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    March 30

    FUMO DI SATANA IN VATICANO

     

    Mi è capitato fra le mani, stamani, un testo di cui non ricordavo l’esistenza. Mentre rassettavo gli scaffali della mia piccola biblioteca gli occhi sono andati a finire su un libro intitolato “Fumo di Satana in Vaticano”, Edizioni Kaos 2001, scritto da “I Millenari” che, come riportato nella quarta pagina di copertina, “sono un gruppo di prelati della Curia romana”.

    Non so come questo libro sia finito nella mia raccolta perché non ricordo proprio come e quando l’ho, eventualmente, acquistato, ma il titolo ha subito attirato tutta la mia attenzione.
    Leggo, infatti, nella citata pagina:
    “Ogni giorno che Dio manda in terra, chi presta la propria opera subalterna in Vaticano – centinaia di ecclesiastici e laici – vede di tutto, ascolta di tutto, sopporta di tutto. In molti di loro la fede arriva a vacillare sotto i colpi di una casta autoritaria che ha scambiato l’esercizio del potere temporale con l’arbitrio e l’impunità. Si invoca il silenzio per il buon nome della Chiesa, i panni sporchi devono lavarsi in famiglia. Ma il silenzio che tace il male per non far scandalo può confondersi con la complicità, e certo l’omertà non è tra gli insegnamenti di Cristo … Chiunque ami davvero la Chiesa sa che essa è in crisi, per più aspetti e varie ragioni. Ma l’epicentro della crisi è in Vaticano, dove si è insinuato – e ristagna – il fumo di Satana. C’è un solo modo per allontanarlo: spalancare le finestre. Il Vangelo ci ha insegnato: nulla c’è di coperto che non debba essere svelato e di nascosto che non debba essere conosciuto”.
    Parole forti!
    Provo a sfogliare qualche pagina e a dare una veloce occhiata al contenuto. La prima impressione è che, sebbene non siano resi noti i nomi, i fatti narrati sono talmente circostanziati che la riconducibilità ai personaggi è inequivocabile.
    Sfoglia e risfoglia, a pagina 170 leggo:
    “Per comprendere appieno la vicenda qui narrata occorre sapere che i Legionari di Cristo (Congregazione religiosa di diritto pontificio fondata in Messico nel 1941 per «stabilire il Regno di Cristo secondo le esigenze della giustizia e della carità cristiana fra intellettuali, professionisti e operai, con l’azione sociale e dell’insegnamento») sono uno dei gioielli della Chiesa. Attivi negli Stati Uniti, Canada, America Latina, Europa e Australia, i Legionari contano circa 500 sacerdoti e 2.500 chierici, e dirigono 9 Università e 166 scuole e istituti superiori. Una piccola potenza, sostanziata da molto denaro, guidata dal Padre fondatore nonché attuale Superiore generale”.
    Già, i Legionari di Cristo. Mi viene in mente un “infuocato” giovanotto della destra cattolica, che è l’area di riferimento della Congregazione in questione, e che “puzza” tanto di Legionario, che ha contestato il mio post sul giorno della memoria perché, a suo parere, non esistono responsabilità di Pio XII e della Chiesa Cattolica nell’affermazione del nazismo e del fascismo anteguerra e nelle relative conseguenze, inclusi i campi di sterminio.
    [Mi chiede infatti il giovane “cristiano” militante: “... cosa avrebbe dovuto fare il Papa? Imbracciare le armi? Scomunicare Hitler?”
    Che cosa gli si può rispondere se non il semplice e quasi banale: Che cosa fece nel 1948 lo stesso Papa? ... non scomunicò forse i comunisti e i loro sostenitori? Perché non fece la medesima cosa, a suo tempo, con i nazisti e i fascisti?]
    Mi viene anche in mente di aver letto da qualche parte che l’ex governatore della Banca d’Italia, quello dello scandalo della Banca Popolare Italiana, era “colluso” con la stessa Congregazione alla quale procurava quel “molto denaro” costringendo i suoi “furbetti del quartierino” a farle sostanziose donazioni (se non ricordo male la Sig.ra Fazio è una affiliata dei Legionari e la sua stessa figliola è stata ordinata suora laica della medesima Congregazione).
    Ma, tornando al libro, leggo ancora con raccapriccio:
    “E’ accaduto di recente che una decina di ex seminaristi dei Legionari di Cristo, ormai di età adulta, abbiano denunciato pubblicamente di aver subito, in gioventù, molestie e abusi sessuali da parte del Padre fondatore della Congregazione nonché attuale Superiore generale della medesima (se volete sapere come si chiama andatevi a leggere il sito ufficiale di detta organizzazione). Sette di essi – tre insegnanti, due imprenditori, un avvocato e un ingegnere (dunque persone di un elevato livello culturale e sociale e non paragonabili a quei quattro poveri disgraziati del caso don Gelmini), firmandosi con nome e cognome – hanno precisato le loro accuse ricordando i fatti accaduti in seminario”.
    E qui vi risparmio la trascrizione di tutte le schifezze, che sono da voltastomaco, che quel personaggio avrebbe detto e compiuto ai danni di quei ragazzi (se volete andatevele a leggere).
    La conclusione dei fatti narrati nel libro è questa:
    “Gli ex seminaristi della Legione hanno concluso la loro pubblica denuncia collettiva chiedendo alle autorità vaticane di accertare la verità dei fatti” (c’è da ricordare che tale autorità era l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede - ex Santa Inquisizione – il cardinale Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI, che più volte, a capo di quel Dicastero, fece richiamo al documento segreto Crimen Sollicitationis per ricordare il divieto ai cattolici di testimoniare in tribunali civili, pena la scomunica, per reati di abusi sessuali che avessero coinvolto religiosi).
    “In passato era già pervenuta alla Segreteria di Stato (vaticana) un’analoga denuncia firmata da un sacerdote, che accusava il Padre fondatore dei Legionari di molestie sessuali contro i giovani seminaristi, ma era finita nel pozzo senza fondo della censura curiale … Di fronte alle accuse multiple e dettagliate con nomi date e fatti, il Padre” (a proposito, leggetevi cosa disse Cristo Gesù riguardo a tale titolo in Matteo 23:9) “fondatore dei  Legionari si è limitato a definirle «calunniose, false e senza nessun fondamento». La Segreteria di Stato ha mosso tutte le possibili pedine affinché i mass-media ignorassero la vicenda. E il Padre accusato … ha continuato tranquillamente a mantenere tutte le sue cariche: Superiore generale dei Legionari di Cristo, Consultore della Congregazione per il clero, Gran cancelliere del Pontificio ateneo 'Regina Apostolorum'”  (un Ateneo immerso in un magnifico parco dell’Aurelia a Roma, distributore di “lauree facili” e finanziato dallo Stato italiano in quanto riconosciuto dall’ex ministro Moratti nonostante il parere negativo del Comitato Regionale di Coordinamento delle Università del Lazio).
    “Così, in occasione del 60° anniversario dei Legionari di Cristo, il Pontefice ha celebrato la ricorrenza ricevendo in udienza, in  piazza S. Pietro, i membri della Congregazione guidati dal Padre fondatore nonché Superiore generale, al quale il Santo Padre (cfr. Matteo 23:9) ha rivolto uno speciale saluto «con particolare affetto». Come se niente fosse”.
     
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    Papa Giovanni Paolo II con il Padre fondatore della Congregazione dei Legionari di Cristo
    Il primo è deceduto il 2 aprile 2005, l'altro è morto il 30 gennaio 2008
    Saranno entrambi elevati agli onori degli altari
     
    Questa è solo una delle innumerevoli nefandezze commesse dalla gerarchia ecclesiastica cattolica dentro la sicura protezione delle mura dello Stato Vaticano raccontate in questo libro.
    Concludo questo intervento citando alcuni passi molto significativi di un saggio scritto da un monaco benedettino:
    “Da anni si chiede perdono per diversi capitoli bui e tristi della storia della Chiesa … L’errore gravido di conseguenze per cui ammettere le proprie colpe e ritornare sulle proprie posizioni dottrinali indebolirebbe l’autorità della Chiesa, impedisce nella Chiesa sincerità e verità, e lascia il fedele nell’infantilismo e nell’immaturità al momento di formulare un proprio giudizio … La maggior parte dei cattolici sono abituati a accettare questi fenomeni come ovvi . Non si accorgono che qui, con l’abuso della Bibbia e con il discutibile richiamo alla volontà di Dio, viene giustificato un sistema che in primo luogo serve a uno scopo quanto mai banale: la protezione del proprio potere”.
    Questo è il parere di un sincero, forse, uomo alla ricerca della verità.
    E questo è il parere del Dio di verità:
    “… l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia, essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, … Perciò Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna … Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; … hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura … si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” (Romani 1:18-32).
     
    March 22

    UN IMPORTANTE AVVENIMENTO DA COMMEMORARE - III parte

     
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    Restiamo dunque in adorazione davanti alla Croce. O Cristo, Re crocifisso, donaci la vera conoscenza di Te, la gioia a cui aneliamo, l’amore che colmi il nostro cuore assetato d’infinito. Così Ti preghiamo questa sera, Gesù, Figlio di Dio, morto per noi in Croce e risorto il terzo giorno

    (dall’omelia di Papa Benedetto XVI al termine della Via Crucis)

     
    Ieri sera il Papa Benedetto XVI, come da consuetudine, ha celebrato il rito della Via Crucis presso il Colosseo di Roma.
    Con questo rito la Chiesa Cattolica intende ricordare o commemorare ciò che accadde il 14 abib o nisan del 33 d.C., in particolare dal momento della condanna a morte di Gesù fino a quando il suo corpo senza vita venne deposto in un sepolcro.
    Come ho già spiegato nei precedenti post, il 14° giorno del 1° mese del calendario sacro ebraico di abib o nisan si calcola dalla prima luna nuova più vicina all’equinozio di primavera. Tale giorno quest’anno corrisponde, nel nostro calendario, ad oggi, sabato 22 marzo, con inizio dopo il tramonto.
    Se osserviamo il cielo, là dove è possibile farlo, possiamo infatti notare una splendida luna piena a testimoniare la correttezza di questo calcolo!
    La prima cosa, dunque, che mi sono chiesto, osservando la cerimonia del Colosseo, è perché non sì è rispettato il giorno della ricorrenza, come è d’uso fare per qualsiasi importante avvenimento, invece di anticiparla di un giorno.
     
