande maggioranza delle persone continua a vivere la propria vita ignorando le leggi divine pur affermando di credere in Dio. Molti, poi, si disinteressano completamente di conoscere quelle leggi e, probabilmente, non hanno mai letto la Parola di Dio da che sono in vita. Perciò hanno anch’essi indurito i loro cuori alla verità e alla giustizia divine, preferendo la verità e la giustizia degli uomini a quella di Dio, credendo ad ogni sorta di menzogna che è stata loro raccontata senza mai accertarsi se quella fosse veramente la volontà di Dio. Come ha scritto l’apostolo Paolo preferiscono farsi “solleticare gli orecchi“ per “distoglierli dalla verità, rivolgendosi a false storie” (2Timoteo 4:3,4). Anch’essi continuano, però, a confidare nel condono delle loro “azioni malvagie” e a pretendere l’aiuto di Dio, senza mai imparare dalla storia, specialmente quella dei rapporti di Dio con gli uomini.
     
    Per tornare proprio alla storia, nell’anno 66 d.C. gruppi di nazionalisti ebrei, cosiddetti “sicari”, cioè “uomini armati di pugnale”, assaltarono Masada, una fortezza arroccata in cima a una rupe, nei pressi del Mar Morto, che ospitava una guarnigione romana posta a guardia di un vasto deposito di armi. Quei “sicari” si impossessarono di Masada e delle armi ivi custodite e marciarono fino a Gerusalemme per appoggiare la rivolta contro il dominio romano. Massacrando le guarnigioni romane sia a Masada che a Gerusalemme, essi attirarono sulla loro nazione le ire dell’impero romano. Prima della fine di quell’anno la dodicesima legione romana al comando di Cestio Gallo marciò sulla Giudea e si accampò poco distante da Gerusalemme. I romani attaccarono la città da ogni lato e arrivarono al punto di scalzare le fondamenta settentrionali del tempio.
    A questo punto, però, accadde l’imprevedibile. All’improvviso, Cestio Gallo ritirò le sue truppe e per qualche oscuro motivo lasciò la Giudea. Scrisse Giuseppe Flavio, storico ebreo che fu testimone oculare di quegli avvenimenti, nel suo libro La guerra giudaica: “Se questi avesse insistito ancora un poco nell’assedio, avrebbe occupato ben presto la città”.
    Potete immaginare le manifestazioni di giubilo alle quali quegli Israeliti si abbandonarono. Il prof. Heinrich Graetz,  un ebreo tedesco considerato il fondatore della storiografia ebraica, nella sua opera Storia degli ebrei dice che, dopo aver inseguito i romani che si ritiravano, “gli zeloti esultanti, cantando inni di battaglia, tornarono a Gerusalemme col cuore traboccante di speranze di libertà e indipendenza … Non li aveva Dio aiutati misericordiosamente come aveva aiutato i loro antenati? Nel cuore degli zeloti non c’era timore del futuro”. Si, essi si convinsero che Dio ancora una volta, come nel passato, era miracolosamente intervento in loro favore liberandoli dal pericoloso assedio romano.
     
    Ma tutti quegli avvenimenti non accaddero per caso. Mentre il resto della popolazione festeggiava, i cristiani che vivevano a Gerusalemme e nei dintorni si ricordarono delle parole di avvertimento che il loro Maestro aveva pronunciato 33 anni prima. Le possiamo leggere nel vangelo di Luca:
    quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate che allora la sua desolazione è vicina. Allora, coloro che sono nella Giudea fuggano sui monti; e coloro che sono in città se ne allontanino; e coloro che sono nei campi non entrino in essa. Poiché questi sono giorni di vendetta, affinché tutte le cose che sono scritte siano adempiute. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni, perché vi sarà grande avversità nel paese e ira su questo popolo. Ed essi cadranno sotto il taglio della spada, e saranno condotti prigionieri fra tutte le nazioni; e Gerusalemme sarà calpestata dai gentili, finché i tempi dei gentili siano compiuti”. – Luca 21:20-24
    Quei cristiani non si fecero ingannare dall’apparente successo ottenuto dai rivoltosi, né si fecero coinvolgere nelle loro manifestazioni di allegrezza. Essi riconobbero da quegli avvenimenti ch’era arrivato il tempo dell’adempimento della profezia di Cristo e diedero ascolto al suo avvertimento; fecero esattamente quello che Gesù aveva comandato di fare: abbandonarono la città, fuggirono da Gerusalemme e dalla Giudea.
    Eusebio di Cesarea, storico del III secolo, dice: “L’intero corpo della chiesa di Gerusalemme … abbandonò la città, e risiedette in una certa città di nome Pella situata oltre il Giordano”. L’orientalista e storico francese Joseph Ernest Renan spiega: “La località che i capi della comunità [cristiana] scelsero quale principale asilo per la Chiesa in fuga fu Pella, una città della Decapoli che sorgeva nei pressi della riva sinistra del Giordano in una posizione invidiabile: da una parte dominava l’intera pianura di Gor e dall’altra aveva un precipizio, ai piedi del quale scorreva un torrente. Non si poteva fare una scelta più saggia. La Giudea, l’Idumea, la Perea e la Galilea erano in rivolta; la situazione in Samaria e nella zona costiera era molto instabile … Perciò, Scitopoli e Pella erano le città neutrali più vicine a Gerusalemme. Pella, grazie alla sua posizione al di là del Giordano, garantiva una maggiore tranquillità rispetto a Scitopoli, che era diventata una fortezza romana. Pella era una città libera come lo erano le altre città della Decapoli . . . Rifugiarsi lì significava schierarsi apertamente contro la rivolta [giudaica]”.
    Quei cristiani non persero tempo, non s’attardarono nel sistemare le loro faccende personali prima di fuggire. Tra lo scetticismo, lo stupore e anche la derisione dei loro concittadini essi abbandonarono le loro case, i loro averi, in qualche caso anche i loro parenti increduli, e fuggirono via.
     
