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November 21 RASSEGNA STAMPA - Le notizie che non dovrebbero mai sfuggirciImmagine dal Santuario della Beata Vergine delle Grazie - Curtatone MN
IL CAIMANO N. 2
Ovvero, la retorica e l’ipocrisia al servizio dell’avidità
“Avevo fame e avete costituito un comitato per investigare la mia fame. Ero senzatetto e avete presentato un rapporto sulla mia condizione disperata. Ero malato e avete tenuto un seminario sulla situazione dei diseredati. Avete preso in esame tutti gli aspetti della mia condizione disperata eppure ho ancora fame, sono senzatetto e malato”.
(Autore sconosciuto)
Tutte le prime pagine dei giornali nei giorni scorsi sono state occupate dalle notizie sul Vertice della FAO (Food and Agriculture Organization) sulla sicurezza alimentare che si è svolto a Roma.
I governanti della Terra sono preoccupati per le conseguenze derivanti dal crescente numero di coloro che soffrono per malnutrizione poiché se i problemi ad essa connessi non vengono urgentemente risolti (alla scarsità delle risorse alimentari si aggiungono, infatti, quelli sull’aumento demografico e della povertà), la stabilità sociale di molti paesi e regioni potrà essere seriamente danneggiata, con probabili ripercussioni negative sulla pace mondiale.
Molto rilievo è stato dato, da una stampa sempre più a corto di argomentazioni significative e di spirito critico, al discorso del Papa Benedetto XVI il quale ha solennemente dichiarato che “non è più possibile accettare opulenza e spreco” di fronte ad un dramma che vede morire ogni giorno 17mila bambini, uno ogni cinque secondi, per cause connesse con la malnutrizione.
Belle parole, davvero! … Ma cosa dicono i fatti?
Mitra Collana
I GIOIELLI PIÙ PREZIOSI DEL MONDO
Questo era il titolo di una mostra organizzata lo scorso anno a Napoli nel Museo del Tesoro Duomo di San Gennaro. I gioielli messi in mostra fanno parte della collezione delle donazioni ricevute dal Santo Patrono di Napoli nell’arco di sei secoli da regnanti, Papi e nobili famiglie. Gioielli realizzati in gran parte dagli orafi di scuola napoletana. Le immagini quì riportate mostrano quelli che sono ritenuti tra i gioielli più preziosi esistenti al mondo.
La Mitra di argento dorato del 1713, con oltre 3700 rubini, smeraldi e brillanti commissionata dalla Deputazione del Tesoro di San Gennaro all'argentiere Matteo Treglia. Destinata ad ornare il busto reliquario del Santo che fu eseguito in epoca angioina. Il valore dell'opera fu valutato in ventimila ducati raccolti attraverso sottoscrizioni e donativi che coinvolsero il popolo, il clero, gli artigiani, i nobili ed anche l'imperatore.
Il calice d'oro tempestato di rubini, smeraldi e brillanti del 1761 e opera di Michele Lofrano. Dono di Ferdinando di Borbone, giovane sovrano di appena 10 anni. Questo calice doveva rappresentare il suo formale gesto di devozione.
La collana di San Gennaro è probabilmente il gioiello più prezioso esistente al mondo. Iniziata nel 1679 e dono dei Borbone, con ben tredici grosse maglie in oro massiccio al quale sono appese croci tempestate di zaffiri e smeraldi. Una croce donata 1734 da Carlo di Borbone. Una croce offerta di Sassonia. Una ciappa in tre pezzi con diamanti e smeraldi. Una croce di diamati e zaffiri del 1775 donata da Maria Carolina d'Austria. Una spina a forma di mezza luna del 1799 donata dalla Duchessa di Casacalenda. Una croce di diamanti e smeraldi donata da Giuseppe Bonaparte. Una croce e una spilla in diamanti e crisoliti offerte da Vittorio Emanuele II di Savoia, ed altri oggetti ancora.
Oltre a questi, degni di menzione sono anche il manto di San Gennaro, letteralmente coperto di pietre preziose e di smalti raffiguranti le insegne araldiche del casato, le spalliere di argento dorato con rubini, smeraldi, brillanti, pietre preziose e smalti, il calice in oro massiccio dono del papa Pio IX e la pisside (calice con coperchio per conservare le ostie) in argento dorato, opera del famoso orafo di Torre del Greco Domenico Ascione e che, proprio perché proveniente dalla patria stessa del corallo lavorato, è costellata di cammei e di decorazioni in malachite.
Il fondatore del cristianesimo disse ai suoi discepoli: “Non fate provvista di oro, né di argento … perché l'operaio è degno del suo nutrimento” (Matteo 10:9,10).
calice manto
Tralascio di parlare dei preziosi paramenti indossati dal Papa stesso e dal clero nonché dei gioielli custoditi nella Città del Vaticano e in altri templi sparsi sulla terra; chiunque lo desidera può andarseli a vedere sui vari siti internet che li riportano. Il loro splendore e il loro valore materiale non son certo da meno di quelli del tesoro di S. Gennaro.
Le chiese di tutto il mondo, perfino quelle sorte nei paesi dove la fame miete migliaia e migliaia di vittime, sono piene di oro, argento e pietre preziose.
Retorica per retorica, le mie domande sono queste:
Quanto si ricaverebbe dalla vendita di tutto quest’oro, argento e pietre preziose?
Quante bocche si riuscirebbero a sfamare con il ricavato?
Quanti di quei 17.000 bambini che ogni giorno soccombono si potrebbero sottrarre alla morte?
Quanta ipocrisia c’è, davanti a questi fatti, nel dire che “non è più possibile accettare opulenza e spreco”?
Ma leggo su un sito cattolico questa giustificazione: “Da un punto di vista meramente storico sicuramente il Vaticano è molto ricco, ma quei beni appartengono a tutta l’umanità, sono patrimonio dell’umanità”.
Quindi? … Non si possono toccare! … La pensate anche voi in questo modo?
Allora ditemi, quale differenza c’è tra questo ragionamento e quello degli ipocriti capi religiosi del tempo di Cristo a cui Gesù disse: “voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione”. Quei capi religiosi sostenevano la loro tradizione secondo la quale se uno dichiarava che il suo denaro o la sua proprietà erano un dono “offerto a Dio”, non aveva più la responsabilità di usarli per provvedere ai propri genitori bisognosi. Con le loro parole fingevano di essere caritatevoli e di onorare Dio, in effetti però promuovevano abilmente un’usanza motivata dall’interesse personale trasgredendo il comandamento di Dio di “onorare i genitori” (cfr. Esodo 20:12; Deuteronomio 27:16). Per questo motivo Gesù disse loro: “Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me” (Matteo 15:5-8).
Il “coro delle chiacchiere” dunque risuona ancora nei vertici politici mondiali con la connivenza ipocrita delle gerarchie del cristianesimo apostata. Allo stesso Vertice FAO svoltosi nel 2000 si disse che 800 milioni di persone in tutto il mondo soffrivano la fame e che l’obiettivo per il 2015 sarebbe stato quello di dimezzare questa cifra portandola a 400milioni. Nel 2009 il numero delle persone che soffrono la fame nel mondo è salito a 1.200milioni!
Non è con le parole che si risolvono i problemi del mondo. Ci vogliono i fatti!
Ma cosa dicono ancora i fatti?