    Per capire il perché sono tornato un po’ indietro nella storia, fino al tempo in cui l’imperatore romano Costantino fece dell’apostata cristianesimo la religione di stato, e precisamente al tempo del Concilio di Nicea, nel 325 d.C.
    Quel Concilio ordinò che la Pasqua fosse sempre celebrata la domenica immediatamente successiva al plenilunio che ha luogo il giorno dell’equinozio primaverile o subito dopo. Se il quattordicesimo giorno dal novilunio, che consideravano come il giorno del plenilunio, cadeva di domenica, la celebrazione della Pasqua era spostata alla domenica successiva. Fecero questo allo scopo di evitare di celebrarla simultaneamente ai Giudei e alla minoranza di cristiani detti quartodecimani che la celebravano ancora il quattordicesimo giorno di abib o nisan.
    In tal modo la Chiesa Cattolica, e tante altre chiese cosiddette “cristiane” che da essa sono derivate dopo la Riforma, sono giunte ad avere il “giovedì santo” in cui commemorare l’Ultima Cena di Gesù, sempre di giovedì, e il “venerdì santo” in cui commemorare la sua morte sempre di venerdì.
    Quel Concilio di Nicea (quello in cui prevalse anche l’idea trinitaria) “risolse” una disputa sulla data di celebrazione della morte di Gesù iniziata fin dal secondo secolo dopo Cristo.
    Nel V volume della collana Storia ecclesiastica si legge infatti che già verso il 155 d.C. Policarpo di Smirne, in rappresentanza delle congregazioni dell’Asia, si recò a Roma per discutere di questo e di altri problemi.
    Sul risultato dell’incontro Ireneo di Lione scrisse: “Aniceto [vescovo di Roma] non riuscì infatti a persuadere Policarpo a non osservare il quattordicesimo giorno, come aveva sempre fatto con Giovanni, discepolo del Signore nostro, e con gli altri apostoli con cui era vissuto; né Policarpo persuase Aniceto ad osservarlo, poiché quest’ultimo diceva che bisognava mantenere la consuetudine dei presbiteri a lui anteriori”.
    C’è qui da notare che, stando a quanto viene detto, Policarpo si basava sull’autorità degli apostoli, mentre Aniceto si rifaceva alla consuetudine dei presbiteri, o anziani, di Roma che lo avevano preceduto.
    La disputa si intensificò producendo nel tempo una spaccatura tra le chiese dell’Asia Minore e la Chiesa romana che portò, verso la fine del II secolo alla scomunica di tutte le Chiese dell’Asia da parte del vescovo di Roma, un certo Vittore, al quale, in rappresentanza di tutte quelle Chiese rispose Policrate di Efeso che disse: “Celebriamo quindi scrupolosamente quel giorno, senza aggiungere né togliere niente” e, dopo aver elencato varie autorità, fra cui l’apostolo Giovanni, affermò, “ tutti questi osservarono il quattordicesimo giorno della Pasqua in conformità col Vangelo, senza discostarsene … Non mi lascio intimorire da chi cerca di spaventarmi, perché questi uomini più grandi di me hanno detto: bisogna obbedire a Dio anziché agli uomini”.
    Tale disputa fu dunque “risolta” dall’imperatore Costantino a Nicea il quale emanò un decreto che ordinava a tutti i cristiani dell’Asia Minore di conformarsi all’uso romano.
    Ora qualcuno si chiede se dopo tutti questi anni fa ancora differenza la data in cui si commemora la morte di Cristo.
    Senza dubbio la risposta è SI!
    La Bibbia spiega chiaramente quando e come dovrebbe essere osservata, cioè esattamente quando questa avvenne, il 14 di abib o nisan, giorno in cui, secondo le più antiche testimonianze, l’osservavano gli stessi apostoli.
    I cambiamenti furono fatti da uomini caparbi, avidi di potere. Invece di ubbidire a Gesù Cristo seguirono idee personali, facendo inequivocabilmente avverare l’avvertimento dato dall’apostolo Paolo: “So che dopo la mia partenza entreranno fra voi oppressivi lupi i quali non tratteranno il gregge con tenerezza, e che fra voi stessi sorgeranno uomini che diranno cose storte per trarsi dietro i discepoli” (Atti 20:29,30).
     
    Questo non fu l’unico cambiamento che quelli uomini apportarono alla celebrazione pasquale.
    Quando Cristo Gesù disse ai suoi fedeli undici apostoli, quella sera, “fate questo in memoria di me” (Luca 22:19), che cosa voleva che essi ricordassero?
    Lo spiegò bene l’apostolo Paolo in una delle sue lettere:
    Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Corinzi 11:23-26).
    Dunque era la morte in sacrificio di Cristo che essi dovevano ricordare, con lo stesso rito seguito quella sera, cioè con l’uso del pane azzimo e di un calice di vino.
    Quella morte ebbe un grande valore per l’umanità per diversi motivi:
    1 - Pose la base per un riscatto dalla schiavitù al peccato e alla morte del genere umano discendente di Adamo;
    2 - Rivendicò il diritto di Dio di governare le Sue creature;
    3-  3 - Risolse la contesa, suscitata con il caso di Giobbe, che gli uomini si sottomettevano a Dio solo per opportunismo e per riceverne
              le benedizioni, ma di fronte alle difficoltà lo avrebbero rinnegato (cfr. Giobbe 2:4,5). Gesù fu fedele fino alla morte.
    Nel cristianesimo apostata, però, con la Pasqua si celebra più la risurrezione di Gesù Cristo, che avvenne tre giorni dopo essere stato messo a morte, che non la sua morte.
    Ad esempio il Concilio Vaticano II ha dichiarato: “Ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente ‘giorno del Signore’ o ‘domenica’ ... [la chiesa fa] memoria ... della [sua] Risurrezione”. Oltre a ciò, essa “fa la memoria della Risurrezione del Signore, che ogni anno ... celebra a Pasqua, la più grande delle solennità”. (I Documenti del Concilio Vaticano II, Ediz. Paoline, 1966).
    Perché questo?
    Un libro sulle usanze popolari spiega: “La tattica della Chiesa primitiva era invariabilmente quella di dare un significato cristiano alle cerimonie pagane ancora esistenti che non si riusciva a sradicare. Nel caso della Pasqua la trasformazione fu particolarmente facile. La gioia per il sorgere del sole letterale, e il risveglio della natura dalla morte invernale, divenne la gioia per il sorgere del Sole della giustizia, per la risurrezione di Cristo dalla tomba. Anche alcune celebrazioni pagane che si tenevano il 1° maggio vennero modificate per adattarle alla celebrazione della Pasqua”. (Curiosities of Popular Customs).
    Dunque, invece di stare alla larga dalle usanze popolari e dai riti magici del paganesimo, i capi religiosi del cristianesimo apostata li tollerarono e attribuirono loro un “significato cristiano”.
    Facciamo un altro esempio.
    Ricordate come si dice Buona Pasqua in inglese? … HAPPY EASTER.
    Questo termine non si trova nella Parola di Dio. Da dove è uscito fuori?
    Un libro afferma che “la festa prende nome da Eostre, dea pagana dell’aurora e della primavera” (Medieval Holidays and Festivals). E chi era questa dea? Un’altra pubblicazione risponde: “Eostre era colei che, secondo la leggenda, aprì il portale del Walhalla per accogliere Baldr, chiamato il dio candido per la sua purezza e il dio sole perché la sua fronte dava luce all’umanità” (The American Book of Days). E aggiunge: “Non c’è dubbio che la Chiesa antica adottò le vecchie usanze pagane e attribuì loro un significato cristiano. Dato che la festa di Eostre celebrava il ritorno primaverile alla vita, fu facile trasformarla nella celebrazione della risurrezione di Gesù, il cui vangelo predicavano”.
    L’adozione di queste usanze pagane spiega come sono sorte in certi paesi usanze pasquali quali le uova di Pasqua, il coniglio pasquale e le focacce con il segno della croce.
    Il libro Celebrations dice infatti: “Si afferma che negli antichi Egitto, Persia, Grecia e Roma si coloravano e si mangiavano uova in occasione delle feste di primavera. I persiani di quel tempo regalavano uova all’equinozio di primavera”.
    E la New Encyclopædia Britannica spiega che la lepre era “il simbolo della fertilità nell’antico Egitto. Perciò quando i bambini vanno a caccia di uova pasquali, che si suppone siano state portate dal coniglio pasquale, non è un semplice gioco di ragazzi, ma il vestigio di un rito della fertilità”.
    Ma alcuni pensano che l’allegria di tali feste e la felicità che recano siano un motivo sufficiente per osservarle. Possiamo imparare qualcosa, però, dall’occasione in cui gli israeliti adottarono un’usanza religiosa pagana ribattezzandola “una festa in onore del Signore” (Esodo 32:5).
    Anche loro “si sedettero per mangiare e bere” e “si levarono per divertirsi” (Esodo 32:6). Ma le loro azioni provocarono l’ardente ira di Dio, che li punì severamente (Esodo 32:1-35).
     