                     Masada 4
     
    “quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate che allora la sua desolazione è vicina. Allora, coloro che sono nella Giudea fuggano sui monti; e coloro che sono in città se ne allontanino; e coloro che sono nei campi non entrino in essa. Poiché questi sono giorni di vendetta, affinché tutte le cose che sono scritte siano adempiute”. – Luca 21:20,21
    Gli apostoli e gli altri discepoli non dimenticarono né trascurarono questo avvertimento di Gesù. Avevano già avuto modo di vedere, nel corso degli anni, adempiersi gli aspetti “preliminari” che avrebbero preceduto quell’avvenimento e la fine dell’infedele Gerusalemme: “guerrecarestie e terremoti in vari luoghi”. Appena se ne verificarono le condizioni essi non indugiarono nel decidere sul da farsi. Abbandonarono la città rifugiandosi nella regione montagnosa di Pella, al di là del Giordano, proprio come Gesù aveva raccomandato di fare. Questa decisione salvò loro la vita quando i romani tornarono e misero a ferro e fuoco Gerusalemme e il suo tempio.
     
    E là, a Pella, attesero. Il 67 d.C. venne e passò. Poi venne il 68, quindi il 69, eppure Gerusalemme era sempre libera. Nell’anno 70, durante il periodo pasquale, come di consuetudine da ogni parte della Giudea le persone si erano recate a Gerusalemme per la settimana di festività prevista dalla Legge (cfr. Esodo 23:15). La città pullulava di gente esultante e tutta presa dal cerimoniale previsto per la ricorrenza. I cristiani erano sempre li, nella regione montagnosa ad est del Giordano ad aspettare. Dovevano forse ritornare? Dopo tutto Gesù non aveva detto per quanto tempo aspettare. Ma se qualcuno ritornò, furono dolori, perché proprio in quel tempo i soldati romani vennero di nuovo e in tal numero che il loro impatto fu come un’inondazione che non si poteva arrestare, e questa volta non si ritirarono.
    Al comando del generale Tito essi circondarono completamente Gerusalemme e, per essere più sicuri che nessuno sfuggisse, edificarono tutt’attorno alla città una palizzata. Giuseppe Flavio riferisce che questa palizzata “aveva la lunghezza di trentanove stadi [sette chilometri] … L’intero lavoro fu condotto a termine in tre giorni, con una rapidità incredibile per un’opera che avrebbe richiesto dei mesi”. Questo particolare conferma ulteriormente l’accuratezza della profezia di Gesù che aveva detto di Gerusalemme:
    Se tu, sì, tu, avessi compreso in questo giorno le cose che hanno relazione con la pace, ma ora esse sono state nascoste ai tuoi occhi. Poiché verranno su di te i giorni nei quali i tuoi nemici edificheranno attorno a te una fortificazione con pali appuntiti e ti circonderanno e ti affliggeranno da ogni parte, e getteranno a terra te e i tuoi figli dentro di te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra, perché non hai compreso il tempo in cui sei stata ispezionata” – Luca 19:42-44.
    Quando i romani tornarono l’afflizione divenne davvero insopportabile per gli assediati. Giuseppe Flavio nel suo racconto narra particolari raccapriccianti. Ben preso le riserve di viveri terminarono e la fame all’interno della città si impadronì di quella numerosa folla. Alcuni impazzirono letteralmente a causa della fame, abbandonandosi ad episodi di cannibalismo. Lo storico riferisce casi di madri che arrivarono ad uccidere i propri figli e a mangiarne le carni. Come aveva predetto Cristo: “Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni, perché vi sarà grande avversità nel paese e ira su questo popolo”.
    Allorché i romani sferrarono l’attacco finale la città fu presa e data alle fiamme. Il suo bel tempio, il loro “luogo santo”, fu depredato e dato alle fiamme e con esso bruciarono e furono distrutte tutte le registrazioni che vi erano state, per secoli, gelosamente conservate. Oltre un milione di persone persero la vita. Ci furono solo 97.000 superstiti che furono portati prigionieri in tutte le province dell’impero romano.
     
                                       Masada 2
     
    verranno su di te i giorni nei quali i tuoi nemici edificheranno attorno a te una fortificazione con pali appuntiti e ti circonderanno e ti affliggeranno da ogni parte, e getteranno a terra te e i tuoi figli dentro di te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra, perché non hai compreso il tempo in cui sei stata ispezionata”. – Luca 19:42-44
    Secondo il racconto dello storico ebreo Giuseppe Flavio accadde esattamente così. In soli tre giorni i romani edificarono tutto attorno alla città una palizzata e nessuno degli assediati poté sfuggire al proprio destino. Quando i romani entrarono in città 1.100.000 persone persero la vita. I sopravvissuti furono soltanto 97.000 e vennero deportati e venduti prigionieri in tutto l’impero. Che triste risultato per non aver dato ascolto all’avvertimento di Cristo!
     
    Con la distruzione del tempio di Gerusalemme e di tutte le registrazioni in esso conservate, venne definitivamente alla fine l’intero sistema di cose giudaico, come Dio l’aveva organizzato, ad ulteriore dimostrazione che Egli non considerava più Israele il suo popolo eletto, proprio come, ancora, aveva predetto Gesù dicendo: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, … quante volte ho voluto radunare i tuoi figli come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali! Ma voi non avete voluto. Ecco, la vostra casa vi è abbandonata” (Matteo 23:37,38).
    Oggi nessun israelita può affermare a quale delle dodici tribù che formavano quel popolo egli appartiene. Nessun d'essi, ad esempio, può dimostrare di appartenere alla tribù di Levi e officiare, quindi, quale sacerdote in favore del popolo. E se si presentasse quel Messia ch’essi ancora attendono come potrebbe mai dimostrare di essere della tribù di Giuda, e della casa di Davide, come profetizzato? (cfr. Genesi 49:10; Isaia 11:1,10).
     
    A Roma, per ricordare quell’avvenimento fu costruito un arco, che porta il nome del conquistatore di Gerusalemme, colui che domò la rivolta giudaica contro Roma, il generale Tito, un monumento tuttora visibile alle pendici del colle  Palatino (Campidoglio), nel Foro Romano.
     
                             Masada 6
     
    L’arco di Tito, nel Foro Romano, alle pendici del colle Palatino (Campidoglio), a Roma. Fu costruito per celebrare la vittoria del generale romano sui ribelli giudei nel 70 d.C. Sul pannello di sinistra della costruzione si possono vedere gli inservienti che portano in processione gli arredi sacri saccheggiati dal tempio di Gerusalemme: uno dei candelabri a sette braccia, la tavola per il pane di presentazione con i vasi sacri e le trombe d'argento (cfr. 1Re 7:48-51). Lungi dall’essere semplice storia antica, la tribolazione di Gerusalemme prefigurava aspetti di una tribolazione più grande che presto si abbatterà sul mondo intero.
     
