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March 30 EVOLUZIONE O CREAZIONE: QUAL'E' LA VERITA'? - AppendicePERCHE’ “CI CREDONO” ?
Mentre camminavo attraverso le sale del Palazzo delle Esposizioni a Roma, che ospitano in questo periodo la mostra celebrativa su Darwin, e osservavo quelle che con molta enfasi, e anche con molta fantasia, vengono spacciate per “le prove” dell’Evoluzione, davanti alla palese inconsistenza delle stesse mi chiedevo cosa avesse spinto Darwin a insistere con tanta tenacia su una teoria che presentava lacune scientifiche così tanto marcate da essere, a distanza di tanti anni e con il notevole progresso che c’è stato nelle conoscenze, sempre più in discussione e sempre meno attendibile. E mentre così riflettevo mi sono imbattuto in un poster che forse conteneva la chiave di risposta alla mia domanda.
Parlando della vita privata dello scienziato e della morte prematura, a 10 anni, della sua figlioletta Annie, il testo del cartello diceva “… Emma [la moglie di Darwin] la immaginava in paradiso, mentre Charles non poteva … Per tutta la vita pianse la perdita della sua ‘povera, cara, cara bambina’”.
Qualche giorno dopo mi è capitato di leggere, sull’inserto del Venerdì di Repubblica, un articolo sulla Mostra in questione, con una breve intervista a Richard Dawkins, zoologo e docente dell’Università di Oxford, definito dall’articolista “uno degli intellettuali più stimolanti e spregiudicati in circolazione”, strenuo difensore della teoria darwiniana nonché autore del bestseller L’illusione di Dio, con il quale ha dissertato che Dio non esiste e che l’ateismo è un’aspirazione “nobile e coraggiosa. Si può essere atei felici, equilibrati, morali e intellettualmente appagati”. Ebbene, in tale intervista Dawkins dice di Darwin: “Da giovane … fu vicino alla Chiesa, ma poi perse la fede. A causa dei suoi studi, si, ma anche perché accumulava dubbi sulla benevolenza divina: la morte dei figli, la brutalità della natura, le sofferenze orribili che vedeva intorno a se … però non si definì mai ateo: era agnostico”.
Una reazione molto comune, questa, tra il genere umano.
Quanto spesso davanti ad una terribile malattia, o a una disgrazia o davanti alla morte di una persona cara, di un figlio, come nel caso di Darwin, ci si chiede perché, se Dio esiste, permette che accadono queste cose che tanto dolore causano? La mancanza di una risposta “logica” o anche, una risposta falsa e menzognera, se non addirittura diabolica (perché pone Dio sotto una cattiva luce e ricordiamo che la parola “diavolo” significa proprio “calunniatore”), come quella che spesso si sente dare dal clero del falso cristianesimo, che Dio, nel caso della morte di un bambino, abbia voluto portarsi in cielo un altro “angioletto” (vi è mai capitato di ascoltare questa stupida “giustificazione”? … a me si!), lasciando qui sulla terra dei poveri genitori affranti (che cosa malvagia!) spesso allontana le persone da Dio se non, addirittura, le fa “arrabbiare” contro Dio!
Scrive, ad esempio, Corrado Augias, noto giornalista e scrittore "laico", recensendo il libro Disputa su Dio e dintorni, scritto e pubblicato insieme ad uno scrittore "credente", Vito Mancuso, "non credo che siamo stati creati per volontà di un qualche dio; tanto meno che siamo fatti 'a sua immagine e somiglianza', ci sono giorni in cui mi guardo intorno, vedo o leggo ciò che succede e trovo questa affermazione come minimo impropria ... Se poi penso agli orrori di cui gli uomini, compresi gli uomini di chiesa, sono stati capaci, mi sembra addirittura blasfema".
Se poi aggiungiamo le tante cose storte che vengono insegnate come se venissero da Dio, quale, ad esempio e tanto per citarne qualcuna di attualità, la condanna dell’uso di metodiche contraccettive, ch'è lasciato alla libera scelta personale, non essendoci nella Parola di Dio, l’espressione scritta della Sua volontà, alcun comandamento in merito, e le tante altre forzature sul libero esercizio della propria coscienza laddove non esiste un preciso comando scritturale, che sono fatte nel nome di Dio solo al fine di dominare le coscienze ed esercitare su di esse quel potere che Dio non ha dato a nessun uomo (cfr. Romani 2:14,15; 14:22,23), allora si può cominciare a comprendere “la tigna” (come si dice nella mia città), e spesso anche la “veemenza” di espressione, come quella del giovane commentatore di questi miei post (beato lui, perché la sua giovane età veramente è cosa invidiabile, oltre ad essere un’attenuante), che spinge molti a rifiutare “a priori” di considerare con la dovuta attenzione e serietà anche “le prove” che ci sono sull’esistenza di un Creatore.
A proposito del citato Dawkins, strenuo sostenitore dell’ipotesi evolutiva, il quale afferma che “la teoria darwiniana è ora confortata da tutte le rilevanti testimonianze disponibili, e la sua veridicità non è messa in dubbio da nessun serio biologo moderno” (New Scientist, “The Necessity of Darwinism”, di Richard Dawkins, 15/4/1982, pg. 130), egli è un classico esempio di come si comportano molti “scienziati” evoluzionisti.
Essi tentano di mettere a tacere ogni opposizione alle loro idee facendo ricorso a dichiarazioni del genere e lasciando intendere che solo gli incompetenti potrebbero non crederci. Quanti profani oseranno contraddirli?
Ad esempio, il mio giovane interlocutore (evidentemente cresciuto alla scuola di convinti evoluzionisti … mi chiedo quale sarebbe la sua opinione se fosse, invece, cresciuto in una scuola meno fondamentalista, tipo quella del biologo Giuseppe Sermonti) anche lui, afferma: “voler bollare le testimonianze fossili sull'evoluzione umana come mere falsita' … e' davvero un'aberrazione, un insulto alle centinaia di paleoantropologi che hanno studiato e sudato per interpretare, datare e collocare i numerosi reperti in loro possesso. Non solo: la storia dei reperti paleoantropologici è stata ricollegata alla storia dei cambiamenti climatici ed ecologici che ha subito la terra sin da quando si suppone (dico "suppone" perche' rettifiche sulla datazione sono sempre possibili) [ma va?! … dico io!... siamo, però, ancora e sempre nel campo della “supposizione”] abbia avuto origine la famiglia ominide. Quindi non solo è del tutto assurdo rigettare la sterminata collezione di reperti ominidi, ma è ancora più assurdo e tendenzioso voler ignorare il fatto che questa storia CONCORDA con quanto sappiamo dalle altre discipline, non ultima la biologia molecolare”.
E ancora afferma “lei parla di "interrogativi senza risposta", citando un cartellone della mostra, come se questi interrogativi interessano il cuore della questione. Sbagliato: il nocciolo della questione, che le specie derivino da un antenato comune, è assolutamente e saldamente comprovato da tutti i dati in nostro possesso, e sono tanti. Che poi vi siano questioni ancora dibattute è innegabile [ma va?! … dico ancora io! … e come mai?]. Ma, se lo lasci dire, è un qualcosa che riguarda qualsiasi teoria scientifica sia oggi feconda per la ricerca”.
Posso controbattere con la stessa risposta che è stata data al Dawkins, riguardo al quale è stato detto: “Richard Dawkins ha forse così poca fede nelle prove a sostegno dell’evoluzione da dover ricorrere ad affermazioni gratuite e generiche per liquidare coloro che dissentono dalle sue opinioni?” (New Scientist, “Letters”, 13/5/1982, pg. 450).
Si è mai chiesto il giovane amico come mai non si fanno più accesi dibattiti sul fatto che la terra ruoti attorno al sole, o che l’acqua sia formata da idrogeno e ossigeno o che esista la forza di gravità, “teorie” sulle quali pur ci sono state grandi e contrastanti opinioni nel passato, “mentre i processi e i meccanismi dell’evoluzione rimangono argomento di un acceso dibattito”? (ibid.)
Il fatto è che mentre si può dimostrare sperimentalmente che la terra ruota attorno al sole, che l’acqua è formata da idrogeno e ossigeno e che la forza di gravità esiste, l’evoluzione non è dimostrabile sperimentalmente.
