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    November 29

    THANKSGIVING DAY

     
    Oggi, in tutti gli Stati Uniti, le famiglie si riuniscono intorno a tavole riccamente imbandite con tacchino arrosto, gelatina di mirtilli, torta di zucca, e molte altre gustose pietanze. Esse osservano una festa nazionale religiosa, il Giorno del Rendimento di Grazie, il THANKSGIVING DAY.
    Quale fu l’origine di questa festa?
     
    Verso la fine del 1620, una piccola colonia inglese si stabilì al limitare di un vasto e ostile deserto sulla costa atlantica del “Nuovo Mondo”, a Plymouth nel Massachusetts.
    Durante il primo inverno essa fu quasi dimezzata dalle avversità e dal tempo inclemente; erano arrivati troppo tardi per coltivare qualcosa perciò metà della colonia morì di fame e di malattia.
    Nella primavera che seguì riuscirono comunque a seminare alcune derrate e, nell’autunno del 1621, ci fu un buon raccolto di granturco, di alcuni legumi e zucche. Perciò fu proclamata una festa di tre giorni.
    Quella colonia era formata da un gruppo religioso detto dei ‘santi’ e da altri che i ‘santi’ chiamavano ‘stranieri’. Questi ultimi erano la maggioranza e si trattava soprattutto di persone recatesi in America in cerca di fortuna.
    I ‘santi’, soprannominati nella storia ‘padri pellegrini’, provenivano dai puritani in quanto a dottrine.
    Gli insegnamenti puritani, che si rifacevano alle dottrine del riformatore protestante francese Giovanni Calvino, erano vigorosamente contrari a quelle che erano considerate tradizioni pagane “infiltratesi” nel cattolicesimo e nella Chiesa d’Inghilterra. Essi condannavano la maggioranza delle celebrazioni allora popolari in Europa.
    Erano, dunque, protestanti che volevano “purificare” la Chiesa d’Inghilterra da ciò che consideravano ‘paramenti cattolici’. Per questo divennero ‘separatisti’. Molti ‘separatisti’, inclusi i ‘santi’, fuggirono dall’Inghilterra per avere la libertà religiosa.
    Uno storico dice sui primi tempi della festa del Giorno del Ringraziamento: “Un fattore che contribuì notevolmente alla sua generale accettazione in queste colonie fu l’odio dei puritani verso il Natale, considerato un vestigio del ‘cerimoniale cattolico’”.
     
    Quella prima festa fu contrassegnata da grandi banchetti. Furono invitati anche i ‘nativi’ americani, gli Indiani.
    Il menu di quell’occasione non è molto ben definito. Si pensa che gli Indiani portarono dei cervi e altra cacciagione. Non è stabilito con chiarezza se c’era il tacchino, il famoso piatto del moderno Giorno del Ringraziamento. Ma la leggenda lo include.
    Comunque l’anno successivo non fu celebrata nessuna festa. Poiché fu un’annata cattiva e c’erano molti problemi, i ‘pellegrini’ pensarono che vi fosse poco da celebrare. In effetti, c’è da dubitare che i ‘pellegrini’ volessero stabilire una celebrazione annuale, poiché credevano in un modo più spontaneo di render grazie, motivato da evidenze immediate di benessere.
     
    Ma da dove presero quei ‘pellegrini’ l’idea di una festa del ringraziamento?
    C’è da notare che essi non fuggirono direttamente dall’Inghilterra all’America del Nord. Si rifugiarono prima in Olanda. Sebbene lì avessero la libertà religiosa, furono delusi dal tipo di vita industriale, dalla lingua “nuova” e dalle condizioni economiche.
    Così dall’Olanda salparono sul Mayflower per il “Nuovo Mondo”.
    Ma, secondo alcuni, il tempo passato in Olanda li aveva senz’altro portati a contatto con le feste europee della mietitura. Si sa, poi, che in diverse delle prime colonie americane erano state tenute speciali celebrazioni di buoni raccolti. Quindi quella celebrazione del 1621 non fu senza precedenti.
    Però fu solo nel 1789 che fu proclamato da George Washington il primo Giorno del Ringraziamento nazionale. E, anche dopo quel precedente, l’usanza non fu seguita dai presidenti successivi. Sembra che durante i due periodi della sua presidenza Thomas Jefferson la condannasse. Infine, nel 1863, Abraham Lincoln stabilì una festa nazionale da celebrare tutti gli anni.
     
    Perché alcuni furono contrari a questa idea? Molti pensarono che fosse un caso di ingerenza dello stato nella religione. Col tempo, infatti, questa celebrazione ha assunto maggiormente un aspetto politico. In effetti molti suoi sostenitori hanno voluto che fosse un giorno di osservanza patriottica e religiosa a un tempo. Ad esempio, il libro The American Book of Days dice: “Di frequente gli ecclesiastici hanno fatto sermoni politici nel Giorno del Ringraziamento. Nei primi anni del diciannovesimo secolo i loro sermoni erano animati da uno spirito di parte assai marcato”.
    Oggi più che mai molti pensano che gli atteggiamenti e le usanze che nel tempo si sono sviluppate rendano ridicolo chiamarlo “Giorno del Ringraziamento”.
    In gran parte degli Stati Uniti, infatti, questo avvenimento dà inizio al periodo delle festività natalizie, che va fino a Capodanno. Quindi il Giorno del Ringraziamento (celebrato sempre il quarto giovedì di novembre) dà al mondo commerciale il segnale d’inizio del periodo degli acquisti.
    Inoltre, in questo giorno il pubblico è sommerso da avvenimenti sportivi. La crescente enfasi data agli sport e agli aspetti commerciali ha soffocato sempre più qualsiasi spirito di gratitudine.
    La “secolarizzazione” di questa giornata, tanto per usare un termine cortese, riflette l’intero ‘quadro religioso’ dell’America del Nord. La popolazione, infatti, guarda la maggioranza delle chiese e il clero con apatia e sdegno a causa, come si espresse un editoriale, de “il vuoto che le chiese cristiane non hanno colmato”, e a causa dei capi delle chiese che “apparentemente preferivano sfamare le loro pecore affamate con il tipo di nutrimento politico più conveniente”.
    Oltre alla delusione causata dalla maggioranza delle chiese americane c’è la realtà di una popolazione non più agricola. Ora meno del 6 per cento della popolazione degli USA è dedita all’agricoltura. Giacché, ovviamente, il cibo non cresce nei supermercati e non spunta dai contenitori di plastica, un numero sempre crescente di Nordamericani trova poche ragioni di celebrare una festa della raccolta.
    Comunque per molte famiglie questa festa è ancora un’occasione per riunirsi tutti insieme. E alcuni credono sinceramente che questo sia un giorno per ringraziare Dio. Ma con la crescente importanza data allo sport, alle gozzoviglie e alle sbornie, la festa ha assunto senz’altro una tendenza diversa. Per una sempre più ampia maggioranza di persone, la “celebrazione” del Giorno del Ringraziamento consiste solo nel consumare un pasto speciale.
    Ne più, ne meno, come accade con il Natale per molti altri milioni di “cristiani” in ogni parte della terra!
     
    Alcuni credono che sia la Bibbia a comandare la celebrazione di un ‘giorno del ringraziamento’, poiché con la Legge mosaica data agli ebrei Dio istituì la festa della mietitura. (cfr. Levitico 23:15-17).
    Tuttavia, con gli insegnamenti di Gesù Cristo si ebbe una nuova veduta delle celebrazioni giudaiche prescritte. L’apostolo Paolo si preoccupò per i cristiani di origine giudaica che osservavano ancora “scrupolosamente giorni e mesi e stagioni e anni”. Egli fece notare: “Temo per voi, che in qualche modo io abbia lavorato penosamente senza scopo riguardo a voi”. (Galati 4:10,11).
    Perché l’apostolo era così preoccupato? Perché, nonostante il suo strenuo lavoro, quegli ex giudei si attenevano a celebrazioni religiose che Dio non desiderava più. Non afferravano lo “spirito” del cristianesimo. Perciò i primi cristiani furono esortati a seguire il principio di “rendere sempre grazie per tutte le cose al loro Dio e Padre” (Efesini 5:20).
    Sì, nella Parola di Dio si da ripetutamente risalto a uno spirito di continuo apprezzamento per i provvedimenti e la protezione di Dio, non solo in giorni specifici.
     
    I Romani celebravano in dicembre un annuale giorno del ringraziamento: i Saturnali, festa che includeva il banchettare e bere.
    Ma i primi cristiani non partecipavano mai insieme con gli idolatri Romani all’osservanza di feste religiose pagane né, tantomeno, a tale celebrazione nazionale. Tertulliano, uno scrittore del secondo secolo, infatti, osservò: “Noi cristiani siamo accusati di un più basso sacrilegio, perché non celebriamo con voi le feste dei Cesari in un modo proibito dalla modestia, dal pudore e dalla purezza”.
    Alcuni, al solito, non ci vedono nulla di male, così come fanno con il Natale, altra festa di chiara origine pagana, pensando di attenersi all’aspetto strettamente religioso della ricorrenza (ma qual è, semmai?… la nascita di Cristo?… veramente il 25 dicembre?… e comandata da chi?... Lo vedremo con un prossimo post).
    Queste persone non conoscono o dimenticano l’avvertimento scritturale: “Non siate inegualmente aggiogati con gli increduli. Poiché quale partecipazione hanno la giustizia e l’illegalità? O quale associazione ha la luce con le tenebre? . . . O qual parte ha il fedele con l’incredulo?” (2 Corinzi 6:14, 15).
     
    November 24

    ISRAELE E LA SPERANZA MESSIANICA - II parte

     
    Più di 700 anni a.C. il profeta ebreo Isaia fu ispirato dal suo Dio a scrivere queste parole:
    Ricordate questo, per farvi coraggio. Prendetelo a cuore … Ricordate le prime cose di molto tempo fa, che io sono il Divino e non c’è altro Dio, né alcuno simile a me; Colui che annuncia dal principio il termine, e da molto tempo fa le cose che non sono state fatte; Colui che dice: ‘Il mio proprio consiglio avrà effetto, e farò tutto ciò che è il mio diletto’” (Isaia 46:8-10).
    Il popolo, a cui queste rincuoranti parole furono rivolte, conosceva molto bene il loro significato!
    Innumerevoli volte il loro Dio aveva preannunciato in anticipo certi avvenimenti ed essi erano stati testimoni oculari dell’adempimento di tutte le Sue parole profetiche.
    Come ho, infatti, spiegato nel precedente post, Dio aveva profetizzato con molto anticipo l’esilio babilonese del popolo ebreo e la sua liberazione dopo 70 anni, cosa che regolarmente accadde (cfr. Geremia 25:9-11).
    Anche la successiva caduta dell’impero babilonese era stata prevista e, addirittura con 200 anni in anticipo, era stato dichiarato il nome del suo conquistatore, Ciro il persiano (cfr. Isaia 44:28; 45:1).
    Come già indicato in un altro mio post, anche la successione delle potenze mondiali che avrebbero dominato sul popolo d’Israele era stata predetta nei particolari (cfr. Daniele 7:31-43; 7:3-7,17; 11:2-4). Ad esempio, l’ottavo capitolo del libro che porta il nome del profeta Daniele descrive una visione data da Dio allo stesso profeta. L’angelo che spiegò il significato di quella visione mostrò che a Babilonia sarebbe succeduto un impero governato dai re di Media e di Persia. A sua volta questo regno sarebbe stato rovesciato da un conquistatore proveniente dalla Grecia. Tuttavia questo impero greco, dopo breve tempo, sarebbe stato suddiviso in quattro imperi minori (cfr. Daniele 8:1-8, 20-22). Questo è quello che poi esattamente accadde: dopo che nel 539 a.C. la Persia, sotto il re Ciro il Grande, rovesciò l’impero babilonese, prendendone il posto come potenza dominante, essa stessa fu conquistata dagli eserciti greci al comando del giovane Alessandro Magno. Ma quando Alessandro morì il suo impero si indebolì e infine quattro suoi generali divennero i governanti delle quattro parti in cui esso fu suddiviso.
    Davvero sorprendente l’accuratezza della profezia biblica!
     
    Ma c’è nella Bibbia una notevole profezia che riguardava le aspettative messianiche di quel popolo e che doveva servire per riconoscere non solo il salvatore promesso ma anche il tempo della sua venuta.
    Si sapeva già che egli sarebbe stato “progenie” o “seme” di Abramo, perciò sarebbe venuto dalla nazione che da lui discendeva, cioè dal popolo ebraico (cfr. Genesi 22:18).
    Inoltre, fra tutto quel numeroso popolo, era scritto che doveva venire dalla tribù di Giuda (cfr. Genesi 49:10).
    E fra le innumerevoli famiglie di quella tribù, l’indicazione era che sarebbe stato un discendente della casa reale di Davide (cfr. 2 Samuele 7:13-16) e che doveva anche nascere nella città di Davide, Betlemme (cfr. Michea 5:2).
    Questi e molti altri “indizi” ancora (circa 300), contenuti nelle profezie, dovevano servire agli Israeliti per riconoscere il promesso Messia quando sarebbe venuto.
     