                                                   Masada 3
     
    L’aver riconosciuto e dato ascolto all’avvertimento di Cristo Gesù significò per quei cristiani del I secolo la salvezza!
    Ma quella profezia non era limitata solo a quel tempo. Aveva anche un adempimento futuro.
    Questa, infatti, è una caratteristica di molte delle profezie contenute nella Parola di Dio: esse hanno un primo adempimento in un tempo vicino a quello in cui vennero fatte, e un secondo adempimento futuro. Il primo adempimento è la garanzia dell’adempimento futuro.
    Nel pronunciare quella profezia sulla fine del sistema di cose giudaico, i cui particolari si possono leggere nel capitolo 24 del vangelo di Matteo, nel capitolo 13 del vangelo di Marco e nel capitolo 21 del vangelo di Luca, Gesù inserì alcuni aspetti che non si adempirono in quel tempo e che rimandano ad un adempimento successivo.
    Egli disse:
    allora vi sarà una tribolazione così grande, quale non vi fu mai dal principio del mondo fino ad ora, né mai più vi sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessuna carne si salverebbe; ma a motivo degli eletti quei giorni saranno abbreviati” – Matteo 24:21; Marco 13:19.
    La distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. non fu la peggiore catastrofe che sia accaduta dal principio del mondo. Prima d’essa, ad esempio, ci fu il diluvio universale del giorno di Noè che spazzò via l’intero mondo prediluviano. E in quanto al fatto che dopo il 70 d.C. non sarebbe venuta una distruzione uguale a quella di Gerusalemme compiuta dai romani, che dire della prima e della seconda guerra mondiale del ventesimo secolo? Tuttavia il linguaggio di Gesù non fu esagerato, perché egli pensava a Gerusalemme come tipo profetico, come a un esempio ammonitore di qualche cosa che avrebbe abbracciato il mondo intero in una distruzione simile.
    L’antica Gerusalemme era definita anche “la città santa”. Aveva all’interno delle sue mura il tempio con il suo “santissimo” dove si diceva che Dio stesso risiedeva. I suoi abitanti, pertanto, vantavano e millantavano di essere in stretta relazione con Dio.
    Essa è divenuto un appropriato simbolo del cristianesimo apostata, che pure vanta i più grandi templi per l’adorazione e i cui aderenti, che costituiscono oltre un quarto dell’intera popolazione mondiale, millantano di essere in stretta relazione con Dio, pur disinteressandosi di conoscere e fare la sua volontà.
    Come l’antica e infedele Gerusalemme fu giudicata da Dio e da questi abbandonata al suo destino così che venne desolata dall’allora potenza politica dominante, in maniera simile il cristianesimo apostata, riconoscibile per i tanti falsi insegnamenti divulgati come di origine divina, ma tutti presi dal paganesimo (ad esempio, la trinità, l’immortalità dell’anima, la vita nell’aldilà dopo la morte, l’uso di immagini nell’adorazione, la venerazione di santi, della Madonna) e per la generale bassa condizione morale e spirituale dei suoi aderenti, è stato giudicato da Dio ed è prossimo alla sua distruzione (cfr. Matteo 23:5-9,33; 1Corinzi 6:9).
     
    Gesù diede molti segni premonitori per riconoscere il tempo dell’esecuzione del giudizio di Dio sull’antica, infedele Gerusalemme. Egli disse:
    Voi udrete parlare di guerre e di rumori di guerre; guardate di non turbarvi, infatti bisogna che questo avvenga, ma non sarà ancora la fine. Perché insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; ci saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo non sarà che principio di dolori. Allora vi abbandoneranno all'oppressione e vi uccideranno e sarete odiati da tutte le genti a motivo del mio nome … Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti. Poiché l'iniquità aumenterà, l'amore dei più si raffredderà … E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine”. – Matteo 24:6-14
    Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno grandi terremoti, e in vari luoghi pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi … sulla terra, angoscia delle nazioni … gli uomini verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo … Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina" - Luca 21:10,11,25-28
    La storia dimostra che tutti questi segni si adempirono tutti nello stesso periodo, prima della distruzione del 70 d.C.
    Ci furono, infatti, diverse guerre: quelle dei Parti nell’Asia sudoccidentale; le rivolte in Gallia e in Spagna; le insurrezioni degli ebrei in varie parti dell’impero; le insurrezioni dei siri e dei samaritani contro gli stessi ebrei;
    Ci furono, poi, diverse gravi carestie, a Roma, in Grecia e in Giudea, una delle quali è menzionata in Atti 11:28;
    Terremoti, anche, si verificarono a Creta, Smirne, Ierapoli, Colosse, Chio, Mileto, Samo, Roma e in Giudea;
    Giuseppe Flavio menziona almeno tre sedicenti falsi profeti o falsi Messia che sorsero in quel tempo per istigare alla ribellione contro Roma;
    I cristiani vennero duramente perseguitati in tutte le parti dell’impero; ciò nonostante predicarono estesamente il “vangelo del Regno di Dio”, come viene riportato in Atti 8:1 e in Colossesi 1:23.
    La profezia di Gesù si adempì in tutti i suoi particolari permettendo ai suoi discepoli di riconoscere il tempo del suo adempimento.
     