Prendiamo, ad esempio il nostro paese. Questo è un articolo che ho letto sul quotidiano la Repubblica del 17 novembre scorso (lo riporto in parte, se volete leggerlo per intero andate sul sito http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/otto-per-mille/otto-per-mille/otto-per-mille.html):
L'otto per mille destinato allo Stato finisce a parrocchie e monasteri
di Carmelo LOPAPA
Pontificia Università Gregoriana in Roma, 459 mila euro. Fondo librario della Compagnia di Gesù, 500 mila euro. Diocesi di Cassano allo Ionio, 1 milione 146 mila euro. Confraternita di Santa Maria della Purità, Gallipoli, 369 mila euro … Non si tratta di uno dei tanti decreti, ma quello che ripartisce per il 2009 i 43 milioni 969 mila 406 euro che gli italiani hanno destinato allo Stato in quota 8 per mille dell'Irpef. Basta sfogliarlo per scoprire che confraternite, monasteri, congregazioni e parrocchie assorbono la quota prevalente di quanto i contribuenti avevano devoluto a finalità umanitarie o per scopi di assistenza e sussidi al volontariato … Succede che i 10 milioni 586 mila euro assegnati al capitolo "Beni culturali" sono finalizzati in realtà a restauri e interventi in favore di 26 immobili ecclesiastici. Opere che avrebbero tutte le carte in regola per usufruire della quota dell'8 per mille destinata alla Chiesa cattolica, col suo apposito fondo "edilizia di culto". Come se non bastasse, la medesima destinazione (chiese e parrocchie) hanno anche gli altri 19 milioni destinati alle aree terremotate del centro Italia (14 per l'Abruzzo) …
"L'atto del governo n. 121" è stato predisposto ai primi di settembre … Eppure, anche la maggioranza di centrodestra della commissione Bilancio di Montecitorio ha lamentato le finalità distorte e ha condizionato il parere finale a una serie di modifiche, contestando carenze e incongruenze del decreto … Tra le più sorprendenti, quella che riguarda la "Fame nel mondo", "alla quale nel decreto vengono attribuite risorse finanziarie alquanto modeste, a fronte di richieste di finanziamento di importo limitato che avrebbero potuto essere integralmente accolte". Insomma: governo ingeneroso verso i bisognosi. In effetti, ultima pagina, al capitolo "Fame nel mondo", sono solo dieci le onlus e associazioni finanziate per 814 mila euro, pari al 2 per cento del totale …”
(leggetevi il resto e ricordatevelo quando il prossimo anno dovrete firmare per la destinazione dell’8x1000).
Come è noto, perché ufficialmente dichiarato, a dire il vero con molta reticenza e solo in grandi linee, dalla stessa CEI (Conferenza Episcopale Italiana), la Chiesa Cattolica ha così destinato i proventi dell’8x1000 ricevuti dal 1990 al 2008
Totale ricevuto: € 12.843 milioni
Totale spese: € 3.654 milioni Interventi nazionali (edilizia, culto e pastorale)
(di cui € 274 milioni per opere di carità)
€ 3.077 milioni Diocesi italiane (culto e pastorale)
(di cui € 1.099 per opere di carità)
€ 1.153 milioni Terzo mondo
€ 4.883 milioni Sacerdoti
Quindi il totale dei fondi utilizzati in opere caritatevoli o per assistenza al terzo mondo ammontano complessivamente a € 2.526 milioni, pari a circa il 20% della somma ricevuta. Il restante 80% è stato speso tutto per sostenere l’apparato clericale!
Nel frattempo, secondo le stime, nel mondo sono morti circa 750 milioni di bambini per cause connesse con la malnutrizione. Save the Children, la Onlus che dal 1919 si occupa dei diritti dei bambini e di migliorare le loro condizioni di vita in tutto il mondo, al recente Vertice della FAO ha presentato un rapporto secondo il quale basterebbero meno di 27 centesimi al giorno, fino al compimento del secondo anno di vita, per garantire ad un bambino una corretta nutrizione e contribuire ad arrestare le morti per malnutrizione.
Provate a fare un po’ di conti e vedrete quante vite umane si potrebbero salvare dalla fame con denaro altrimenti “sprecato”!
Davanti a questi fatti, che senso ha lanciare appelli contro l'“opulenza e lo spreco”?
Il fondatore del cristianesimo disse di se stesso: “Le volpi hanno delle tane, e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha neppure dove posare il capo” (Matteo 8:20). Gesù non si considerò mai un “principe” della chiesa, non indossò mai abiti o gioielli pregiati e costosi ma condannò severamente l’usanza degli ipocriti capi religiosi del suo tempo di portare attaccato al loro corpo preziosi simboli religiosi, come astucci, o filatteri, contenenti versetti biblici, e non accumulò alcuna ricchezza quale “patrimonio dell’umanità”. Egli condusse una vita così modesta da poter dire di non aver “neppure dove posare il capo” (cfr. Matteo 23:5). Ma, nonostante avesse pochi mezzi, insieme agli apostoli aveva costituito un fondo comune da cui attingevano per aiutare gli israeliti bisognosi (cfr. Giovanni 13:29). E ai suoi discepoli disse: “vi ho dato l'esempio, affinché come ho fatto io facciate anche voi” (Giovanni 13:15) e aggiunse: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Giovanni 13:15; Matteo 10:8). Essi fecero effettivamente così. Il resoconto delle azioni, non delle parole, di quei primi cristiani dice che “la moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune … Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (Atti 4:32-35). E sebbene quei cristiani fossero impegnati a tempo pieno nell’opera di predicare “l’evangelo del Regno”, nessuno di essi riceveva un compenso o uno stipendio per ciò che faceva!
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini
Scrivendo la sua seconda lettera ai cristiani di Corinto l’apostolo Paolo additò loro l’esempio dato da Cristo dicendo: “essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Corinzi 8:9). Infatti, avendo collaborato col Padre suo alla creazione dell’intero universo, nella sua esistenza preumana Gesù condivideva la proprietà di tutte le cose, visibili e invisibili. Possedeva inoltre la gloria di un figlio unigenito (cfr. Giovanni 1:14). Egli fu disposto a rinunciare a tutto questo per divenire uomo (cfr. Filippesi 2:5-8). Il suo primo letto fu una semplice mangiatoia. Sua madre Maria e il suo padre putativo Giuseppe erano poveri. Durante tutta la sua vita terrena ebbe poco in senso materiale. Una volta disse a un uomo che voleva essere suo discepolo: “Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi; ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo” (Luca 9:58). Ciò nondimeno Gesù si interessò personalmente di quelli che erano in gravi ristrettezze economiche. Egli e i suoi apostoli avevano una cassa comune per aiutare gli israeliti poveri. E condannò severamente l’ipocrita opulenza dei capi religiosi del suo tempo dicendo: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘rabbì’ dalla gente” (Matteo 23:5; cfr. anche Luca 16:14). In un’altra occasione, a quelli che parlavano del tempio e facevano notare che era adorno di belle pietre e di offerte, esattamente come lo sono oggi i templi del cristianesimo apostata, egli disse: “Di tutte queste cose che ammirate, verranno i giorni in cui non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata” (Luca 21:5,6).
Al contrario di loro Gesù non pensò mai di accantonare beni come “patrimonio dell’umanità” ma disse ai suoi discepoli “Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste perché, quando esse verranno a mancare, vi ricevano nelle dimore eterne” (Luca 16:9). Gli “amici” di cui parla Gesù non sono gli inconcludenti potenti della terra, con i quali i capi religiosi del cristianesimo apostata amano accompagnarsi, come fa spesso il Papa partecipando ai loro “Vertici”, bensì quelli che possono “ricevere in dimore eterne”, cioè Dio e Cristo stesso. Le ricchezze materiali dovrebbero essere usate dai veri cristiani nel modo indicato da Cristo Gesù e dal suo Padre celeste, cioè per aiutare chi è nel bisogno (cfr. Galati 2:10).
I suoi apostoli e i discepoli seguirono il suo esempio e usarono le ricchezze materiali per sostenersi a vicenda. Il racconto dice che “la moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune … Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (Atti 4:32-35).
Lo steso apostolo Paolo, pur essendo impegnato a tempo pieno nell’opera missionaria, disse che lui e i suoi compagni missionari non avevano “mangiato gratuitamente il pane di alcuno”. Quindi affermò: “abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi … per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi” (2Tessalonicesi 3:8-10). Il racconto conferma che egli lavorava come fabbricante di tende per sostenersi materialmente e quando raccoglieva le offerte per i poveri le usava integralmente a tale scopo senza trattenerne per se stesso, o per gli altri conservi missionari, alcuna quota (cfr. Atti 18:1-3; 1Corinzi 16:1-4; 2Corinzi 8:19-21).