    Ma Dio fece ancora di più: profetizzò il tempo in cui sarebbe apparso! Notiamo come il profeta Daniele lo indicò:
     
    Settanta settimane son fissate riguardo al tuo popolo e alla tua santa città, per far cessare la trasgressione, per mettere fine al peccato, per espiare l’iniquità, e addurre una giustizia eterna, per suggellare  visione e profezia, e per ungere un luogo santissimo. Sappilo dunque e intendi! Dal momento in cui è uscito l’ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme fino all’apparire di un unto (ebraico Ma·shi´ahh), di un capo, vi sono sette settimane; e in sessantadue settimane essa sarà restaurata e ricostruita, piazze e mura, ma in tempi angosciosi. Dopo le sessantadue settimane un unto (ebraico Ma·shi´ahh) sarà soppresso, nessuno sarà per lui ... Egli stabilirà un saldo patto con molti, durante una settimana; e in mezzo alla settimana farà cessare sacrificio e oblazione…”
    (Daniele 9:24-26, VR).
     
    Cerchiamo un po’ di comprendere il significato di queste parole profetiche, alla luce del contesto biblico naturalmente, l’unico di cui possiamo fidarci:
    Qui si parla di sette settimane, più sessantadue settimane e, infine, di un ultima settimana, a metà della quale l’unto (o Ma·shi´ahh) doveva essere “soppresso”, per un totale, quindi, di settanta settimane!
    Sono queste settimane letterali, di sette giorni ciascuna?
    Tutti i commentatori biblici sono concordi che si tratta di settimane di anni, in base a una regola esposta in Numeri 14:34 “Secondo il numero dei giorni che avete impiegato per esplorare il paese, quaranta giorni, sconterete le vostre iniquità per quarant'anni, un anno per ogni giorno e conoscerete la mia ostilità”. Come vediamo anche in questo caso si parla di “espiare l’iniquità”.
    [In base a questo la Bibbia rabbinica edita da Marietti parla di “settimane di anni”. Le note in calce a Daniele 9:24 in altre versioni italiane dicono la stessa cosa e nella traduzione Parola del Signore si legge: “Per il tuo popolo e per la città santa è stato fissato un tempo di settanta periodi di sette anni”].
    Quelle “settanta settimane”, divise in tre periodi: (1) “sette settimane”, (2) “sessantadue settimane” e (3) una settimana equivarrebbero pertanto a 49 anni, più 434 anni, più 7 anni, per un totale di 490 anni.
     
    Dopo essere stati in esilio e avere sofferto in Babilonia per 70 anni, gli ebrei avrebbero goduto dello speciale favore di Dio per altri 490 anni, cioè 70 anni moltiplicati per 7.
    Si doveva iniziare a contarli “dal momento in cui è uscito l’ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme”. Cioé quando?
    Il racconto dello storico ebreo Neemia parla del ventesimo anno del regno di Artaserse, anno in cui il re persiano lo autorizzò a tornare a Gerusalemme con l’ordine, per tutti i suoi governatori, di favorire con ogni mezzo gli ebrei nella ricostruzione della loro città e del tempio (cfr. Neemia 2:4-7).
    Il 20° anno del regno di Artaserse corrisponde al 455 a.C.
    Ma quanti anni passarono prima che Gerusalemme fosse effettivamente ricostruita?
    Secondo la profezia la ricostruzione della città doveva avvenire “in tempi angosciosi”. A motivo di difficoltà fra gli ebrei stessi e dell’opposizione dei samaritani e di altri, il lavoro di ricostruzione rallentò e fu completato nella misura necessaria solo verso il 406 a.C., entro le “sette settimane”, cioè entro 49 anni.
    Il “settimo mese” di quell'anno (secondo il calendario ebraico il mese di tishri o ethanim, cioè settembre-ottobre - cfr. Neemia 9:1,2) le mura erano state completate e tutto il popolo festeggiò di nuovo la “festa delle capanne”, chiamata anche "la festa della raccolta al volgere dell’anno", una delle principali feste previste dalla Legge (ebraico sukkòhth, iniziava a metà mese, il 15 tishri e durava una settimana) .
    Doveva ora seguire un periodo di 62 settimane, o 434 anni. Dopo quel periodo sarebbe comparso il Messia promesso da tempo.
    Contando dunque 483 anni (49 più 434) dal 455 a.C. arriviamo al 29 d.C.
    Che accadde in quell’anno?
    Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea … la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” (Luca 3:1-3).
    Secondo la storia Tiberio Cesare iniziò a governare come imperatore romano nel 14 d.C. Il quindicesimo anno del suo impero dunque è il 29 d.C.
    Secondo il vangelo, in quell’anno Giovanni Battista cominciò a predicare e a battezzare come simbolo di pentimento. Quello stesso anno Gesù si presentò al fiume Giordano e fu battezzato da Giovanni. In quel momento ci fu una manifestazione straordinaria che tutti i presenti videro: “il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto»” (Luca 3:21,22).
    In questo modo egli divenne l’unto, il Ma·shi´ahh (cfr. Luca 4:18,19), esattamente allo scadere della 69a settimana profetizzata da Daniele, nel settimo mese (il mese di tishri o ethanim, cioè settembre-ottobre).
     
    Gesù 004 
     
    Gesù aveva allora trent’anni (cfr. Luca 3:23), questo particolare fa luce anche sulla data di nascita di Gesù, escludendo il mese di dicembre!
    A quell’età, proprio come era richiesto dalla Legge (cfr. Numeri 4:1-3,22,23,29,30), egli iniziò il suo ministero terreno che durò fino alla Pasqua del 33 d.C., cioè fino al 14° giorno del mese ebraico di abib o nisan (marzo-aprile) quando fu messo a morte o fu “soppresso”, esattamente 3 anni e mezzo dopo, quindi a metà della 70a settimana, come diceva la profezia di Daniele!
    Con la sua morte tutti gli aspetti cerimoniali della Legge mosaica furono aboliti, come spiegò l’apostolo Paolo nella sua lettera agli Efesini quando, parlando della morte in sacrificio di Gesù, disse che: “annullò, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti” (2:15).
    Cessò la necessità dei sacrifici di animali e delle offerte di dono prescritti dalla Legge, che furono sostituiti da un sacrificio migliore, quello di Gesù (cfr. Ebrei 10:12,14), che non doveva ripetersi in continuazione poiché valeva per sempre, così che anche questo aspetto della profezia di Daniele fu adempiuto.
    L’ultimo aspetto della profezia diceva che egli avrebbe mantenuto in vita un patto, quello di favore di Dio nei confronti degli ebrei, per la loro discendenza abramica, fino alla fine della 70a settimana.
    Infatti, dopo ancora 3 anni e mezzo, nell’autunno del 36 d.C., l’apostolo Pietro fu spinto da Dio a predicare al centurione romano Cornelio la “buona notizia” intorno al Cristo. Questi e la sua famiglia divennero credenti e furono battezzati (cfr. Atti cap. 10).
    Fu allora, con l’ingresso fra i cristiani dei “gentili”, quindi non più solo ebrei, che cessò il patto di favore nei confronti di quest’ultimi (cfr. Genesi 17:2,7,8; 22:15-18), proprio come diceva la profezia di Daniele!
     
    Nel sapere queste cose c’è davvero da rimanere “sconvolti”, altro che con vuote, insignificanti e retoriche parole pronunciate solo sotto l’effetto dell’emotività!
    Come scrisse l’apostolo Paolo: “la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono” (Ebrei 11:1 VR). La fede si edifica con la conoscenza di Dio, del Suo proposito, delle profezie, del Suo modo di agire e non con le sensazioni personali.
    Questo fu, infatti, l’errore che fecero gli ebrei al tempo di Gesù.
    Essi lo aspettavano in quel tempo, perché conoscevano la profezia di Daniele. Il racconto dell’evangelista dice che: “il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo” (Luca 3:15).
    Ma quando egli si presentò lo rigettarono (cfr. Giovanni 19:15)! Perché?
    Perché giudicarono il Messia in base alle loro personali aspettative e non secondo ciò che le profezie indicavano!
    Come disse Gesù stesso ad una donna samaritana: “Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo” (Giovanni 4:22). Aggiunse in seguito l’apostolo Paolo: “Poiché io rendo loro testimonianza che hanno zelo per le cose di Dio, ma zelo senza conoscenza. Perché, ignorando la giustizia di Dio, e cercando di stabilire la loro propria, non si sono sottoposti alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3).
     
    Per questo motivo la grande maggioranza di quel popolo, così tanto privilegiato, perse il favore di Dio ed infine anche la vita!
    La profezia di Daniele diceva infatti: “E il popolo di un capo che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un’inondazione; ed è decretato che vi saranno delle devastazioni…” (Daniele 9:26).
    La storia mostra che nel 70 d.C. i romani al comando del generale Tito vennero come un’“inondazione” e resero effettivamente desolati la città di Gerusalemme e il tempio. Niente li fermò, poiché questo era stato "decretato", o deciso, da Dio che, ancora una volta, aveva adempiuto la sua parola al tempo da lui stabilito!
     
    Con quella devastazione il sistema ebraico, quale fino ad allora era stato, giunse alla sua definitiva fine.
    Tutte le registrazioni che fino quel tempo erano state accuratamente conservate furono distrutte! Oggi nessun ebreo è più in grado di dire a quale tribù dell’antico Israele egli appartiene; non è possibile, così, stabilire un sacerdozio levitico, indispensabile, secondo la Legge, per officiare le cerimonie religiose, né alcuno che si presentasse come messia potrebbe mai dimostrare di venire dalla tribù di Giuda e dalla casa reale del re Davide, come nel caso di Gesù (cfr. Matteo 1:1-16; Luca 3:23-38).
    L’attuale Stato di Israele non ha nulla a che vedere con l’antica nazione liberata ed organizzata da Dio e la sua religione, sempre più infarcita di vuote tradizioni e insegnamenti antiscritturali, è da annoverarsi, al pari del falso cristianesimo che pure ha rigettato il Cristo (o Ma·shi´ahh) privilegiando la tradizione umana e i falsi insegnamenti alla verità biblica, in quel farisaico e immorale sistema religioso che la Parola di Dio addita col simbolico nome di “Babilonia la Grande” (cfr. Apocalisse 17:2,5), ereditato, insieme a tutti i falsi insegnamenti e alle pompose, ipocrite pratiche religiose, da quell’antica città dove, dopo il Diluvio, ha avuto origine la ribellione contro Dio!
     

     
    “Nessuna profezia della Scrittura sorge da privata interpretazione. Poiché la profezia non fu mai recata dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo spirito santo” - 2 Pietro 1:20,21
      
    November 18

    ISRAELE E LA SPERANZA MESSIANICA - I parte

     
    352 anni dopo il Diluvio, esattamente nel 2018 a.C., dalla discendenza di Sem, figlio di Noè, in Ur, città caldea del paese di Sinar, presso l’attuale confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, nacque Abramo.
    A quel tempo Ur, che si trovava a Sud di Babele o Babilonia, era imbevuta dell’idolatrica religione babilonese e dedita al culto del suo “santo” protettore, Sin, il dio-luna.
    Tuttavia Abramo dimostrò di essere un uomo che, come i suoi antenati Sem e Noè, aveva fede nel vero Dio, il creatore dell’universo.
    E fu mentre si trovava in Ur che Dio gli disse di lasciare la sua terra natìa per trasferirsi in un paese straniero dove avrebbe fatto di lui una grande nazione: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Genesi 12:1-3).
     
    Abramo
     

    Dio disse ad Abramo: “Guarda in alto, suvvia, nei cieli e conta le stelle, se sei in grado di contarle”.

    E proseguì, dicendogli: “Così diverrà il tuo seme

    (Genesi  15:5)

     

    Abramo prontamente ubbidì e, dopo essersi organizzato, iniziò il lungo viaggio che doveva condurlo verso il nuovo paese. 

    La prima tappa stabile egli la fece ad Haran, un importante nodo sulla carovaniera che attraversava da Sud a Nord la Mesopotamia.
    Li si fermò finché l’anziano padre, Tera, che l’aveva seguito, morì.
    Quindi, all’età di 75 anni, nel 1943 a.C., il 14° giorno del mese che in seguito venne chiamato abib o nisan, Abramo varcò l’Eufrate per trasferirsi nel paese che Dio gli aveva indicato, Canaan, dove visse in tende come residente forestiero e nomade per i restanti 100 anni della sua vita.
    Fu in questa occasione che Dio gli rinnovò la sua promessa: “Alla tua discendenza io darò questo paese” (vv. 7). Ma dopo aggiunse: “Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni … Alla quarta generazione torneranno qui, perché l'iniquità degli Amorrei non ha ancora raggiunto il colmo” (Genesi 15:13-16).
     