    La storia attuale, quella dell’ultimo secolo, somiglia molto alla storia di quel periodo che precedette la distruzione dell’infedele Gerusalemme. In particolare dallo scoppio della I Guerra Mondiale, come testimoniano molti storici e uomini politici, c’è stato uno sconvolgimento nel sistema mondiale.
    Charles L. Mee jr. nel libro The End of Order (La fine dell’ordine) ha scritto:
    “la prima guerra mondiale e il trattato di Versailles che ne seguì produssero il più grave sconvolgimento nel lungo e tempestoso corso della storia mondiale moderna … Lungi dal ristabilire l’ordine, i diplomatici convenuti nel 1919 a Parigi e a Versailles fecero piombare di nuovo il mondo, questa volta in maniera irreversibile, nel caos del ventesimo secolo. Fu la fine dell’ordine … si trovarono di fronte a un mondo in frantumi, un mondo che sembrava trovarsi nel mezzo di un enorme esaurimento psichico, dello sfacelo di vecchi aggregati di stati e imperi, della disgregazione dei sistemi economici e del capitalismo del XIX secolo, dello scoppio di improvvisi disastri, di sommosse e assassinii, di tirannide e disordine, di frivolezze e disperazione, di ilarità e terrore, a un livello tale da lasciare attoniti … Lungi dal ristabilire l’ordine nel mondo, presero il caos della Grande Guerra e . . . ne fecero la condizione permanente del nostro secolo”
    Nella sua profezia Gesù predisse un tempo in cui ci sarebbero state guerre, ma non le ordinarie ‘guerre e notizie di guerre’ che hanno sempre turbato la storia umana, ma guerre che avrebbero visto “nazione contro nazione e regno contro regno”, cioè grandi guerre internazionali.
    Le guerre che precedettero la I Guerra Mondiale si limitavano allo scontro fra gli eserciti di due nazioni avversarie, che si affrontavano a colpi di sciabola o di fucile sul campo di battaglia. Ma allo scoppio della Grande Guerra, come in una reazione a catena, una nazione dopo l’altra si gettò nel conflitto: fu la prima guerra totale. Furono inventate armi automatiche per uccidere sempre più persone da una distanza maggiore. Le mitragliatrici sparavano a raffica con sinistra efficienza; l’iprite ustionava, torturava, menomava e uccideva migliaia di soldati; i carri armati si aprivano inarrestabilmente il varco attraverso le linee nemiche facendo fuoco con i loro grossi cannoni. Furono pure usati aerei e sottomarini, precursori dei più micidiali ordigni futuri.
    La seconda guerra mondiale superò l’immaginazione: eclissò letteralmente la prima guerra mondiale, uccidendo decine e decine di milioni di persone. Enormi portaerei, vere e proprie città galleggianti, solcavano i mari e con i loro aerei facevano piovere la morte dai cieli sugli obiettivi nemici. I sottomarini siluravano e affondavano le navi nemiche. E vennero sganciate bombe atomiche che fecero migliaia di morti ciascuna! Proprio come predisse Gesù, quest’era di guerre è stata veramente contrassegnata da “fenomeni spaventosi” (Luca 21:10).
    Dopo la seconda guerra mondiale, ci sono state decine di altre guerre, con milioni di vittime. Di sicuro viviamo in un periodo di guerra quasi ininterrotta, con pochi e brevi periodi di tregua. Secondo un rapporto del Worldwatch Institute, “il numero delle vittime è stato tre volte superiore a quello dei diciannove secoli precedenti”.
    Un altro aspetto della profezia di Gesù riguardava la carestia. Le stime indicano che negli ultimi 50 anni la produzione alimentare è aumentata enormemente. Eppure molti soffrono la fame perché non hanno denaro per comprarsi da mangiare, né terreno da coltivare. Nei paesi in via di sviluppo più di un miliardo di persone deve vivere con un euro al giorno, se non meno. La maggioranza di loro soffre di fame cronica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità calcola che la malnutrizione è una delle cause principali della morte di più di cinque milioni di bambini ogni anno.
    E che dire dei terremoti predetti da Cristo? Stando alla U.S. Geological Survey, solo dal 1990 in media si sono verificati ogni anno 17 terremoti di magnitudo sufficiente a danneggiare edifici e causare spaccature nel terreno. E praticamente ogni anno ci sono stati terremoti abbastanza forti da causare la distruzione totale di edifici con centinaia di migliaia di vittime.
    Riguardo alle pestilenze, infine, c’è da dire che, nonostante i progressi della medicina, nonostante cure mediche migliori che mai, tecnologie d’avanguardia e vaccini contro numerose malattie, malattie vecchie e nuove affliggono più che mai l’umanità. Negli ultimi decenni c’è stata addirittura una recrudescenza di 20 malattie ben note, fra cui tubercolosi, malaria e colera, e alcune sono sempre più resistenti ai farmaci. Inoltre sono comparse almeno 30 nuove malattie. Alcune di queste sono incurabili e mortali.
     
    Tutte queste cose che accadono contemporaneamente nei nostri tempi, sono i segni dati da Cristo Gesù per riconoscere che è arrivato non solo il tempo del giudizio della controparte moderna dell’antica infedele Gerusalemme, cioè il cristianesimo apostata, ma di un intero sistema di cose mondiale che si è allontanato dalla volontà di Dio e “giace sotto il potere del malvagio” (1Giovanni 5:19).
    Qualcuno sicuramente obietterà che queste cose sono sempre accadute sulla faccia della terra. Ma la profezia di Gesù parla di un segno “composito”, fatto di avvenimenti che sarebbero accaduti tutti in una “generazione” (cfr. Matteo 24:34). Se esaminiamo la storia non c’è stata nel passato nessuna generazione, dopo quella in vita nel 70 d.C., che ha visto accadere contemporaneamente tutte queste cose. E le difficoltà aumentano giorno dopo giorno, come dimostrano le cronache quotidiane, creando il panico nelle popolazioni. Gesù disse, infatti, che “gli uomini verranno meno dalla paura e dall'attesa delle cose che si abbatteranno sul mondo”. Non c’è da illudersi che miglioreranno, le vicende del mondo stanno rapidamente volgendo verso il culmine della profezia di Gesù: la fine del sistema di cose, politico, economico e religioso creato dall’uomo sotto l’influenza satanica.
     
    Ma questa non è una mera visione negativa e pessimistica delle vicende umane. Tutt’altro!
    L’ultima parte della profezia di Gesù dice infatti che “questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti” (Matteo 24:14). La parola greca qui usata, evanghèlion, tradotta alla lettera significa “buona notizia”. Infatti Gesù terminò dicendo “quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina” (Luca 21:28).
    Non c’è, quindi, nulla da temere nella fine profetizzata da Cristo di cui la distruzione dell’antica Gerusalemme ad opera delle legioni romane fu un tipo. Essa significherà per gli amanti della verità e della giustizia la fine di ogni menzogna che è stata insegnata riguardo a Dio nonché la fine di tutte quelle tradizioni false e ipocrite che hanno contribuito ad allontanare le persone dalla volontà divina. Significherà anche che il Regno di Dio, affidato nelle mani di Cristo, che ha dato ampia prova del suo amore per il genere umano, dominerà sull’intera terra eliminando una volta per sempre guerre, terremoti, carestie, pestilenze, dando a tutto il genere umano la possibilità di vivere per sempre su una terra resa di nuovo un paradiso! (cfr: Daniele 2:44; Matteo 6:10; Apocalisse 21:3,4).
    Anche per tutti noi, dunque, dare ascolto agli avvertimenti divini contenuti nella Parola di Dio può significare la salvezza, esattamente come nel 70 d.C. rappresentò la salvezza dei primi cristiani.
     