Ogni cosa era fra loro comune
Sinceramente, vi sembra che chi oggi condanna “l’opulenza e lo spreco” degli altri stia imitando Cristo e i suoi discepoli avendo tra le mani così tanti beni materiali e non usandoli per aiutare chi è nel bisogno? (cfr. Luca 16:19-31)
Naturalmente questo discorso esula da tutti quegli uomini e donne comuni, sia che siano credenti o no, che si interessano e spesso aiutano generosamente i poveri. Essendo stati tutti creati ad immagine di Dio essi manifestano le sue qualità, quali amore, benignità, generosità, compassione e altre qualità divine, come pure dimostrano di avere una buona coscienza (cfr. Genesi 1:26; Romani 2:14, 15).
Comunque, sebbene Cristo compiva regolarmente opere buone a favore dei poveri o di chi aveva altri bisogni, si preoccupava molto di più di soddisfare le loro necessità spirituali. Gran parte del suo tempo lo dedicava ad insegnare le verità contenute nella Parola di Dio. Perché?
Perché quando le persone vengono aiutate a capire e a seguire i pratici consigli della Parola di Dio imparano ad affrontare meglio i problemi di ogni giorno, inclusa la povertà. Ad esempio, sono incoraggiate a liberarsi di tutte quelle abitudini dannose che spesso aggravano il loro stato di indigenza (quali il vizio dell’alcol, o del gioco, o del fumo). Imparano anche a non dipendere da umilianti elemosine per sopravvivere ma ad essere operose per procurarsi da sole i propri mezzi di sostentamento.
Ma soprattutto imparano a non confidare più di tanto in ciò che l’uomo dice di fare per risolvere i gravi problemi dell’umanità poiché “la via dell'uomo non è in suo potere, e non è in potere dell'uomo che cammina il dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23). Questo è il motivo basilare del fallimento di tutti i Vertici e di tutte le buone intenzioni dichiarate dagli uomini. Solo Dio, mediante il suo dominio, cioè mediante il Regno nelle mani del suo Re, Cristo Gesù, risolverà definitivamente ogni problema che l’uomo, con la sua incapacità, con la sua avidità e con la menzogna e ipocrisia, si è procurato, poiché la promessa di Dio è che: “vi sarà abbondanza di grano sulla terra, sulla sommità dei monti; le sue spighe ondeggeranno come gli alberi del Libano, e gli abitanti delle città fioriranno come l'erba della terra” e anche che Egli preparerà: “per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati”, cosicché tutti gli abitanti della terra “non avranno più fame né sete” (Salmo 72:16,VR e Di - 71:16,CEI; Isaia 25:6; Apocalisse 7:16).
November 14 VERITA' o INGANNO - IV parteNO LA VITA DOPO LA MORTE
MA LA VITA MEDIANTE RISCATTO
Nei giorni scorsi mi son recato in un grosso centro commerciale nei pressi di casa mia e con mia sorpresa ho trovato già gli addobbi per le prossime festività natalizie.
Lo spirito prevalentemente commerciale che ha sempre caratterizzato tali feste è già all’opera e gli esercenti sono lì, sulle porte dei loro negozi ad aspettarci, pronti a ripulirci le tasche delle magre risorse che, visti i tempi, ormai ci restano.
Orde di folle schiamazzanti sono già alla ricerca dei regali che, secondo la tradizione, bisogna scambiarsi, alcuni perfino maledicendo le feste in arrivo poiché si sentono obbligati a rispettare la tradizione.
Siamo il paese delle tradizioni! Guai a non osservarne qualcuna!
Che importa della crescita sociale e del rispetto delle libertà individuali! Ciò che conta per questo popolo di artisti mancati … di pensatori senza più idee … di scienziati sempre meno originali … di navigatori dispersi nel mare dell’apatia generale …, con quei pochi ancora valenti di quelli descritti sul Palazzo della Civiltà e del Lavoro qui, a Roma-EUR, ormai quasi tutti all’estero, in quella UE così irriverente e poco rispettosa dei retaggi nazionali (sich! ...), perché con le tradizioni, tanto care a Santa Madre Chiesa e ai suoi lacchè politici, non si campa … ciò che conta, dunque, è soprattutto il rispetto delle tradizioni.
Si è cristiani, ad esempio, non perché si tiene una condotta conforme ai princìpi insegnati dal fondatore del cristianesimo e alla volontà di Dio (cfr Romani 12:2) ma perché per tradizione si è attaccati ad un simbolo, neanche tanto cristiano nelle sue origini, da difendere, come novelli crociati, fino alla morte degli “infedeli” sostenitori della legalità e dell’uguaglianza (come vaneggia quell’Onorevole - si fa per dire - per il quale la vita, come per i suoi camerati del famoso ventennio, ha sempre ben poco valore).
I “valori” cristiani tanto ipocritamente e pretestuosamente declamati oggi, non sono costituiti da un simbolo ma da qualità che chi si dichiara discepolo di Cristo deve manifestare nella propria vita, quali l’amore, la giustizia, la fede, la perseveranza, la mitezza, la pace, la moralità, la santa devozione, il timore di Dio (cfr. 1Timoteo 6:11).
Anche al tempo di Cristo le tradizioni per i capi religiosi e politici giudei erano più importanti di ogni altra cosa, perfino della verità, tanto da spingere Gesù a correggere pubblicamente e severamente il loro atteggiamento, rimproverandoli con queste parole: “avete annullato il comandamento di Dio a motivo della vostra tradizione. Ipocriti, ben profetizzò di voi Isaia, quando disse: ‘Questo popolo si accosta a me con la bocca e mi onora con le labbra; ma il loro cuore è lontano da me. E invano mi rendono un culto, insegnando dottrine che sono comandamenti di uomini’” (Matteo 15:6-9).
COME FU MESSO A MORTE CRISTO GESÙ ? …
… inchiodato a un palo … o a una croce
Per la quasi totalità delle chiese cosiddette “cristiane” la forma dello strumento con cui fu messo a morte Cristo Gesù riveste una fondamentale importanza. Nella Chiesa Cattolica, ad esempio, come dimostrano le concitate reazioni alla recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo contro la sua esposizione negli edifici pubblici, la croce viene considerata il simbolo del cristianesimo e dell’identità “cristiana” della nazione, un oggetto da venerare e, nell’immaginario popolare dei suoi fedeli, anche un talismano che protegge dai mali.
Ma che prove ci sono che la croce così come viene comunemente rappresentata sia la giusta raffigurazione del modo in cui Cristo fu messo a morte?
La Parola di Dio, l’unico documento scritto da testimoni oculari della morte di Gesù, dice che Cristo fu giustiziato su uno strumento che nel testo greco viene chiamato "stauròs" o "xylòn". Nella maggioranza delle traduzioni bibliche questi termini vengono quasi sempre tradotti "croce" che, nella tradizione, viene raffigurata con due legni assemblati ortogonalmente tra di loro in una posizione detta commissa, se il più corto è messo di testa al più lungo (o a T), o immissa se il più corto taglia il più lungo a circa due terzi della sua lunghezza.
Questa interpretazione, però, non è data per scontata da tutti gli studiosi. Ad esempio, il teologo William Edwin Vine, nel suo Expository Dictionary of Bible Words dichiara che il termine stauròs "denota primariamente un palo diritto. Su questo strumento di esecuzione capitale venivano inchiodati i criminali". Mentre Ethelbert William Bullinger, teologo anglicano, nel suo libro A Critical Lexicon and Concodance to the English and Greek New Testament afferma: “Per quanto riguarda l'uso di croce per tradurre stauros, lo strumento di esecuzione capitale sul quale Gesù fu appeso, devo sottolineare che ambedue le parole stauros e xylon si discostano dal concetto attuale di croce, col quale abbiamo familiarità attraverso l'arte figurativa. Lo stauros era semplicemente un palo diritto sul quale i romani inchiodavano i condannati. Il verbo stauroo, che significa semplicemente trascinare pali, non ha mai reso l'idea di due pezzi di legno messi di traverso uno sull'altro. Perfino il latino crux significa un semplice palo".