    Questi versetti ci presentano uno degli aspetti più sorprendenti del racconto biblico: la profezia, cioè la storia scritta in anticipo. Questo aspetto, e in particolare l’adempimento delle numerose profezie in essa contenute, costituisce una delle principali prove dell’ispirazione divina della Bibbia. Comprendiamo anche che Dio calcola il tempo degli avvenimenti che riguardano le sue creature e, quando necessario, per il loro beneficio, preannuncia in anticipo le cose che devono accadere.
    Dunque, in base alle parole summenzionate, la discendenza di Abramo avrebbe preso possesso della terra promessa al loro antenato dopo 400 anni di residenza forestiera e di afflizione.
    Nel 1918 a.C. ad Abramo nacque, per mezzo della moglie Sara, il suo legittimo erede, Isacco. Quando questi fu svezzato, all’età di circa cinque anni, il racconto biblico dice che Abramo fece una festa durante la quale Ismaele, il figlio che Abramo aveva avuto 19 anni prima dalla schiava di Sara, Agar, cominciò a prendersi gioco, o ad “affliggere”, Isacco. Quell’episodio non fu un semplice gioco tra ragazzi. Lo dimostrano la reazione di Sara, che disse ad Abramo: “manda via questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco”, e il fatto che Dio stesso approvò la richiesta di Sara allorché disse ad Abramo: ”ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe” (Genesi 21:8-13). Tutto questo avvenne nel 1913 a.C.
    Non è un caso che questo episodio è narrato in tutti i suoi particolari nella Parola di Dio, perché fu in quell’anno che si iniziarono a contare i 400 anni di residenza forestiera e di afflizione del “seme” di Abramo.
    Nel 1513 a.C., esattamente 400 anni dopo, le parole profetiche di Genesi 15:13-16 trovarono il loro adempimento quando Dio liberò miracolosamente il popolo che discese da Abramo dalla lunga e oppressiva schiavitù egiziana.
    [Da Abramo, chiamato anche l’ebreo (cfr. Genesi 14:13), molto probabilmente perché discendente legittimo di Eber, pronipote di Sem, tutti i suoi discendenti furono altresì chiamati ebrei. Quel popolo, poi, prese anche il nome di Israele, dal nome che Dio stesso aveva dato al nipote di Abramo, Giacobbe (cfr. Genesi 32:28), in quanto i figli di quest’ultimo divennero i capostipiti delle tribù che lo formarono].
     
    Dopo la liberazione Dio trasformò quel popolo da una società patriarcale in una nazione indipendente, con una propria “costituzione”. Quella costituzione fu il patto della Legge che Egli diede loro al monte Sinai.
    I Dieci Comandamenti costituirono l’ossatura di quel codice nazionale, a cui furono aggiunti altri 600 circa fra leggi, statuti, regolamenti e decisioni giudiziarie. Era il più completo codice di leggi posseduto da qualsiasi nazione antica, e regolava nei minimi particolari i rapporti dell’uomo con Dio e con il prossimo.
    Si può dunque dire che la nazione di Israele era una Teocrazia, in quanto il suo governante era Dio stesso che delegava poi certi poteri amministrativi a suoi legittimi rappresentanti terreni.
    C’erano giudici costituiti su “decine”, “cinquantine”, “centinaia” e “migliaia”, sistema che permetteva di trattare con celerità le cause. Era poi possibile appellarsi a Mosè, il quale se necessario poteva presentare la questione a Dio per la decisione definitiva (cfr. Esodo 18:19-26). Una sorta di Corte Suprema.
    Le varie cariche civili, giudiziarie e militari erano ricoperte dai capi ereditari delle dodici tribù, anziani esperti, saggi e discreti. (cfr. Deuteronomio 1:13-15). Questi anziani stavano davanti a Dio come rappresentanti dell’intera nazione di Israele, e per mezzo loro Dio e Mosè parlavano al popolo in generale (cfr. Esodo 3:15,16). Erano uomini che ascoltavano con pazienza i casi giudiziari, facevano rispettare i vari aspetti del patto della Legge, si attenevano alle decisioni già prese da Dio, agivano da comandanti militari, ratificavano trattati già negoziati e, riuniti in un comitato sotto la direttiva del sommo sacerdote, assolvevano molte altre responsabilità.
    Questo sistema di governo teneva unito quel popolo e lo faceva prosperare. Ma la loro prosperità dipendeva dall’ubbidienza alla Legge che Dio aveva dato loro. Questa aveva la precedenza su tutto e dominava ogni aspetto della vita e delle attività della nazione. L’idolatria, cioè rivolgersi ad altri dei, come quelli delle nazioni vicine o l’uso di immagini nell’adorazione, condannata dalla Legge, era considerata un tradimento punibile con la morte (cfr. Deuteronomio 4:15-19).
    La storia dimostra che ogni volta che gli israeliti vacillavano in quanto a fedeltà e ubbidienza a Dio, oscillando fra adorazione vera e falsa, o abbandonavano la vera adorazione e cominciavano a servire i vari Baal, cioè i “santi” protettori delle città pagane delle nazioni vicine, Dio toglieva loro la sua protezione e permetteva che le nazioni circostanti saccheggiassero il paese. Quando si risvegliavano spiritualmente e si rivolgevano di nuovo a Dio, Egli suscitava giudici o salvatori per liberarli. Il racconto biblico riporta tutta una serie di valorosi giudici, fra cui Giosuè, Otniel, Eud, Samgar, Barac, Gedeone, Tola, Iair, Iefte, Ibzan, Elon, Abdon, Sansone e Samuele. Ogni volta la liberazione aveva un effetto unificatore sulla nazione.
     
    Nel 1117 a.C. ci fu un cambiamento radicale nel sistema di governo della nazione israelitica!
    Il racconto biblico narra che il popolo si rivolse a Samuele, nella sua funzione di giudice e profeta, e lo supplicò: “stabilisci per noi un re che ci governi, come avviene per tutti i popoli” (1Samuele 8:4).
    L’antica difficoltà di servire e ubbidire a un Dio che non vedevano, che già aveva causato loro molti guai ai piedi del Sinai (cfr. Esodo 32:1-4) si ripresentò pericolosamente nella mente di quel popolo.
    Alla stessa maniera oggi riesce difficile a molti credere in Dio “con spirito e verità”, come insegnò Gesù (cfr. Giovanni 4:24), senza, cioè, ricorrere all’ausilio di qualcuno o qualcosa che lo rappresenti visivamente!
    Dio, per amore della promessa fatta ad Abramo e del suo proposito, che in base a quella promessa doveva realizzarsi, concesse loro anche questo e disse a Samuele: “Ascolta la voce del popolo per quanto ti ha detto, perché costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi. Come si sono comportati dal giorno in cui li ho fatti uscire dall'Egitto fino ad oggi, abbandonando me per seguire altri dèi, così intendono fare a te. Ascolta pure la loro richiesta, però annunzia loro chiaramente le pretese del re che regnerà su di loro” (vv. 7-9). Samuele, infine, illustrò loro tutti i rischi di quella richiesta (vv. 11-17).
    La storia dimostrò ancora la veracità degli avvertimenti divini. Sebbene di quei re si dicesse che “sedevano sul trono di Dio” (cfr. 1Cronache 29:23), nel senso che rappresentavano il Suo governo sulla terra, sotto la loro guida la nazione d’Israele trascorse periodi di stabilità, finché questi si attenevano alla Legge di Dio, ma anche periodi di crisi terrificanti quando questi, muovendosi sull’onda dell’orgoglio e dell’avidità personale, si allontanavano da quella Legge. La prima conseguenza fu la divisione della nazione in due regni nel 997 a.C.: il Regno di Israele, composto da 10 tribù, e il Regno di Giuda, composto dalle restanti due tribù. La questione, infine, culminò nel 607 a.C. con il rovesciamento della dinastia reale ad opera dei babilonesi di Nabucodonosor e la completa desolazione della loro terra con la deportazione, in schiavitù, di tutti i suoi abitanti.
     
    Anche questo drammatico avvenimento era stato preannunciato da Dio mediante i suoi profeti.
    Aveva infatti scritto il profeta Geremia, circa quarant’anni prima di quell'avvenimento: “dice il Signore degli eserciti: Poiché non avete ascoltato le mie parole … Tutta questa regione sarà abbandonata alla distruzione e alla desolazione e queste genti resteranno schiave del re di Babilonia per settanta anni” (Geremia 25:8-11).
    Nel 539 a.C. i medi e i persiani conquistarono Babilonia e dopo due anni, nel 537 a.C., esattamente dopo settant’anni, come era stato profetizzato, gli israeliti furono di nuovo liberati dal giogo babilonese. E’ ancora più sorprendente conoscere cosa era stato predetto, circa duecento anni prima, al riguardo: “Io dico a Ciro: Mio pastore;  ed egli soddisferà tutti i miei desideri, dicendo a Gerusalemme: Sarai riedificata; e al tempio: Sarai riedificato dalle fondamenta” (Isaia 44:28). Fu proprio il conquistatore di Babilonia, Ciro il persiano, a emanare, nel 537 a.C., il decreto che permetteva agli israeliti di tornare nella loro patria e riedificare le loro città, a iniziare da Gerusalemme.
    E’ anche interessante notare che la profezia descriveva il modo in cui i medi e i persiani avrebbero conquistato Babilonia, una città considerata a quel tempo inespugnabile, circondata, com’era, da mura alte, secondo la descrizione di Erodoto, circa 90 metri! Questa era la profezia: “Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: Io l'ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso” (Isaia 45:1). E ancora: "C’è una devastazione sulle sue acque, e si devono prosciugare" (Geremia 50:38).
    La notte in cui i medi e i persiani conquistarono la città, come ho già scritto in un mio precedente post, i babilonesi erano impegnati a festeggiare e a banchettare con il loro re Baldassarre. Questo li indusse a rallentare la guardia e quella notte le porte della città che davano sul fiume Eufrate vennero lasciate inspiegabilmente aperte. Gli invasori medo-persiani deviarono il corso del fiume e, marciando lungo il suo letto prosciugato, entrarono nella città attraverso le porte aperte. Esattamente come era stato profetizzato dal profeta Isaia 200 anni prima!
     
    Nel 537 a.C. la maggior parte degli Israeliti sopravvissuti alla diaspora del 607 tornarono a Gerusalemme con Zorobabele. Altri tornarono con Esdra nel 468 a.C. Gli ultimi accompagnarono Neemia nel 455 a.C.
    Ma Israele non tornò più ad essere una nazione sovrana e indipendente. Da quel fatidico 607 a.C. non ci fu più un re umano che rappresentasse la Teocrazia sul trono a Gerusalemme.
    Da allora quel popolo passò di volta in volta sotto la dominazione delle potenze politiche che si susseguirono nel dominio del territorio: dopo la Medo-Persia, la Grecia e quindi Roma, in attesa di un nuovo liberatore suscitato da Dio, il promesso Messia.
    Ma quando infine questi venne, non lo riconobbero nonostante le numerose profezie, anche in ordine cronologico, che ne additavano la venuta. Perché?
    Questo lo vedremo con la seconda parte di questo studio, tra qualche giorno.
     
    C’è un’ultima considerazione da fare. Tutto quello che accadde all’antico Israele non è semplice storia ma, come ha scritto l’apostolo Paolo: “tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza” (Romani 15:4).
    Ci sono importanti lezioni da imparare che hanno a che fare con la nostra speranza in Dio! La conoscenza delle profezie bibliche edifica la nostra fede in Lui e ci permette di conoscere in anticipo avvenimenti che ci riguardano, permettendoci di prendere giuste decisioni per la nostra vita e di evitare, quindi, di commettere errori che, come nel caso di molti di quegli antichi israeliti, potrebbero costarci quelle benedizioni che Dio ha promesso di portare mediante il “seme di Abramo”.
     

     
    “Abramo ebbe fede in Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia … Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. Egli non vacillò nella fede … Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia”  – Romani 4:3,18-22
     
    November 15

    RASSEGNA STAMPA - Le notizie che non dovrebbero mai sfuggirci

     
    Lo straordinario business dei pellegrinaggi cresce del 20% all'anno. Aerei selezionati conventi a 5 stelle.
    E l'extraterritorialità consente guadagni esentasse
    Turisti nel nome di Dio
    un affare da 5 miliardi

    di Curzio Maltese -
    la Repubblica - 10 novembre 2007

    Dal Blog di papa Ratzinger, ufficioso ma benedetto dal Santo Padre, si legge: "Nell'era del low cost, l'Opera Romana Pellegrinaggi si adegua". La ricerca di Dio si affida a voli rigorosamente a basso costo. Il Boeing 707-200 della flotta Mistral, fondata nel 1981 dall'attore Bud Spencer, e ora targato ORP, è decollato il 27 agosto da Roma con destinazione Lourdes.
    I pellegrini, 148 fra i quali l'invitato Luciano Moggi, hanno intrapreso il viaggio spirituale supportati da una guida d'eccellenza: il cardinale Camillo Ruini. Il rettore della Pontificia Università Lateranense ha elargito la sua benedizione ai devoti. All'ingresso, le hostess in completo giallo e blu, spilla del Vaticano e fazzoletto giallo al collo, accolgono i passeggeri e li accompagno al posto. Sul poggiatesta si legge: "Cerco il tuo volto Signore".
    È nato insomma con un lancio pubblicitario in grande stile l'accordo fra il Vaticano e la Mistral nel settore del turismo della fede. Per una "ricerca di Dio con voli rigorosamente a basso costo", la Chiesa si affida al testimonial Luciano Moggi, all'epoca già rinviato a giudizio, e alla chiacchierata compagnia delle Poste Italiane. La Mistral, fondata da Bud Spencer e salvata durante il governo Berlusconi con un'operazione giudicata fuori mercato perfino da alcuni parlamentari della destra e ancora oggi avvolta nel mistero.
    Il patto fra Mistral e Opera Romana Pellegrinaggi per trasportare il primo anno 50 mila pellegrini italiani verso i santuari d'Europa e Terra Santa, con la previsione di arrivare a 150 mila nel 2008 (centocinquantesimo anniversario dell'apparizione di Fatima) non è che la punta dell'iceberg di un affare gigantesco: il turismo religioso. Quasi sempre esentasse.