    C’è un’ultima cosa interessante da capire nelle parole di Gesù. Egli spiegò bene quale fu l’atteggiamento della maggioranza delle persone in quel tempo:
    Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e s'andava a marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio che portò via tutti quanti, così avverrà alla venuta del Figlio dell'uomo”. – Matteo 24:37-39
    Le persone, come già era accaduto al tempo del diluvio, quando non diedero ascolto agli avvertimenti dati per mezzo di Noè, in quei giorni che precedettero la distruzione del 70 d.C. si comportarono alla stessa maniera. Non erano tutti dei rivoltosi o dei delinquenti incalliti. La maggioranza era gente comune semplicemente affaccendata nelle vicende quotidiane della vita: procurarsi i necessari mezzi materiali per vivere e organizzare le comuni circostanze della vita, come i matrimoni. Non erano azioni in se stesse sbagliate. Ma persero ugualmente la loro vita. Perché? Gesù disse che erano totalmente prese da quelle vicende che “non s’accorsero di nulla”, cioè non vollero rendersi conto dei tempi difficili che stavano vivendo e delle profezie che si stavano adempiendo e, soprattutto, non vollero fare quell’unica azione che avrebbe loro consentito di sopravvivere: uscire da Gerusalemme e “fuggire ai monti”.
    Oggi sembra che le persone abbiano la stessa attitudine mentale. Questi nostri blog la riflettono molto bene! La stragrande maggioranza di noi è tutta presa dalle normali, quotidiane vicende personali e della vita. E, se qualcuno si interessa ancora di Dio, lo fa alla stessa maniera di quegli israeliti che si radunarono a Gerusalemme per la festa di Pasqua del 70 d.C., cioè continua a seguire le proprie tradizioni religiose senza rendersi conto dell’inganno che è stato perpetrato nei nostri confronti dagli ipocriti e falsi capi religiosi del cristianesimo apostata! Il rischio, dunque, è che anche noi oggi potremo “non accorgerci di nulla”, e non fare l’unica azione ancora comandata da Cristo Gesù, cioè abbandonare la falsa religione se non vogliamo condividere la sua sorte già segnata nel proposito di Dio! (cfr. Apocalisse 18:4).
     
    October 05

    LA "CITTA' ETERNA" E LA STORIA BIBLICA - I parte

     
           ROMA
     
    IL RE DEI RE RIGETTATO PER "CESARE"
     

    In ogni parte della terra ci sono belle città con la loro storia, più o meno lunga, con i loro punti caratteristici che ci permettono a prima vista di riconoscerle, come il proprio inconfondibile skyline che all’istante ci dà l’idea del luogo, come, ad esempio, i grattacieli di Manhattan per New York o la Tour Eiffel, per Parigi, o l’Opera House per Sidney o “er Cupolone” di San Pietro a Roma.

    Gli aspetti di una città possono essere talmente inconfondibili che spesso di parla dell’”anima della città”. Questa espressione, però, va al di la delle forme fisiche e il più delle volte si riferisce all’atmosfera che si “respira” in un determinato luogo, data dall’insieme delle sensazioni che generalmente si provano. Così, ad esempio, a Vienna non si può non avvertire il richiamo della musica attraverso i numerosi concerti reclamizzati in ogni luogo e quelli improvvisati per le vie cittadine da artisti di strada e bande musicali, così come è difficile dimenticare la calda e caotica allegria che si respira nelle piazze e nei vicoli di Napoli dove scorre la vita dei suoi abitanti o quell’aria rumorosa di febbrile attività che caratterizza Tokio, in parte compensata dalla tradizionale gentilezza e dal riverente portamento dei cittadini che ne affollano le strade.

    Ognuno di noi è affezionato alla sua propria città ed è generalmente portato ad esaltarne le caratteristiche con quello spirito campanilistico che può essere divertente e interessante per un costruttivo scambio culturale ma, a volte, anche patetico o tragico, quando viene preso come pretesto per sfogare le proprie frustrazioni.
    Io sono nato e sempre vissuto a Roma di cui, ormai, conosco ogni “sampietrino” (anche se Giunte sventurate li stanno facendo sparire per la mancanza di cultura e del coraggio di fare l’unica azione possibile per salvaguardarne l’incomparabile centro storico, cioè chiuderlo completamente al traffico dei veicoli) e anch’io, come tutti, romani e non, ne sono innamorato e “soffro” per il continuo “sacco” compiuto dai “barbari” di ogni tempo.
    Sono ormai rare quelle volte che riesco a passeggiare per le sue stradine avvolte da quell’ocra secolare, il colore dominante in tutte le sue sfumature, caldo e pacato, dei suoi edifici che ti entra nell’anima incantandoti e accrescendo quella sensazione di solennità data dall’aver coscienza di camminare attraverso una storia millenaria che nessun’altra città al mondo può vantare. Non a caso viene definita anche “la città eterna”. Roma è l’unica capitale delle grandi potenze mondiali del passato che ancora pullula di vita e non è ridotta ad un mero cumulo di macerie. I suoi edifici storici di ogni tempo costituiscono ancora la casa, il luogo di lavoro o di svago degli abitanti e perfino le sue “rovine” resistono come vivide dimore di gatti e “gattare” che vi si scambiano le reciproche effusioni.
     
       Colori di Roma 2   Colori di Roma 4   Colori di Roma 3
     

    Quanno che spunta in cielo er primo sole, bacia pe’ prima a te città immortale;

    sboccia ogni canto e c’è ne le parole tutto un sapore de romanità.

    O Roma, Roma! Sti sette colli formeno un poema e solo er nome tuo ce po’ fa rima.

    (Micheli e Scarlatto)

     
          Colori di Roma 7          Colori di Roma 6          Colori di Roma 9
     
    “Tu me domanni perché stasera, mentre la luna illumina ogni chioma,
    drent’a ‘gni strofa languida e sincera ce sta incastrata la parola:
     «ROMA»
    Roma! Ma nun lo sai tormento mio ch’è ‘na parola che viè doppo Dio?
    Roma: tu capovòrtela così drent’ar pensiero, rilèggela e ciai subbito la chiave der mistero!