    C’è infine un ultimo aspetto da considerare: come morì Gesù?
    La maggior parte delle raffigurazioni lo ritraggono appeso ad una croce. E la croce è ciò che è stata portata in processione ieri sera durante la cerimonia della Via Crucis al Colosseo.
    Strano rituale questo! È come se noi portassimo in processione l’arma con cui è stato ucciso un nostro caro!
    Relativamente alle usanze pasquali è interessante notare cosa è scritto nel libro Easter and Its Customs: “La croce era un simbolo pagano molto prima di acquistare un significato eterno grazie agli eventi del primo Venerdì Santo, e in epoca precristiana il pane e le focacce erano a volte contrassegnati con essa”.
    L’uso di questo simbolo nella religione pagana è molto antico e lo ritroviamo fra gli indù e i buddisti dell’India e della Cina, fra i persiani, gli assiri e i babilonesi.
    Agli inizi del cristianesimo erano i pagani romani a usare la croce! La Companion Bible afferma: “Queste croci erano usate come simboli del dio-sole babilonese ... e si vedono per la prima volta su una moneta di Giulio Cesare, 100-44 a.C., e poi su una moneta coniata dall’erede di Cesare (Augusto), 20 a.C.”
    Nel 312 d.C. l’imperatore pagano romano Costantino mosse guerra contro suo cognato Massenzio. Si dice che lungo la strada egli abbia avuto una visione, una croce con la scritta “Hoc vince”, cioè “Con questo vinci”. Dopo quella vittoria Costantino adottò la croce come emblema dei suoi eserciti. Quando il cristianesimo divenne la religione di stato dell’impero romano, la croce divenne il simbolo della chiesa apostata.
    Che il sogno di Costantino sia una semplice leggenda ci sono pochi dubbi. C’è però da notare che su molte monete fatte coniare in seguito da Costantino si vedono croci a forma di X con una “P” sovrapposta.
    L’Expository Dictionary of New Testament Words, di W. E. Vine, dice: “In quanto alla Chi, o X, che Costantino dichiarò di aver visto in una visione che lo portò a diventare il paladino della fede cristiana, quella lettera era l’iniziale della parola ‘Cristo’ [in greco] e non aveva nulla a che vedere con ‘la Croce’, intesa come strumento di esecuzione”
    Perché allora la croce fu accettata con tanta facilità dai “cristiani” apostati?
    Il dizionario di Vine prosegue dicendo: “La forma della croce a due bracci ebbe origine nell’antica Caldea, ed era usata come simbolo del dio Tammuz (essendo a forma del mistico Tau, iniziale del suo nome) in quel paese e nei paesi limitrofi, incluso l’Egitto. Verso la metà del III secolo d.C. le chiese si erano ormai dipartite da certe dottrine della fede cristiana o le avevano travisate. Per accrescere il prestigio dei sistemi ecclesiastici apostati, i pagani erano ricevuti nelle chiese indipendentemente dalla rigenerazione per mezzo della fede ed era largamente permesso loro di ritenere i loro segni e simboli pagani. Perciò il Tau o T, nella sua forma più frequente, con il pezzo in croce abbassato, fu adottato come simbolo della croce di Cristo”.
    Un’altra enciclopedia (Encyclopaedia of Religion and Ethics) dice: “Nel IV secolo le credenze magiche cominciarono a mettere radici più profonde in seno alla Chiesa. Come fosse un amuleto, il semplice segno della croce era considerato la più sicura difesa contro i demoni, e il rimedio per tutti i mali”.
    L’uso superstizioso della croce continua tuttora. Vi è mai capitato, ad esempio, di osservare i calciatori che si fanno il segno della croce entrando in campo?
    A questo punto qualcuno si chiederà: Ma non insegna la Bibbia che Cristo morì su una croce?
    Per rispondere a questa domanda, dobbiamo analizzare il significato delle due parole greche usate dagli scrittori biblici per descrivere lo strumento della morte di Cristo: stauròs e xỳlon.
    L’International Standard Bible Encyclopedia afferma: “In origine il greco stauròs indicava un palo di legno appuntito verticale saldamente confitto nel suolo. . . . Venivano posti l’uno accanto all’altro in file, in modo da formare recinzioni o palizzate difensive intorno agli insediamenti, oppure eretti singolarmente come strumenti di supplizio su cui individui colpevoli di gravi reati venivano pubblicamente appesi per lasciarveli morire”.
    È vero che i romani usavano uno strumento di esecuzione chiamato in latino crux. E nel tradurre la Bibbia in latino la parola crux fu usata per rendere il termine greco stauròs. Dato che la parola latina crux e quella italiana croce sono simili, molti presumono a torto che una crux dovesse necessariamente consistere in un palo con un braccio trasversale. Ma l’Imperial Bible-Dictionary dice: “Anche tra i Romani la crux (da cui deriva la nostra parola croce) pare fosse in origine un palo verticale, che costituì sempre l’elemento principale”.
    Un altro testo dice: “In nessuno dei numerosi scritti che formano il Nuovo Testamento esiste una sola frase che, nel greco originale, costituisca anche una prova indiretta che lo stauros usato nel caso di Gesù fosse altro che un ordinario stauros [palo]; tanto meno che consistesse non di un solo pezzo di legno, ma di due inchiodati insieme a forma di croce” (The Non-Christian Cross).
    Che dire dell’altra parola greca, xỳlon? La troviamo in Esdra 6:11 nella traduzione biblica greca detta dei Settanta. Questo passo dice: “se qualcuno trasgredisce questo decreto, si tolga una trave dalla sua casa, la si rizzi ed egli vi sia impiccato. Poi la sua casa sia ridotta a letamaio”.
    Anche in questo caso si trattava di un singolo pezzo di legno, di una “trave”.
    Per questi motivi diversi traduttori rendono quindi così le parole di Pietro in Atti 5:30: “L’Iddio dei nostri antenati ha destato Gesù, che voi avete ucciso, appendendolo a un palo [o “legno”, secondo La Bibbia Concordata, Diodati, Nardoni, Versione Riveduta e altre]”.
    La versione cattolica della CEI invece traduce questo passo con “croce”. Ma c’è da notare che lo stesso termine in Galati 3:13 viene tradotto dalla stessa versione con “legno”.
    Ci sono molte evidenze nella Parola di Dio che lo strumento usato per mettere a morte Cristo Gesù non fu una croce, come tradizionalmente viene raffigurato, ma un semplice palo!
    Anche in questa occasione l’insegnamento del cristianesimo apostata trae origine dal paganesimo!

    Sin dai tempi più remoti, Dio ha sottolineato il fatto che il suo popolo lo adorava in modo esclusivo, non avendo nulla a che fare con tutto ciò che riguarda la falsa religione.

    Egli si aspetta che i cristiani serbino la loro adorazione pura e immacolata, senza ombra di usanze, simboli o feste che hanno relazione con pratiche pagane, come è scritto: “Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: … conservarsi puri da questo mondo” (Giacomo 1:27).

    I veri cristiani, pertanto, mostrano apprezzamento per la risurrezione di Cristo non celebrando una festa che ricalca le feste pagane, ma piuttosto, in armonia col comando di Gesù, commemorano la sua morte come egli stesso comandò di fare.

     

    Babilonia 015

     

    “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno”. (Galati 3:13 CEI).

    Qui l’apostolo Paolo cita Deuteronomio 21:22,23 dove si fa chiaramente riferimento a un palo, non a una croce

     


     

    Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? … Perciò uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, non toccate nulla d'impuro” - 2Corinzi 6:14-18

     

    March 20

    UN IMPORTANTE AVVENIMENTO DA COMMEMORARE - II parte

     
     
    Babilonia 007
     

    Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero Il tempo durante il quale gli Israeliti abitarono in Egitto fu di quattrocentotrent'anni. Al termine dei quattrocentotrent'anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d'Egitto Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Questo è il rito della pasqua … Tutta la comunità d'Israele la celebrerà Tutti gli Israeliti fecero così; come il Signore aveva ordinato a Mosè e ad Aronne, in tal modo operarono. Proprio in quel giorno il Signore fece uscire gli Israeliti dal paese d'Egitto, ordinati secondo le loro schiere”.

    Esodo 12:37-51

     
    La notte in cui liberò gli ebrei dalla schiavitù egiziana Dio disse loro:
    Osserverete dunque la festa degli azzimi, poiché proprio in questo giorno ho fatto uscire le vostre schiere dal paese d'Egitto; osserverete dunque questo giorno d'età in età, come legge perpetua. Nel primo mese, dal quattordicesimo giorno del mese, alla sera, fino al ventunesimo giorno, alla sera, mangerete pani azzimi(Esodo 12:17,18 Di).
    Questa disposizione fu scritta nella Legge mosaica. Per questo motivo ogni anno, da quel 1513 a.C., il 14 abib o nisan (primo mese del calendario sacro ebraico) gli ebrei, dopo il tramonto del sole (c’è da ricordare che il giorno ebraico iniziava la sera, dopo il tramonto) si radunavano nelle loro case per commemorare o ricordare quell’avvenimento.
    Essi mangiavano carne d’agnello, come avevano fatto i loro antenati prima dell’uscita dal paese d’Egitto, il cui sangue sparso sugli stipiti delle porte era servito a far “passare oltre” l’angelo di Dio che uccise tutti i primogeniti degli egiziani risparmiando quelli ebrei, insieme a pane azzimo, cioè pane non lievitato, ed erbe amare (cfr. Esodo 12:1-13).
    Gesù, che in una circostanza disse che era venuto sulla terra “non … per abolire la legge o i profeti … ma per portare a compimento  (Matteo 5:17), in obbedienza a questo comando, la sera del 14 abib o nisan del 33 d.C., come già aveva fatto altre tre volte dall’inizio del suo ministero terreno dopo il suo battesimo nel Giordano (cfr. Giovanni 2:13; 5:1; 6:4 e 13:1), si riunì di nuovo a Gerusalemme, insieme ai suoi 12 apostoli, per celebrare l’avvenimento.
    Quel giorno corrispondeva al venerdì 1 aprile del nostro calendario.
    L’antico calendario ebraico era un calendario lunisolare in cui i mesi erano lunari ma gli anni solari. I mesi ebraici si basavano sulle fasi lunari e andavano da luna nuova a luna nuova (cfr. Isaia 66:23). Il primo mese, abib o nisan iniziava con la prima luna nuova più vicina all’equinozio di primavera (il 21 marzo). Il 14° giorno di questo mese, quando si celebrava la Pasqua, il nostro satellite era dunque in fase di luna piena.
    Quella sera, mentre Gerusalemme era avvolta dalla luce soffusa del crepuscolo e sul Monte degli Ulivi splendeva la luna piena, in una semplice camera, appositamente preparata, Gesù e i dodici giacquero intorno a una tavola apparecchiata ed egli disse loro:
             “Ho grandemente desiderato mangiare con voi questa pasqua prima che io soffra” (Luca 22:14, 15).
    Dopo un po’, con meraviglia degli apostoli, Gesù si alzò e depose le vesti. Prese un asciugamano e una bacinella d’acqua e cominciò a lavare loro i piedi (cfr. Giovanni 13:2-15). Che indimenticabile lezione di umiltà nel servire gli altri! 
    Altro che le pompose, ipocrite ed esibizionistiche manifestazioni che piacciono tanto ai sedicenti suoi rappresentanti terreni!
    I cristiani non dovrebbero mai cercare di primeggiare credendosi così importanti da dover essere serviti dagli altri. Devono seguire il modello dato da Gesù. Non si tratta di lavare i piedi in maniera cerimoniale, bensì di essere disposti a servire senza parzialità, per quanto umile o sgradevole possa essere il compito.
     