Walter R. Thompson, che fu direttore del Commonwealth Institute of Biological Control di Ottawa, in Canada, nella sua prefazione all’edizione centennale de L’Origine della specie di Darwin, non a caso ha scritto:
“Se gli argomenti non reggono all’analisi, non è il caso di dare il proprio assenso, e una conversione in massa sulla base di argomentazioni non valide è da considerarsi deplorevole … I fatti e le interpretazioni su cui si basava Darwin non convincono più. Le estese ricerche sull’ereditarietà e la variazione hanno minato la posizione darwiniana. Uno spiacevole e prolungato effetto del successo dell’Origine delle specie è stata l’assuefazione dei biologi a speculazioni non verificabili … Il successo del darwinismo è stato accompagnato dal declino dell’integrità scientifica. Questa situazione, in cui uomini di scienza si schierano in difesa di una dottrina che non sono in grado di definire scientificamente, e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico, nel tentativo di mantenerne il credito presso il pubblico attraverso la soppressione della critica e l’eliminazione degli ostacoli, è anormale e indesiderabile nella scienza”.
Questo è ciò che affermano stimati uomini di scienza.
Come vede, mio giovane amico, “montagne di spazzatura” spacciate per nozioni scientifiche possono esserci anche dalla parte di chi vuol sostenere a tutti i costi che la teoria dell’evoluzione è ormai un dato di fatto! Come, e qui convengo con lei, “montagne di spazzatura” si trovano anche tra molti falsi religionisti che propinano idee ed interpretazioni personali come fatti scritturali (che si basano, cioè, sulla Sacra Scrittura) e di questo, se ha letto bene i miei post, ne dò ugualmente atto!
Io non sono uno “scienziato” ma una semplice persona comune con una capacità cerebrale nella media (circa 1.450 cc., ben diversa da quella delle scimmie, circa 700/800 cc., alla cui specie non mi vanto certo di appartenere né di discendere). Sono, però, un uomo di fede, che ha costruito la propria fede sull’evidenza, anche scientifica, che la Bibbia non è un libro che esprime pensieri umani ma, come disse uno degli uomini che furono impiegati per scriverla, “quale veracemente è, come parola di Dio” (1Tessalonicesi 2:13). E’, dunque, sotto questo aspetto, che principalmente mi preme capire i perché che ruotano attorno alla teoria dell’evoluzione.
Lo stesso scrittore che ho sopra citato, afferma, sotto ispirazione divina:
“poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti … E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa”. – Romani 1:19-32
Il rifiuto di Dio è antico e risale agli albori dell'esistenza umana.
Iniziò con la prima coppia, un uomo e una donna che non discesero da alcuna specie inferiore essendo stati creati direttamente da Dio (cfr. Genesi 1:26,27). E l’esplosione improvvisa della vita intelligente sulla terra, piuttosto che una lenta evoluzione nel tempo, sembra supportare in pieno questa tesi!
Erano esseri già ben formati non solo in tutte le loro parti fisiche ma anche morali, cosa da non sottovalutare affatto, e con una capacità che nessun’altra specie vivente ha: l’intelletto, una sorta di hard wiring, cioè una predisposizione all’apprendimento che nessun animale possiede (e perciò non potrebbe neanche mai trasmettere). Mentre, infatti, gli animali, hanno una saggezza istintiva “cablata”, incorporata, ma limitate capacità di apprendimento per quanto riguarda cose nuove, noi uomini possediamo molte capacità di apprendimento innate, una sorta di “preprogrammazione dell’apparato neurale che ci consente di formare concetti da ciò che vediamo, un linguaggio da ciò che udiamo e pensieri dalle esperienze che facciamo” (The Universe Within, di Morton Hunt). E questa peculiarità permette all’uomo "ingegnoso" anche di poter sopravvivere in habitat e condizioni differenti da quelli dove comunemente vive, mentre ciò non è concesso agli animali, ad esempio ai gorilla, come suggerisce il mio giovane interlocutore!
Il cervello umano “è dotato di un potenziale considerevolmente maggiore di quello utilizzabile nell’arco di vita di una persona” (Encyclopædia Britannica, Vol. 12, pg. 998). Esso potrebbe apprendere e memorizzare qualsiasi carico di informazioni cui fosse sottoposto ora, e un miliardo di volte tanto! Ma perché mai l’evoluzione avrebbe prodotto una “sproporzione” simile, destinata in partenza a non poter essere mai sfruttata? Leggete invece la spiegazione che viene data dalla Parola di Dio: “Egli ha fatto ogni cosa bella nel suo tempo; ha persino messo l'eternità nei loro cuori, senza che alcun uomo possa scoprire l'opera che Dio ha fatto dal principio alla fine” (Ecclesiaste 3:11). Questa “sproporzionata” capacità di apprendimento del cervello umano, che nessun processo evolutivo avrebbe mai prodotto e trasmesso, è stata programmata da Colui che aveva nel suo proposito creativo la volontà di far vivere l’uomo per sempre (cfr. Giovanni 3:16).
Altra peculiarità del cervello umano, rispetto a quello degli animali, è data dal fatto che “è geneticamente programmato per lo sviluppo del linguaggio”. Il nostro cervello non è predisposto per una specifica lingua, ma abbiamo la capacità congenita di imparare le lingue. Se in famiglia si parlano due lingue, un bambino può apprenderle entrambe. Se viene a contatto con una terza lingua, può imparare anche quella. Gli esperimenti di linguaggio dei segni compiuti sugli scimpanzé “dimostrano in realtà che gli scimpanzé sono incapaci di utilizzare anche le più rudimentali forme del linguaggio umano” (The Brain: The Last Frontier, di Richard M. Restak). Una capacità così straordinaria potrebbe mai essersi evoluta da grugniti e mugolii animali? Lo studio delle lingue più antiche esclude categoricamente una tale evoluzione del linguaggio.
Quel che può avvenire in questo spazio ridotto, quale il cervello umano, sfida la comprensione umana. Spaziando per i nostri blog si ascolta spesso della musica che “accompagna” i nostri pensieri ed esprime le nostre “emozioni”. Proviamo solo ad immaginare, cosa deve avvenire nel cervello di un pianista mentre esegue un difficile brano musicale, impegnando tutte le dita sulla tastiera. Che incredibile senso del movimento deve avere il suo cervello per ordinare alle dita di battere i tasti giusti al momento giusto con l’intensità giusta, perché corrispondano alle note che ha in mente! E se prende una stecca, immediatamente il cervello glielo fa notare. Tutte queste operazioni incredibilmente complesse sono state programmate nel suo cervello attraverso anni di pratica. Ma ciò è possibile solo per il fatto che la capacità musicale è preprogrammata nel cervello umano dalla nascita.
A differenza degli animali, gli uomini sono anche dotati di libero arbitrio e possono programmare il proprio intelletto come meglio credono, in base alla loro conoscenza, ai loro valori, alle loro opportunità e ai loro obiettivi. L’uomo possiede la facoltà mentale dell’astrazione, si prefigge coscientemente degli obiettivi, fa piani per raggiungerli, opera per portarli a termine e prova soddisfazione quando li realizza. Ha il senso della bellezza, un orecchio per la musica, una predisposizione per l’arte, il vivo desiderio di imparare, un’insaziabile curiosità e un’immaginazione in grado di inventare e creare; prova gioia e si sente realizzato quando si avvale di questi doni. Prova soddisfazione nell’impiegare le sue facoltà mentali e fisiche per risolvere i problemi che gli si presentano. È pure dotato di un senso morale che gli permette di distinguere il bene dal male, e di una coscienza che gli rimorde quando sbaglia. Prova felicità nel dare e gioia nell’amare e nell’essere amato. Tutte queste attività e qualità accrescono la sua gioia di vivere e danno un senso e uno scopo alla sua vita. L’essere umano può contemplare il mondo vegetale e animale, la maestà dei monti e degli oceani, la vastità dei cieli stellati, e rendersi conto della sua piccolezza. Ha il concetto del tempo e dell’eternità, si chiede da dove è venuto e dove va, e tenta di capire cosa c’è dietro tutto questo. Nessun animale fa queste riflessioni, mentre l’uomo si chiede il perché e il percome delle cose.