    (Romolo Lombardi)

     
     
    Perciò è un po’ della mia città che ora voglio scrivere, ma non per raccontarvi la solita storia, che si può leggere in molti libri, nelle guide turistiche e nei siti web. Una storia dai tanti volti, perchè col passar dei secoli ogni epoca vi ha lasciato la sua impronta. C’è la Roma arcaica, repubblicana e imperiale. C’è la Roma medievale, quella rinascimentale, quella barocca, e infine quella moderna. C’è poi la Roma papale, la Roma popolana e la Roma nobiliare. Ma questa lunga storia spesso si è incrociata con la storia biblica e con quella del cristianesimo. Quindi è sotto questo aspetto che ne voglio parlare.
     
    La leggenda fa risalire la fondazione di Roma al 21 aprile del 753 a.C. ad opera di Romolo, considerato il suo primo re, che la fondò sui sette colli ad est del fiume Tevere. Da quel piccolo insediamento iniziale Roma assunse nel tempo il ruolo di una grande potenza mondiale. Dapprima estese la sua influenza sull’intera penisola italica, poi su tutto il Mediterraneo e ben oltre. Il nome della città divenne sinonimo di un grande impero.
    Nel II e I secolo a.C. raggiunse l’apice della sua gloria sotto i Cesari. Il primo di questi fu Giulio Cesare, acclamato dittatore nel 46 a.C ma poi assassinato nelle famose idi di marzo del 44 a.C. Dopo un intervallo durante il quale un triunvirato cercò di reggere le redini del potere, rimase da solo a governare Ottaviano (dal 31 a.C. al 14 d.C.), un pronipote di Giulio Cesare da lui adottato come figlio ed erede. Egli riuscì a farsi acclamare imperatore col titolo di “Augusto”. E qui per la prima volta si incrocia la storia di Roma con quella biblica perché nel vangelo di Luca, capitolo 2, vv. 1-7, è scritto:

    In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo”.

    Sotto il regno di Augusto, secondo una corretta cronologia nel 2 a.C., nacque Gesù. Come si può notare il racconto evangelico è abbastanza circostanziato, fa riferimento a fatti e personaggi effettivamente vissuti e storicamente provati e non è frutto di nessuna fantasia popolare. C’è, infatti, da notare che lo scrittore evangelico parla del “primo censimento” fatto da Quirinio, governatore della Siria. Per molto tempo quest’affermazione è stata contestata dagli storici i quali affermavano che Quirinio (Publio Sulpicio Quirinio) era stato governatore, o legato, della Siria una sola volta, più o meno intorno al 6 d.C., e che quindi diede esecuzione ad un unico censimento, quello che fece scoppiare la ribellione di Giuda il galileo e degli zeloti, di cui si parla anche nella Bibbia, in Atti 5:37. Ma nel 1764 fu rinvenuta a Tivoli, vicino Roma, un’iscrizione nota come Lapis Tiburtinus, la quale contiene informazioni che a detta della maggioranza degli studiosi “possono riferirsi soltanto a Quirinio” (Corpus Inscriptionum Latinarum, a cura di H. Dessau). Vi si legge che, recatosi in Siria, egli divenne governatore (o legato) per ‘la seconda volta’. Sulla base di altre iscrizioni rinvenute ad Antiochia, in cui compare il nome di Quirinio, molti storici oggi riconoscono che questi fu legato di Siria una prima volta, in un periodo immediatamente antecedente alla nascita di Gesù. Pertanto i fatti dimostrano ancora una volta l’accuratezza del racconto storico biblico poiché Luca a ragione parlò di “primo censimento” al tempo della nascita di Gesù, per distinguerlo da un “secondo” censimento fatto in seguito sotto lo stesso Quirinio, come testimonia anche lo storico giudeo Giuseppe Flavio nel suo libro Antichità giudaiche.

    L’editto dell’imperatore fu anche provvidenziale, poiché costrinse Giuseppe e Maria a recarsi da Nazaret a Betleem nonostante il fatto che Maria fosse incinta; così Gesù nacque nella città di Davide adempiendo la profezia di Michea 5:2 (Di), scritta circa 700 anni prima, che diceva “Ma tu, o Betlemme Efratah, anche se sei piccola fra le migliaia di Giuda, da te uscirà per me colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini sono dai tempi antichi, dai giorni eterni.

    Ottaviano Augusto morì nell’anno 14 d.C., il 17 agosto, e il 15 settembre successivo il Senato romano nominò quale successore Tiberio, suo figlio adottivo. Ancora una volta la storia di Roma e quella biblica si incrociano perché sempre l’evangelista Luca scrisse:

    Or nell'anno quindicesimo del regno di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, suo fratello Filippo tetrarca dell'Iturea e della regione della Traconitide e Lisania tetrarca dell'Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caiafa, la parola di Dio fu indirizzata a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli allora percorse tutta la regione nei dintorni del Giordano, predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati … Ora il popolo era in attesa, e tutti si chiedevano in cuor loro se Giovanni fosse lui il Cristo … Ora, come tutto il popolo era battezzato, anche Gesù fu battezzato, e mentre stava pregando, il cielo si aprì e lo Spirito Santo scese sopra di lui in forma corporea come di colomba; e dal cielo venne una voce, che diceva: «Tu sei il mio amato Figlio, in te mi sono compiaciuto!». E Gesù aveva circa trent'anni” – Luca 3:1-23.

     

    Quante cose importanti possiamo imparare da questa narrazione ancora così tanto circostanziata!