                                     Babilonia 011

     

    Gesù … si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”.

    Giovanni 13:3-15

     
    Dopo aver fatto questo gesto molto significativo su quella che doveva essere l’attitudine dei veri cristiani, Gesù iniziò a consumare con gli apostoli la cena prevista dal rituale.
    A questo punto egli identificò tra di loro colui che lo avrebbe tradito. Il racconto dice infatti:
    Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. … Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto»” (Matteo 26:21-25).
    Detto questo allontanò il traditore dal gruppo dicendogli: “Quello che fai, fallo più presto”. Il racconto prosegue dicendo: “Perciò, ricevuto il boccone, egli uscì immediatamente. Ed era notte” (Giovanni 13:27-30).
    Rimasto solo con gli undici fedeli apostoli, Gesù fece qualcosa che non era, fino ad allora, previsto dal rituale.
    Il racconto dice:
             “Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane e lo benedisse, lo ruppe e lo diede ai discepoli e disse: «Prendete, mangiate;
             questo è il mio corpo».
     

                                                   Babilonia 005

     

    Poi prese il calice e rese grazie, e lo diede loro dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del nuovo patto che è sparso per molti per il perdono dei peccati” (Matteo 26:26-28 Di).

     

                                                   Babilonia 010

     

    Qual è il significato di questo nuovo rito e delle parole pronunciate da Gesù?
    Innanzitutto c’è da chiarire qual è il corretto significato della forma verbale greca es·tin´ usata in questi versetti e tradotta “è” (sia nel caso del pane che del vino).
    Al riguardo, in una solenne “professione di fede”, in data 30 giugno 1968, il Papa Paolo VI dichiarò: “Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell’ultima cena sono stati convertiti nel suo corpo e nel suo sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel corpo e nel sangue di Cristo gloriosamente regnante nel cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale. . . . Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione”.
    In altre parole durante la Messa, al momento dell’Eucaristia, il pane e il vino diventano in maniera miracolosa “veramente, realmente, sostanzialmente” corpo e sangue di Cristo (www.vatican.va - Catechismo della Chiesa Cattolica).
    Alcune chiese cosiddette “protestanti” invece sostengono una diversa teoria, quella della consustanziazione, cioè il pane e il vino restano tali ma nello stesso tempo diventano carme e sangue di Cristo, cioè coesistono.
    Qual è, alla luce del contesto biblico, la corretta interpretazione di queste parole?
    Sembra nessuna delle due sopra descritte!
    In Matteo 12:7, la versione cattolica della Bibbia della CEI traduce il verbo  es·tin´ con la parola “significa”.
    Una nota in calce a Marco 14:22 (l’equivalente di Matteo 26:26-28 sopra riportato) nella Bibbia spagnola La Sagrada Escritura, Texto y Comentario por Profesores de la Compañía de Jesús, Nuevo Testamento  (La Sacra Scrittura, testo e commento per professori della Compagnia di Gesù, Nuovo Testamento) afferma: “Dal punto di vista grammaticale, si potrebbe tradurre altrettanto bene ‘significa’ o ‘simboleggia’ quanto ‘è, nel senso di identità letterale. Come esempi in cui il significato è ‘simboleggia, si potrebbero citare Genesi 41:26; Ezechiele 5:5; Daniele 7:17; Luca 8:11; Matteo 13:38; 16:18; Galati 4:24; Apocalisse 1:20. Il significato ‘è’ … si deduce, come si può vedere dai manuali di dogma, escludendo la possibilità della metafora, o simbolismo, nonché dal modo in cui la Chiesa Primitiva comprese la frase”.
    Perciò le espressioni “questo è il mio corpo” e “questo è il mio sangue” vanno viste alla luce di altri brani delle Scritture in cui è usato un linguaggio descrittivo. Ad esempio Gesù disse pure: “Io sono la luce del mondo”, “Io sono la porta delle pecore”, “Io sono la vera vite”. (Giov. 8:12; 10:7; 15:1, CEI). Significavano queste espressioni che egli si trasformasse effettivamente in quelle cose a cui si paragonava? E’ impensabile!
    Per questo diverse versioni bibliche appropriatamente traducono la frase di Matteo 26:26-28 con “questo significa il mio corpo” e “questo significa il mio sangue” (versione di J. Moffat) o con “questo rappresenta il mio corpo” e “questo rappresenta il mio sangue” (versione LEF/F. Nardoni).
    Perciò sia il pane che il vino usati da Gesù nella circostanza avevano solo un valore simbolico, e il loro uso non richiedeva, e né avveniva, alcuna miracolosa trasformazione.
     
    Cosa, dunque, realmente simboleggiarono quegli emblemi usati da Gesù?
    Poiché il lievito nella Bibbia viene sempre usato come simbolo di peccato e corruzione (cfr. 1Corinzi 5:6-8), quel pane azzimo, cioè senza lievito, molto appropriatamente simboleggiava il corpo di Gesù il quale, non essendo diretto discendente di Adamo (avendo Dio trasferito miracolosamente la sua vita dai cieli nel seno della vergine Maria) non aveva ereditato la corruzione del peccato originale trasmessa da quel primo uomo a tutti i suoi discendenti.
    Il corpo perfetto di Gesù corrispondeva esattamente al corpo che aveva Adamo prima di peccare, un corpo che non doveva ammalarsi né invecchiare né morire, un corpo che avrebbe potuto anche generare una progenie perfetta; Gesù rinunciò a queste sue prerogative cedendo quel suo corpo perfetto in sacrificio quale prezzo di riscatto in favore di tutti i discendenti incolpevoli di Adamo, acquistandoli quindi come suoi figli e trasferendo di nuovo ad essi, come padre perfetto, il diritto alla vita eterna; nello stesso tempo, egli soddisfece la giustizia di Dio (cfr. Salmo 49:7).
    Scrisse infatti l’apostolo Paolo:
    Quando Gesù viene nel mondo dice: ‘“Non hai voluto né sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo. Non hai approvato olocausti e offerta per il peccato”. Quindi ho detto: “Ecco, io vengo (nel rotolo del libro è scritto di me) per fare, o Dio, la tua volontà”’. . . . Mediante tale ‘volontà’ siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo una volta per sempre” (Ebrei 10:5-10).
    Appropriatamente l’apostolo definì Gesù l’"ultimo Adamo" quando scrisse:
    Il primo uomo Adamo divenne anima vivente”. L’ultimo Adamo divenne spirito vivificante” (1Corinzi 15:45).
     

    Babilonia 008 

     
    come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato … la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire … Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”.
    Romani 5.12-19
     
    Il sangue era anche un sacro simbolo indicato nella Parola di Dio. Per la sua funzione vitale è sempre stato usato per rappresentare la vita di ogni creatura (cfr. 1Cronache 11:17-19). Fino al sacrificio di Gesù, infatti, Dio aveva accettato il sacrificio di animali, la cui vita era raffigurata dal loro sangue che veniva versato sugli altari, come temporaneo riscatto per la vita di uomini peccatori e perciò condannati a morire perché, come era scritto, “il salario del peccato è la morte” (Romani 6:23). Ma la vita degli animali non aveva lo stesso valore di quella vita umana perfetta persa da Adamo; ci voleva qualcosa di corrispondente. Questo fu fornito da Gesù “che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Timoteo 2:6). Il vino rosso usato da Gesù quella sera del 14 abib o nisan del 33 d.C. simboleggiò tutto questo.
    Proprio come il sangue dell’agnello ucciso dagli ebrei quel 14 abib o nisan del 1513 a.C. sparso sugli stipiti delle loro porte servì a salvare la vita dei loro primogeniti liberandoli dalla schiavitù egiziana, così il sangue versato da Cristo servì per la salvezza delle persone che, in maniera simile, mostrano fede nel provvedimento di Dio per liberarle dalla schiavitù al peccato e alla morte.
    Fu per questo motivo che Gesù fu anche definito “l'agnello di Dio … che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1:29).
    C’è un particolare molto significativo riguardo alla sua morte che viene narrato nel vangelo di Giovanni, capitolo19 versetti 31-33, dove è scritto:
    Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all'altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe”.
    Era usanza spezzare le gambe dei condannati per accelerarne la morte. Questo non fu necessario nel caso di Gesù e ricordò ai suoi discepoli il senso del comando che Dio diede agli ebrei la sera del 14 abib o nisan del 1513 a.C. di non rompere nessun osso all’agnello che dovevano uccidere (cfr. Numeri 9:12).
    Fu uno dei tanti aspetti profetici che si adempirono con la venuta di Cristo che rafforzano la nostra fede che la Bibbia è veramente l’ispirata Parola di Dio.
    Il significato vitale del sangue fu messo ulteriormente in risalto nel deserto del Sinai, ai piedi del Monte Horeb, quando Dio stipulò un patto con quel popolo in base al quale Egli si impegnò a prendersi cura di loro, a proteggerli e a farli prosperare mentre gli ebrei si impegnarono ad ubbidire alla Sua Legge.
    Questi furono infatti i termini di quel patto, come sono narrati in Esodo 19:3-9:
    da parte di Dio
    Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”.
    da parte degli ebrei
    Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!»”
    In quell’occasione furono sacrificati tori e capri il cui sangue, sparso sugli altari, servì a convalidare quel patto, mettendo ancora una volta la vita in relazione con l’ubbidienza a Dio e alla Sua Legge (cfr. Esodo 24:6-8; Ebrei 9:18-22).
    Mosè agì da mediatore di quel patto.
     