Questo “senso morale”, che è rivendicato anche dai più accaniti evoluzionisti, pone un baratro tra la nostra specie e altre inferiori; è una peculiarità che addita la mano di un Creatore che ha posto dentro l’uomo e nel suo cervello, nonché nel suo cuore, tali capacità (cfr. Genesi 1:26).
Ebbene, quella prima coppia umana abusò di questa facoltà, che implicava il rendere conto delle proprie azioni al Creatore dell’intero universo e delle sue leggi fisiche e morali, (cfr. Ebrei 4:13). Quell’abuso iniziale diede il via a tutta una serie di pensieri e di azioni che hanno avuto il solo scopo di “eliminare” Dio dalla vita dell’uomo che si è così arrogato il “diritto” di decidere da se “ciò che bene e ciò che è male”. (cfr. Genesi 2:16,17; 3:4,5,22). Come risultato si è verificata una “degenerazione”, altro che “evoluzione”, sia fisica, che morale e sociale la quale, attraverso il tempo, “durante il tempo che l’uomo ha dominato l’uomo a suo danno”, ci ha portato all’attuale e irreversibile crisi mondiale che, secondo le profezie bibliche, prelude a una radicale inversione di tale tendenza e all’eliminazione di tutte quelle teorie e malefatte umane che hanno allontanato le creature dal loro Creatore (cfr. Ecclesiaste 8:9; 1Giovanni 2:15-17).
La teoria darwiniana, con le sue ipotesi selettive, ha dato il suo contributo alla degenerazione del pensiero umano. Come rileva l’autore del Catalogo della mostra in questione “il paleontologo Henry Fairfield Osborn, che fu presidente dell’American Museum of Natural History [e convinto evoluzionista] credeva che una forma di miglioramento innato nelle singole discendenze portasse di per se alla comparsa di forme superiori …. Non è un caso che abbia chiamato la sua teoria “aristogenesi” … e non è una coincidenza neppure che il suo nome sia associato al movimento eugenetico e, peggio ancora, alla nascita delle politiche su cui si fondavano i programmi di pulizia etnica di Adolf Hitler durante la seconda guerra mondiale”.
La falsa religione, e in particolare il cristianesimo apostata della Chiesa Cattolica, delle Chiese Ortodosse e delle Chiese cosiddette “Protestanti”, ha la sua parte di responsabilità nello sviluppo della teoria evolutiva poiché l’ipocrisia religiosa di tali istituzioni e l’oppressione esercitata in ogni modo attraverso inquisizioni, il sostegno a dittatori sanguinari, alle guerre che hanno visto mietere milioni e milioni di vittime, con il loro clero che dava il suo appoggio a entrambi i contendenti, ha spinto molte persone a chiedersi perché debbano interessarsi dell’Iddio che queste religioni dicono di rappresentare. A questo allontanamento hanno contribuito anche dottrine assurde e contrarie alla Parola di Dio. Concetti come quello del tormento eterno - secondo cui Dio tormenterebbe in eterno alcune sue creature in un letterale inferno di fuoco - ripugnano alle persone ragionevoli.
Inoltre, molte religioni sono venute meno nel contrastare correttamente l’insegnamento evolutivo, lasciando così i loro fedeli senza alcuna alternativa. Alla recente Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze il Papa Benedetto XVI, ricalcando quanto già affermato da due suoi predecessori, ha esplicitamente detto che “non vi è alcuna opposizione tra la comprensione della Creazione da parte della fede e l’evidenza fornita dalle scienze empiriche” e quindi ha lui stesso affermato che “Creazione ed Evoluzione sono compatibili”.
Con questo avallo della religione, che probabilità ci sono che i fedeli vi si oppongano, anche quando, il “cumulo delle prove” non sostiene l’evoluzione? Il vuoto che questo provoca viene spesso colmato dall’agnosticismo e dall’ateismo. Questi tentativi di conciliare la Parola di Dio con l’evoluzione non hanno fatto che indebolire la sua credibilità portando a un diffuso scetticismo nei confronti delle Sacre Scritture. Abbandonando la fede in Dio, le persone accettano come alternativa l’evoluzione.
Tutto questo, naturalmente, non significa che non dovremmo aver fiducia nella scienza, almeno nella vera scienza! Così come, nonostante siano insegnate tante falsità religiose, non significa che non esista un corretto modo di credere in Dio. In effetti anche se la Parola di Dio non è un trattato scientifico, laddove parla di fenomeni scientifici si è sempre dimostrata accurata e in armonia con le scoperte dei ricercatori.
È giusto, dunque, avere il dovuto rispetto per la conoscenza scientifica e per i risultati conseguiti dalla scienza, anche se, bisogna riconoscere, essa non è l’unica fonte della conoscenza. Lo scopo della scienza è descrivere i fenomeni del mondo naturale e contribuire a spiegare come questi fenomeni si verificano. Ci aiuta a capire l’universo fisico, ovvero tutto ciò che è osservabile. Ma per quanto l’investigazione scientifica progredisca, non potrà mai rispondere alla domanda sullo scopo: perché esiste l’universo? Così come gli evoluzionisti possono continuare ad affannarsi per cercare di dimostrare, contro ogni evidenza, che la semplice variabilità nelle specie sia frutto di una “selezione naturale” che porterebbe all’evoluzione delle stesse quando, in ogni caso, non potranno mai rispondere alla domanda: come ha avuto origine la vita?
Vi sembrerà strano, ma la Parola di Dio fornisce la risposta a tali domande. E lo fa parlando di cose concrete, del tutto compatibili con la realtà e anche in perfetta armonia con le scoperte scientifiche.
Essa offre anche norme di riferimento in campo morale ed etico nonché una guida nella vita … Ma che sia proprio questo il motivo per cui molti preferiscono ignorarla? … come è scritto: “Se si fa grazia all'empio, egli non impara la giustizia; agisce da perverso nel paese della rettitudine e non considera la maestà del Signore” (Isaia 26:10).
March 21 EVOLUZIONE O CREAZIONE: QUAL'E' LA VERITA'? - IV parteGLI UOMINI SCIMMIA SONO ESISTITI VERAMENTE?
Cosa prova la testimonianza dei fossili?
Nel suo libro L’origine delle specie Charles Darwin dovette affrontare e spiegare alcune difficoltà che incontrò nel formulare le sue ipotesi evolutive. Tra queste, non di poco conto, c’era la testimonianza fossile.
La riflessione che egli fece fu questa:
“Ancor prima di giungere a questa parte della mia opera, il lettore si sarà imbattuto in una moltitudine di difficoltà. Alcune sono talmente gravi che attualmente non ci posso riflettere senza sgomentarmi, tuttavia, a pensarci bene, esse sono in massima parte solo apparenti e quelle che sono vere non penso che siano fatali per la mia teoria ….
[accidenti! … pensavo che solo la falsa religione fosse piena di dogmi e misteri “inspiegabili”, ma anche la “scienza” non scherza! … ma se le difficoltà erano solo apparenti, perché Darwin “si sgomentò” tanto? … n.d.r.]
Queste difficoltà e obiezioni possono essere classificate come segue:
PRIMO: perché, se le specie sono derivate da altre specie attraverso una serie di gradazioni insensibili [questa è l’Evoluzione! … non dimentichiamolo, non confondiamola con la variabilità della specie … n.d.r.], non troviamo ovunque un gran numero di forme di transizione? Perché la natura, invece di presentare le specie ben definite che vediamo, non si trova nella più grande confusione?”
– DARWIN L’origine delle specie – Trad. di C. Balducci – G.T.E.N. - cap. VI, pg. 167.
In altre parole, la questione che Darwin si pose è questa: se la vita si è continuamente evoluta da una specie all’altra, dovrebbero esser rinvenuti miliardi di fossili di transizione tra tutte le specie viventi, ovvero forme di vita cosiddette “intermedie” in cui si possa constatare, per esempio, l’evoluzione di un organo o di un arto in un altro. Ma di tali fossili egli non ne vedeva neppure l’ombra!