La discussione è tutt’ora aperta, ma le pur scarne indicazioni bibliche non sembrano supportare l’idea che lo strumento usato per mettere a morte Cristo fosse una croce composta da un braccio trasversale e da uno verticale. Per di più, se analizziamo la storia dell’origine della croce, vediamo che come simbolo religioso essa è assai più antica del cristianesimo. Nel libro The Cross in Ritual, Architecture, and Art di George S. Tyack si legge: "È strano, eppure certo, che in epoche molto più antiche della nascita di Cristo, e, successivamente, in paesi non raggiunti dagli insegnamenti della Chiesa, la Croce sia stata usata come simbolo sacro … Il greco Bacco, il tiro Tammuz, il caldeo Bel e il norvegese Odino furono tutti simboleggiati presso i loro devoti da un oggetto cruciforme”. La stessa New Catholic Encyclopedia afferma: “La croce è presente sia in culture precristiane che non cristiane, dove assume prevalentemente un significato cosmico o attinente alla natura”. Com’è, allora, che è diventato il simbolo più sacro delle chiese “cristiane”? Il su citato W. E. Vine dice ancora nel suo Dizionario: “Verso la metà del III secolo d.C. le chiese si erano ormai dipartite da certe dottrine della fede cristiana o le avevano travisate. Per accrescere il prestigio dei sistemi ecclesiastici apostati, i pagani erano ricevuti nelle chiese indipendentemente dalla rigenerazione per mezzo della fede ed era largamente permesso loro di ritenere i loro segni e simboli pagani. Perciò il Tau o T, nella sua forma più frequente, con il pezzo in croce abbassato, fu adottato come simbolo della croce di Cristo”. E Sven Tito Achen, storico danese ed esperto di simboli, ha scritto: “È dubbio se i cristiani abbiano mai usato il simbolo della croce nei due secoli successivi alla morte di Gesù … la croce doveva evocare soprattutto l’idea della morte e del male, come nel caso della ghigliottina o della sedia elettrica per le generazioni successive” (Symbols Around Us). Ricordiamo, inoltre, che nel IV secolo d.C. l’imperatore pagano romano Costantino, prima di impegnarsi in battaglia contro il suo rivale Massenzio, asserì di aver avuto una visione, una croce con la scritta “Hoc vince”, cioè “Con questo vinci”. Dopo aver riportato la vittoria Costantino adottò la croce come emblema dei suoi eserciti. Quando il cristianesimo divenne la religione di stato dell’impero romano, la croce divenne il simbolo della chiesa. Qualche secolo dopo anche i crociati fecero la stessa cosa e adottarono la croce come simbolo di battaglia. Ma Gesù Cristo, che quella croce avrebbe dovuto rappresentare, non aveva detto a Pietro: “riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada periranno di spada”? (Matteo 26:52).
A prescindere, però, da tutti questi ragionamenti, sui quali è sempre utile meditare, e indipendentemente da quale fu lo strumento con il quale venne messo a morte Cristo Gesù, mi sembra opportuno chiedersi se gli apostoli e i cristiani del I secolo abbiano veramente dato così tanta importanza e venerato lo strumento con cui venne messo a morte il loro Signore, poiché negli atti della primitiva chiesa cristiana non c’è alcun accenno al riguardo. Se Gesù fosse vissuto nel nostro tempo probabilmente sarebbe stato messo a morte con la ghigliottina o sulla sedia elettrica. Ne avremmo noi fatto delle rappresentazioni e le avremmo usate come oggetti di culto?
Ma tornando all’argomento dei regali, è indubbio che riceverne uno fa sempre piacere, specialmente se quel dono è qualcosa di cui abbiamo veramente bisogno.
Ebbene, ce n’è uno che tutti abbiamo ricevuto, che supera ogni altro regalo che possiamo aver ricevuto nella nostra vita e di cui avevamo veramente tanto bisogno. È un dono che Dio ha fatto all’umanità. Qual’è?
Lo spiega un apostolo di Gesù Cristo dicendo:
“Quando infatti eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. Ma quale frutto raccoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Infatti il loro destino è la morte. Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore” - Romani 6:20-23
Il dono più grande che Dio che ci ha fatto è il sacrificio di riscatto di suo Figlio, Gesù Cristo, per mezzo del quale gli uomini possono di nuovo ottenere il privilegio di vivere per sempre su una terra paradisiaca. In altre parole, il riscatto è il mezzo con cui Dio libera o salva l’umanità dagli effetti del peccato e dalla morte (cfr. Matteo 20:28; Efesini 1:7).
Quanti di quelli che oggi si attaccano a quel simbolo, che dovrebbe ricordare questo dono del Padre celeste, conoscono effettivamente in cosa consiste il riscatto, la principale dottrina insegnata nelle Sacre Scritture?
Che dire di noi stessi, ne comprendiamo appieno il valore?
Per afferrare il significato di questo insegnamento biblico, dobbiamo riandare con la mente a quanto accadde nel giardino di Eden circa 6.000 anni fa. Solo se comprendiamo cosa persero Adamo e sua moglie Eva quando peccarono possiamo capire perché per noi il riscatto è un dono così prezioso.
Quando creò la prima coppia, Dio gli diede qualcosa di grande valore: una vita umana perfetta (cfr. Deuteronomio 32:4). Riflettiamo un attimo su cosa significava questo per Adamo e sua moglie Eva. Essi avevano un corpo perfetto, quindi non sarebbero mai andati incontro a malattie, vecchiaia o morte. Anche la loro mente era perfetta e questo permetteva loro di avere una speciale relazione con il loro Creatore. La Parola di Dio ci rivela che Adamo era “figlio di Dio” (cfr. Luca 3:38), perciò aveva un’intima relazione con il suo Padre celeste, come quella di un figlio con un padre amorevole. Dio comunicava direttamente con lui, senza intermediari, affidandogli compiti piacevoli e facendogli sapere cosa si aspettava da lui (cfr. Genesi 1:28-30; 2:16, 17). Adamo, poi, era stato creato “a immagine di Dio” (Genesi 1:27). Non in senso fisico, naturalmente, poiché Dio è una persona spirituale invisibile (cfr. Giovanni 4:24), ma aveva ricevuto qualità simili a quelle di Dio, fra cui sapienza, potenza, giustizia e amore (cfr. Deuteronomio 32:4; Giobbe 12:13; 1Giovanni 4:8). Questo lo differenziava nettamente dal resto della creazione animale. Inoltre era come suo Padre sotto un altro importante aspetto: era dotato di libero arbitrio; si, non era una macchina o un robot, che può fare solo quello per cui è programmato. Poteva prendere decisioni e scegliere fra il bene e il male. E, se avesse deciso di ubbidire a Dio, insieme a sua moglie Eva non sarebbe mai morto e sarebbe vissuto per sempre (cfr. Deuteronomio 30:19,20). Questo era ciò che Dio si era proposto per loro e per tutta la loro discendenza: la vita eterna su questa terra in condizioni paradisiache (cfr. Salmo 114:16,CEI - 115:16,VR e Di).
Quando disubbidirono a Dio, Adamo ed Eva pagarono un prezzo altissimo: il peccato costò loro la vita umana perfetta con tutti i benefìci che ne derivavano (cfr. Genesi 3:17-19). Purtroppo a causa di Adamo, che Dio considerò il principale responsabile di quell’azione peccaminosa (cfr. 1Timoteo 2:14), l’imperfezione si estese a tutti i suoi discendenti, come spiegò l’apostolo: “per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte, così la morte si è estesa a tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Romani 5:12). Tutti noi abbiamo ereditato da lui la tendenza a peccare e ne paghiamo le conseguenze. Come spiega ancora l’apostolo, ciascuno di noi è stato “venduto come schiavo del peccato” e “il salario del peccato è la morte” (Romani 7:14; 6:23).
Un Dio di amore e di giustizia non avrebbe mai potuto tollerare che delle sue creature soffrissero per colpe di cui non erano direttamente responsabili, così venne in soccorso del genere umano provvedendo non una vita dopo la morte ma un riscatto.