    Il turismo è il primo settore commerciale del mondo per espansione, terzo per margini di profitti dietro il petrolio e il traffico di armi. In Italia, una delle principali mete del pianeta, la chiesa cattolica è di gran lunga il dominus del settore. Secondo l'indagine Trademark la chiesa cattolica controlla ogni anno un traffico di 40 milioni di presenze, 19 milioni di pernottamenti, 250 mila posti letto in quasi 4 mila strutture. Il volume d'affari supera i 5 miliardi di euro all'anno, il triplo del fatturato dell'Alpitour, primo tour operator italiano. In cima alla piramide organizzativa del turismo cattolico sta l'Opera Romana Pellegrinaggi, che ha convenzioni con 2500 agenzie e una rete con migliaia di referenti sul territorio.

    L'OPR è presieduta da Camillo Ruini, Vicario di Roma, con Liberio Andreatta già amministratore delegato e ora vice presidente, alle dirette dipendenze della Santa Sede. A fianco dell'OPR svolge un ruolo importante l'APSA, l'amministrazione patrimoniale della Santa sede, che gestisce gli immobili della Chiesa e spesso gli utili alberghieri. Entrambe le società hanno sede nella Città del Vaticano, godono dunque di un regime di extraterritorialità che significa in pratica non dover presentare bilanci e sfuggire alle leggi italiane in materia fiscale, di igiene, prevenzione eccetera.

    In più, in tutte le convenzioni fra l'ORP e i clienti, esiste un comma (16) che rimanda "per tutte le eventuali controversie" alla "legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano". E qual è la legge fondamentale della Città del Vaticano? Questa, che su qualsiasi controversia legale, civile o penale, l'ultima parola spetta al Papa. Il turista cattolico o no, ma in ogni caso al novanta per cento cittadino italiano, che volesse reclamare contro il servizio offerto, dovrebbe dunque aspettare la parola definitiva del Santo Padre.
     
    In un settore ricco e in forte espansione come il turismo, l'extraterritorialità si traduce in un formidabile ombrello fiscale. Non si tratta soltanto dell'ICI non pagata per alberghi, ristoranti, bar di proprietà degli enti ecclesiastici. Ma anche del mancato gettito di Irpef, Ires, Irap e altre imposte. Su questo lungo elenco di privilegi fiscali, non soltanto sull'ICI, la commissione europea ha chiesto da tempo chiarimenti al governo italiano. I lavoratori delle "case religiose", sempre più spesso veri e propri alberghi rintracciabili sul circuito commerciale normale, sono spesso suore o preti o volontari o legati da contratti anomali di collaborazione. Quindi la Chiesa non deve pagare le imposte sul lavoro dipendente.

    Nel sito della CEI, a questo proposito, si legge negli ultimi tempi una ricorrente lamentela per il fatto che, visti gli indici di crescita, la catena turistica religiosa deve ricorrere sempre più spesso al personale "esterno". "Il personale esterno non garantisce le stesse prestazioni" di suore e preti, pretende di essere pagato per gli straordinari e cerca di introdurre tutele sindacali. Sia pure con i limiti enormi di libertà imposti dalla giurisdizione pontificia. I privilegi fiscali della Chiesa si traducono in un vantaggio sulla concorrenza e nella possibilità di praticare prezzi fuori mercato.

    Se il settore turistico cresce ovunque in Italia, l'espansione di quello religioso ha tratti spettacolari, con un aumento di quasi il venti per cento all'anno. Nel volgere di quattro o cinque anni il volume d'affari potrebbe sfondare il tetto dei 10 miliardi di euro. Non si tratta soltanto di turismo "povero" o "low cost". "Sono ormai un centinaio i monasteri-alberghi entrati nei network Condè-Nast, Relais & Chateaux o Leading Hotel of the world" scrive il Sole 24 Ore. Ma si tratti di due, tre, quattro o cinque stelle, i prezzi sono sempre inferiori alla concorrenza, grazie alle minori spese.

    Abbiamo parlato nelle puntate scorse dell'Hotel delle Brigidine, 190 euro a notte, ma in una zona dove un quattro o cinque stelle costa quasi il doppio. I casi soltanto nella capitale sono decine. Dai Carmelitani di Castel Sant'Angelo, che offrono camere con frigobar, tv satellitare e aria condizionata a 120 euro, fino ai "tre stelle" a 60 o 70 euro. La splendida abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano costa 300 euro, ma è un cinque stelle a tutti gli effetti. Lo stesso vale per le celebri Orsoline di Cortina e per il monastero di Camaldoli nell'aretino, mete di turismo intellettuale, culturale e politico d'alto bordo.

    Se si scende al livello del turismo di massa, i prezzi calano ma il fatturato esplode. E lo stato italiano favorisce in ogni modo. Con le esenzioni e con i finanziamenti diretti. I 3.500 miliardi di lire versati dall'erario alla Chiesa per il Giubileo sono serviti in buona parte a riorganizzare la rete di accoglienza turistica. Ma quella pioggia di soldi non si è mai davvero fermata. In varie forme, governo ed enti locali continuano a sovvenzionare la rete alberghiera religiosa. Per il rilancio dell'antica Via Francigena, che nel medioevo collegava Roma a Canterbury, l'ultimo finanziamento statale è stato di 10 milioni di euro.
    Ma bisogna aggiungere le centinaia di contributi degli enti locali. Visto il successo, l'ORP ha deciso di rilanciare anche altri pellegrinaggi … L'ultimo con un passaggio d'obbligo al santuario di San Giovanni Rotondo, il cui boom turistico ha messo di gran lunga in secondo piano le recenti rivelazioni sui dubbi di Giovanni XXIII a proposito della santità di Padre Pio, i suoi rapporti con le fedeli e l'origine reale delle stimmate.
    In tutti questi progetti non c'è stato comune o provincia o regione o comunità montane, governata da destra o da sinistra, che non si sia accollata finanziamenti, agevolazioni fiscali, oneri di ristrutturazione.
     
     
    Dalle opinioni ai fatti.
    Sui presunti privilegi alla Chiesa cattolica in Italia

    di Patrizia Clementi - l'Osservatore Romano - 11 novembre 2007

    La recente campagna mediatica contro i presunti privilegi ingiustamente concessi agli enti della Chiesa cattolica ha preso avvio da una nuova richiesta di informazioni al Governo italiano partita dalla Commissione europea ed è stata rafforzata dalla presentazione di un emendamento alla legge finanziaria 2008 volto a sopprimere l'esenzione Ici spettante agli immobili nei quali vengono svolte attività socialmente rilevanti.

    La polemica, creata da una lettura approssimativa della normativa e dalla malevola distorsione dei dati oggettivi, dura ormai da un paio di anni e si arricchisce via via di elementi che, estranei alla questione originaria, lasciano trasparire la volontà di attaccare l'attività sociale che la Chiesa svolge in Italia attraverso i tanti enti che la compongono.

    È perciò utile ripercorrere sinteticamente i fatti obiettivi, con riferimento a ciò che ha originato la polemica: l'interpretazione dell'esenzione ICI. Tra le ipotesi di esclusione dall'imposta previste fin dal 1992 vi è quella che riguarda gli immobili «utilizzati dai soggetti di cui all'art. 87, c. 1, lett. c) del testo unico delle imposte sui redditi approvato con D. P. R. 22. 12. 1986, n. 917, e successive modificazioni, destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive» (decreto legislativo 504/92, art. 7, c. 1, lett. i). La norma richiede il contestuale verificarsi di due condizioni: gli immobili sono esenti solo se utilizzati da enti non commerciali — tali sono quelli indicati attraverso il rinvio al D.P.R. 917/86 — e se destinati all'esercizio esclusivo di una o più tra le otto attività individuate.

    I destinatari dell'agevolazione sono gli enti che costituiscono il cosiddetto mondo del non profit, cui appartengono, oltre agli enti della Chiesa cattolica, anche quelli delle altre confessioni religiose, gli enti pubblici, le onlus, le associazioni di volontariato, le organizzazioni non governative, le associazioni sportive, quelle di promozione sociale e persino i partiti politici. Sono soggetti sottoposti a precisi e rigorosi vincoli normativi che garantiscono l'assenza del lucro soggettivo: essi non possono distribuire utili e avanzi di gestione, né devolvere a fini lucrativi il patrimonio residuo in caso di scioglimento.

    Dopo un lungo periodo di pacifica applicazione dell'esenzione lo scenario è cambiato quando, nel 2004, la Corte di Cassazione aggiunge un nuovo requisito a quelli previsti dalla legge: per avere diritto all'esenzione si richiede non solo che l'immobile sia utilizzato da un ente non commerciale e sia totalmente destinato a una o più delle attività previste dalla legge, ma anche che l'attività non venga svolta in forma di «attività commerciale». La «singolarità» dell'interpretazione è evidente se si considera che sotto il profilo tributario un'attività è considerata commerciale se «organizzata» e se resa a fronte di corrispettivi, cioè con il pagamento di rette — anche se tanto contenute da non coprire neanche i costi — o in regime di convenzione con l'ente pubblico.
    Per ristabilire l'originario ambito dell'esenzione il legislatore è intervenuto con due norme di interpretazione autentica, che hanno portato ora a precisare che l'esenzione è subordinata alla circostanza che le attività agevolate siano svolte in maniera «non esclusivamente commerciale».

    Questi gli elementi oggettivi della questione. Ora il lettore può valutare l'inconsistenza di alcune delle accuse mosse. È falso che l'esenzione sia riservata agli enti ecclesiastici: essa riguarda tutti gli enti non commerciali. È falso che l'esenzione spetti per tutti gli immobili della Chiesa cattolica: essa è limitata a quelli utilizzati per le attività previste dalla legge. In tutti gli altri casi — librerie, ristoranti, hotel, negozi e per le abitazioni concesse in locazione — l'imposta è dovuta. La più odiosa delle accuse è quella secondo la quale l'esenzione verrebbe ottenuta inserendo una cappellina in un immobile non esente, così da farlo rientrare nel concetto di immobile destinato ad attività «non esclusivamente commerciali».

    Da ultimo una precisazione circa l'esenzione spettante agli alberghi degli enti ecclesiastici. L'affermazione è falsa in quanto l'attività alberghiera non rientra tra quelle esenti. Lo sono invece gli immobili destinati alle attività «ricettive», quelli cioè ove si svolgono attività di «ricettività complementare o secondaria» definite da leggi nazionali e regionali e regolate, a livello di autorizzazioni amministrative, da norme che ne limitano l'accesso a determinate categorie di persone e che, spesso, richiedono la discontinuità nell'apertura: per esempio, pensionati per studenti, case di ospitalità per parenti di malati ricoverati in strutture sanitarie distanti dalla propria residenza, case per ferie, colonie e strutture simili.

    Se qualche albergo si comportasse come una casa per ferie non ne conseguirebbe che l'esenzione è ingiusta, ma che è erroneamente applicata. Per questi casi i comuni dispongono dello strumento dell'accertamento, che consente loro di recuperare l'imposta evasa. E prima ancora essi dovrebbero contestare ai gestori l'esercizio di attività alberghiera con un'autorizzazione amministrativa incongrua.
     
    (n.d.r.) 
    Cara Patrizia, al di là dei marchingegni e dei cavilli legislativi inventati da politicanti compiacenti, c’è un fattore “etico” che non va trascurato!
    In un momento in cui un’intera nazione è sotto pressione fiscale e il governo è costretto a tagliare spese sociali estremamente necessarie per la vita dei cittadini (scuola, sanità, solo per citarne alcune) è immorale l’immensa spesa economica sopportata dal popolo italiano per mantenere uno Stato estero e un apparato ecclesiastico che, oltretutto, si intromette di continuo in tutti gli aspetti della vita nazionale, peraltro conducendo costose campagne di pressione che l’abbondanza di denaro disponibile rende possibile attuare.
    Ma, a proposito di “etica”,  chi è poi la “giurista” Patrizia Clementi?
    Nient’altro che la ragioniera dell’Ufficio avvocatura generale presso la Curia Arcivescovile di Milano. Cioè un’altra che si nutre all’opulenta tavola clericale.
    Come chiedere all’oste se è buono il vino!
     
     
     
    Gli antefatti
     
    L'ICI E L'ASPERSORIO
     
    di Carlo Pontesilli - dal numero 135-137 di Critica liberale
     
    “Nessuno può venir costretto a partecipare o a contribuire pecuniariamente a qualsivoglia culto, edificio o ministero religioso, né può essere sottoposto a coercizione, limitazione, molestia o peso alcuno a causa delle sue opinioni o fede religiosa; ma tutti gli individui saranno liberi di professare, e di sostenere con la discussione, le loro opinioni in materia di religione, e questa non potrà in alcun modo diminuire, accrescere o modificare la loro capacità giuridica”.  (Thomas Jefferson, 1743-1826)

    Contrariamente a quanto affermato due secoli fa circa da uno dei padri delle moderne democrazie liberali, nel nostro paese ancora oggi sopravvivono pastoie legate a rendite di posizione che dalla politica vengono continuamente legittimate ed alimentate. È il caso dell’inverosimile quanto illiberale vicenda dell’esenzione dall’Imposta Comunale sugli Immobili (ICI) concessa alla Chiesa cattolica, se pur mascherata da beneficio attribuito a tutte le confessioni religiose ed alle Onlus.

    La vicenda assume rilevanza dalla sentenza n° 4645 del 08.03.2004 della Sezione Tributaria della Corte di Cassazione nella quale veniva affermato il principio che le esenzioni contemplate dalla legge istitutiva dell’imposta, D.Lgs. 504/1992, non hanno ragion d’essere se negli immobili di proprietà degli Enti diversi dalle società, vengono svolte attività altre da quelle previste come non soggette (assistenziali, sanitarie, didattiche etc) o, parimenti, attività diverse da quelle di religione e di culto.