Ribadisce, infatti, Darwin nella sua opera:
“Secondo la teoria della selezione naturale [che costituisce l’idea fondamentale dell’ipotesi evolutiva darwiniana – n.d.r.] tutte le specie viventi sono state collegate alle specie originarie di ciascun genere, da differenze non più grandi di quelle che attualmente vediamo fra le varietà di una specie attuale. E queste specie originarie, attualmente in genere estinte, sono state a loro volta collegate, in modo consimile, con specie più antiche e così via di seguito convergendo verso l’antenato comune di ciascuna grande classe. Per questo il numero degli anelli intermedi di transizione, tra tutte le specie viventi ed estinte, deve essere stato inconcepibilmente grande. Ma certamente, se la teoria è vera, devono essere realmente vissute sulla faccia della terra” (ibid. cap. IX, pg. 275).
Perciò egli si chiese:
“Ma se, come vuole la teoria, devono essere esistite innumerevoli forme di transizione, perché non le troviamo seppellite in numero infinito nella crosta terrestre?” (ibid. cap. VI, pg. 168).
“Ma dato che questo processo … ha operato su vastissima scala, anche il numero delle varietà intermedie esistite in passato sulla terra deve essere stato enorme. Ed allora perché ogni formazione geologica ed ogni strato non è rigurgitante di queste forme intermedie?” (ibid. cap. IX, pg. 274).
Insomma, a me par di capire che Darwin elaborò la sua teoria, dandole quella parvenza di scientificità, senza avere le basilari prove “scientifiche” per dimostrarne l’attendibilità [abbiamo già visto nel mio precedente post che anche dal punto di vista biologico le sue conoscenze al riguardo presentavano molte lacune tanto che poi si sono rivelate delle “congetture”].
Come giustificò egli queste “gravi difficoltà”?
Leggo ancora nell’opera in questione:
“Secondo me la spiegazione va ricercata nell’estrema imperfezione della documentazione geologica … considero l’archivio naturale della geologia alla stregua di una storia del mondo assai mal redatta e scritta in un linguaggio soggetto a continui mutamenti. Inoltre è una storia della quale possediamo solo l’ultimo volume e, per di più, riferito solo a due o tre paesi. E’ un volume del quale si è conservata solo qualche pagina sparsa, nelle quali sono leggibili solo poche righe prese a caso” (ibid. cap. IX, pg. 274, 293).
Che dire … bel metodo “scientifico” nell’elaborare pure e semplici “teorie”!
In effetti, quello che Darwin sperava era che con il tempo venissero alla luce le prove fossili a sostegno della sua teoria.
E’ accaduto tutto questo? Che dire della testimonianza fossile a distanza di 150 anni dalla formulazione della teoria dell’Evoluzione? Fornisce le prove senza le quali la teoria, a detta di Darwin, non potrebbe essere considerata “vera”?
Leggo, nella didascalia della figura a pg. 137 del Catalogo della mostra celebrativa di Darwin in atto a Roma, relativa a un diagramma riassuntivo di quelle che sono considerate le principali prove fossili dell’evoluzione umana negli ultimi 5 milioni di anni redatto dal Dr. Ian Tattersall dell’A.M.N.H., queste parole:
“Ai tempi di Darwin i fossili umani erano pressoché sconosciuti. L’intensa esplorazione successiva ha rivelato una documentazione fossile straordinariamente ricca e densa, che mostra eventi di speciazione, diversità di ceppi, stasi – e una tendenza (come nell’evoluzione dei cavalli) all’aumento nel corso del tempo delle dimensioni del corpo e del cervello (quest’ultimo particolarmente importante per comprendere la condizione umana)”.
Pertanto, l’autore del Catalogo, Niles Eldredge, paleontologo del A.M.N.H., conclude la sua opera con questa trionfante esclamazione: “Ci siamo evoluti. Non vi è alcun dubbio. Darwin aveva ragione”.
Ora, il fatto che il Dr. Eldredge non abbia dubbi al riguardo, è una convinzione del tutto personale che nessuno gli può togliere. Ma riguardo al fatto che Darwin avesse ragione, questo è ancora tutto da dimostrare poiché la sua teoria, a distanza di 150 anni, rimane ancora una pura ipotesi su cui, non a caso, molto ancora si dibatte.
Molti scienziati, infatti, seppur evoluzionisti, a differenza di Eldredge, sono meno sicuri che la testimonianza fossile supporti la teoria darwiniana.
Ad esempio, il paleontologo Steven Stanley, in una sua pubblicazione afferma: “le testimonianze fossili non hanno documentato un singolo esempio di evoluzione filogenetica risultante in una transizione morfologica visibile, e pertanto non offrono alcuna evidenza che il modello gradualistico possa essere ritenuto valido” - L’evoluzione dell’evoluzione (The New Evolutionary Timetable) - Ed. Mondadori, trad. di D. Zinoni.
Oggi, dunque, gli scienziati sono in possesso di una “documentazione fossile straordinariamente ricca e densa” che Darwin a suo tempo lamentò di non avere. Cosa dimostra questa documentazione?
Heribert Nilsson, botanico svedese che ha dedicato più di 40 anni alla ricerca, nel suo libro Synthetische Artbildung (L’origine sintetica delle specie), ha scritto: “Alla luce dei dati paleontologici non è possibile fare nemmeno una caricatura dell’evoluzione. La raccolta dei fossili è oggi così completa che … l’assenza di serie di transizione non può essere attribuita alla scarsità di materiale. Le lacune sono effettive, e non saranno mai colmate”.
Si, l’enorme quantità di fossili oggi disponibile rivela esattamente la stessa cosa che rivelava la documentazione disponibile ai giorni di Darwin: le fondamentali specie viventi sono apparse all’improvviso e non hanno subìto mutamenti apprezzabili per lunghi periodi di tempo. Non sono mai stati trovati anelli di congiunzione fra due diverse specie fondamentali. Perciò la testimonianza dei fossili attesta esattamente il contrario di ciò che Darwin, e molti altri, si aspettavano.
Ogni tanto qualche quotidiano, o qualche pubblicazione a carattere divulgativo o, anche, qualche trasmissione televisiva, diffonde, con titoli sensazionali, la notizia del ritrovamento di qualche fossile che viene additato come uno degli anelli mancanti della catena dell’evoluzione. E’ così che molti si convincono che l’evoluzione è ormai un dato di fatto ampiamente provato dalle scoperte scientifiche. Forse anche alcuni di voi che leggete questo post ne sono stati, in tal modo, convinti. E’ così?
Allora leggete cosa è stato scritto sul Bulletin del Field Museum of Natural History di Chicago:
“La teoria darwiniana [dell’evoluzione] è sempre stata intimamente legata alla documentazione fossile, e probabilmente la maggioranza delle persone pensa che i fossili siano uno dei cardini delle interpretazioni darwiniane della storia della vita. Purtroppo non è esattamente così ... Darwin era imbarazzato dalla documentazione fossile perché non corrispondeva alle sue aspettative … la documentazione geologica, allora come oggi, non rivela una precisa catena graduale indicante una lenta e progressiva evoluzione. Anzi oggi, dopo più di un secolo di rinvenimenti fossili, abbiamo ancor meno esempi di transizione evoluzionistica che non ai tempi di Darwin” - Field Museum of Natural History Bulletin, Chicago - “Conflicts Between Darwin and Paleontology” di David M. Raup, 1/1979.