    Innanzitutto la data: l’anno 29 d.C. ("il qundicesimo anno del regno di Tiberio Cesare" da quando fu nominato imperatore nel 14 d.C.). Questa data è considerata dagli storici fondamentale o assoluta perché corrisponde sia nella storia secolare che nella storia biblica. Sono due le date considerate fondamentali o assolute: questa del 29 d.C. e un’altra, il 539 a.C., l’anno della caduta di Babilonia nelle mani dei Medi e dei Persiani, fissata in quell’anno sia nella storia secolare che in quella biblica. Queste due date non corrispondono per puro caso. Certamente il divino Autore delle Sacre Scritture ha voluto fornirci alcuni punti fermi da dove partire, in avanti o indietro nella storia, per stabilire la data di molti avvenimenti descritti nella Bibbia così che potessimo aver fiducia nelle sue profezie e nel loro sicuro adempimento.
    Il “quindicesimo anno del regno di Tiberio Cesare” corrisponde al 29 d.C., o, più esattamente, ad un periodo di tempo che va dal settembre del 28 al settembre del 29 d.C. Durante questo periodo Giovanni Battista iniziò il suo ministero, certamente all’età di trenta anni (cfr Numeri 4:1-3,22,23,29,30) e, quindi, a battezzare le persone con “un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati”. Dopo un po’ si presentò da Giovanni anche Gesù, che aveva circa sei mesi meno di Giovanni il Battezzatore (cfr. Luca 1:36), andò da lui a farsi battezzare, all’età di “circa trent’anni”. Questo adempiva la profezia di Daniele 9:25, pronunciata circa 500 anni prima, secondo cui “da quando è uscito l'ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme, fino al Messia, il principe, vi saranno sette settimane e altre sessantadue settimane” per un totale di 69 “settimane” (cioè settimane profetiche di 7 anni ciascuna, per un totale di 483 anni). Quell’“ordine” fu emanato da Artaserse (Longimano) nel 455 a.C. e fu messo in atto da Neemia a Gerusalemme nell’ultima parte di quell’anno (nel “settimo mese” o tishri, settembre/ottobre – cfr. Esdra 3:1). Ed esattamente 483 anni dopo, cioè nell’ultima parte del 29 d.C., in autunno (settembre/ottobre) quando venne battezzato da Giovanni, Gesù fu unto con lo spirito santo di Dio, divenendo così il Messia o Unto.
    L’atteggiamento della popolazione, che conosceva bene le profezie bibliche, inclusa quella di Daniele capitolo 9, conferma la bontà di questa interpretazione poiché, come ha scritto l’evangelista “il popolo era in attesa, e tutti si chiedevano in cuor loro se Giovanni fosse lui il Cristo”. Si, i giudei sapevano che le 69 “settimane” profetiche stavano per scadere in quel tempo ed erano in attesa che si manifestasse il Messia promesso!
    Che Gesù fosse battezzato e cominciasse il suo ministero nell’ultima parte del “quindicesimo anno del regno di Tiberio Cesare”, in autunno (settembre/ottobre), concorda pure con la parte della profezia secondo cui egli doveva essere stroncato nel “mezzo della settimana” (la settantesima) d’anni, o dopo tre anni e mezzo (cfr. Daniele 9:27). Poiché morì in primavera, il 14 nisan del 33 d.C., il suo ministero di tre anni e mezzo dovette iniziare di sicuro nell’autunno del 29 d.C. Perciò, queste due argomentazioni dimostrano pure che Gesù nacque nell’autunno del 2 a.C., e non il 25 dicembre come falsamente asserito dal cristianesimo apostata, dal momento che, secondo Luca 3:23, quando cominciò la sua opera Gesù aveva “circa 30 anni” (cfr. il mio post del 24 novembre 2007).
    L’imperatore Tiberio visse fino al marzo del 37 d.C., quindi il ministero di Gesù si svolse tutto sotto il suo potere. Era dunque di Tiberio l’effigie sul denaro della tassa che era stato portato a Gesù quando disse: “Rendete a Cesare le cose di Cesare” (Marco 12:14-17; Matteo 22:17-21; Luca 20:22-25). Tiberio, poi, incluse fra i reati di lesa maestà, oltre alle attività sediziose, anche il pronunciare semplici parole diffamatorie nei confronti dell’imperatore, e presumibilmente fu in forza di questa legge che gli apostati ebrei, istigati dai capi religiosi, insisterono perché Ponzio Pilato, procuratore romano della Giudea, mettesse a morte Gesù dicendogli “Se liberi costui, tu non sei amico di Cesare; chiunque si fa re, si oppone a Cesare … Noi non abbiamo altro re che Cesare” (Giovanni 19:12-16).
    Per aver rigettato il promesso Messia, Re designato da Dio per governare l’intera umanità (cfr. Daniele 2:44; Isaia 9:6,7), quei giudei furono rigettati da Dio come sua nazione e furono sostituiti da un “nuovo popolo” formato dai discepoli di Cristo (cfr. Matteo 21:43). Questo divenne evidente nell’anno 36 d.C. allorché l’apostolo Pietro fu inviato dallo Spirito santo nella casa del centurione romano Cornelio, di stanza a Cesarea, quartier generale delle truppe romane in Palestina, a cui rese completa testimonianza intorno al Cristo. Cornelio e i suoi familiari, tutti non giudei, divennero cristiani entrando così a far parte di quel “nuovo popolo”. Così fu posto fine al patto di favore, stipulato tra Dio e Abramo in base al quale tutti i suoi discendenti venivano a trovarsi in una speciale relazione con Dio. Da quel giorno “il vangelo del Regno” fu predicato a persone di tutte le nazioni le quali, accettando Cristo come loro salvatore e sottomettendosi alla sua autorità applicando nella loro vita i suoi insegnamenti, venivano portati in una speciale relazione con Dio divenendo il suo "nuovo popolo". Anche questo adempì un aspetto della profezia di Daniele capitolo 9 sulle 70 settimane d’anni, quello che diceva “egli deve tenere in vigore il patto per i molti per una settimana” (Daniele 9:27). Questa settimana [d’anni] era la 70a della profezia, quella che iniziò nel 29 d.C. [anno dell’unzione di Gesù come Messia] e si concluse, appunto, nel 36 d.C.
     
                     Monete 1          Monete 2
     

                            Monete emesse dai procuratori romani della Palestina al tempo dell’imperatore Tiberio

     
    Il giorno di Pentecoste del 33 d.C. fra i 3.000 che a Gerusalemme ascoltarono il discorso dell’apostolo Pietro e vennero battezzati c’erano “residenti di passaggio da Roma, giudei e proseliti” (Atti 2:10,41,Di). Tornati a Roma, questi indubbiamente predicarono, contribuendo alla formazione di una comunità cristiana molto forte e attiva, della cui fede, come disse l’apostolo Paolo, ‘si parlava in tutto il mondo’. (Romani 1:7,8) Sia Tacito (Annali, XV, 44) che Svetonio (Le vite di dodici Cesari, VI, 16) menzionano i cristiani di Roma.
    Paolo scrisse la sua lettera alla comunità cristiana di Roma verso il 56 d.C. e circa tre anni dopo giunse a Roma come prigioniero. Anche qui il racconto biblico è molto dettagliato a prova della sua affidabilità. Narrando del suo viaggio da Gerusalemme a Roma, nella parte conclusiva dice infatti:
    Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni e di qui, costeggiando, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l'indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma. I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne … Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia”. – Atti 28:12-16.
     