    La corte confermava altresì la necessità dello svolgimento in via esclusiva delle suddette attività per poter beneficiare dell’esenzione. Per gli Enti ecclesiastici ciò si traduceva nell’obbligo al pagamento essendo la stragrande maggioranza del vasto patrimonio immobiliare a loro facente capo (escluse chiese e luoghi di culto) destinato ad usi promiscui o squisitamente commerciali.

    Improvvisamente, quindi, si palesava all’orizzonte per gli Enti citati il ripristino della parità di trattamento tributario, costituzionalmente prevista, rispetto a tutti i soggetti italiani tenuti al pagamento dell’imposta; era con tutta evidenza una situazione inaccettabile per chi dei privilegi si è sempre nutrito e servito per fini non sempre, diciamo così, nobili.

    A questa “sciagura” pose rimedio il governo Berlusconi, sempre molto sensibile alle richieste e alle pretese delle gerarchie vaticane (legge 40 sulla procreazione assistita, passaggio in ruolo attraverso concorsi-farsa per molte migliaia di insegnanti di religione cattolica nella scuola pubblica, ecc.), con una norma di accompagnamento alla finanziaria 2006, alla vigilia quindi dell’ultima campagna elettorale per le elezioni politiche, con la quale si risolveva il problema degli Enti ecclesiastici concedendo agli stessi ed alle Onlus, sulla base del solo requisito soggettivo e non oggettivo, legato cioè all’attività effettivamente svolta, l’esenzione totale dall’imposta. Un regalo quantificabile tra i 300 e i 400 milioni di euro, reso ancora più fastidioso dalla confusione implicita dovuta ad una norma costruita in superficie proprio per confondere le idee all’opinione pubblica nella parte in cui, formalmente, si rivolge a tutte le confessioni religiose ed alle Onlus proprietarie di immobili, nei fatti essendo però “gli altri” titolari di ben pochi appartamenti e palazzi…

    Dopo poche settimane l’Europa prese posizione sull’argomento ed invitò l’Italia a fornire spiegazioni in merito. Nel frattempo il centrosinistra aveva vinto le elezioni politiche di aprile ed i nuovi responsabili del Governo e del Ministero dell’Economia, convinti europeisti, già responsabili di importanti cariche comunitarie, non tardarono ad inserire la modifica della norma sull’esenzione ICI nell’agenda dei primi lavori del nuovo Esecutivo. Di lì a poco fu varato il primo importante provvedimento economico (Decreto Bersani, luglio 2006) contenente, tra gli altri provvedimenti, anche modifiche alla normativa ICI.
    Si legge infatti nella norma che l’esenzione in esame «si intende applicabile alle attività… che non abbiano esclusivamente natura commerciale». Nei fatti si traduce nel pagamento dell’imposta solo per gli immobili destinati in via esclusiva alle attività commerciali esentando gli immobili, che sono la maggior parte, destinati ad attività commerciali ma che hanno al loro interno un luogo di culto o attività non commerciali (ad esempio alberghi o scuole con annessa chiesa o parrocchie con annesso centro sportivo, cinema, ecc.).

    Si è creato così il classico paradosso italiano, nel quale non esiste il bianco o il nero ma infinite sfumature di grigio. Per fare chiarezza su una norma che è ora volutamente incerta, e che ciascun Ente può interpretare come preferisce, nel dibattito alla Camera dei Deputati sulla legge finanziaria per il 2007 il deputato Maurizio Turco aveva presentato un emendamento che, se accolto, avrebbe sgombrato il campo da qualsiasi incertezza a riguardo. Il dibattito che ne è scaturito, con le posizioni assunte dai diversi gruppi politici e dai vari parlamentari, ben rappresenta il desolante e sconfortante quadro di una classe politica non all’altezza di guidare un’adulta e compiuta democrazia fondata sui diritti. La particolarità del nostro paese fa sì inoltre che gli attuali equilibri politici diano al Vaticano ed ai suoi plenipotenziari l’incredibile potere di condizionare centrodestra e centrosinistra, attraverso le note formazioni partitico-politiche che dal clero sono pesantemente influenzate, quando non dirette.

    Il clericalismo, causa di ritardi ingiustificabili nei diritti civili, nelle libertà, nella democrazia, risulta ancora più intollerabile se si considera che dal punto di vista storico poco rimane di un’epoca, quella cattolico-romana, ormai finita e che solo grazie alla sua potenza economico-politica prolunga l’agonia a se stessa e a noi tutti. Altrettanto intollerabile e altra faccia della stessa medaglia è l’anacronistico perdurare di una vera e propria casta sostanzialmente parassita: il clero.

    In momenti come questo, in cui la politica tradisce il proprio compito, si impone il ricordo di uomini speciali la cui lucida testimonianza deve farci riflettere. Di uno di loro voglio ricordare una frase: «Io appartengo a quella scuola politica, per la quale la libertà è non solo la libertà propria, ma soprattutto quella degli altri; perciò non accetto nessun totalitarismo, né ecclesiastico né secolare, perciò sono anticlericale, antifascista e anticomunista. La realtà è che quando un clericale usa la parola “libertà” intende la “libertà” dei soli clericali (chiamata “libertà della chiesa”) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi “laicisti” in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro». Gaetano Salvemini l’ha scritta nel 1951.


    “Chi semplicemente ama l’argento non si sazierà di argento, né chi ama la ricchezza si sazierà delle entrate”. - Ecclesiaste 5:10

     

    November 10

    SOTTOMISSIONE A DIO: VERA O FALSA?

     
    Mentre in Europa crescevano i contrasti e le divisioni all’interno del cristianesimo apostato, culminate poi con gli scismi dal cattolicesimo delle chiese ortodosse e protestanti, altre nubi minacciose si levavano da oriente contro quei falsi cristiani totalmente presi dalle lotte per il potere politico-religioso che si erano sviluppate all’interno della Chiesa dal tempo di Costantino.
    Nel VI secolo, infatti, l’impero romano d’Occidente non esisteva più. Era stato sostituito da quello d’Oriente, l’impero bizantino con Costantinopoli come capitale. Ma le rispettive chiese, i cui rapporti erano molto instabili, si videro ben presto minacciate da un nemico comune: il dominio dell’Islam in rapida espansione.
     
    Islam è un termine espressivo che significa “sottomissione”, “abbandono” o “dedizione” ad Allah.
    Allah è una contrazione di Al-Ilah, parole arabe che significano “Il Dio”.
    Il participio attivo della parola islam in arabo è muslim, che significa ‘colui che pratica l’Islam’, da cui deriva il termine “Musulmano”.
    Il fondatore dell’Islam fu Maometto che nacque alla Mecca, in Arabia Saudita, intorno al 570 d.C. Verso i quarant’anni Maometto dichiarò d’essere stato chiamato per essere il profeta di Dio. Nel 622 d.C. Maometto emigrò dalla Mecca a Medina, questo avvenimento viene chiamato higra, che in arabo significa “emigrazione” (egira in italiano); la datazione islamica, perciò, parte dall’anno dell’egira.
    I musulmani credono che Maometto ricevette da Dio (Allah) delle rivelazioni in un arco di 20-23 anni, tra il 610 circa e il 632 d.C., anno della sua morte, e che queste rivelazioni sono riportate nel Corano, il loro libro sacro. Credono, inoltre, che la loro fede sia il coronamento delle precedenti rivelazioni date agli ebrei e ai cristiani fedeli dell’antichità. Ma, sebbene il Corano contenga molti riferimenti al testo biblico (cita esplicitamente il Pentateuco, cioè i primi cinque libri della Bibbia, il libro dei Salmi e il Vangelo) i suoi insegnamenti divergono in diversi punti da quelli biblici.
    Ad esempio sulla dottrina dell’immortalità dell’anima il Corano differisce da ciò che insegna la Bibbia; esso infatti sostiene che l’uomo ha un’anima che continua a vivere dopo la morte. I musulmani credono che l’anima di una persona morta superi una “Barriera” o Barzakh che per molti sarebbe “una specie di limbo dove le anime dei morti starebbero, in uno stadio [o stato] intermedio, in attesa della Risurrezione finale”. L’anima è cosciente, lì a subire il cosiddetto “castigo della tomba” se la persona è stata malvagia, oppure a godere la felicità se è stata fedele. Quindi, nel giorno del giudizio, il destino finale dell’anima sarà la vita in un celeste giardino paradisiaco o la punizione in un inferno ardente.
    I musulmani giustificano le divergenze del Corano dal testo biblico dicendo che quest’ultimo è stato corrotto o alterato nel tempo. Ma studiando le migliaia di manoscritti esistenti e confrontandoli fra loro possiamo vedere che il testo originale della Parola di Dio ci è stato tramandato in maniera accurata. Oggi esistono circa 6.000 manoscritti del Vecchio Testamento o di parti d’esso. I Rotoli del Mar Morto, scoperti nel 1947, hanno dimostrato che i secoli di copiatura e ricopiatura non hanno distorto il messaggio di Dio.
    Inoltre sono disponibili oltre 13.000 manoscritti del Nuovo Testamento. Studiandoli si vede che anche il testo originale di questa parte delle Sacre Scritture è stato preservato con cura.
    Le Sacre Scritture sono integre! Semmai si possono avere esempi di travisamento del significato dei libri di Dio nelle interpretazioni che molte religioni danno a sostegno delle loro false credenze, come ampiamente dimostrato nei miei precedenti interventi. 
     
    Maometto diede ai rituali e ai riti un sapore arabo. Gerusalemme e il suo tempio furono sostituiti dalla Mecca e dal suo santuario sacro, la Ka‛ba. Il sabato degli ebrei e la domenica dei “cristiani” furono sostituiti dal venerdì come giorno di preghiera collettiva.
    E invece di Mosè o di Gesù, fu Maometto ad essere considerato dai musulmani il principale profeta di Dio.
    Maometto riuscì a unire le tribù arabe dell’Arabia, fondando una comunità islamica incentrata su di lui e sul Corano. L’Islam divenne un modo assoluto di vivere, che includeva lo Stato, le sue leggi, le sue istituzioni sociali e la sua cultura, per cui non fu solo una religione ma uno Stato religioso.
     
    L’Islam consentiva l’impiego della spada per combattere i nemici delle tribù arabe.
    Questa spada servì a espandere il loro impero e la loro religione. L’impero arabo, che fu più grande di quello che era stato l’impero romano al suo apogeo, si estendeva dall’India attraverso tutta l’Africa settentrionale fino alla Spagna. Anche il suo splendore fu grande, contrariamente a quanto oggi certi nostrani eredi barbarici possano pensare, e contribuì alla diffusione di invenzioni che arricchirono la civiltà occidentale. Notevoli furono i suoi apporti nel campo del diritto, della matematica, dell’astronomia, della storia, della letteratura, della geografia, della filosofia, dell’architettura, della medicina, della musica e delle scienze sociali.
    Nel VII secolo i musulmani conquistarono l’Egitto e altre parti dell’impero bizantino nell’Africa settentrionale. Meno di un secolo dopo l’Islam avanzò attraverso la Spagna fino in Francia, giungendo a circa 160 chilometri da Parigi. Molti cattolici spagnoli si convertirono all’Islam, mentre altri adottarono usanze musulmane e abbracciarono la cultura islamica.
    Un libro quindi dice che “la Chiesa, inasprita dalle perdite subite, operò incessantemente tra i suoi figli spagnoli per alimentare le fiamme della vendetta”. Così, dopo anni di aspre battaglie, quando gli spagnoli  riconquistarono gran parte della loro terra “si scagliarono contro i loro sudditi musulmani e li perseguitarono senza pietà”.
     
    Nel 1095 papa Urbano II invitò i cattolici d’Europa a impugnare la spada letterale.
    L’Islam doveva essere cacciato dai luoghi santi del Medio Oriente. Egli convocò il concilio di Clermont, dove fu dichiarato che, a chi era disposto a partecipare a questa “santa” impresa, doveva essere concessa l’indulgenza plenaria (la remissione di tutte le pene per i peccati). In tal modo ebbe inizio una serie di spedizioni militari, dette “crociate”, che durò quasi due secoli.
    E fu così che, per essere all’altezza della sfida rappresentata dai “barbari” europei, nacque tra i musulmani l’idea della “gihad”, una lotta o guerra santa.
    Naturalmente, la forza motivante non fu sempre il promuovere le cause della religione. Per la maggioranza degli europei, le crociate “costituirono un’occasione irresistibile per farsi un nome, per raccogliere bottino, per creare nuove proprietà terriere o per soggiogare interi paesi; o solo per sfuggire alla monotonia con gloriose avventure” (The Birth of Europe di Jacques Le Goff). I mercanti italiani videro anche l’occasione di stabilire stazioni commerciali nei paesi del Mediterraneo orientale.
     