Scrive ancora Eldredge nel su citato Catalogo della mostra: “Al tempo di Darwin, i più antichi fossili conosciuti, provenivano dal Sistema Cambriano … Le rocce al di sotto del Cambriano sembravano completamente prive di ogni forma di vita fossilizzata. La documentazione fossile del cosiddetto Precambriano, nota da non più di mezzo secolo, ha un’estensione notevole e, insieme alle nuove conoscenze dello sviluppo delle forme di vita complesse negli ultimi 500 milioni di anni, ha fatto emergere un quadro assai ricco della storia della vita, in perfetto accordo con la sequenza prevista delle forme di vita, dalle più primitive a quelle derivate … i fossili più antichi, come previsto, sono batteri … hanno circa 3,5 miliardi di anni … Successivamente compaiono le forme più semplici di vita animale, ma solo all’incirca 650 milioni di anni fa … tutte le forme più complesse di vita animale – gli artropodi, i molluschi, gli anellidi, i brachiopodi, gli echinodermi e i cordati – sembrano comparire grossomodo allo stesso tempo … si tratta di una comparsa quasi simultanea di molti dei più complessi phyla animali …” [altro che lenta evoluzione nel tempo, dunque! ... n.d.r.]. Egli, però, insiste:
“L’esplosione cambriana … non è di grande sostegno per la tesi della creazione simultanea di tutti gli organismi, data la comparsa sequenziale dei batteri, dei microbi eucaristici e di semplici animali (come le spugne e alcuni parenti dei coralli), tutti separati da un miliardo di anni e più … [quando ci si vuole arrampicare sugli specchi, eh?! … n.d.r.]. Dopo l’esplosione, un ritmo più misurato di evoluzione produsse lo schema previsto che tutti possono osservare: nei vertebrati, ad esempio, i pesci compaiono prima degli anfibi, gli anfibi prima dei rettili e i mammiferi e gli uccelli ancora più tardi – da ceppi diversi nell’ambito dei rettili. I primati sono un ordine antico piuttosto primitivo, che compare durante il Cretaceo … Le scimmie antropomorfe arrivarono circa 30 milioni di anni fa … La nostra specie, Homo sapiens, è relativamente giovane, essendosi evoluta in Africa più o meno 150.000 anni fa, secondo le diverse prove fornite dai fossili …” [ora, è quel “più o meno” che mi lascia un po’ perplesso … ad esempio, perché la storia documentata dell’Homo sapiens non va oltre 6.000 anni fa?! …].
Comunque, per chi ha letto le Sacre Scritture e in particolare il racconto della creazione, questa sequenza indicata da Eldredge è veramente interessante! ... Provate a leggere il primo capitolo di Genesi e vedete quanta corrispondenza ci si può trovare … Come poteva l’autore del racconto (Mosè) descriverla con tanta accuratezza 3.500/3.700 anni prima che ci arrivassero scienziati come Darwin e lo stesso Eldredge, non avendo neanche a disposizione le loro “conoscenze”?
Non è per un caso, dunque, che il noto biochimico David B. Gower, Professore Emerito dell’University College of London, disse:
“Il racconto della creazione contenuto nella Genesi e la teoria dell’evoluzione erano inconciliabili. Uno dei due doveva essere giusto e l’altro sbagliato. La storia dei fossili dava ragione al racconto della Genesi. Nelle rocce più antiche non abbiamo trovato una serie di fossili che mostrasse i cambiamenti graduali dalle creature più primitive alle forme sviluppate, ma piuttosto, nelle rocce più antiche, l’improvvisa comparsa di specie sviluppate. Fra una specie e l’altra c’era un’assenza totale di fossili intermedi” - Times del Kent, UK, “Scientist Rejects Evolution”, 11/12/1975, pg. 4.
Ma che dire, allora, dei “numerosi” fossili di uomini scimmieschi che sono stati ritrovati?
La letteratura, scientifica e non, è piena di illustrazioni raffiguranti queste creature. Gli scienziati evoluzionisti dicono che questi sono gli anelli evolutivi di transizione fra le bestie e l’uomo.
Ora, qui, mi sembra doveroso fare una riflessione: secondo la teoria di Darwin e dei suoi seguaci, man mano che gli animali passavano a livelli superiori, diventavano più adatti a sopravvivere. Come mai, allora, la famiglia delle scimmie - creature “inferiori” - esiste ancora, mentre non esiste nemmeno una delle presunte forme intermedie ritenute più progredite nella catena evolutiva? Oggi vediamo scimpanzé, gorilla e oranghi, ma nessun “uomo-scimmia”. Vi sembra verosimile che tutti i più recenti e, a quel che si dice, più progrediti “anelli di collegamento” fra le creature scimmiesche e l’uomo moderno si siano estinti, ma non le inferiori scimmie antropomorfe?
Poiché fra i viventi non si trova alcun collegamento fra l’uomo e la scimmia, gli evoluzionisti hanno sempre sperato di trovarlo nella documentazione fossile. L’hanno trovato?
Essi affermano di si e nella mostra in questione ne espongono copia di un esemplare: "LUCY"
A partire dal 1924, si sono ritrovati in Africa Australe dei fossili di scimmie (pithécos, in greco) la cui capacità cranica varia da 500 a 750 cc (mentre la capacità cranica dell’Homo Sapiens, l’uomo moderno è, in media, di circa 1.450 cc.). Fino al 1959, nessuno pensò ad umanizzarle poiché si credeva di avere con il Pitecantropo e il Sinantropo già degli intermediari credibili tra l'uomo e la scimmia. Ma le riserve crescenti dei biologi sull'Evoluzione, obbligarono a inventare un "antenato" migliore. Così quando nel 1974, Donald Johanson scoprì un Australopithecus afarensis di piccola taglia ben conservato fu data in tutto il mondo la notizia che era stato trovato uno degli “anelli” mancanti della scala evolutiva che portava all’uomo moderno. Le fu dato il nome di “Lucy”.In base a che cosa si affermò che fosse un diretto antenato dell’uomo? Si ipotizzò che, benché l’anatomia di quei ritrovamenti fossili era simile a quella di una scimmia, o più propriamente di uno scimpanzé, tuttavia camminava eretta come gli uomini. Su quale base fu formulata tale ipotesi? Di "Lucy", era completo solo un òmero, perciò è impossibile sapere se le gambe erano più lunghe o più corte delle braccia. Ugualmente, il bacino era ridotto a due frammenti, come si può allora congetturare la sua andatura? In più, la lunghezza delle braccia e la forma delle mani confermava che questo animale (la cui taglia non superava i 120cm da adulto) si aiutava con gli arti anteriori per camminare.Tale posizione è sostenuta dagli antropologi evoluzionisti nonostante che una gran quantità di ricerche sulla struttura scheletrica delle Australopithecinæ, specie a cui “Lucy” apparteneva, condotte da numerosi studiosi, ha dimostrato la mancanza di validità di tale argomento. Un'estesa ricerca effettuata su vari esemplari di Australopithecus da due anatomisti di fama mondiale provenienti dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti, Solly Zuckerman e Charles Oxnard, ha rivelato che queste creature non camminavano erette in maniera umana. Dopo aver studiato le ossa di questi fossili per un periodo di quindici anni, grazie alle sovvenzioni del governo britannico, Lord Zuckerman e la sua équipe di cinque specialisti giunsero alla conclusione che le Australopithecinæ erano soltanto un ordinario genere di scimmie e non erano assolutamente bipedi, per quanto lo stesso Zuckerman fosse un evoluzionista. In modo corrispondente, Charles Oxnard, un altro evoluzionista famoso per le sue ricerche sul tema, ha paragonato la struttura scheletrica delle Australopithecinæ a quella dei moderni orangutan (da www.lingannodellevoluzione.com).Osservate bene questa foto. Le parti chiare sono le ossa effettivamente ritrovate. Il resto è solo una ricostruzione fantasiosa di come poteva essere il volto dell’essere vivente al quale esse appartennero. Non vi sembra un po’ poco per arrivare a conclusioni certe sulla loro forma originale?
Questo “strano metodo”, a mio parere poco scientifico, è costantemente utilizzato dagli scienziati evoluzionisti per sostenere le loro teorie.
Tornate un attimo sopra ad osservare la figura presa dal Catalogo della mostra. Come potete notare i fossili più antichi sono costituiti da una semplice mandibola, da qualche frammento di osso frontale, o parietale, o occipitale o da un pezzo di zigomo. Partendo da questi frammenti, con molta fantasia, gli evoluzionisti hanno ipotizzato tutto il resto! Più che costituire “prove” dell’evoluzione umana esse sono semplici congetture!
Solly Zuckerman, uno tra i più famosi e stimati scienziati britannici, ha dichiarato:
“C’è da chiedersi se vi sia qualcosa di scientifico nella ricerca delle origini umane nei fossili … per uno scienziato la cui immaginazione è accesa dal desiderio di trovare antenati [dell’uomo], le variazioni tra i fossili di scimmia sono sufficienti a far si che egli scelga delle caratteristiche in un fossile di scimmia e decida che esse sono ‘pre-umane’” - Journal of the Royal College of Surgeons of Edinburgh, - Myths and Methods in Anatomy - 1/1966.