    In maniera simile quella sera del 14 abib o nisan del 33 d.C. anche Gesù divenne mediatore di un patto, “un nuovo patto”.
    Questo era stato profetizzato molti anni prima (circa il 580 a.C.). Per mezzo del profeta Geremia, infatti, Dio predisse che col tempo avrebbe sostituito il Patto della Legge con “un nuovo patto” che avrebbe permesso il completo perdono dei peccati, cosa impossibile sotto la Legge.
    Geremia scrisse:
    Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d'Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», … «ma questo è il patto che farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni» …«io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: "Conoscete il Signore!" poiché tutti mi conosceranno,dal più piccolo al più grande» … «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato»(Geremia 31:31-34).
    Il Patto della Legge mosaica, sebbene consentiva un temporaneo perdono dei peccati attraverso sacrifici animali, rappresentava comunque una condanna per gli tutti gli uomini, in quanto essendo imperfetti non sarebbero mai riusciti a rispettare, nella sua completezza, quella Legge così perfetta. Esso doveva dunque far comprendere alle persone la necessità di un provvedimento appropriato, di un atto di benignità da parte di Dio per la loro salvezza.
    Questo era lo scopo del Patto della Legge, come spiegò l’apostolo Paolo quando scrisse:
    Perché dunque la legge? Essa fu aggiunta a causa delle trasgressioni, finché venisse la progenie alla quale era stata fatta la promessa; … Così la legge è stata come un precettore per condurci a Cristo, affinché noi fossimo giustificati per fede” (Galati 3:19,24).
    Con la venuta di Cristo il Patto della Legge esaurì la sua funzione e dovette, dunque, esser tolto di mezzo e sostituito da quel Nuovo Patto predetto dal profeta Geremia.
    Il sacrificio della vita di Gesù stabilì la base legale, secondo la giustizia di Dio, per cancellare gli effetti del peccato adamitico.
    Perciò Gesù, quella sera del 14 abib o nisan del 33 d.C., a tavola con i suoi discepoli disse che il vino simboleggiava il suo sangue, o la sua vita, che sarebbe stata sacrificata per il perdono dei loro peccati, mettendolo in relazione con il Nuovo Patto.
    Quindi, come il precedente Patto della Legge fu convalidato dal sangue degli animali sacrificati, il Nuovo Patto fu convalidato dal sangue sparso di Cristo Gesù che ne divenne in tal modo anche il Mediatore. Spiegò bene questo concetto l’apostolo Paolo quando scrisse:
    Ma ora Cristo ha ottenuto un ministero tanto più eccellente in quanto egli è mediatore di un patto migliore, fondato su migliori promesse” (Ebrei 8:6 Di).
     
    Con chi venne stipulato questo Nuovo Patto?
    Il Patto della Legge fu stipulato da Dio con i discendenti naturali di Abramo, in base alla promessa di fare del suo seme “una grande nazione” che avrebbe dimorato nella terra di Canaan (cfr. Genesi 12:2; 13:14-17).
    Il Nuovo Patto fu stipulato da Dio con persone di tutte le nazioni che avrebbero esercitato fede nel Suo provvedimento di riscatto del genere umano per mezzo del sacrificio di Cristo e pertanto divenivano seguaci o discepoli di Gesù seguendone gli insegnamenti.
    Mosè stesso l’aveva profetizzato allorché disse agli ebrei appena liberati dalla schiavitù egiziana:
    L'Eterno, il tuo Dio, susciterà per te un profeta come me, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli; a lui darete ascolto … E l'Eterno mi disse: "… io susciterò per loro un profeta come te di mezzo ai loro fratelli e porrò le mie parole nella sua bocca, ed egli dirà loro tutto ciò che io gli comanderò. E avverrà che se qualcuno non ascolterà le mie parole che egli dice in mio nome, io gliene domanderò conto” (Deuteronomio 18:14-19).
    Questo cambiamento divenne evidente con gli avvenimenti che seguirono la morte di Cristo.
    Il terzo giorno Gesù fu risuscitato dalla morte (cfr. Matteo 28:1,5-7).
    Per quaranta giorni ancora rimase sulla terra dando le ultime istruzioni ai suoi discepoli (cfr. Atti 1:1-8).
    Quindi tornò dove era venuto, nel reame spirituale, per presentare a Dio il valore del suo sacrificio (cfr. Atti 1:9-11; Ebrei 9:24).
    Dieci giorni dopo, il giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo, o forza attiva di Dio scese, come aveva già fatto con Gesù al momento del suo battesimo nel Giordano, su 120 suoi discepoli radunati in una stanza di Gerusalemme a testimoniare che Dio approvava ciò che essi stavano facendo (cfr. Atti 2:1-4).
    Per i tre anni e mezzo successivi Dio tenne ancora aperta una porta privilegiata per entrare nel Nuovo Patto ai discendenti naturali di Abramo (cfr. Matteo 10:5,6).
    Nel 36 d.C., usando una delle simboliche chiavi concessegli da Gesù, l’apostolo Pietro fu inviato dallo Spirito di Dio a predicare in casa di un “gentile”, un non giudeo, il centurione romano Cornelio. Questi, e tutta la sua casa, fecero professione di fede nel valore del sacrificio di Cristo quale mezzo di riscatto dal peccato adamitico provveduto da Dio per il genere umano e divennero seguaci di Gesù (cfr. Atti 10:9-48).
    Questo avvenimento concluse il calcolo delle 70 settimane della profezia di Daniele capitolo 9 riguardante la venuta del Messia
    (cfr. il mio post del 24 novembre 2007).
    In quella circostanza disse l’apostolo Pietro:
    In verità io comprendo che Dio non usa alcuna parzialità; ma in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente, gli è gradito” (Atti 10:34,35 Di).
    Qualche decina di anni dopo l’intero sistema giudaico, quale era stato sotto il Patto della Legge, giunse alla fine.
    Nel 70 d.C. le legioni romane guidate da Tito distrussero Gerusalemme e il tempio. Tutte le loro registrazioni genealogiche andarono perdute o distrutte. Oggi, ad esempio, nessuno che si dichiara ebreo potrebbe sapere chi appartiene alla tribù di Levi e chi discende da Aaronne così da poter servire come sommo sacerdote. Tantomeno riuscirebbero gli ebrei a identificare un Messia, che essi ancora attendono, non potendo questi provare la sua appartenenza alla tribù di Giuda e la sua discendenza dalla casa reale di Davide
    (cfr. Genesi 49:10; Isaia 9:6,7).
     
    Lo studio serio e sincero della Parola di Dio davvero affascina per l’armonia e per la rispondenza ai fatti storici dei temi trattati.
    Comprendiamo, perciò, quanto  fu importante quel 14 abib o nisan del 33 d.C. per la storia dell’umanità!
    Fu un avvenimento davvero da ricordare, e Gesù stesso comandò: “fate questo in memoria di me” (Luca 22:19).
    Ma cosa i suoi discepoli avrebbero dovuto ricordare o commemorare, e come?
    E quali altri aspetti delle profezie bibliche furono ancora collegati con quell’avvenimento?
    Lo vedremo in un prossimo post.

     
    March 13

    UN IMPORTANTE AVVENIMENTO DA COMMEMORARE - I parte

     
    Era appena iniziato il 14mo giorno del settimo mese del calendario secolare (o agricolo) ebraico, il mese di abib o nisan (che iniziava con la prima luna nuova più vicina all’equinozio di primavera, il 21 marzo).
    Quella era dunque una notte di luna piena dell’anno 1513 a.C.
    C’era fermento nel paese d’Egitto. In nome del suo Dio Mosè aveva chiesto al Faraone di lasciare libero il popolo ebreo, fino allora tenuto in schiavitù, perché potesse recarsi a prendere possesso della terra che era stata promessa al loro capostipite, Abramo (cfr. Genesi 12:7;15:18).
    Nei giorni precedenti quel Dio aveva già manifestato la sua onnipotenza colpendo il paese con nove piaghe che umiliarono i falsi dei in cui gli Egiziani confidavano (cfr. Esodo capp. 7-10).
     
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    Alcune delle divinità egiziane. Tra queste c'è Iside, la dea madre,

    con in braccio il bambino Horus (quale culto “cristiano” vi ricorda?)

     

    La prima piaga, con la quale le acque del Nilo e tutte le acque d’Egitto furono trasformate in sangue causando la morte di tutti i pesci, alcuni dei quali erano persino venerati, fu un disonore per il dio-Nilo Hapi;

    La rana secondo il concetto egiziano era simbolo della fertilità e della risurrezione ed era sacra alla dea-rana Heqt. Perciò la seconda piaga, con la quale il paese fu totalmente invaso dalle rane, fu un disonore per questa dea;

    Con la terza piaga Mosè trasformò la polvere in culici (una sorta di zanzare). I sacerdoti egiziani non riuscirono con le loro scienze occulte, a fare altrettanto. Fu un’umiliazione per il loro dio Thot, inventore delle arti magiche o occulte, il quale non poté in nessun modo aiutarli a replicare il prodigio;

    Con la quarta piaga sciami di tafani (una sorta di mosca il cui morso è dolorosissimo) invasero le case degli egiziani; ma le case degli ebrei non ne furono colpite. Da questo momento tutte le piaghe che seguirono colpirono solo gli egiziani e non gli ebrei, o i loro animali e le loro cose;

    Con la quinta piaga, una pestilenza colpì il bestiame degli egiziani decimandolo, umiliando in tal modo divinità come la dea-giovenca Hathor, il dio Api raffigurato da un toro, e la dea-cielo Nut, raffigurata come una vacca con le stelle sul ventre;

    La sesta piaga colpì con dei foruncoli che piagarono gli uomini e gli animali egiziani; questa fu un disonore per gli dèi e le dee che si riteneva avessero il potere di sanare, come Thot, Iside e Ptah;

    La forte grandinata della settima piaga, che uccise chiunque fra gli egiziani e il loro bestiame si trovò all’aperto, fu una vergogna per gli dèi che si pensava controllassero le forze della natura, per esempio Reshpu, che si credeva dirigesse i fulmini, e Thot, che si diceva avesse il potere sulla pioggia e sul tuono;

    L’ottava piaga portò sciami di locuste che distrussero campi coltivati e alberi da frutta. Essa rappresentò una sconfitta per gli dèi ritenuti capaci di assicurare un abbondante raccolto, fra cui il dio della fertilità Min, protettore delle messi;

    La nona piaga portò le tenebre su tutto il paese disonorando le divinità solari come Ra e Horus, e anche Thot dio della luna, ritenuto il regolatore del sole, della luna e delle stelle.