    Sebbene le crociate fossero combattute contro i musulmani in Oriente, lo zelo dei crociati si manifestò anche nei confronti degli ebrei abitanti nei paesi in cui i crociati venivano arruolati, cioè in Europa. Un tema ricorrente fra i crociati era quello di vendicare la morte di Gesù, e gli ebrei furono le prime vittime.
    Conseguenze di tale indottrinamento furono massacri degli ebrei a Worms, Magonza e Colonia.
    Questo spirito antisemitico fu solo un’anticipazione di quello che sarebbe stato manifestato nella Germania nazista ai giorni dell’Olocausto.
    Le crociate rafforzarono la supremazia del papato sia in campo religioso che politico dando ai papi la possibilità di pilotare la diplomazia europea. Sotto la spinta del potere politico la Chiesa Cattolica Romana impugnò la spada per annientare l’opposizione.
    Si mise a dare la caccia agli “eretici”. Nel 1252 papa Innocenzo IV emanò la bolla “Ad extirpanda”, che consentiva la tortura. Gli inquisitori punirono decine di migliaia di persone. Altre migliaia furono arse sul rogo.
    Il fondatore del cristianesimo, Gesù, ordinò ai suoi seguaci di fare discepoli ma non disse loro di usare la forza fisica per farlo. Anzi, avvertì in modo specifico che “tutti quelli che prendono la spada periranno di spada” (Matteo 26:52). Allo stesso modo, non aveva comandato ai suoi seguaci di infliggere maltrattamenti fisici a chi non era favorevolmente disposto. Il principio cristiano da osservare era questo: “Lo schiavo del Signore non ha bisogno di contendere, ma di essere gentile verso tutti, qualificato per insegnare, mantenendosi a freno nel male, istruendo con mitezza quelli che non sono favorevolmente disposti” (2 Timoteo 2:24,25).
     
    Tornando ai musulmani, essi erano convinti di possedere nel Corano la finale e incontrovertibile enunciazione della verità.
    Come spiega uno scrittore, Desmond Stewart: “divennero soddisfatti di sé … credendo che tutto ciò che valeva la pena di conoscere si conoscesse già e che le idee dei non musulmani non contassero nulla”.
    Questo suo “fondamentalismo” oppose una ostinata resistenza a qualsiasi tipo di cambiamento e portò l’impero ad un inesorabile declino. Nell’XI secolo aveva già esaurito la sua vitalità. Questa religione, che aveva creato un senso di fratellanza e offerto un modo relativamente facile per accostarsi personalmente a Dio, contribuì in effetti alla decadenza dell’impero che un tempo aveva aiutato a creare. Così rapida com’era stata la sua ascesa, altrettanto improvvisa fu la sua fine.
     
    Sebbene l’impero fosse morto la sua religione continuò a vivere. Con quali effetti sulle persone?
    Secondo la tradizione, lo stesso Maometto aveva previsto che si sarebbero formate 72 sette eretiche dell’Islam. Oggi alcuni esperti parlano di diverse centinaia.
    Le due maggiori divisioni sono gli sciiti e i sunniti. Ciascuna, tuttavia, ha numerose suddivisioni. Ogni 100 musulmani, circa 83 sono sunniti e circa 15 sciiti. Gli altri appartengono a vari gruppi settari molto diversi come i drusi, i musulmani neri e gli abangan dell’Indonesia, che mischiano l’Islam con buddismo, induismo e religioni locali.
    Alla base di questa spaccatura c’è una discordante interpretazione riguardo ai legittimi eredi spirituali di Maometto.
    Gli sciiti (parola che significa “partigiani”, in riferimento ai “partigiani di Alì”) seguono una dottrina detta legittimismo, asserendo che il diritto di governare spetti solo ad Alì, cugino e genero di Maometto, e ai discendenti di Alì. Essi commemorano annualmente il martirio di Hasan, nipote di Maometto. Uno scrittore arabo ha detto di loro: “Alimentato sin dall’infanzia con tali rappresentazioni di questo evento, il musulmano sciita svilupperà probabilmente un acuto senso della tragedia e dell’ingiustizia che lo porterà a un ideale di martirio”.
    I musulmani sunniti, invece, sostengono il principio della carica elettiva anziché quello della discendenza naturale dal profeta. Perciò essi credono che i primi tre califfi, Abū Bakr (suocero di Maometto), ‛Omar (consigliere del profeta), e ‛Othmān (genero del profeta), fossero i legittimi successori di Maometto. A questa maggioranza appartengono i sauditi.
    Questa divisione è alla base della guerra che si combatte ai nostri giorni fra i musulmani sciiti e i musulmani sunniti.
    Se tutti i musulmani fossero veramente “sottomessi” a Dio, non regnerebbe fra loro un’atmosfera di pace e fratellanza? Invece ci sono odii accaniti fra le diverse sette, e perfino guerre tra nazioni musulmane.
     
    Come il falso cristianesimo, rappresentato dalla Chiesa Cattolica romana, dalle Chiese ortodosse e dalle varie denominazioni “protestanti”, anche l’Islam ha dimostrato di discostarsi dagli insegnamenti biblici che invece continuano ad attestarsi come unica vera fonte di successo nella vita delle persone. I fatti dimostrano inequivocabilmente che l’Islam può essere annoverato in quell’impero mondiale di falsa religione, di ispirazione Satanica, che la Bibbia indica con il nome simbolico di “Babilonia la Grande”, con preciso riferimento a cosa accadde con la religione babilonese subito dopo il Diluvio, allorché gli uomini iniziarono di nuovo a ribellarsi alla volontà di Dio.
     
    Babilonia la Grande
     

    “E scorsi una donna seduta su una bestia selvaggia di colore scarlatto che era piena di nomi blasfemi e che aveva sette teste e dieci corna.

    E la donna era vestita di porpora e scarlatto, ed era adorna di oro e pietra preziosa e perle

    e aveva in mano un calice d’oro pieno di cose disgustanti e delle cose impure della sua fornicazione.

    E sulla sua fronte era scritto un nome, un mistero: “Babilonia la Grande, la madre delle meretrici e delle cose disgustanti della terra”

    (Apocalisse 17:3-5)

     
    Di tali forme di adorazione scrisse il profeta: “Continuano a seminare vento e mieteranno tempesta” (Osea 8:7). Questo spiega il perché del continuo fallimento di tutti gli appelli e di tutte le ipocrite iniziative rivolte al conseguimento della pace da parte dei capi religiosi.
    Questo tipo di religione è ora sotto giudizio “Poiché i suoi peccati si sono ammassati fino al cielo, e Dio si è rammentato dei suoi atti d’ingiustizia” (Apocalisse 18:5).
     

     
    “Uscite da essa, o popolo mio, se non volete partecipare con lei ai suoi peccati, e se non volete ricevere parte delle sue piaghe” – Apocalisse 18:4.
     
    November 06

    CRISTIANESIMO O APOSTASIA? - III parte

     
    La Chiesa Cattolica Romana, con il papato che vantava la successione apostolica, dominò gran parte dell’Europa dal V al XV secolo d.C. Ma a partire dal XVI secolo cadde dalla sua posizione di pieno potere. Come mai?
    Verso la fine del XV secolo la Chiesa di Roma, che aveva parrocchie, monasteri e conventi in ogni angolo del suo dominio, era divenuta la più ricca possidente d’Europa. Fonti storiche riferiscono che era padrona di metà delle terre in Francia e in Germania e di due quinti o più d’esse in Svezia e in Inghilterra.
    Tanta magnificenza aveva un costo e, per conservarla, il papato dovette trovare nuove fonti di reddito.
    Nel suo libro Storia della Civiltà - Parte VI lo storico Will Durant ha scritto: “Ogni funzionario ecclesiastico doveva, per il primo anno, rimettere alla curia papale [gli uffici amministrativi pontifici] metà del reddito del proprio ufficio [“annate”]; in seguito, annualmente, un decimo delle entrate o una ‘decima’ fissata. I nuovi arcivescovi dovevano versare al Papa una cospicua somma per il pallio [una fascia di lana bianca che rappresentava la ratifica e l’emblema della loro autorità]. Alla morte di ogni cardinale, arcivescovo, vescovo o abate i possedimenti a lui attribuiti ritornavano al papato … Ogni giudizio o favore ottenuto dalla curia richiedeva un dono in ringraziamento, e il giudizio era talvolta suggerito dal dono”.
    Davvero la sua storia non è mai cambiata! Oggi, come allora, la continua richiesta di denaro è una caratteristica dell’organizzazione clericale cattolica.
    Ma, come scrisse l’apostolo Paolo: “L'attaccamento al denaro … è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede” (1Timoteo 6:10). Difatti le enormi somme di denaro che anno dopo anno impinguavano i forzieri papali portarono nella Chiesa grande smoderatezza e corruzione.
    Quel periodo vide ciò che lo storico ha definito “una successione di papi molto gaudenti”. Fra questi vi furono Sisto IV (Papa nel 1471-84), il quale spese somme ingenti per costruire la Cappella Sistina, che da lui prende il nome, e per arricchire i suoi numerosi nipoti;  Alessandro VI (Papa nel 1492-1503), il famigerato Rodrigo Borgia, che riconobbe apertamente i suoi figli illegittimi e li favorì; Giulio II (Papa nel 1503-13), nipote di Sisto IV, che fu più dedito alle guerre, alla politica e all’arte che ai suoi uffici ecclesiastici.
    Corruzione e immoralità non erano circoscritte al papato. Secondo Durant, solo in Inghilterra, delle “accuse di incontinenza [sessuale] presentate nel 1499, . . . gli imputati clericali . . . ammontavano a circa il 23% del totale, sebbene il clero fosse probabilmente inferiore al 2% della popolazione. Alcuni confessori sollecitavano favori sessuali dalle penitenti. Migliaia di preti avevano concubine, in Germania quasi tutti”.
    Neanche qui la storia è cambiata, come testimoniano le cronache attuali sulla pedofilìa e i reati sessuali che vedono come protagonisti numerosi appartenenti alla classe clericale.
     
    Stando così le cose, sia dall’interno che dall’esterno della chiesa si cominciò a invocare con insistenza una riforma.
    Nel 1517 il monaco domenicano Johann Tetzel si recò a Jüterbog, nei pressi di Wittenberg, per vendere indulgenze, cioè una sorta di polizza di assicurazione contro il castigo per ogni genere di peccati, per cui il pentimento non serviva più.
    Anche questa “filosofia” a tutt’oggi non è mutata, così che i “gaudenti”, “opportunisti” , orgogliosi “edonisti” e “ipocriti” seguaci di questa Chiesa continuano a pensare che tutto gli è lecito, tanto Dio perdona facilmente!
    Il denaro raccolto con la vendita delle indulgenze doveva servire in parte a finanziare la fabbrica della Basilica di San Pietro a Roma, in parte ad aiutare Alberto di Brandeburgo a rifarsi del debito contratto per pagare alla Curia romana la cattedra di arcivescovo di Magonza.
    Il 31 ottobre di quell’anno il monaco agostiniano Martin Lutero, indignato, si servì del mezzo più sbrigativo allora disponibile per esprimere pubblicamente la propria opinione su tutto questo traffico: affiggere 95 proposizioni alla porta della chiesa.
    Grazie all’invenzione della stampa, non ci volle molto perché quelle idee esplosive raggiungessero altre parti della Germania e Roma. Ciò che era iniziato come una disputa accademica sulla vendita delle indulgenze divenne ben presto una controversia su questioni di fede e sull’autorità papale. Dapprima la Chiesa di Roma invitò Lutero a discutere e gli ordinò di ritrattare. Quando egli si rifiutò di farlo, sia il potere ecclesiastico che quello politico si videro costretti a far pressione su di lui. Nel 1520 il Papa emanò una bolla, o editto, che proibiva a Lutero di predicare e ordinava il rogo dei suoi libri. In segno di sfida, Lutero bruciò in pubblico la bolla papale. Nel 1521 il Papa lo scomunicò.
    Queste misure non servirono però a frenare il diffondersi delle idee di Lutero. Al sicuro nel castello di Wartburg sotto la protezione di Federico di Sassonia, Lutero, che era anche dottore in teologia e professore di esegesi biblica presso l’Università di Wittenberg, si dedicò ai suoi scritti e a tradurre la Bibbia. Tradusse il “Nuovo Testamento” in tedesco dal testo greco di Erasmo. A questo fece seguito più tardi il “Vecchio Testamento”. La Bibbia di Lutero si rivelò proprio ciò di cui il popolo aveva bisogno. Secondo fonti dell’epoca, “in due mesi ne furono venduti cinquemila esemplari, duecentomila in dodici anni”.
    Il movimento della Riforma, a cui Lutero diede in tal modo inizio, ottenne un così vasto consenso popolare che nel 1526 l’imperatore concesse a ogni stato tedesco il diritto di scegliere la propria forma di religione, luterana o cattolica romana. Quando però, nel 1529, l’imperatore revocò la decisione, alcuni principi tedeschi protestarono; fu così coniato il termine “protestanti” per indicare i seguaci della Riforma. Molti stati tedeschi si schierarono dalla parte di Lutero e poco dopo gli stati scandinavi fecero altrettanto.
    Quali furono i punti fondamentali sostenuti da Lutero che divisero i protestanti dai cattolici romani?
    Principalmente tre:
    1 - Che la salvezza è il risultato della “giustificazione per la sola fede” e non dell’assoluzione da parte di un
          sacerdote o di atti penitenziali.
    2 - Che il perdono è concesso esclusivamente per grazia divina e non dall’autorità di sacerdoti o papi.
    3 - Che tutte le questioni dottrinali dovevano essere confermate solo dalla Sacra Scrittura e non da papi o
          concili ecclesiastici.
    Ma, nonostante tutto, secondo The Catholic Encyclopedia, Lutero “conservò delle antiche dottrine e della liturgia tutto ciò che poteva essere adattato alle sue peculiari opinioni sul peccato e sulla giustificazione”.
    La Confessione Augustana, redatta da Filippo Melantone ma basata sul credo di Lutero, che fu appunto presentata alla Dieta di Augusta nel 1530, afferma riguardo alla fede luterana che in essa “non c’è nulla che sia in disaccordo con le Scritture, con la Chiesa Cattolica, o con la Chiesa di Roma, nella misura in cui quella Chiesa ci è nota dagli scrittori”. Infatti la fede luterana, tracciata per sommi capi nella Confessione Augustana, includeva tutte quelle dottrine che la Chiesa cattolica aveva preso dal paganesimo come la Trinità, l’anima immortale e il tormento eterno, come pure pratiche quali il battesimo dei bambini e l’osservanza di certe festività religiose.
     