Tralascio di considerare nei particolari i vari esempi della “evoluzione” dell’uomo additati nel tempo dagli evoluzionisti, dall’Australopithecus all’Homo di Neanderthal, dal Ramapithecus all’Homo Floriesensis, dal clamoroso falso dell’Homo di Piltdown, all’Homo di Giava, all’Homo di Pechino, a Lucy, all’Homo Cepranensis, all’Homo di Cro-Magnon o a quant’altro, perché se sfogliate qualche libro o se girate un po’ per il Web ne trovate di informazioni, pro e contro, al riguardo.
Ma da un serio esame della questione e liberi da ogni pregiudizio ci si rende conto che la testimonianza fossile, al di là delle notizie sensazionali riportate solo per “fare cassetta”, dimostra inequivocabilmente che nella colonna geologica ciascuna nuova specie di pianta o animale - felce, arbusto, albero, pesce, rettile, insetto, uccello o mammifero - compare all’improvviso, senza seguire alcun iter evolutivo.
Cominciando immediatamente sopra i sedimenti privi di vita dell’Azoico, gli strati del Cambriano contengono fossili di crostacei e di molluschi in gran quantità e varietà, già perfettamente sviluppati. Nel medio Paleozoico compaiono all’improvviso piante con il fusto legnoso. Negli strati inferiori non è stato trovato legno fossile che però abbonda in tutte le epoche successive. Grandi quantità di fossili di insetti sono stati trovati nelle rocce del Paleozoico superiore, perfettamente sviluppati e molto diversificati, ma non ne è stato trovato nessuno negli strati inferiori. Al principio del Cenozoico fanno un’improvvisa comparsa tipi moderni di mammiferi e non esiste nessuna documentazione che si siano evoluti da tipi precedenti.
Questa è, dunque, la ripetuta testimonianza dei fossili: l’improvvisa comparsa di nuove specie di piante e di animali e nessun precursore. L’ipotetico schieramento di creature scimmiesche che si presumeva conducessero all’uomo viene, quindi, messo sempre più in discussione. In altre parole gli uomini-scimmia che vediamo spesso raffigurati per provare la teoria evolutiva sono esistiti solo nella fantasia di coloro che vogliono a tutti i costi che siano esistiti, al di là di ogni evidenza che invece ne confuta l’esistenza.
Nella recensione del libro The Myths of Human Evolution (I miti dell’evoluzione umana), di Niles Eldredge, il curatore della mostra di Roma, e Ian Tattersall, l’autore della tabella riprodotta in questo post, pubblicata su una nota rivista scientifica, l’autore ha rilevato che “per quanto riguarda gli anelli che compongono l’insieme degli antenati della specie umana, si può solo tirare a indovinare … Eldredge e Tattersall insistono nel dire che l’uomo cerca invano i propri antenati … Se l’evidenza ci fosse, dicono, ‘ci si potrebbe fiduciosamente aspettare che, con la progressiva scoperta di altri fossili di ominidi, la storia dell’evoluzione umana diventasse più chiara. Invece, semmai, è successo il contrario … La specie umana, come tutte le altre, rimarrà sotto un certo aspetto orfana, essendosi perduta nel passato l’identità dei suoi genitori” – Discover, 1/1983, ppgg. 83,84, recensione a cura di James Gorman.
La verità è che anche gli uomini, come tutte le altre forme di vita presenti in natura, furono creati “secondo la loro specie” (cfr. Genesi 1:11,12,21,24,25). È per questa ragione che non sono mai stati trovati “anelli” fra l’uomo e la bestia. Ed è anche per questo che non se ne troveranno mai. L’enorme abisso resterà sempre, perché, dicono i fatti, è stato posto proprio per tenere separati l’uomo e la bestia.
Scrisse un umile e saggio uomo dell’antichità: “Riconoscete che l'Eterno è Dio; è lui che ci ha fatti e non noi da noi stessi” – Salmo 100:3,Di
March 13 EVOLUZIONE O CREAZIONE: QUAL'E' LA VERITA'? - III parteCIECO CASO O PROGETTO INTELLIGENTE?
“E’ passato quasi un secolo e mezzo dalla prima pubblicazione dell’Origine. I progressi tecnologici hanno stimolato un enorme sviluppo delle conoscenze scientifiche - promuovendo, in modo quasi inevitabile, l’esplorazione delle ignote profondità della fisica e della chimica dell’invisibilmente piccolo e anche l’indagine delle dimensioni estremamente grandi dell’universo. La biologia è diventata molto più complessa. Oggi non solo conosciamo le ragioni fondamentali per cui gli organismi variano e la variazione è ereditabile, ma iniziamo anche a comprendere il modo in cui le informazioni nascoste nel DNA si traducono nello sviluppo di individui adulti a partire da ovuli fecondati.
Ma il mondo, nonostante la rapida perdita di specie provocata dalla crescita della popolazione umana e della devastazione della superficie terrestre, è riconoscibilmente quasi identico al tempo in cui lo esaminava Darwin. E i suoi interrogativi fondamentali - sulla condizione e sulla velocità del cambiamento evolutivo e su come interagiscono, per produrre la storia dell’evoluzione della vita sulla Terra, i vari fattori che egli e gli altri avevano individuato quali ingredienti del processo di evoluzione - attendono ancora una risposta”.
Inizia così il racconto del V capitolo del Catalogo della mostra celebrativa su Darwin in atto a Roma.
In altre parole, nonostante gli enormi progressi che ci sono stati nelle conoscenze sulla crescita della vita, rimane ancora misterioso come questa abbia potuto avere inizio e svilupparsi da forme estremamente elementari ad altre più complesse. I meccanismi che porterebbero agli ipotizzati cambiamenti da una specie all’altra permettendo, ad esempio, che piante e animali unicellulari si trasformino in forme di vita sempre più alte sono ancora del tutto inspiegabili.
I sostenitori della teoria evoluzionistica affermano che i cambiamenti hanno luogo dentro il nucleo della cellula. Credono che i meccanismi primari siano i geni, segmenti di cromosomi che sono i vettori dell’eredità, e in particolare quelli delle cellule sessuali, dal momento che le relative modificazioni possono essere trasmesse alla progenie. Questi cambiamenti genici si chiamano mutazioni. Gli evoluzionisti dicono che generino nuove caratteristiche e che siano la causa per cui forme di vita unicellulare poterono evolversi fino all’uomo.
Scrive ancora l’autore del citato Catalogo:
La seconda rivoluzione genetica, avviata nei primi anni cinquanta dalla spiegazione della struttura del DNA … ha fornito un quadro più ampio e approfondito, e piuttosto diverso dei meccanismi dell’eredità. Ora arriviamo a comprendere i meccanismi a un livello molto più sofisticato, quello delle molecole: qual è la loro composizione e come funzionano relativamente alla trasmissione alla generazione successiva, come accade che si modificano (mutazioni), come l’informazione genetica si traduce nella produzione di proteine e di fatto serve da modello e regola i tempi di attivazione dello sviluppo degli organismi viventi a partire dall’ovulo fecondato. Le ramificazioni evoluzionistiche di questa seconda rivoluzione sono ancora in via di sviluppo.
Pur tuttavia riconosce che, in base alle moderne scoperte della genetica, “oggi sappiamo che alcune delle congetture di Darwin sull’eredità sono sbagliate”.
Cosaaa?!! …. Ma fu proprio su queste congetture che Darwin elaborò la sua teoria!
Non solo quelle di Darwin, ma anche le congetture dei moderni evoluzionisti sono errate!
Vediamone il perché.
Le mutazioni producono realmente nuove caratteristiche?
Il Prof. John N. Moore, docente di genetica dell’Università dello Stato del Michigan, USA, scrive nel suo libro Should Evolution Be Taught?: “Qualsiasi mutazione genica non dà luogo che all’alterazione di tratti già esistenti o noti”. Che cosa significa questo? Semplicemente che ogni mutazione genica è solo la variazione di un tratto che già c’è. Provvede varietà, ma nulla di veramente nuovo. Per esempio, le mutazioni geniche possono cambiare il colore, la disposizione o la lunghezza dei capelli di una persona. Ma i capelli saranno sempre capelli. Non si muteranno mai in piume. La mano di una persona può esser cambiata dalle mutazioni con la produzione di dita anormali, ma sarà sempre una mano, non un’ala d’uccello.