     
    Babilonia 004
     

    “Di ad Aaronne: ’Prendi la tua verga e stendi la tua mano sulle acque dell’Egitto, sui loro fiumi, sui loro canali del Nilo e sui loro stagni folti di canne e su tutte le loro raccolte d’acqua, perché divengano sangue’. E per certo vi sarà sangue in tutto il paese d’Egitto e nei vasi di legno e nei vasi di pietra”

    Esodo 7:19

      

     
    Nonostante tali manifestazioni della potenza di quel Dio, il Faraone s’era intestardito nel rifiutare la liberazione degli ebrei.
    Perciò, quella fatidica notte del 14 abib o nisan del 1513 a.C. il Dio di Mosè si apprestava a colpire il paese d’Egitto con la decima e ultima piaga. Il racconto biblico dice:
    E il Signore diceva a Mosè: “Porterò ancora una piaga su Faraone e sull’Egitto. Dopo ciò egli vi manderà via di qui. Allorché vi manderà via al completo, letteralmente vi caccerà di qui … Verso la mezzanotte uscirò nel mezzo dell’Egitto, e ogni primogenito nel paese d’Egitto deve morire, dal primogenito di Faraone che siede sul suo trono al primogenito della serva che è alla macina a mano e a ogni primogenito di bestia. E certamente si leverà un grande grido in tutto il paese d’Egitto, come non ne è mai accaduto l’uguale fino ad ora, e come non ne accadrà mai più. Ma contro alcuno dei figli d’Israele nessun cane affilerà la lingua, dall’uomo alla bestia; perché sappiate che il Signore può fare una distinzione fra gli egiziani e i figli d’Israele” (Esodo 11:1-10).
    La morte dei primogeniti sarebbe stata la più grande umiliazione per gli dèi e le dee d’Egitto in quanto avrebbe dimostrato la loro completa impotenza per la salvezza dei loro adoratori. I sovrani egiziani si facevano chiamare dèi, figli di Ra o Amon-Ra. Si diceva che Ra o Amon-Ra avesse rapporti sessuali con la regina. Il neonato era dunque considerato un dio incarnato ed era dedicato a Ra o Amon-Ra presso il tempio. Perciò la morte del primogenito del faraone sarebbe stata in effetti la morte di un dio.
    La liberazione degli ebrei avrebbe, quindi, rappresentato il trionfo della vera adorazione su tutta la falsa adorazione che gli uomini avevano inventato dal Diluvio in poi, che la religione della potenza politica in quel momento dominante rappresentava.
     
    Gli ebrei dunque dovevano esser pronti, quella notte, a lasciare il paese per ‘passare’ da uno stato di schiavitù alla libertà, perché questo significa, nel senso più ampio, la parola ‘Pasqua’ coniata per l'occasione.
    Essa deriva dall’ebraico pèsach, cioè “passare oltre” e, in senso più specifico, richiama alla mente ciò che Dio fece in favore dei primogeniti degli ebrei quella notte. Egli, infatti, diede loro istruzioni ben precise su cosa avrebbero dovuto fare:
    ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa … Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell'anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e … lo immolerà al tramonto. Preso un po' del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull'architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Non lo mangerete crudo, né bollito nell'acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere … Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la pasqua del Signore! In quella notte io passerò per il paese d'Egitto e colpirò ogni primogenito nel paese d'Egitto, uomo o bestia; così farò giustizia di tutti gli dèi dell'Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio, quando io colpirò il paese d'Egitto” (Esodo 12:3-13).
    Dunque, ogni famiglia doveva prendere un montone o un capro sano, di un anno. Quando l’animale sarebbe stato ucciso il sangue doveva essere spruzzato con un mazzetto di issopo sugli stipiti e sull’architrave della porta dell’abitazione in cui l’avrebbero mangiato (non sulla soglia dove il sangue sarebbe stato calpestato).
    L’ubbidienza a questo comando avrebbe dimostrato la loro fede nel provvedimento di Dio per la loro salvezza e avrebbe tenuto in vita tutti i loro primogeniti poiché l'angelo che eseguiva il giudizio di Dio, vedendo il sangue sugli stipiti, sarebbe 'passato oltre'.
    L’agnello (o il capretto) doveva essere ucciso e scuoiato, le interiora dovevano essere pulite e rimesse a posto; poi doveva essere arrostito intero, senza rompere nessun osso, e doveva essere ben cotto (cfr. Numeri 9:12).
    Doveva essere mangiato insieme a pane non lievitato (non c’era il tempo per farlo lievitare), detto anche “il pane d’afflizione”, ed erbe amare, perché durante la schiavitù la vita degli israeliti era stata amara (cfr. Esodo 1:14; Deuteronomio 16:3).
    Tutto questo doveva esser fatto all’inizio del giorno, dopo che il sole era tramontato, tutto in quella stessa notte. Qualsiasi avanzo doveva essere bruciato prima del mattino.
     
    Quella notte del 14 di abib, o nisan, del 1513 a.C. gli avvenimenti si susseguirono esattamente come Dio li aveva preordinati e per il popolo ebreo significò la salvezza e la libertà da una afflizione che era durata ben 400 anni (cfr. il mio post del 18/11/2007).
    Perciò Dio ordinò loro:
    osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre. Quando poi sarete entrati nel paese che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. Allora i vostri figli vi chiederanno: Che significa questo atto di culto? Voi direte loro: È il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l'Egitto e salvò le nostre case(Esodo 12:24-27).
    La Pasqua divenne dunque una celebrazione commemorativa di quella miracolosa liberazione dalla schiavitù egiziana che gli ebrei osservavano una volta l’anno, lo stesso giorno di quegli avvenimenti, cioè il 14mo giorno del mese di abib o nisan (che da quel momento in poi divenne il primo mese dell’anno sacro ebraico - Esodo 12:2).
    Il rituale previsto per la commemorazione aveva un significato profetico che trovò il massimo adempimento il 14 di abib o nisan del 33 d.C. quando Gesù e i suoi apostoli si riunirono a Gerusalemme per la celebrazione annuale di quell’avvenimento.
    Ma di questo parleremo nel prossimo post.
    March 09

    UN POPOLO DI SANTI .... MA QUANTO E' GIUSTO?

     
     
     Babilonia 002
     

    Gentile Augias, di fronte a fatti come quello dei bimbi di Gravina, che ci sconvolgono, il pensiero di un cristiano non può non andare a Dio. Senza alcuno spirito polemico io mi chiedo quale può essere l’intervento divino nelle tristi vicende umane. Che cosa ne è dell’Angelo Custode, che dovrebbe proteggere ognuno di noi, soprattutto i bambini. A chi crede nei miracoli di Padre Pio, di S. Antonio, della Madonna (Gesù sembra faccia meno miracoli) o di San Gaspare del Bufalo, e di molti altri, io mi chiedo dove sono i santi nel momento del vero bisogno. Io penso che confidare nei miracoli è un brutto atto di presunzione, che offende la religione cristiana, offende tutti coloro che pregano fino a consumarsi per la salvezza di un figlio che muore, e in questo momento offende i bimbi morti di Gravina. Se Dio, Padre Pio, e tutti i santi e gli angeli del paradiso, avessero avuto la possibilità di salvare quei piccoli, magari, che so, facendo cadere nella cisterna la mattina dopo la sparizione, il bimbo che vi è caduto, state tranquilli amici miei cristiani, che lo avrebbero fatto. E senza bisogno delle nostre preghiere.

     
    Domenica scorsa, 1 marzo, è stata pubblicata su la Repubblica la lettera soprariprodotta che mi ha dato un bel po’ da pensare sui santi e sull’utilità della loro venerazione.
    Qualche giorno prima, il 29 febbraio, avevo letto un interessante post dal tema VADEMECUM DEL SANTO IPOTETICO pubblicato da Patrizia, una giovanissima “ricercatrice” di Catania sul suo blog http://medea2611.spaces.live.com/, un post che vi invito a leggere.
    Oggi leggo un articolo, sempre su la Repubblica, dal tema IL CORPO DEL SANTO – VITA INQUIETA DELLE RELIQUIE. In esso è detto, tra l’altro: “… la Chiesa del terzo millennio ha ancora bisogno di questi corpi irrequieti, di queste salme senza pace, senza diritto al riposo eterno e neppure a quello provvisorio, in attesa della parousìa; li disseppellisce, li richiama in servizio, li riveste di broccati e li espone in lucenti gabbie di cristallo, affinchè confortino, facciano miracoli, muovano coscienze e altri corpi, quelli dei pellegrini, a fiumi (quasi trenta milioni l’anno secondo l’Eurispes), convogliandoli verso i nostri 2.058 santuari, la maggioranza dei quali possiede se non un corpo intero almeno un braccio, un dito, un frammento anatomico benedetto da offrire a una venerazione di massa in cerca di misericordie tangibili”.
    Così si è ravvivata la mia curiosità di conoscere cosa dice la Parla di Dio, la Bibbia, riguardo un aspetto così importante dell'adorazione per un certo tipo di cristianesimo.
    Perciò mentre la cara PATATRAC (Patrizia non poteva scegliere nick più appropriato) ha trattato l’argomento con una disamina strettamente storica e una dialettica agnostica, nella fattispecie inappuntabile, io scendo in campo su un terreno più specifico, quello teologico.
    Il mio scopo è sempre lo stesso: mostrare quanto la preannunciata apostasia religiosa (cfr. Matteo 13:24-30;36-42) si è allontanata dagli insegnamenti biblici e come questo ha influito sullo sviluppo, oltre che di un falso cristianesimo, anche di ideologie o filosofie che non hanno saputo trovare altra alternativa all’illogica credulità clericale che l’esaltazione della ragione e della intelighentia umana, così che anche gli “adepti” di queste ultime, infine, “hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore” (Romani 1:25).
     
    Come si evince dalla ricerca effettuata da Patrizia, secondo la dottrina cattolica, i santi sono persone morte, riconosciute tali solo dopo la loro morte, che ora si trovano in cielo con Cristo e che hanno ottenuto il riconoscimento della Chiesa per eccezionali doti di virtù e santità.
    La professione di fede del Concilio di Trento (svoltosi dal 1545 al 1563 d.C.) afferma poi che i santi devono essere invocati come intercessori presso Dio, e che sia le reliquie che le immagini dei santi debbano essere venerate.
    (Il caso di attualità riguardante “Padre Pio” è un tipico esempio di tutto ciò).
     