Il concetto di riscatto include fondamentalmente due cose. Prima di tutto, un riscatto è la somma pagata per il riacquisto di un bene o per la liberazione di qualcuno, ad esempio il prezzo pagato per il rilascio di una persona rapita. Secondo, nella Parola di Dio un riscatto è anche il prezzo che copre il costo di qualcosa. Per esempio, nell’antico Israele chi provocava un incidente doveva pagare una somma, un riscatto, che corrispondeva esattamente al valore di ciò che era stato danneggiato (cfr. Esodo 21:28-22:15).
Come, dunque, si sarebbe potuta compensare l’enorme perdita causata da Adamo e liberare tutta l’umanità dalla schiavitù al peccato e dalla morte?
Poiché ciò che era andato perduto era una vita umana perfetta, nessuna vita umana imperfetta avrebbe potuto riacquistarla. Ha scritto, infatti, il salmista: “Nessuno può in alcun modo riscattare il proprio fratello, né dare a Dio il prezzo del suo riscatto” (Salmo 49:7,VR e Di - 48:8,CEI). Perciò era necessario un riscatto dello stesso valore di ciò che era stato perduto, in armonia con il principio di giustizia perfetta che si trova nella Parola di Dio, cioè: “vita per vita” (Deuteronomio 19:21).
Che cosa poteva dunque corrispondere al valore della vita perfetta che Adamo aveva perduto? Il “riscatto corrispondente” sarebbe stato un’altra vita umana perfetta. Non essendoci nessuno tra tutti gli uomini discendenti di Adamo con questa caratteristica, Dio mandò sulla terra uno dei suoi figli spirituali perfetti. Ma non scelse una creatura spirituale qualsiasi. Mandò quella che gli era più cara, il suo Figlio unigenito (cfr. 1Giovanni 4:9,10). Volontariamente questo Figlio lasciò la sua dimora celeste (cfr. Filippesi 2:7). A suo tempo Dio compì un miracolo trasferendone la vita nel grembo di una donna ebrea di nome Maria, discendente diretta del re Davide, come aveva in precedenza profetizzato, così che quel bambino, a cui fu dato il nome Gesù, non essendo un discendente di Adamo, nacque come essere umano perfetto, libero dalla condanna del peccato (cfr. Isaia 11:1,10; Luca 1:30-35).
Poteva un solo uomo, seppur perfetto, servire da riscatto per molti, addirittura per milioni di esseri umani? Ebbene, in che modo milioni di esseri umani erano stati “venduti come schiavi del peccato”? Un solo uomo, Adamo, peccando, perse ciò che possedeva, la preziosa vita umana perfetta. Quindi non poté trasmetterla alla sua progenie; poté trasmettere solo peccato e morte. Gesù aveva una vita umana perfetta e non peccò mai. (cfr. 1Corinzi 15:45). Egli perciò non meritava di morire e non sarebbe mai morto! Inoltre, se avesse voluto, avrebbe potuto sposarsi e generare una progenie a sua volta perfetta che non sarebbe stata soggetta alla morte. Gesù, però, si sottomise alla volontà del Padre, non si ribellò come aveva fatto Adamo e rinunciò alle sue prerogative sacrificando la sua vita perfetta; in tal modo pagò il prezzo, o il riscatto, per il peccato di Adamo. Appropriatamente viene indicato come “l’ultimo Adamo” perché diede di nuovo una speranza ai discendenti di quell’uomo ribelle e disubbidiente (cfr. 1Corinzi 15:45).
Il venerdi 14 nisan (1° mese del calendario sacro ebraico) del 33 d.C., Dio permise che il suo Figlio perfetto e senza peccato fosse messo a morte. Così Gesù sacrificò la sua vita umana perfetta. L’apostolo Paolo spiega anche che quel sacrificio fu fatto “una volta per sempre”, non ci sarebbe stata la necessità di ripeterlo altre volte (Ebrei 10:10). Tre giorni dopo, il 16 nisan, Gesù fu risuscitato dal Padre, non più con un corpo umano ma con un corpo spirituale, come quello che aveva in cielo prima di nascere come uomo sulla terra (1Corinzi 15:45). Con quel corpo, circa 40 giorni dopo la sua risurrezione, poté tornare di nuovo in cielo “per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore” (Ebrei 9:24). Egli presentò al Padre il valore del suo sacrificio, la sua vita perfetta quale riscatto per la vita degli incolpevoli discendenti di Adamo. Dio accettò quel sacrificio e concesse al Figlio di acquistare come suoi figli i discendenti di Adamo così come aveva profetizzato centinaia di anni prima dicendo “I tuoi figli prenderanno il posto dei tuoi padri” (cfr. Ebrei 10.5-10; Salmo 45:16,VR e Di - 44:17,CEI). Tutti i fedeli uomini antenati (padri) di Gesù, sarebbero diventati “suoi figli” poiché, grazie al suo sacrificio di riscatto, nella risurrezione, avrebbero potuto ottenere la vita eterna sulla terra. È solo in questo senso che Gesù viene definito dal profeta Isaia “padre eterno” (cfr. Isaia 9:6).
DOVE SONO ANDATI I FEDELI UOMINI DELL’ANTICHITÀ DOPO LA MORTE ?
Giobbe, un uomo integro e retto
Il vecchio patriarca Giobbe, fu un uomo che Dio definì: “uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male … saldo nella sua integrità”. Eppure, sfinito dalla persecuzione satanica, chiese a Dio di porre fine ai suoi giorni. Dove si aspettava di andare? Disse: “se tu volessi nascondermi nella tomba … fissarmi un termine e poi ricordarti di me” (Giobbe 2:3; 14:13-15). Giobbe si aspettava, una volta morto, di restare nella tomba. Non si aspettava di andare in cielo ma aveva comunque la speranza di tornare a vivere.
“Signore, tu mi scruti e mi conosci”, così cantò l’antico re Davide (Salmo 138:1,CEI - 139:1,VR e Di). È vero, Dio conosceva molto bene Davide. Sapeva che aveva commesso dei gravi errori, ma era anche cosciente che “era stato generato nel peccato” (Salmo 50:7,CEI - 51:,VR e Di). Dio conosceva tutte le più intime emozioni di Davide e anche il suo accorato appello: “crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo” (Salmo 50:12,CEI - 51:10,VR e Di). Perciò infine disse “Ho trovato Davide … uomo secondo il mio cuore” (Atti 13:22). Quando, dunque, Davide morì, dove andò? A tribolare all’Inferno, per scontare i suoi gravi errori? In Purgatorio, per essere “purificato” da quegli errori? In cielo, cioè nel Paradiso alla presenza di Dio che aveva accettato il suo pentimento? L’apostolo Pietro ce lo rivela; disse, infatti: “egli morì e fu sepolto; e il suo sepolcro si trova tra di noi fino al giorno d'oggi … Davide non è salito in cielo” (Atti 2:29,34). Al tempo degli apostoli Davide era ancora nella tomba, alla sua morte non era andato in nessun altro luogo.
E che dire di Giovanni Battista? Di lui l’angelo che ne annunziò la nascita disse: “sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” (Luca 1:15). Gesù rese testimonianza che “tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista …” (Matteo 11:11). Quando fu giustiziato da Erode dove andò Giovanni Battista? Forse in cielo, come viene dichiarato nella Chiesa Cattolica che l’ha elevato agli onori dell’altare? Gesù disse: “… tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Anche il giusto Giovanni Battista non andò in cielo. Rimase nella tomba in attesa del tempo della risurrezione per tornare a vivere per sempre su questa terra (cfr. Salmo 36:29,CEI - 37:29,VR e Di).
Di tutti i fedeli uomini dell’antichità nessuno di essi andò in cielo per continuare a vivere dopo la morte. Come confermò lo stesso Gesù: “nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo” (Giovanni 3:13). Tutti questi però potranno godere dei benefici del sacrificio di riscatto di Gesù. Essendo stati “riscattati” potranno ottenere la vita eterna su questa terra trasformata di nuovo in un paradiso (cfr. Isaia 35:1-10).