                           Colori di Roma 12
     
    La Via Appia nei pressi di Roma - La “Regina viarum”
    La strada venne creata da Appio Claudio Crasso detto in seguito Cieco (Appius Claudius Caecus) e da lui ne prese il nome. Fu costruita nel 312 a.C. quando Appio Claudio ricopriva la carica di censore e in concomitanza della seconda guerra Sannitica. In origine partiva da Roma, dalla Porta San Sebastiano, lungo le mura aureliane e arrivava alla città di Capua. Negli anni successivi la strada venne prolungata per soddisfare le esigenze di carattere militare, politico ed economico fino a Brindisi. Per le sue caratteristiche di via a rapido scorrimento divenne l'asse viario fondamentale per le operazioni di conquista militare, per il processo di fondazione di nuove colonie, per i rapporti commerciali e per i viaggi. Per queste sue caratteristiche e per le particolari attenzioni che gli furono rivolte la via venne celebrata come nobilis, celeberrima, regina viarum. Dopo essere sbarcato a Pozzuoli, l’apostolo Paolo percorse questa strada per arrivare a Roma. Al XLIII miliario, nell’attuale località di Borgo Faiti, nel comune di Latina, c’era il Forum Appii (il “Foro Appio”) e al XXXIII miliario, nei pressi dell’attuale Cisterna di Latina, si collocava l'antica stazione delle Tres Tabernae ("le Tre Taverne"); entrambe le località vengono citate nel racconto degli Atti degli Apostoli.
     
    Benché agli “arresti domiciliari” (aveva anche la cittadinanza romana che gli dava alcuni privilegi – cfr. Atti 23:27), l’apostolo fu in grado di dare completa testimonianza a tutti quelli che venivano a casa sua. A Roma egli non si immischiò in alcun modo negli affari politico-ecomonici della città né pensò di sfruttare la sua cittadinanza romana per familiarizzare con funzionari e notabili del posto. Per due anni, in quelle condizioni, continuò ‘ad annunziare il regno di Dio … insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento” (Atti 28:31). Persino la guardia pretoriana dell’imperatore venne a conoscenza del messaggio del Regno (cfr. Filippesi 1:12,13). Quindi, come Cristo Gesù aveva predetto dicendogli: “è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma” (Atti 23:11), Paolo diede in questa città completa testimonianza riguardo al Regno di Dio.
     
                                      Colori di Roma 11
     
    Il Carcere Mamertino o Tulliano (latino Carcer Tullianum)
    è il più antico carcere di Roma e si trova nel Foro Romano
    ”Consisteva di due piani sovrapposti di grotte scavate alle pendici meridionali del Campidoglio a fianco delle Scale Gemonie, verso il Comitium. La più profonda risale all'età arcaica (VIII-VII secolo a.C.) ed era scavata nella cinta muraria di età regia che - all'interno delle Mura serviane - proteggeva il Campidoglio; la seconda, successiva e sovrapposta, è di età repubblicana.
    L'grafiaagio cristiana medioevale fece della cella più bassa, resa accessibile mediante una strettissima scala, e della fonte d'acqua il luogo in cui gli apostoli Pietro e Paolo, ivi imprigionati, battezzavano i convertiti cristiani compagni di cella. La tradizione risale al medioevo e permise la conservazione del carcere che venne trasformato in una chiesa (San Pietro in carcere) e luogo di pellegrinaggio. Tradizionalmente tale consacrazione sarebbe avvenuta nel IV secolo per volere di papa Silvestro I. La leggenda vuole che san Pietro, scendendo nel Tullianum, cadde battendo il capo contro la parete lasciando in tal modo la propria impronta nella pietra (dal 1720 protetta da una grata). Rinchiusi nella segreta, assieme ad altri seguaci, i due apostoli fecero scaturire miracolosamente una polla d'acqua e riuscirono a convertire e battezzare i custodi delle carceri, Processo e Martiniano, martiri a loro volta.” – www. wikipedia. org
    Alla luce delle Sacre Scritture questo risulta essere un clamoroso falso! Come è narrato in Atti, capitolo 28, all’apostolo Paolo, condotto prigioniero a Roma, in quanto cittadino romano vennero concessi quelli che, nel linguaggio moderno, si possono definire “gli arresti domiciliari”. Dice infatti il racconto biblico che a Paolo “fu concesso di abitare per conto suo con un soldato di guardia” (Atti 28:16,Di). Dell’apostolo Pietro, poi, non c’è nelle Sacre Scritture nessuna testimonianza che egli venne mai a Roma. Ancora una volta la tradizione umana, inventata da ipocriti capi religiosi, come al tempo di Cristo Gesù, “ha reso la Parola di Dio senza valore” (cfr. Matteo 15:6-9).
     
    Fu dunque l’apostolo Paolo che fu scelto da Cristo per portare “il vangelo del Regno” a Roma e non Pietro, come viene falsamente asserito dalla Chiesa Cattolica. Non troviamo, infatti, nelle Sacre Scritture nessuna testimonianza che possa provare che l’apostolo Pietro venne a Roma. E questo appare del tutto strano, visto il ruolo che nella Roma cattolica viene attribuito a Pietro, non vi pare? Come mai della venuta di Paolo a Roma viene fatto un racconto così preciso nei particolari e di quello, ipotizzato, di Pietro non si dice assolutamente nulla? Anzi, se dobbiamo stare al racconto biblico, l’apostolo Paolo dice esplicitamente che, quando furono assegnati i vari compiti nella chiesa di Gerusalemme, che fungeva a quel tempo come chiesa centrale del cristianesimo, visto che a me era stato affidato il vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi … e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi” (Galati 2:7,9). Infatti qualche tempo dopo troviamo Pietro che conclude la sua prima lettera in questo modo: “Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia” (1Pietro 5:13). Non a Roma fu inviato Pietro ma a Babilonia, dove in quel tempo c’era una delle più fiorenti comunità cristiane composta da circoncisi ebrei che si erano convertiti al cristianesimo (cfr. il mio post del 3 maggio 2008).
     
    Verso la fine degli anni ‘70 del I secolo la storia di Roma e quella biblica si incrociarono ancora in una maniera molto drammatica. Quello che accadde in quel periodo ha un significato molto importante proprio per i nostri giorni. Ma questo lo vedremo con il prossimo post!