    Alcuni protestanti però erano del parere che i riformatori non si fossero spinti abbastanza nel ripudiare gli errori della Chiesa Cattolica papista.
    A Zurigo un’altro sacerdote cattolico, Ulrich Zwingli cominciò a predicare oltre che contro le indulgenze, anche contro il culto di Maria, contro il celibato ecclesiastico e contro altre dottrine della Chiesa Cattolica. A differenza di Lutero, che era più conservatore, Zwingli auspicò l’eliminazione di ogni vestigia della Chiesa romana: immagini, crocifissi, abiti clericali, persino la musica liturgica. Sebbene altre città lo seguirono presto, la maggioranza della popolazione nelle zone rurali, essendo più conservatrice, si attenne al cattolicesimo. Il conflitto tra le due fazioni si inasprì tanto che scoppiò la guerra civile tra gli svizzeri protestanti e quelli cattolici romani.
    Altri protestanti poi non ritennero valido il battesimo impartito ai neonati e insisterono sulla separazione tra Chiesa e Stato. Essi iniziarono a ribattezzare segretamente i loro compagni di fede e così presero il nome di anabattisti (anà in greco significa “di nuovo”). Poiché si rifiutavano di portare le armi, di pronunciare giuramenti o di accettare cariche pubbliche, vennero visti come una minaccia per la società e furono perseguitati sia dai cattolici che dai protestanti.
     
    Dopo la morte di Zwingli, ucciso nella guerra tra cattolici e protestanti, il continuatore della Riforma in Svizzera fu un francese di nome Jean Cauvin, o Giovanni Calvino. Egli pubblicò la Istituzione della Religione Cristiana, in cui riassunse le idee dei primi padri della chiesa e dei teologi medievali, come pure quelle di Lutero e di Zwingli. Quest’opera divenne il fondamento dottrinale di tutte le chiese riformate stabilite in seguito in Europa e in America. Secondo la sua teologia la salvezza non dipendeva dalle buone opere dell’uomo, ma da Dio: di qui la dottrina, non scritturale, della predestinazione.
    Calvino e i suoi seguaci imposero rigide norme, e relative sanzioni, che regolavano ogni campo, dall’istruzione religiosa e dalle funzioni ecclesiastiche alla pubblica morale e addirittura a questioni quali l’igiene e la prevenzione degli incendi. A coloro che dissentirono vennero riservati castighi severi: il caso più tristemente noto fu quello di Michele Serveto, medico e teologo spagnolo, che rifiutò la dottrina della Trinità, e che divenne così l’“eretico” di tutti. Le autorità cattoliche lo arsero in effigie, bruciando pubblicamente la sua immagine; i protestanti di Calvino fecero un notevole passo in più bruciandolo sul rogo.
    Il calvinismo ebbe un ruolo anche nella Riforma in Inghilterra e di lì passò nell’America del Nord con i puritani. In questo senso, benché fosse stato Lutero a mettere in moto la Riforma protestante, Calvino influì sul suo sviluppo in misura di gran lunga maggiore.
     
    In Inghilterra la Riforma si può far risalire ai giorni di John Wycliffe, la cui predicazione anticlericale insieme all’importanza da lui data alla Bibbia accese lo spirito protestante nella nazione. Gli sforzi che egli compì per tradurre la Bibbia in inglese furono imitati da altri. Nel 1526 William Tyndale, che era stato costretto a fuggire dall’Inghilterra, pubblicò il suo Nuovo Testamento. In seguito fu tradito ad Anversa, impiccato e arso sul rogo. Miles Coverdale portò a termine il lavoro di traduzione di Tyndale, e la Bibbia completa comparve nel 1535. La pubblicazione della Bibbia nella lingua del popolo fu senza dubbio il fattore che più di ogni altro contribuì alla Riforma in Inghilterra.
    La rottura formale col cattolicesimo romano ebbe luogo quando Enrico VIII si proclamò capo della Chiesa d’Inghilterra. La sua fu più una mossa politica che religiosa. Il suo obiettivo era l’indipendenza dall’autorità papale, specie in relazione ai suoi affari coniugali.
    Fu però durante il lungo regno di Elisabetta I che la Chiesa d’Inghilterra divenne protestante nella pratica pur rimanendo in gran parte cattolica in quanto alla struttura. Soppresse l’obbedienza al papa, il celibato ecclesiastico, la confessione e altre pratiche cattoliche, ma mantenne una forma episcopale di struttura ecclesiastica con la sua gerarchia di arcivescovi e vescovi e i suoi ordini monastici maschili e femminili.
    Questo conservatorismo generò grande insoddisfazione, per cui sorsero vari gruppi dissenzienti. Molti di loro fuggirono nei Paesi Bassi o nell’America del Nord, dove in seguito fondarono le loro chiese congregazionaliste, battiste, quacchere e metodiste. In successivi anni altri movimenti riformisti si aggiunsero ad incrementare le file dei protestanti.
     
    Non si può certo negare che la Riforma protestante cambiò il corso della storia del mondo occidentale. 
    I riformatori protestanti sottolinearono l’importanza delle Sacre Scritture e rigettarono le tradizioni. Grazie a questo atteggiamento l’interesse per la traduzione, la distribuzione e lo studio della Bibbia si diffuse rapidamente. Più persone ora vennero in possesso della Bibbia, qualcosa che la Chiesa Cattolica non aveva mai approvato e anche violentemente osteggiato. Nel 1559 papa Paolo IV aveva, infatti, decretato che non si poteva stampare nessuna Bibbia nella lingua del popolo senza l’approvazione ecclesiastica, cosa che la Chiesa si rifiutò sempre di accordare.
    La Riforma produsse un nuovo tipo di “cristianesimo”. Sostituì l’autorità del papato con la libera scelta individuale. Per il singolo questo significò maggior libertà, sia religiosa che civile. A differenza del cattolicesimo, il protestantesimo non aveva un organismo centrale per controllare la dottrina o la pratica, consentendo così le più disparate opinioni religiose. Questo, a sua volta, promosse gradualmente una tolleranza religiosa e un atteggiamento liberale che prima della Riforma era inconcepibile.
     
    Tuttavia la Riforma liberò il popolo dall’autorità papale e dall’oscurantismo religioso ma non dalle dottrine erronee e dai dogmi che lo avevano soggiogato per secoli. Quasi tutte le chiese protestanti conservarono infatti gli stessi credi - i simboli Niceno, Atanasiano e Apostolico - e professarono diverse delle dottrine che il cattolicesimo insegnava da secoli, quali la Trinità, l’immortalità dell’anima e l’inferno di fuoco. Tali dottrine, non basate sulle Sacre Scritture, hanno presentato un’immagine distorta di Dio e del suo proposito.
    Anziché aiutare gli uomini nella ricerca del vero Dio, le numerose sette e denominazioni venute all’esistenza come espressione del libero pensiero della Riforma protestante li hanno solo condotti in tante direzioni diverse.
    Il protestantesimo, quindi, non riportò in vita il vero cristianesimo.
    Invece di incoraggiare la pace, rimanendo neutrale rispetto alle vicende politiche della terra, si immischiò nel nazionalismo. Le popolazioni vennero così divise in nazioni cattoliche e nazioni protestanti che insanguinarono il suolo dell’Europa continentale nel corso di una decina di guerre o più. La più famosa di esse fu la guerra dei trent’anni (1618-48), combattuta per contrasti sia politici che religiosi fra protestanti e cattolici tedeschi.
    I fedeli di entrambi gli schieramenti si sono poi letteralmente scannati a vicenda durante le due ultime guerre mondiali: cattolici e protestanti inglesi e americani hanno ucciso cattolici e protestanti italiani e tedeschi, e il loro clero a benedire quelle azioni, come testimoniano questi fatti:
    Il 30 giugno 1941 il Consiglio Ecclesiastico della Chiesa Evangelica (Luterana) Tedesca, il massimo gruppo protestante, telegrafò personalmente a Hitler queste parole: “L’Onnipotente Dio assista te e la nostra nazione contro il nostro duplice nemico [Inghilterra e Russia]. La vittoria sarà nostra, e ottenerla dev’essere l’obiettivo principale delle nostre aspirazioni e azioni. . . . in tutte le sue preghiere [la Chiesa] è con te e con i nostri impareggiabili soldati che stanno ora per eliminare con forti colpi la radice di questa pestilenza”.
    In precedenza l’8 dicembre 1939 il Papa Pio XII con la lettera pastorale Asperis Commoti Anxietatibus, indirizzata ai cappellani dei vari eserciti delle nazioni belligeranti, 500 dei quali prestavano servizio nell’esercito di Hitler, esortò i combattenti ad avere fiducia nei loro rispettivi vescovi militari, considerando la guerra una manifestazione della volontà di un Padre celeste che volge sempre il male in bene, e “quali combattenti sotto la bandiera del loro paese a combattere anche per la Chiesa”.
    Con una successiva lettera del 6 agosto 1940 ai vescovi tedeschi, Pio XII espresse la sua ammirazione per i cattolici che “leali sino alla morte danno prova della loro prontezza a partecipare ai sacrifici e alle sofferenze degli altri Volksgenossen [compatrioti Tedeschi]”. Solo qualche mese prima lo stesso Papa aveva rivolto un simile messaggio ai vescovi francesi, dicendo loro che avevano il diritto di sostenere tutte le misure prese per difendere il loro paese contro quegli stessi “leali” cattolici tedeschi. Gli arcivescovi italiani della Chiesa ricevettero consigli simili poco prima che l’Italia entrasse in guerra contro gli Alleati.
    Scrisse a questo proposito l’apostolo Giovanni: “I figli di Dio e i figli del Diavolo sono manifesti da questo fatto: … non ha origine da Dio … colui che non ama il suo fratello … come Caino, che ebbe origine dal malvagio e scannò il suo fratello” (1Giovanni 3:10-12).
    Nel complesso il protestantesimo, al pari del cattolicesimo, si è dimostrato infine parte di quell’impero di falsa religione, le cui origini debbono farsi risalire all’antica religione babilonese.
     

     
    La prostitutta religiosa

     

    Vieni, ti mostrerò il giudizio della grande meretrice che siede su molte acque, con la quale han commesso fornicazione i re della terra,

    mentre quelli che abitano la terra si sono inebriati col vino della sua fornicazione’”

    (Apocalisse 17:1,2)

     
    November 02

    TRADIZIONE O VERITA' ?

     
    Oggi la mente di tutti è particolarmente rivolta ai defunti.
    Credo di poter dire che, comunque, i nostri cari morti ce li portiamo nel cuore sempre, convinti che non ci sia bisogno di ricorrenze particolari e né di fare della facile retorica per rammemorarli; ma la tradizione vuole che ci sia questa particolare giornata e la tradizione va rispettata, in ogni suo aspetto, anche quello più festaiolo!
    Qualche mese fa, la scorsa estate, mi sono ritrovato attonito e muto spettatore del dolore causato dalla morte allorché due ragazzi del quartiere sono deceduti in un incidente stradale, proprio qui, sotto gli occhi di chi li conosceva. E’ stato davvero molto straziante vedere il pianto disperato dei loro genitori e dei loro amici più stretti e provare ancora una volta quel senso di impotenza che ci opprime davanti a sì tragici eventi.
    Leggo ora alcune considerazioni scritte sui blog e una cosa mi ha particolarmente colpito: il fatto che molti considerano la morte come “parte della vita”. E’ un controsenso che deve far riflettere, perché la morte è esattamente il contrario della vita. Com’è allora che si è arrivati a considerarla come un evento insito nella nostra esistenza?
    Mi son chiesto se celebrazioni come quella odierna in qualche modo abbiano influenzato o addirittura stravolto la nostra concezione della vita da far apparire il suo contrario, la morte, come una naturale, “ordinaria”, anche se a volte tragica, evoluzione dell’esistenza stessa: non è forse vero che la stragrande maggioranza delle persone è convinta che oggi i nostri morti vedano tutto quello che noi facciamo e che, quindi, in qualche modo sono partecipi delle nostre azioni, cioè che “vivono” i nostri stessi sentimenti, che provino le nostre stesse emozioni?
    Al funerale di quei due sfortunati ragazzi, come succede in ogni altro funerale, molti quesiti hanno tormentato le menti dei presenti: Perché dobbiamo morire? Che ne è dei morti? Li rivedremo mai?
    Per esempio, l’officiante il rito funebre ha tentato di consolare gli affranti genitori dicendo loro che i propri figli ora erano “angeli” del Signore che li avrebbero osservati dal cielo invitandoli, quindi, a pensare a quando si ricongiungeranno con i loro ragazzi, alla loro stessa morte, nell’aldilà.
    Un pensiero molto diffuso. Ma quanto vero?
    Come mio solito, al di là della facile emotività e per evitare di cadere nella retorica dettata dall’edonismo e dalla voglia di protagonismo che neanche certe tragiche circostanze riescono, talvolta, a cancellare, sono andato a investigare nelle Sacre Scritture, nel libro di “verità”, per cercare ragionevoli e soddisfacenti risposte a queste domande.
    Questo è il risultato della mia ricerca, lo sottopongo alla pubblica considerazione.
     