Davide, un uomo secondo il cuore di Dio Giovanni Battista, nessuno è stato più grande di lui
Il sacrificio di Cristo fu il colpo mortale inflitto alla tesi dell'“originale serpente”, il Diavolo (cfr. Apocalisse 12:9).
Satana aveva affermato che nessun servitore di Dio sarebbe rimasto fedele nelle prove (cfr. Giobbe 1:9-11; 2:4,5). Perseverando fedelmente fino alla morte, nonostante grandi sofferenze, Gesù diede la migliore risposta possibile a tale sfida. Dimostrò che un uomo perfetto dotato di libero arbitrio può rimanere completamente leale a Dio qualunque cosa faccia il Diavolo. Satana fu pubblicamente smascherato come un bugiardo (cfr. Giovanni 8:44).
Nessuna tra le creature di Dio, sia celesti che terrene, ora è più giustificata nel dubitare su chi avesse ragione in Eden, quando il Diavolo disse alla donna: “Non morirete affatto” (Genesi 3:4). Nessuno di noi oggi è più giustificato ad avere dubbi che la morte è la conseguenza del peccato, non è un passaggio ad altra vita ma è la fine della vita. Che la vita continui dopo la morte è solo il proseguimento di quella menzogna iniziale detta da Satana!
Risolta quella contesa morale, Dio presto eliminerà per sempre il Diavolo e tutti quelli che, come lui, insegnano e credono nelle sue menzogne (cfr. Romani 16:20; 1Giovanni 3:8; Apocalisse 21:8). Il tempo della resa dei conti per i bugiardi è già stato fissato da Dio e non è molto lontano, come scrisse il profeta: “è una visione per un tempo già fissato; essa si affretta verso il suo termine e non mentirà; se tarda, aspettala; poiché certamente verrà; e non tarderà” (Abacuc 2:3,VR).
November 02 VERITA' o INGANNO? - III parteI MORTI SONO VIVI? COSA DICE DIO
Secondo la cronologia biblica il peccato e, di conseguenza, la morte dominano sul genere umano da circa seimila anni, fin da quando, cioè, i nostri primogenitori, Adamo ed Eva, si ribellarono alla volontà di Dio fallendo il bersaglio della vita eterna su una terra paradisiaca che Dio aveva loro prospettato (cfr. Romani 5:12-14; 6:23).
Adamo ed Eva, dopo la loro ribellione, si trovarono per la prima volta di fronte alla morte di un essere umano quando il loro figlio primogenito, Caino, assassinò il fratello Abele. Non che essi non sapessero fino ad allora cosa fosse la morte. Infatti, ancor prima che peccassero, avevano piena cognizione di cosa significasse morire poiché vedevano perire gli animali che vivevano con loro nell’Eden, in quanto gli animali non sono stati creati da Dio per vivere per sempre; Dio non ha messo nei loro cuori il senso della vita eterna, come invece ha fatto con gli uomini (cfr. Ecclesiaste 3:11).
La parola di Dio non dice come Adamo ed Eva reagirono all’assassinio del loro figlio Abele. Ma per loro dovette essere un’esperienza terribile. Vedevano i frutti della loro ribellione e del ripetuto abuso del libero arbitrio: nonostante gli avvertimenti di Dio, Caino aveva deliberatamente commesso il primo fratricidio (cfr. Genesi 4:3-8). Comunque la morte di Abele dev’essere stata un duro colpo per Eva perché, quando poi diede alla luce il suo terzo figlio, Set, disse: “Dio mi ha dato un altro figlio al posto di Abele, che Caino ha ucciso” (Genesi 4:25,VR).
In seguito Adamo ed Eva videro anche avverarsi la sentenza che Dio aveva emesso contro di loro a causa della ribellione, cioè che ‘certamente sarebbero morti’ per essere stati disubbidienti (cfr. Genesi 2:15-17; 3:17-19). Dopo un certo periodo di anni essi stessi morirono ed oggi non ci sono più, sono tornati alla polvere, come Dio aveva loro detto che sarebbe accaduto! Si resero conto che quell’angelo ribelle, divenuto un Satana (oppositore) e un Diavolo (calunniatore), aveva mentito quando aveva detto loro: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Genesi 3:4,5).
C’era dunque ogni evidenza per aver fiducia nella parola di Dio. Egli non aveva mentito, ma quell’angelo ribelle si! Eppure, nonostante ciò, altri angeli e altri uomini seguirono lo stesso corso di ribellione di Adamo ed Eva schierandosi dalla parte di Satana nella contesa suscitata da quella ribellione.
Se ciascuno di noi si fosse trovato davanti a quell’evidenza come avrebbe reagito? A chi avrebbe creduto, a Dio, il quale aveva detto che non tener conto della sua parola portava alla morte, cioè alla fine della vita, o a quella creatura ribelle che invece affermava il contrario, cioè che l’uomo avrebbe continuato a vivere comunque?
Sarà bene che ciascuno di noi rifletta bene su questo. Perché?
Perché Satana non si arrese di certo davanti all’evidenza della morte degli uomini. Come disse di lui Gesù stesso “egli fu omicida fin dal principio e non è rimasto fermo nella verità, perché in lui non c'è verità. Quando dice il falso, parla del suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44).
Cosa, dunque, si inventò? La vita dopo la morte!
Egli iniziò ad insinuare nella mente di altre creature, sia spirituali che umane, l’idea che, sebbene il corpo muoia, qualcosa continui a vivere. In seguito questo concetto entrò a far parte del sistema dottrinale di antiche religioni pagane e fu accettato dalla filosofia greca. Così milioni e milioni di persone, nel corso del tempo, hanno creduto e tutt’ora credono che i morti, in qualche modo, continuano a vivere altrove.
Forse questo può anche essere confortante per chi perde una persona cara, ma resta l’interrogativo di fondo: è vero?
Per aver creduto alle parole del Diavolo Adamo ed Eva persero la meravigliosa prospettiva di vivere per sempre su una terra paradisiaca. Rischiamo qualcosa anche noi se crediamo a falsi insegnamenti sulla vita dopo la morte? Dalla loro esperienza una cosa di certo impariamo: la morte è stata data come punizione per il peccato, dunque non può esserci nulla di buono nella morte, altrimenti che punizione sarebbe? Essa è una maledizione, è un nemico per l’uomo, non un amico (cfr. 1 Corinzi 15:26).
Cosa accade allora quando si muore? Le risposte a questa domanda sono diverse, come sono diverse le usanze e le credenze di chi risponde. Ma quasi tutte le religioni si trovano d’accordo su un concetto fondamentale: qualcosa nella persona - un’anima, uno spirito - è immortale e continua a vivere dopo la morte.
La credenza nell’immortalità dell’anima è condivisa da quasi tutte le migliaia di religioni e sette cosiddette “cristiane”. È anche una dottrina ufficiale del giudaismo. Nell’induismo questa credenza è il fondamento stesso della dottrina della reincarnazione. I musulmani credono che l’anima venga all’esistenza insieme al corpo ma sopravviva alla morte del corpo. Altre fedi, come l’animismo africano, lo scintoismo e persino il buddismo, insegnano la stessa cosa con qualche variante.
Non è di per se molto stano che organizzazioni religiose così diverse tra loro per storia, tradizione, esperienza di vita, abbiano in comune insegnamenti così fondamentali?
Un breve esame storico di questa dottrina ci aiuta a capire il perché di tale stranezza.
Come ho sopra accennato, il “padre” della dottrina di un’anima immortale che sopravvive alla morte del corpo è considerato un filosofo greco, Socrate. Il suo discepolo Platone raccolse tutti i suoi pensieri al riguardo nel suo libro Apologia di Socrate e Fedone sostenendo a sua volta tale dottrina. Altri filosofi greci, come Pitagora e Talete di Mileto, ugualmente sostennero l’idea che un’anima immortale esistesse negli uomini, ciascuno a modo suo: l’uno sosteneva che essa fosse soggetta alla trasmigrazione, l’altro che essa esistesse non solo negli uomini, ma anche negli animali e nelle piante.