    Cosa effettivamente insegna la Parola di Dio, l’unica autorità per i veri cristiani, sui santi?
    Scrivendo la prima delle sue lettere a tutti i seguaci di Cristo Gesù del suo tempo l’apostolo Pietro disse loro: “secondo il Santo che vi ha chiamati, divenite anche voi santi in tutta la vostra condotta, perché è scritto: “Dovete essere santi, perché io sono santo” (1Pietro 1:15,16). Il racconto degli Atti degli apostoli rivela ulteriormente “che mentre Pietro andava a far visita a tutti si recò anche dai santi residenti a Lidda” (Atti 9:32).
    Anche l’apostolo Paolo iniziò la sua seconda lettera ai cristiani in Corinto con queste parole: “Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Timòteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto e a tutti i santi dell'intera Acaia” (2Corinzi 1:1).
    Cosa, dunque, appare subito evidente in questi versetti?
    Che il riconoscimento della condizione di santi non era rimandato a dopo la morte delle persone, come vien fatto nella Chiesa Cattolica, ma mentre queste erano ancora in vita venivano considerate e dovevano comportarsi come tali.
    Inoltre, il termine greco usato nel testo biblico e tradotto santo è hàgios e corrisponde all’originale usato nel testo ebraico qòdhesh che dà l’idea di qualcosa di separato, esclusivo o dedicato a Dio; con entrambi i termini, pertanto, nella Bibbia si indica la condizione di chi o di ciò che è riservato o appartato per il servizio di Dio.
    Ad esempio, sul turbante del sommo sacerdote, nell’antico Israele, vi era una lamina d’oro con incise queste parole “La santità appartiene a Dio”. Questa lamina, era anche chiamata “il santo segno di dedicazione”, e stava a indicare che il sommo sacerdote era appartato per un servizio di particolare santità (Esodo 28:36; 29:6).
    L’intera nazione d’Israele era poi considerata santa perché Dio l’aveva scelta tra tutti gli altri popoli quale speciale proprietà e doveva servire per adempiere la sua promessa di benedire tutte le nazioni della terra (cfr. Genesi 22:18).
    Tramite Mosè Dio disse, infatti, ai componenti di quella nazione: “E ora se ubbidirete strettamente alla mia voce e osserverete in realtà il mio patto, allora certamente diverrete di fra tutti gli altri popoli la mia speciale proprietà, perché l’intera terra appartiene a me.
    E voi stessi mi diverrete un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Esodo 19:5,6).
    Notiamo in queste parole che la santità è anche messa in relazione con l’ubbidienza alla Parola di Dio.
    Riprendendo questo tema, nella scrittura sopra citata osserviamo che ai santi del primo secolo l’apostolo Pietro disse: “Come figli ubbidienti, cessate di conformarvi ai desideri che aveste un tempo nella vostra ignoranza, ma, secondo il santo che vi ha chiamati, divenite anche voi santi in tutta la vostra condotta” (1Pietro 1:14,15).
    Ancora la santità è messa i relazione con l’ubbidienza.
    Al successivo versetto 22 egli poi specifica: “Avete purificato le vostre anime mediante la vostra ubbidienza alla verità” (1Pietro 1:22).
    È chiaro dunque che per esser considerati santi le persone dovevano e devono ubbidire alla verità dichiarata da Dio nella sua Parola scritta. Gesù attestò questo allorché dichiarò: “Santificali per mezzo della verità; la tua parola è verità” (Giovanni 17:17).
    Solo il rispetto di questa verità le rende idonee per esser santi o “appartati”, cioè separati dal resto dell’umanità, sia per quanto riguarda gli insegnamenti [che corrispondono agli insegnamenti rivolti all’antico popolo di Dio esposti nelle scritture “ebraiche”, o Vecchio Testamento, e agli insegnamenti rivolti ai cristiani espressi nelle scritture “greche”, o Nuovo Testamento], sia nella condotta che risulta moralmente e socialmente più elevata rispetto al resto dell’umanità.
    Fu proprio per tale motivo che l’apostolo Paolo, prendendo la parola in quello che possiamo considerare il primo, e anche unico, “concilio” apostolico della chiesa cristiana, [tenuto a Gerusalemme intorno al 49 d.C.] disse che “Dio per la prima volta rivolse l’attenzione alle nazioni per trarne un popolo per il suo nome” (Atti 15:14).
    Tutto questo fa crollare il fondamento della dottrina cattolica riguardo ai santi in quanto stabilisce che le persone non diventano tali per decreto di un uomo o di un’organizzazione né perché si sono distinti per qualche eccezionale virtù ma è di Dio stesso che li sceglie in armonia con il Suo proposito.
    Le Scritture dicono infatti: “Egli … ci ha chiamati con una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma a motivo del suo proprio proposito e della sua propria immeritata benignità” (2Timoteo 1:9).
    Un ulteriore prova di tutto ciò ce la fornisce l’apostolo Paolo nella sua lettera indirizzata ai “santi”, cioè a tutti i cristiani, che erano in Roma, dove scrive: “Paolo, schiavo di Gesù Cristo e chiamato ad essere apostolo, separato per la buona notizia di Dio … si Gesù Cristo nostro Signore, per mezzo del quale abbiamo ricevuto … apostolato affinché ci sia ubbidienza di fede … a tutti quelli che sono a Roma come diletti di Dio, chiamati ad essere santi …”  “lo spirito [di Dio] stesso rende testimonianza col nostro spirito che siamo figli di Dio” (Romani 1:1-7; 8:16).
    Perciò ognuno dei “santi” ha dentro di se la testimonianza dello spirito di Dio di essere stato scelto e chiamato a svolgere uno speciale incarico o servizio in relazione al proposito di Dio. Nessun altro uomo gli può attribuire l’aureola di santità!
    (Peraltro l’aureola luminosa, o nimbo, posta intorno alla testa delle figure dei santi nella Chiesa Cattolica è di chiara origine pagana poiché “era usata da artisti e scultori pagani per rappresentare simbolicamente la grande dignità e potenza delle varie divinità. Nell’arte classica tale attributo fu dato alle divinità dell’Olimpo, specie a quelle simboleggianti la luce, come Apollo-Helios-Sole; Artemide-Selene-Luna; ad Eos-Aurora; a Phosphorus-Lucifero” - Enciclopedia Cattolica - Città del Vaticano, 1948-1954, Vol. VIII, col. 1884).
     
    Molte persone sincere si sono rivolte e si rivolgono in preghiera ai “santi”.
    Lo fanno perché credono che intercedano presso Dio a loro favore. Questa pratica è grandemente incoraggiata e favorita dalla Chiesa Cattolica la quale sostiene che “un cattolico non può nutrire nessun dubbio sul fatto della loro intercessione, giacché il Concilio di Trento definì chiaramente questo dogma: ‘i santi, regnando insieme a Cristo, offrono a Dio le loro preghiere per gli uomini’ …”
    (The New Catholic Encyclopedia).
    Gli Acta Sanctorum, pubblicati dal 1643, menzionano oltre 17.000 “santi” a cui le persone possono rivolgersi per chiedere di intercedere presso Dio a loro favore.
    E’ corretto tutto questo? Cosa insegna Dio nella sua Parola?
    L’enciclopedia sopra citata dice ancora: “Riguardo all’intercessione dei morti per i vivi, di cui non è fatta nessuna menzione nei libri più antichi del Vecchio Testamento, … Se negli scritti del Nuovo Testamentonon c’è nessuna esplicita menzione del soggetto, nella pratica della Chiesa primitiva c’è ancora un’abbondante quantità di prove le quali dimostrano fede e credenza nel potere di intercedere di quelli che erano ‘morti in Cristo’. Tali prove … si vedono nei molti epitaffi, nelle anafore, nelle litanie, nei documenti liturgici, negli atti dei martiri e nelle frequenti allusioni che si incontrano nella letteratura patristica orientale, greca e latina”.
    Un’altra enciclopedia al riguardo osserva: “Si deve ricordare che sono soltanto aggiunte non scritturali e che ebbero origine dopo l’introduzione nel sistema ecclesiastico del neoplatonismo alessandrino e delle dottrine dei magi d’Oriente, che lasciò le sue tracce anche nella forma più ortodossa di adorazione cristiana, nonché di credo, fino al quarto e al quinto secolo, periodo della storia della Chiesa Cristiana in cui le eresie, per usare un’espressione comune, erano quasi all’ordine del giorno” (Cyclopædia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature di M’Clintock e Strong).
    Tale insegnamento, dunque, non ha un fondamento biblico ma pianta le sue radici ancora nella filosofia greca e nelle pratiche pagane di origine babilonese. La Parola di Dio dice esplicitamente che i morti “non sanno niente … Non c’è attività né ragione, né cognizione o sapienza fra i morti” (Ecclesiaste 9:5,10). Perciò le persone morte, “santi” inclusi, nel loro stato di completa incoscienza non possono avere né hanno alcun ruolo di mediazione con Dio. Per essere ancora più espliciti, Gesù affermò: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6). E l’apostolo Paolo aggiunse: “C’è infatti un solo Dio e un solo mediatore tra Dio e gli uomini, un uomo, Cristo Gesù” (1Timoteo 2:5).
     
    Che dire allora della venerazione che le persone hanno per i santi e per le loro immagini?
    Ciò che le Sacre Scritture dicono sull’uso delle immagini nell’adorazione è stato sempre chiaro fin dall’inizio della loro stesura! Il secondo dei 10 comandamenti dice esplicitamente: “Non devi farti immagine scolpita né forma simile ad alcuna cosa che è nei cieli di sopra o che è sulla terra di sotto o che è nelle acque sotto la terra. Non devi inchinarti davanti a loro né essere indotto a servirle, perché io, il Signore tuo Dio, sono un Dio che esige esclusiva devozione” (Esodo 20:4,5).
    Con l’avvento del cristianesimo le cose non sono affatto cambiate! Parlando di coloro che non rispettano questo comando, l’apostolo Paolo disse: “Benché asseriscano di essere saggi, sono divenuti stolti e hanno mutato la gloria dell’incorruttibile Dio in qualcosa di simile all’immagine dell’uomo corruttibile” (Romani 1:22,23).
    Molti, però, si giustificano dicendo che inginocchiandosi davanti all’immagine di un “santo” non commettono idolatria ma semplicemente onorano ciò che essa rappresenta!
    Il loro pensiero riflette l’insegnamento della loro Chiesa la quale afferma: “Dato che il culto reso a un’immagine va alla persona che ne è rappresentata e ricade su di essa, lo stesso tipo di culto che spetta alla persona può essere reso all’immagine che la rappresenta” (New Catholic Encyclopedia, 1967, Vol. VII, p. 372).
    Molto significativo al riguardo è il racconto degli Atti apostolici: al capitolo 10, versetti 25 e 26 è scritto: “Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: ‘Alzati: anch’io sono un uomo!’”
    L’apostolo Pietro da vivo non approvò alcuna adorazione o venerazione della sua persona. Come potrebbe approvarla da morto?
    Quando l’apostolo Giovanni si inginocchiò davanti all’angelo della visione apocalittica questi, in maniera simile, gli disse: “Non farlo!
    Io sono servo come te e i tuoi fratelli … È Dio che devi adorare” (Apocalisse 19:10).
     