C’è poi un altro aspetto da considerare.
Il Prof. Norman Macbeth, docente di Legge ad Harward, USA, nel suo libro Darwin Retried - An Appeal to Reason ha scritto riguardo al noto genetista Richard Goldschmidt: “Dopo aver osservato le mutazioni delle mosche della frutta per molti anni, Goldschmidt fu preso dalla disperazione. I cambiamenti, egli lamentò, erano così disperatamente microscopici che se mille mutazioni si fossero combinate in un esemplare, ancora non ci sarebbe stata nessuna nuova specie”. Cosa significa questo? Che le variazioni causate dalle mutazioni sono di solito piccolissime, e non danno mai luogo a caratteristiche totalmente diverse.
Ma c’è un altro problema molto più serio di questi.
Il genetista Peo Koller, nel suo libro Chromosomes and Genes, ha scritto: “La maggioranza delle mutazioni geniche sono recessive e dannose, e possono essere letali … Estesi studi hanno … dimostrato il fatto che la massima proporzione di mutazioni è deleteria per l’individuo che porta il gene mutato. Negli esperimenti è stato riscontrato che, per ogni mutazione che ha successo o è utile ce ne sono molte migliaia che son dannose”. Dunque i cambiamenti, sia dei cromosomi che dei geni, sono indesiderabili. Perché? Afferma ancora Koller: “Molti producono incapacità sia fisiche che mentali”. Ad esempio, se un uomo nasce con quarantasette cromosomi invece di quarantasei, può essere un mongoloide o avere altre deficienze mentali e fisiche. Similmente quarantotto cromosomi producono negli uomini difetti mentali e deformità fisiche. Il cancro, questa terribile e temuta malattia che sta falcidiando il genere umano, non è altro che la conseguenza di una mutazione che si verifica all’interno di una cellula. E’, quindi, un dato di fatto che le mutazioni rendono gli organismi che le subiscono più deboli, meno fertili, e di più breve vita delle loro controparti normali.
Ora, immaginate di voler costruire una casa: vi affidereste ad un operaio che, per ogni corretto pezzo d’opera, ne facesse migliaia sbagliati?
Oppure, pensate di dover subire un intervento chirurgico: vi affidereste ad un chirurgo che quando opera fa migliaia di azioni sbagliate per ciascuna corretta?
In ogni caso sarebbe da insensati, non vi pare?
Eppure è così che ragionano molti evoluzionisti! Ad esempio il noto biochimico Isaac Asimov, nel suo libro The Wellsprings of Life, dopo aver detto che “l’esposizione all’accresciuta radiazione non può che aumentare l’incidenza delle mutazioni. Questo è un fatto noioso, perché la maggioranza delle mutazioni sono per il peggio”, aggiunge “a lungo andare, di sicuro, le mutazioni fanno avanzare e ascendere il corso dell’evoluzione”. Vi pare assennata una tale conclusione?
Ho citato sopra Goldschmidt e i suoi esperimenti sul moscerino della frutta, la Drosophila melanogaster.
Ebbene, sin dai primi anni del Novecento gli scienziati hanno esposto milioni di questi insetti ai raggi X. Perché? Le mutazioni “naturali”, quelle che secondo loro sono alla base dell'evoluzione, avvengono così raramente che i ricercatori avrebbero impiegato secoli e secoli per studiarne gli effetti. Koller ha, infatti, dichiarato: “La probabilità che un tale errore possa avvenire in un gene è di una su cento milioni” (ibid.). Quindi per studiarle sui moscerini, dovettero causarle mediante i raggi X e i mezzi chimici. Ciò ha intensificato la frequenza delle mutazioni di oltre un centinaio di volte rispetto al normale. Ma quali sono stati i risultati degli esperimenti? I mutanti sono risultati inferiori per vitalità, fecondità e longevità all’insetto normale libero. Le mutazioni non hanno mai prodotto alcunché di nuovo. Le drosofile presentavano malformazioni alle ali, alle zampe, al corpo e d’altro genere, ma restavano sempre drosofile. E, accoppiando fra loro gli insetti mutanti, si è riscontrato che, dopo un certo numero di generazioni, ricominciavano a nascere drosofile normali. Allo stato naturale, queste drosofile normali avrebbero infine avuto la meglio sui mutanti più deboli, sopravvivendo e perpetuando la drosofila nella sua forma originaria. Perché?
Come hanno dimostrato i recenti studi genetici, il codice ereditario, il DNA, ha la straordinaria capacità di riparare i propri danni genetici. Questo contribuisce alla preservazione del tipo di organismo che vi è codificato. “La vita di ogni organismo e la sua continuità di generazione in generazione sono garantite da enzimi che, ininterrottamente, riparano le lesioni genetiche … In particolare, un danno significativo alle molecole di DNA può indurre una risposta di emergenza in cui vengono sintetizzate maggiori quantità degli enzimi di riparazione” (Le Scienze - Ediz. italiana di Scientific American - “La riparazione inducibile del DNA”, di Paul Howard-Flanders, 1/1982, p. 40).
Al di là delle congetture di Darwin e dei suoi seguaci, questi sono i fatti!
Come abbiamo visto ogni mutazione è definita una un “errore”. Inoltre, le probabilità che ne avvenga una sono “una su cento milioni”. Infine, di quelle che effettivamente avvengono, “per ogni mutazione che ha successo o è utile, ce ne sono molte migliaia che son dannose”. Più che di una “evoluzione”, nel caso delle mutazioni si deve, dunque, parlare di “degenerazione”.
I fatti, quindi, dimostrano che, indipendentemente dalla loro quantità, i cambiamenti genetici accidentali, le cosiddette mutazioni, non possono trasformare una specie vivente in un’altra.
Questa è la conclusione a cui pervenne il su citato Prof. John N. Moore, il quale affermò: “Se rigorosamente esaminata e analizzata, qualsiasi asserzione dogmatica … secondo cui le mutazioni genetiche siano la materia prima di un qualunque processo evolutivo che implichi la selezione naturale è l’espressione di un mito” (On Chromosomes, Mutations, and Phylogeny – pg. 5).
Pertanto i fatti, ancora una volta, più che le bislacche ipotesi evoluzionistiche, confermano il racconto biblico della creazione secondo cui gli esseri viventi si riproducono solo “secondo le loro specie” (Genesi 1:11,12,21,24,25).
La ragione principale è che il codice genetico impedisce, ad una pianta o ad un’animale, di discostarsi troppo dalla media della sua specie [per esempio le persone possono crescere fino all’altezza di circa 2 metri (Watussi) o a poco più di 1 metro (Pigmei). Alcuni possono superare i 2 metri d’altezza e altri nani sono più bassi di metri 1,20. Ma le mutazioni non faranno mai crescere le persone oltre i 6 metri d’altezza, o solo fino a 15 centimetri]. Quindi può esserci un’ampia varietà (come si vede, ad esempio, fra gli uomini, fra i gatti o fra i fringuelli), ma non fino al punto che un organismo vivente possa trasformarsi in un altro.
Vorrei concludere prendendo come esempio l’occhio.
L’occhio è di un’incredibile complessità, di gran lunga superiore a quella del più sofisticato dispositivo costruito dall’uomo. Come l’occhio, anche altri organi come, ad esempio, l’orecchio o il cervello, sono terribilmente complessi. Un problema per l’evoluzione è che tutte le parti che compongono questi organi devono funzionare contemporaneamente perché sia possibile vedere, udire o pensare. Questi organi sarebbero stati inutili finché non ne fossero state completate tutte le singole parti. Viene dunque spontaneo chiedersi: È possibile che il cieco caso - ritenuto un fattore determinante ai fini dell’evoluzione - abbia messo insieme tutte queste parti al tempo giusto per produrre meccanismi così elaborati?