Qualche tempo prima un pensatore persiano, Zoroastro (o Zarathustra), scriveva “Nell’immortalità l’anima del giusto sarà per sempre nella gioia, ma nel tormento sicuramente sarà l’anima del mentitore”.
Ancor prima anche gli antichi egiziani sostenevano che l’anima del defunto sarebbe stata giudicata da Osiride, il principale dio dell’oltretomba, perciò imbalsamavano i defunti e conservavano le mummie dei faraoni in imponenti piramidi, poiché pensavano che la sopravvivenza dell’anima dipendesse dalla conservazione del corpo.
Ma Morris Jastrow jr, professore di lingue semitiche e civiltà orientali presso l’Università della Pennsylvania (USA), ha scritto nel suo libro The Religion of Babylonia and Assyria “Egitto, Persia e Grecia subirono l’influsso della religione babilonese … Né il popolo né i capi religiosi babilonesi ammisero mai la possibilità dell’annientamento totale di ciò che era stato chiamato all’esistenza. La morte secondo loro era un passaggio a un altro genere di vita, e la negazione dell’immortalità voleva solo sottolineare l’impossibilità di sottrarsi al cambiamento di esistenza causato dalla morte”. Dunque l’insegnamento che un’anima immortale sopravviva alla morte di una persona risalirebbe all’antica Babilonia.
La Parola di Dio dice che la città di Babele, o Babilonia, fu fondata da Nimrod, un pronipote di Noè. Rivela anche che subito dopo il diluvio noetico sulla terra c’era una sola lingua e una sola religione (cfr. Genesi 11:1). Fondando la città e costruendovi una torre, Nimrod diede inizio a un’altra religione “in opposizione” a Dio (Genesi 10:9,NWT). Questo indusse Dio ad agire per salvaguardare il suo proposito per la terra e per l‘intera razza umana, confondendo le lingue e costringendo quei ribelli a dividersi e spargersi su tutta la terra (Genesi 10:8-10; 11:4-9). Essi portarono con sé la loro religione. Così i falsi insegnamenti religiosi babilonici si diffusero su tutta la faccia della terra.
Uomini fedeli dell’antichità non si lasciarono ingannare dalle menzogne di Satana ma si attennero alla verità. Giobbe fu oggetto di uno spietato attacco da parte del Diavolo il quale mirava a fargli perdere la fede nelle promesse del suo Creatore (cfr. Giobbe 1:8-12; 2:3-6). Sottoposto ad ogni specie di pressione fisica e morale Giobbe desiderò perfino morire ma mai pensò di poter continuare a vivere da qualche altra parte dopo la sua morte. Queste furono le sue parole: “l'uomo muore e perde ogni forza; il mortale spira, e dov'è egli? Le acque del lago se ne vanno, il fiume vien meno e si prosciuga; così l'uomo giace, e non risorge più; finché non vi siano più cieli egli non si risveglierà né sarà più destato dal suo sonno” (Giobbe 14:10-12). Giobbe desiderava morire per non soffrire più. Quale pensava quindi che sarebbe stata la sua condizione una volta morto? Egli non credeva che dopo la morte sarebbe andato a vivere in un altro luogo, sia di beatitudine o di tormento. Sapeva che quando una persona muore va semplicemente nella tomba, dove non ci sono più né consapevolezza né sofferenze. La sua vera speranza era che Dio si ricordasse di lui e lo riportasse in vita mediante la risurrezione. Chiese, infatti, al suo Dio “Oh, volessi tu nascondermi nel soggiorno dei morti, tenermi occulto finché l'ira tua sia passata, fissarmi un termine, e poi ricordarti di me! Se l'uomo muore, può egli tornare in vita? Aspetterei fiducioso tutti i giorni della mia sofferenza, finché cambiasse la mia condizione: tu mi chiameresti e io risponderei” (Giobbe 14:13-15). Giobbe credeva che se fosse stato fedele fino alla morte, Dio si sarebbe ricordato di lui e a suo tempo lo avrebbe risuscitato per tornare a vivere sulla terra. Questo credevano tutti i servitori di Dio dei tempi antichi. Gesù stesso confermò tale speranza e mostrò che Dio si sarebbe servito di lui per destare i morti. Infatti fece questa promessa: “l'ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori” (Giovanni 5:28).
La religione degli Israeliti, l’antico popolo di Dio, si distingueva da tutte le altre perché essi non credevano all’esistenza di un’anima immortale e, quindi, ad una vita dopo la morte. Come afferma la stessa Encyclopaedia Judaica, essi credevano nella risurrezione dei morti.
Quando, però, nel 332 a.C. Alessandro Magno conquistò buona parte del Medio Oriente e diede il via all’ellenizzazione delle terre assoggettate con la diffusione della lingua, della cultura e della filosofia greca, la fusione delle due culture - greca ed ebraica - fu inevitabile. Gli ebrei presero dimestichezza con il pensiero greco e alcuni diventarono filosofi. Uno di questi fu Filone di Alessandria, del I secolo d.C. Egli aveva una grande ammirazione per Platone e si sforzò di spiegare l’ebraismo con i termini della filosofia greca affermando, in modo particolare, che l’anima apparteneva al mondo spirituale e che, pertanto, la vita del corpo non era altro che un breve, spesso infelice, episodio mentre la morte ripristinava l’anima nella sua condizione originaria. Fu certamente per questi motivi che l’apostolo Paolo scrisse: “Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (Colossesi 2:8).
Gente come Filone, “creando una sintesi originale di filosofia platonica e tradizione biblica” esercitò molta influenza sul pensiero e sulla vita degli ebrei contribuendo in modo notevole ad allontanarli dalla verità contenuta nella Parola di Dio (C. McDannell e B. Lang, Storia del paradiso, trad. di G. Ferrara degli Uberti, Garzanti, Milano, 1991). Anche per questi motivi gli israeliti furono, infine, rigettati come popolo di Dio. Quei “filosofi”, inoltre, aprirono la strada ai successivi pensatori cristiani.
La New Encyclopædia Britannica fa, infatti, notare: “Dalla metà del II secolo d.C., i cristiani che avevano una certa dimestichezza con la filosofia greca cominciarono a sentire il bisogno di esprimere la loro fede nei suoi termini, sia per propria soddisfazione intellettuale che per convertire i pagani istruiti. La filosofia che trovavano più adatta era il platonismo”.
Due filosofi ebbero molta influenza sullo sviluppo di nuove dottrine. Uno fu Origene di Alessandria (ca. 185-254 d.C.) e l’altro Agostino di Ippona (354-430 d.C.). Di loro la New Catholic Encyclopedia dice: “Solo con Origene in Oriente e Sant’Agostino in Occidente l’anima fu riconosciuta come entità spirituale e si formulò un concetto filosofico della sua natura”.
Su che base Origene e Sant'Agostino formularono i loro concetti circa l’anima?
Il teologo Werner Jaeger ha scritto sulla Harvard Theological Review (Ed. 1959): “Il fatto più importante nella storia della dottrina cristiana fu che il padre della teologia cristiana, Origene, era un filosofo platonico della scuola di Alessandria. Egli prese da Platone l’intero dramma cosmico dell’anima e lo incorporò nella dottrina cristiana”.
Riguardo a Sant’Agostino, considerato da alcuni il più grande pensatore dell’antichità, la New Catholic Encyclopedia ammette che la sua “dottrina [dell’anima], che divenne la norma in Occidente sino alla fine del XII secolo, doveva molto … al neoplatonismo”.
Dunque non è né in base agli insegnamenti di Cristo né a quelli dei suoi fedeli apostoli che certi “filosofi” iniziarono a credere e a diffondere nella chiesa cristiana l’idea dell’esistenza di un’anima immortale e della vita dopo la morte. Come disse Miguel de Unamuno, studioso e scrittore spagnolo del secolo scorso, grecista nonché rettore della prestigiosa Università di Salamanca, Cristo Gesù “credeva forse nella resurrezione della carne, al modo ebraico, non nell’immortalità dell’anima, alla maniera platonica … Le prove di ciò si possono trovare in qualsiasi libro di esegesi valida … L’immortalità dell’anima è un dogma filosofico pagano” (La agonía del cristianismo - Editrice “Academia”, Milano).