    Babilonia 003
     

    Per far capire l’assurdità dell’uso di immagini nell’adorazione Dio ha fatto scrivere queste parole:

    Il falegname stende il regolo, disegna l’immagine con il gesso; la lavora con scalpelli, misura con il compasso, riproducendo una forma umana, una bella figura d’uomo da mettere in un tempio. Egli si taglia cedri, prende un cipresso o una quercia che lascia crescere robusta nella selva; pianta un frassino che la pioggia farà crescere. Tutto ciò diventa per l’uomo legna da bruciare; ne prende una parte e si riscalda o anche accende il forno per cuocervi il pane o ne fa persino un idolo e lo adora, ne forma una statua e la venera. Una metà la brucia al fuoco, sulla brace arrostisce la carne, poi mangia l’arrosto e si sazia. Ugualmente si scalda e dice: ‘Mi riscaldo; mi godo il fuoco’. Con il resto fa un dio, il suo idolo; lo venera, lo adora e lo prega: ‘Salvami, perché sei il mio dio!’. Non sanno né comprendono; un velo impedisce agli occhi loro di vedere e al loro cuore di capire. Essi non riflettono, non hanno scienza e intelligenza per dire: ‘Ho bruciato nel fuoco una parte, sulle sue braci ho cotto perfino il pane e arrostito la carne che ho mangiato; col residuo farò un idolo abominevole? Mi prostrerò dinanzi ad un pezzo di legno?’”

    (Isaia 44: 13-19)

     
    Per riassumere, dunque, secondo le Sacre Scritture i “santi” non vengono nominati dagli uomini dopo la morte in base a qualche particolare virtù o atto eroico da essi compiuti, ma vengono scelti da Dio, mentre sono ancora in vita, in base alla loro ubbidienza alla verità esposta nella sua Parola scritta e da Lui “appartati” (questo è il vero etimo della parola) per compiere uno speciale servizio in relazione al suo proposito.
    Ad essi non viene riconosciuta alcuna funzione mediatrice tra Dio e l’uomo in quanto questa è stata attribuita soltanto a Cristo Gesù. Perciò è del tutto inutile rivolgersi a loro in preghiera per chiedere di intervenire a nostro favore presso Dio perché non possono farlo. Altrettanto sbagliato è adorarli o venerarli, anche in forma di reliquie, o farne delle immagini davanti alle quali inginocchiarsi, perché questo è decisamente condannato da Dio!
     
    Allora, perché la Chiesa Cattolica, e non solo essa perché anche altre chiese, quali l’ortodossa, le chiese orientali e alcune chiese protestanti, incoraggiano e sostengono il culto dei santi?
    Per capirlo esaminiamo un attimo ciò che accadde circa 40 anni fa, quando la Chiesa Cattolica rimosse dal calendario liturgico 200 santi tra cui alcuni molto noti, come S. Valentino, il santo degli innamorati, S. Cristoforo, patrono dei viaggiatori, S. Giorgio d’Inghilterra e S. Nicola, peraltro celebrato da molti come Santa Claus [Babbo Natale].
    In particolare furono “abbassati” dalla loro elevata posizione 46 santi nominati, rimossi a causa della dubbia storicità, 44 antichi martiri romani insieme a 82 martiri non romani, 5 fondatori titolari di chiese e 23 papi.
    Il motivo basilare della rimozione fu che nel loro caso non era mai stata seguita quella procedura “burocratica” della canonizzazione descritta nel post di Patrizia all’inizio citato.
    Questa procedura, oltre ad essere lunga, ha un costo, anche abbastanza elevato (non ricordo se in quel post era specificato) e può ammontare a migliaia e migliaia di euro. Tale costo dev’essere sostenuto dal “postulante”, cioè dalla persona o dal gruppo che presenta e sostiene la causa. Però una volta che un santo è stato canonizzato dalla Chiesa, tale santità diviene irrevocabile.
    Ad esempio, quando nel 1975 il Papa Paolo VI canonizzò per la prima volta una persona nativa dell’America, Elizabeth Ann Bayley Seton, The Wall Street Journal  scrisse che “gli zelanti sostenitori di Elizabeth Seton avevano partecipato a un’impresa più ardua di qualsiasi campagna politica e certamente tanto costosa quanto la maggioranza d’esse”. Si dovettero pagare decine di avvocati e medici per difendere i meriti della sua causa e confermarne i “miracoli”; si dovettero tradurre in italiano numerosi documenti che sarebbero serviti alle autorità vaticane.
    Il bilancio annuo di 22.000.000 di lire della Congregazione di Madre Seton dovette essere integrato con la richiesta di nuovi fondi. Sembra poi che la sfarzosa cerimonia di canonizzazione tenuta a Roma sia costata molto di più dei 68.000.000 di lire che furono necessari per la celebrazione in America; solo l’affitto della basilica di S. Pietro sarebbe costato quasi sette milioni di lire (stiamo parlando di somme il cui effettivo valore deve essere rapportato a circa 30 anni fa).
    Ogniqualvolta si avvia una procedura di canonizzazione non si lascia in pace neppure la salma perché Roma vuole una precisa identificazione delle spoglie. Esumate, le ossa di Elizabeth Seton divennero “reliquie di prima classe”. Un osso fu mandato a Papa Paolo VI; messi in scatole speciali, i frammenti furono inviati come ricompensa a coloro che avevano dato il massimo contributo alla sua causa.
    Tra i santi rimossi c’era anche S. Filomena, una delle sante più riverite. Molti cattolici furono turbati di sapere che non era mai esistita in senso religioso. Per 150 anni avevano venerato una persona che non era mai esistita! Com’era stato possibile? Perfino il cardinale Cushing, arcivescovo di Boston, fu messo in difficoltà. Aveva appena distribuito quasi 800 piccole statuette della “santa” ai parrocchiani e stava per dedicare la chiesa di S. Filomena quando apprese che era stata deposta dall’elenco dei santi.
    Una monaca pianse tutto il giorno: aveva dedicato 45 anni della sua vita alla causa di S. Filomena. Aveva perfino scritto un libro su di lei (S. Filomena, potente presso Dio), e aveva raccolto 6.200.000 lire per costruire un oratorio dedicato alla santa. Ma le era stato detto che la sua santa preferita poteva non essere mai esistita.
    Cosa è successo in seguito? Il New York Times riferì che il commesso di un grande negozio di oggetti religiosi di fronte alla cattedrale di S. Patrizio in New York disse che ‘le medaglie di S. Filomena sono ancora vendute e ce ne sono richieste quasi giornalmente’.
    E che dire delle statuette di S. Cristoforo che gli automobilisti mettevano sui cruscotti delle loro auto, credendo che queste li proteggessero in qualche modo da gravi incidenti? Le persone continuano regolarmente a comprarle.
    La rimozione di quei santi fu un colpo che smosse non poco il mondo cattolico il cui turbamento allarmò il Vaticano che corse ai ripari con un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano in cui si affermava che nessun santo era stato in effetti abolito e che i santi rimossi dal calendario potevano ancora essere venerati a livello locale.
    Per questo motivo molti commercianti dapprima preoccupati si sono in seguito rasserenati.
    Donald Antaya, presidente di una ditta di gioielli che offre una delle più fornite serie di medaglie di santi patroni e protettori negli Stati Uniti, ha confessato: “S. Cristoforo terrà il suo posto, indipendentemente da ciò che il Vaticano dice”.
    Riuscite a capire il vero motivo per cui viene incoraggiata la devozione ai santi?
    Siete mai stati in un luogo di culto di qualche santo? Cosa avete notato tutto intorno? Non è forse pieno di negozi e di bancarelle che vendono medagliette, statuette e altri oggetti religiosi?
    Guardate queste foto scattate a Catania durante i festeggiamenti di S. Agata.
     

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    Vendita di candele e di statuette argentate raffiguranti la santa

     

    Ora provate a leggere il racconto biblico relativo al tempo in cui l’apostolo Paolo, uno dei santi che ubbidivano alla verità della Parola di Dio, andò a predicare nella città di Efeso, città nota in tutta la terra per il famoso tempio di Artemide.

    Esso dice: In quel particolare tempo sorse non poco disturbo … Poiché un certo uomo di nome Demetrio, argentiere, facendo tempietti d’argento di Artemide forniva agli artefici non poco guadagno; e radunò questi e coloro che lavoravano a tali cose e disse: “Uomini, voi sapete bene che da questo commercio abbiamo la nostra prosperità. E vedete e udite come non solo a Efeso ma in quasi tutto il distretto dell’Asia questo Paolo ha persuaso una considerevole folla e l’ha volta a un’altra opinione, dicendo che quelli che sono fatti da mani non sono dèi. Inoltre, esiste il pericolo non solo che questa nostra occupazione cada in discredito, ma anche che il tempio della grande dea Artemide sia stimato come nulla …” (Atti 19:23-34).

    La fabbricazione dei tempietti d’argento di Artemide era un affare molto redditizio. Può essere che lo sia anche quello connesso alla vendita di oggetti sacri legati al culto dei santi? Che ne dite?

     


     

    I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo terreno. Hanno bocca, ma non possono parlare; hanno occhi, ma non possono vedere; hanno orecchi, ma non possono udire. Hanno naso, ma non possono odorare. Hanno mani, ma non possono toccare. Hanno piedi, ma non possono camminare; non esprimono suono con la loro gola. Proprio come loro diverranno quelli che li fanno, tutti quelli che in essi confidano - Salmo 115:4-8