    Perché moriamo?
    Il concetto di morte entrò nella vita dell’uomo agli albori della propria esistenza allorché il suo Creatore gli diede questo comando: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Genesi 2:16,17).
    Non che l’uomo non sapesse allora cos’èra la morte, che conosceva benissimo in quanto vedeva gli animali che lo circondavano morire alla fine del loro naturale ciclo vitale.
    Ma da quel momento doveva pensare alla morte in maniera più responsabile perché quel comando lo aiutava a capire bene che la sua vita dipendeva dall’ubbidienza alle leggi, fisiche e morali, che il suo Creatore, nonché creatore di tutto l’universo che lo circondava, aveva stabilito per il buon funzionamento di tutta la creazione.
    "Dio è  amore" e quelle leggi erano buone. L’uomo, creato “a sua immagine e somiglianza” (Genesi 1:26), doveva rendersene pienamente conto e collaborare “intelligentemente” e volontariamente, non perché obbligato o in maniera istintiva come gli animali, alla realizzazione del Suo proposito di fare di tutta la terra una dimora paradisiaca dove la razza umana, che da lui sarebbe discesa, potesse vivere felicemente e per sempre! Il comando infatti comprendeva: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra ... Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo" (Genesi 1:28).
    La morte non faceva parte di quel proposito ma sarebbe stata la conseguenza del “peccato”, cioè della violazione delle leggi di Dio, le sole che garantivano la buona riuscita del progetto perché, per quanto “simile” a Dio, l’uomo non era stato creato un Padreterno, cioè “onnipotente”, “onniscente” e “onnisapiente” e perciò in grado di “autodeterminarsi”, come scrisse in seguito il profeta: “l'uomo non è padrone della sua via, non è in potere di chi cammina il dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23).
    Se l’uomo non avesse disubbidito a quel comando, non ci sarebbe stata la punizione, perciò non sarebbe mai morto!
    Questo però non accadde, l’uomo “peccò”, cioè (in base al significato, nella vera accezione, del termine) “fallì il bersaglio” della vita eterna su un terra paradisiaca sotto la guida di Dio, secondo l’originario proposito del suo Creatore.
    Dio applicò la sua giustizia e la morte entrò nel mondo a causa della disubbidienza umana, come ben spiegò l’apostolo Paolo scrivendo ai cristiani che erano in Roma: “… a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte”  (Romani 5:12). Poiché quel primo uomo generò figli dopo essere divenuto “imperfetto”, trasmise questo suo stato peccaminoso, cioè la tendenza a violare la legge di Dio, a tutta la sua progenie che fu quindi sottoposta anch’essa alla morte (cfr. Romani 6:23); continuò infatti a spiegare l’apostolo: “… così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”.
    Dunque riguardo alla causa della morte non c’è nessun “mistero”. Questa parola fu tipica della religione demonica babilonese, piena di misteri. E’ invece chiaro l’insegnamento biblico: la morte, per qualsiasi causa (cfr. Ecclesiaste 9:11), è la conseguenza di una condizione da tutti ereditata alla nascita, caratterizzata dalla incapacità di ubbidire alle perfette leggi divine che ci rende schiavi della corruzione morale e fisica che porta alla fine della vita!
    Ecco, dunque, perché non è da sottovalutare la propria responsabilità nel “peccato”, e c’è da prestare molta attenzione al concetto di vivere la propria vita all’insegna del “carpe diem”, “vivere giorno per giorno”, cioè di viverla solo con un gretto opportunismo o con il più gaudente edonismo, solo per soddisfare le proprie “emozioni” e le proprie “passioni”, senza tener in debito conto la volontà del nostro Creatore.
    Riesce sempre più facile, da quegli “estrosi” egotisti che tutti un po’ siamo, evadere le proprie responsabilità scaricando su Dio ogni addebito per le nostre malefatte, con la pretesa che Egli poi ce le condoni tutte! Come scrisse ancora l’apostolo: “Non v'è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto” (Ebrei 4:13).
    Adamo ed Eva dopo aver volontariamente disubbidito non avrebbero voluto rendere conto della loro azione peccaminosa andando a nascondersi (Genesi 3:10), ma non sfuggirono al giudizio del loro Creatore.
     
    Che ne è dei morti?
    Quella prima coppia umana che, peccando, meritò di morire e diede inizio a un genere umano trasgressivo e mortale, fu istigata nella propria ribellione da un’altra creatura spirituale, un angelo appartenente alla classe dei “cherubini”, cioè di quelli aventi il particolare incarico di sostenere e difendere la sovranità di Dio, il quale, per orgoglio, vanità e malvagità volle prendersi ciò che non gli spettava: l’adorazione che tutte le creature devono rendere al proprio Creatore (‛avàdh è il termine ebraico che rende l’idea di cosa significa adorare, cioè fondamentalmente “servire”).
    E’ vero che egli usò l’inganno per indurre quella prima coppia a “peccare”, ma Adamo, che mangiò il frutto dell’albero che simboleggiava il diritto di Dio di essere “servito” dalle sue creature dopo che Eva ne aveva già mangiato e non era affatto diventata “simile a Dio” (cfr. Genesi 3:5), era ben cosciente che si trattava solo di un volontario atto di ribellione, come scrisse ancora l’apostolo Paolo: “Adamo non fu ingannato” (1Corinzi 2:14).
    Come conseguenza di quella volontaria disubbidienza Dio decretò la punizione, cioè la morte che immancabilmente arrivò per entrambi, non in quello stesso giorno, perché ebbero comunque l’opportunità di generare una progenie, ma alla fine arrivò!
    E prima della loro stessa morte dovettero affrontare un’esperienza terribile, per più di una ragione. Per la prima volta si trovarono di fronte alla morte di un essere umano, il loro proprio figlio Abele, ucciso dal fratello Caino. Videro così i frutti della loro ribellione e del ripetuto abuso del libero arbitrio.
    Come, dunque, quell’angelo ribelle giustificò il fatto di aver detto una menzogna quando affermò che essi disubbidendo non sarebbero affatto morti ma sarebbero divenuti simili a Dio?
    Con un’altra menzogna e cioè: non è vero che sono morti ma continuano a vivere, nell’aldilà!
    Sostiene la Parola di Dio l’idea di una vita dopo la morte? No!
    I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c'è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito” e “Tutto ciò che trovi da fare, fallo finché ne sei in grado, perché non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù negli inferi, dove stai per andare”, scrisse il redattore dell’Ecclesiaste (9:5,10).
    Riguardo alla condizione dei morti aggiunse il profeta: “I morti non vivranno più, le ombre non risorgeranno; poiché tu li hai puniti e distrutti, hai fatto svanire ogni loro ricordo” (Isaia 26:14).
    E infine il saggio re Salomone ancora dichiarò: “Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; … Non esiste superiorità dell'uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere” (Ecclesiaste 3:19,20). L’uomo era superiore alle bestie in quanto fu creato a immagine di Dio, cioè ne rispecchiava le qualità. Eppure alla morte sia gli esseri umani che gli animali ritornano alla polvere. Questo è quello che esattamente ritroviamo aprendo una qualsiasi tomba dopo qualche tempo!
    Da dopo il diluvio, cioè dal tempo dei “misteri” babilonesi in modo particolare, si è diffusa l’idea demonica di una vita dopo la morte.
    Esaminando la storia dei popoli pagani dell’antichità: egiziani, assiri, greci, romani, incas, atzechi, maya, ecc. notiamo che la loro religione ha in comune la credenza della vita dopo la morte. Questa non è altro che il perpetuare la prima menzogna pronunciata dal Satana il Diavolo: “Voi [disubbidendo a Dio] non morirete affatto” (Genesi 3:4).
    Molti “credenti” oggi continuano similmente a credere, a insegnare e a diffondere questa menzogna! Perché?
    Un opuscolo edito dalla Lega Francescana della Messa, emesso dalla Comunità dei Frati di S. Francesco nella città di New York incoraggiando il lettore a “iscriversi ora alla Lega della Messa per i Vivi” diceva: “Non dipendete troppo da quelli che vi lasciate dietro perché vi assistano, quando siete caduti nelle mani del Signore nel giudizio”. Perciò sollecitava l’iscrizione di parenti e amici “defunti” a una Lega della Messa e, “la solita offerta per l’appartenenza”, era “per i vivi, $ 5,00”. Questa appartenenza durava in perpetuo dopo la vita … “per i deceduti, $ 2,00”. “I vostri cari defunti possono trovarsi a soffrire in Purgatorio per causa vostra” concludeva.
    In altre parole, pagando i peccatori erano liberati dalla colpa. Insomma Dio è facilmente corruttibile!
    Il clero delle varie religioni, insegnando in maniera falsa circa lo stato dei morti e approfittando del cordoglio delle persone per la morte dei propri cari, prende denaro influendo sui timori e sui sentimenti d’impotenza dei sopravvissuti. Il loro falso insegnamento ha lasciato molte persone confuse per quanto riguarda il luogo e la condizione dei morti. Il cielo, l’inferno, il purgatorio, il limbo: queste e varie altre destinazioni vanno dall’incomprensibile all’assolutamente terrificante.
    I loro seguaci ci credono perché viene data loro la falsa assicurazione che i propri peccati saranno, comunque e sempre, condonati da Dio! Come è scritto, a loro piace “farsi solleticare gli orecchi … mentre si volgeranno a false storie” (1Timoteo 4:3,4).
    In questo contesto, credo, debbano inserirsi il “commercio” spirituale legato alla ricorrenza odierna e gli annessi “mercati” economici dei fedeli festaioli, il tutto giustificato con la tradizione (cfr. Marco 7:13).
    Significa tutto questo che una volta morti non c’è più alcuna speranza?
    Non esattamente! Come scrisse ancora l’apostolo Paolo: “Non vogliamo poi lasciarvi nell'ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui” (1Tessalonicesi 4:13,14).
     
    Rivedremo mai i nostri cari morti?
    Tutti noi ci rattristiamo moltissimo per la morte di alcuni. Dio non è da meno di noi! Pensiamo allora quanto maggiormente deve essersi rattristato Egli per il pietoso stato della razza umana nel peccato e nella morte per oltre 6.000 anni (cfr. Ezechiele 18:32).
    Per questo motivo subito dopo che, con la loro disubbidienza, i nostri primogenitori ci condannarono tutti a morire, Egli prese disposizioni perché la loro progenie, non direttamente colpevole di quel peccato, potesse essere riscattata dalla condanna a morte.
    Quando venne sulla terra Gesù si trovò anch’egli ad affrontare l’esperienza della morte di un suo caro amico: Lazzaro.
    Recandosi a casa sua egli disse ai suoi discepoli: “Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo” (Giovanni 11:11). A Marta, sorella di Lazzaro, egli disse: “Tuo fratello risusciterà” e, per superare la sua perplessità, aggiunse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (vv. 21-26). Pertanto, con un semplice comando, risuscitò Lazzaro!
    Oltre a Lazzaro egli risuscitò altre persone che erano morte, come la giovanissima figlia del presidente della sinagoga, Iairo (Marco 5:35-43). Quindi disse ai suoi increduli osservatori: “Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (Giovanni 5:28,29).
    Quelle risurrezioni dovevano costituire una prova del potere che Dio gli aveva conferito di risuscitare i morti (cfr. Giovanni 5:26) ed egli disse che sarebbe arrivata “l’ora” o il tempo in cui avrebbe usato questo potere in favore di tutti i morti del genere umano.
    Questa è la vera speranza per i morti: la risurrezione!
    Il proposito originario di Dio nel creare l’uomo era che egli vivesse per sempre sulla terra, in condizioni paradisiache. La ribellione in Eden non cambiò questo suo proposito, anche se temporaneamente lo dovette accantonare per dar modo e tempo di risolvere le contese di natura morale che furono allora suscitate.
    La venuta ed il sacrificio di Gesù Cristo servivano proprio a questo scopo, a porre le basi per restaurare il Suo originario proposito per l’uomo.
    Scrisse infatti l’apostolo Paolo: “… come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo … Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi.  L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (1Corinzi 15:22-26).
    L’apostolo Giovanni, che ebbe il privilegio di vedere in visione quel tempo, aggiunse: “E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21:4).
    Nel proposito originario di Dio non esisteva la morte; nella restaurazione del suo proposito la morte non ci sarà più!
    Dove dovranno vivere i risuscitati? Dove doveva vivere la razza umana se Adamo ed Eva non avessero peccato? Si, proprio sulla terra! Per questo il salmista scrisse: “I giusti possederanno la terra e la abiteranno per sempre” (Salmo 36(37):29).
    Altro che "angioletti" perfidamente tolti ai loro genitori o vita nell’aldilà!
     
    C’è un ultima considerazione che, credo, debba esser fatta.
    Quando Gesù si presentò a casa di Iairo per risuscitare la bambina, il racconto evangelico dice: “egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava” e che: “essi lo deridevano”.
    Sembra davvero incredibile! Si è disposti a credere alle cose più assurde, mai dimostrate e di evidente origine demonica, come una ipotetica vita nell’aldilà, ma non ad accettare il chiaro insegnamento biblico della risurrezione dei morti!
    Proprio come è scritto: Occhio non ha visto e orecchio non ha udito, né sono state concepite nel cuore dell’uomo le cose che Dio ha preparato per quelli che lo amano” (1Corinzi 2:9).
     

     
    “Morte, dov’è la tua vittoria? Morte, dov’è il tuo pungiglione?” - 1Corinzi 15:55