Cosa insegna la Parola di Dio?
Come ho già accennato sopra, quando Dio creò l’uomo nel giardino di Eden non gli pose dinanzi l’alternativa tra la vita nella felicità o la vita nel tormento ma semplicemente l’alternativa tra la vita o la morte. Gli disse: “Nel giorno che tu ne mangerai [il frutto dell’albero proibito], certamente morirai” (Genesi 2:17). Egli pose ripetutamente la stessa scelta anche dinanzi al popolo d’Israele dicendo: “ti ho posto davanti la vita e la morte” (Deuteronomio 30:19).
E quando Adamo fece la scelta sbagliata che gli procurò la condanna a morte, Dio disse quale sarebbe stata la sua condizione di morte: “tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai” (Genesi 3:19). Non gli disse che avrebbe scontato in eterno in qualche luogo di tormento la sua colpa. Quando, dunque, la sentenza fu eseguita, Adamo smise di respirare e tornò alla polvere priva di vita da cui era stato tratto (cfr. Genesi 2:7). Prima di essere creato “dalla polvere della terra” Adamo non esisteva. La sua morte fu l’inverso di quel processo creativo, egli tornò in uno stato di inesistenza.
Che questo sia lo stato di tutti coloro che, a causa della condizione peccaminosa ereditata da Adamo, muoiono, cioè di tutti suoi discendenti, venne confermato da Dio attraverso il saggio re Salomone, il quale scrisse: “i viventi sanno che moriranno; ma i morti non sanno nulla, e per essi non c'è più salario; poiché la loro memoria è dimenticata. Il loro amore come il loro odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti, ed essi non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole … Tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze; poiché nel soggiorno dei morti dove vai, non c'è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza” (Ecclesiaste 9:5-10,VR). Coerentemente anche il salmista scrisse che quando una persona muore “esala lo spirito e ritorna alla terra; in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni” (Salmo 146:4,VR e Di - 145:4,CEI).
Molte persone hanno imparato sin dalla giovinezza a credere in una vita dopo la morte; ci credevano i loro genitori, i loro nonni, i loro vicini, e sono state abituate ad osservare certe ricorrenze e determinate cerimonie che hanno relazione con tale credenza, come quelle che vediamo celebrare in questi giorni, per cui l’idea che si continui a vivere dopo la morte è profondamente radicata nella loro mente. Quindi fanno fatica ad accettare il fatto che tale insegnamento non ha un fondamento nella verità della Parola di Dio ma origina da dottrine e riti pagani.
Quello che la Bibbia insegna sulla condizione dei morti, però, oltre a rivelarci la verità dovrebbe confortarci. Ci dice che i morti non soffrono in nessun modo e che non c’è motivo di averne paura, poiché non possono farci del male. Non hanno bisogno del nostro aiuto e non possono aiutarci. Noi non possiamo parlare con loro e loro non possono parlare con noi.
È vero che la maggioranza delle religioni insegna tutto il contrario. Ma le loro dottrine hanno subìto l’influenza di Satana, che si serve di tali falsi insegnamenti per perpetuare la sua prima menzogna e far credere che dopo la morte del corpo si continui a vivere in un ipotetico aldilà. Questa è una delle menzogne di cui Satana si serve per allontanare le persone da Dio e dal suo proposito. Quando, infatti, una religione insegna che, alla morte, chi durante la vita si è comportato male va a soffrire per sempre in un luogo di tormento infuocato disonora il Creatore perché Egli è un Dio di amore e non farebbe mai soffrire nessuno in questo modo (cfr. 1 Giovanni 4:8). Chi di noi punirebbe un bambino disubbidiente mettendogli le manine sul fuoco? Eppure Satana vuol farci credere che Dio torturi le persone nel fuoco per sempre, per miliardi e miliardi di anni!
Molti capi religiosi, inoltre, sostengono falsamente di poter aiutare i defunti con funzioni religiose e preghiere. Così spillano denaro a quelli che ci credono. Conoscendo la verità sulla condizione dei morti non ci lasciamo ingannare da chi insegna simili menzogne.
Tutti noi abbiamo perso qualche persona cara e tutti noi ci aspettiamo un giorno di morire. In un certo senso, siamo tutti inseguiti da un nemico, la morte. Nessuno di noi può sfuggirle o sconfiggerla. Ma Dio si! E la sua promessa è: “L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (1Corinzi 15:26 - cfr. anche Apocalisse 21:4) e anche che “tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori” (Giovanni 5:28,29).
A tal fine, per mezzo della sua Parola, Dio ci rivela che dal tempo di Abele in poi ha preso nota, come scrivendoli in un libro, di tutti coloro che sono morti e meritano di essere ricordati per essere riportati in vita e tornare a vivere per sempre sulla terra! Scrisse infatti un profeta: “quelli che hanno timore del Signore si sono parlati l'un l'altro; il Signore è stato attento e ha ascoltato; un libro è stato scritto davanti a lui, per conservare il ricordo di quelli che temono il Signore e rispettano il suo nome” (Malachia 3:16).
Ecco dunque dove sono i nostri cari morti. Non nell’aldilà, in un inesistente luogo di delizie o di tormento eterno e né in un visionario Purgatorio (tale parola, infatti, neanche esiste nelle Sacre Scritture), ma nella memoria del nostro amorevole Creatore per essere, nel tempo stabilito da Dio (cfr. Giovanni 5:28), riportati in vita su questa terra! (cfr. Salmo 36:29,CEI - 37:29,VR e Di).
Dio creò l’uomo perché vivesse e menzionò la morte solo come conseguenza della disubbidienza (cfr. Genesi 2:17). La morte è diventata una realtà triste e inevitabile da quando i nostri primogenitori disubbidirono. Noi siamo stati creati per vivere, e questo spiega in parte perché innumerevoli milioni di persone trovano così difficile accettare che la morte sia la fine di tutto. Dopo aver ingannato la prima coppia umana sulla realtà della morte contraddicendo l’avvertimento di Dio secondo cui la disubbidienza avrebbe portato alla morte (cfr. Genesi 3:4) Satana ha escogitato un’altra menzogna: che una componente spirituale dell’uomo sopravviva alla morte del corpo. Questo inganno si addice a Satana il Diavolo, che Gesù chiamò “il padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Lo studio della Parola di Dio rivela, però, che i morti sono veramente morti e paragona la morte di un essere umano a quella di un animale, dichiarando che alla morte entrambi divengono inconsci e tornano alla polvere da cui sono stati tratti (cfr. Ecclesiaste 3:19, 20). Essi restano addormentati nella morte in attesa del grande risveglio che riceveranno tramite la risurrezione in un nuovo mondo - un paradiso sulla terra - promesso dal nostro amorevole Creatore (cfr. Salmo 146:4,VR e Di - 145:4,CEI; Ecclesiaste 9:10; Giovanni 5:28; Luca 23:43; Salmo 36:29,CEI - 37:29,VR e Di). Sapendo, poi, che i demoni cercano di ingannare le persone facendo credere loro che possano comunicare con i morti e che questi possano influire su di loro, Dio diede al suo antico popolo, Israele, questo avvertimento: “Non si trovi in mezzo a te … chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore”. (Deuteronomio 18:10-12).
È chiaro, quindi, l’insegnamento della Parola di Dio: i morti hanno cessato di esistere come anime viventi. Non possono fare nulla per noi, né in bene né in male e noi non possiamo più fare nulla per loro. Quelli che sono nelle tombe semplicemente riposano e rimarranno inconsci finché non verranno risuscitati al tempo stabilito da Dio.
Nella rivista Psychology Today del luglio 1977 c’è questa affermazione: “Migliaia d’anni fa, niente meno che un serpente disse a una giovane donna: ‘Sicuramente non morrete’. Da allora pare che abbiamo creduto o che abbiamo voluto credere a questa prima menzogna”.
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