ANATOMIA DELL'OCCHIO
Da quante parti è formato un occhio? Provate a fare una piccola indagine, anche attraverso il Web, e vi renderete conto di quanto sia complessa la sua struttura (cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Occhio; http://www.benessere.com/salute/atlante/occhio.htm).
Potrebbe essersi sviluppato a seguito di “rare” mutazioni, peraltro in gran parte “dannose”?
Sembra del tutto improbabile, se non impossibile! Perché la vista sia possibile, tutte le molte parti dell’occhio devono essere complete e in perfetto ordine di funzionamento. Se la minima cosa è sbagliata, o qualsiasi parte è incompleta, l’occhio non compie la sua funzione. È inutile.
Quanti diversi tipi di occhi ci sono? Di uomini, animali, insetti, uccelli e pesci. Tale varietà di occhi significa che l’evoluzione dell’occhio sarebbe dovuta avvenire non una volta, ma più che molte volte e in diversi modi. Ma, come abbiamo visto, le mutazioni sono “errori”, quindi accadimenti non vantaggiosi, che possono verificarsi “una su cento milioni”. E gli evoluzionisti, invece, asseriscono che la “natura” accetta solo quei cambiamenti che conferiscono qualche immediato uso o vantaggio all’organismo.
Secondo la loro teoria, dunque, l’occhio non si sarebbe mai potuto formare.
L’occhio è fatto in una maniera così stupenda che nessuna macchina fotografica o cinepresa può uguagliarlo. Una rivista specializzata spiega in questo modo le sue caratteristiche: “L’occhio umano vede una gamma molto più grande di particolari che non la pellicola. Ha una visione tridimensionale, con un’angolazione estremamente ampia, senza distorsione, in continuo movimento … Paragonare la cinepresa all’occhio umano non è un’analogia corretta. L’occhio umano è più simile a un supercomputer incredibilmente sofisticato, dotato di intelligenza artificiale, capacità di elaborare dati, velocità e modalità di funzionamento infinitamente superiori a qualsiasi congegno, computer o cinepresa di fabbricazione umana” (Popular Photography).
Per costruire una qualsiasi di quelle apparecchiature che imitano solo “grossolanamente” le funzioni dell’occhio o per progettare un “supercomputer” ci vogliono fior di “ingegneri”. E’ possibile che l’originale, tanto più complesso, è opera del cieco caso o è venuto all’esistenza con un procedimento tanto maldestro?
Lo stesso Darwin, esaminando la questione, fu costretto ad ammettere: “Supporre che l’occhio … possa essersi formato per evoluzione, sembra, lo ammetto francamente, del tutto assurdo” (da L’origine delle specie, trad. dall’inglese di Luciana Fratini – Boringhieri, pag 189).
La Parola di Dio afferma: “Ogni casa è costruita da qualcuno, ma chi ha costruito tutte le cose è Dio” (Ebrei 3:4). Questa è una inconfutabile verità sulla quale gli evoluzionisti “onesti” e non “dogmatici”, e tutti noi, dovremmo riflettere!
March 08 UN PENSIERO ...… PER TE
“… ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall'uomo”. Genesi 2:23
Non dimenticarlo mai!
March 02 EVOLUZIONE O CREAZIONE: QUAL'E' LA VERITA'? - II parteSEMPLICE VARIABILITA’ O SELEZIONE NATURALE?
Che cos’è l’Evoluzione? Questa domanda viene posta nel Catalogo della mostra sul bicentenario della nascita di Darwin che dà spunto a questa considerazione. La risposta che viene data nello stesso volume è questa: “In maniera estremamente sintetica, l’Evoluzione è il destino dell’informazione trasmissibile nel corso del tempo. Darwin, pur ignorando completamente la natura di quella che oggi si chiama ‘genetica’ - le caratteristiche chimiche e la struttura del DNA, dell’RNA e delle varie parti dei cromosomi, il concetto di ‘geni’ - sapeva che gli organismi assomigliano ai propri genitori, che la variazione nell’aspetto degli organismi di una specie è ereditabile e che a ogni generazione si producono più organismi di quanti ne possano sopravvivere e riprodursi. Questo gli bastò per derivare la teoria della selezione naturale. La selezione naturale è uno dei meccanismi biologici che regolano la trasmissione di ogni forma di informazione che riesce ad arrivare alla generazione successiva”. – Niles Eldredge - Darwin 1809/2009, Ed. Codice - Cap. 3. Quindi, come già considerato nel post precedente, la selezione naturale fu uno dei cardini della teoria elaborata da Darwin. Essa doveva avere una sicura base scientifica per dimostrarsi fondata. Fu effettivamente così? Si legge ancora nel citato Catalogo: “La descrizione [quella sopradescritta dell’“informazione trasmissibile”, n.d.r.] ovviamente stimola alcuni interrogativi: che cosa trasmette queste informazioni, come vengono trasmesse, riassemblate e trasformate in nuovi oggetti? Darwin pensava che la soluzione al problema della ricerca di un meccanismo dell’Evoluzione … sarebbe arrivata dai processi, allora in gran parte sconosciuti, dell’eredità … benché le idee di Darwin sul funzionamento del processo ereditario si siano rivelate da tempo del tutto erronee, quel che era noto all’epoca degli schemi dell’eredità gli bastò per capire, in base agli esperimenti, che in qualche misura gli allevatori possono controllare il flusso delle informazioni” - Ibid. Ma come? Il cuore della teoria di Darwin, la selezione naturale, non derivava da fatti scientifici acclarati e verificabili ma da supposizioni su “processi allora in gran parte sconosciuti” che “si sono rivelate da tempo del tutto erronee”! Darwin lavorò molto a questa sua ipotesi. Nei cinque anni trascorsi a viaggiare col battello reale Beagle, da lui stesso definito “l’evento più importante della mia vita”, si impegnò a trovare fossili, a osservare piante e animali, a studiare la geologia dei luoghi, tutte attività che contribuirono non poco a sviluppare la sua teoria sull’Evoluzione. In seguito, nel suo viaggio alle Galàpagos, raccolse diverse di quelle che lui credeva fossero le prove della sua idea sulla selezione naturale. Ad esempio, egli studiò molto attentamente i fringuelli che vivevano in quelle isole, catalogandone 13 ‘specie’. In base a che cosa? Alla grandezza dei loro becchi. Egli osservò che ciascuna di quelle specie presentava un becco con una morfologia diversa e concluse che questo era il risultato degli adattamenti rispetto alla loro alimentazione. Così un fringuello (Geospiza magnirostris) aveva il becco grande perché si alimentava di semi grandi e duri. Un altro (Geospiza fuligginosa) lo aveva più piccolo perché mangiava semi piccoli e duri. La variabilità nell’ambito della specie permette di spiegare qualcosa che contribuì a formare l’ipotesi evoluzionistica nella mente di Darwin. Quando si trovava nelle Galápagos, Darwin osservò dei fringuelli. Questi uccelli discendevano da quelli del continente sudamericano, da dove a quanto pare erano migrati. Ma presentavano curiose differenze, ad esempio nella forma del becco. Darwin lo interpretò come un caso di evoluzione in corso. Ma in effetti non era altro che uno dei tanti esempi di varietà nell’ambito di una specie, consentito dalla struttura genetica individuale. I fringuelli erano ancora fringuelli. Non si stavano trasformando in qualcos’altro, né l’avrebbero mai fatto. Come già esposto, Darwin arrivò per ipotesi alle sue conclusioni, sperando che col tempo si sarebbero raccolte le prove scientifiche per dimostrarle. E, infatti, molti altri studiosi, attratti dalle sue teorie, si sono, nel tempo, dedicati alla ricerca di tali prove.
Il Catalogo della mostra cita, per tutti, Peter e Rosemary Grant, ricercatori dell’Università di Princeton.
Di loro è scritto che per più di trent’anni hanno svolto ricerche sui fringuelli di Darwin nelle Galàpagos e che “il risultato è una delle dimostrazioni più complete della selezione naturale allo stato selvatico” - Ibid.
Essi hanno studiato, in particolare, “gli effetti della siccità prolungata, e della condizione opposta provocata da El Niňo”, rilevando che “entrambi gli eventi climatici modificavano la disponibilità di semi di grandezza e di durezza particolari. Con la siccità, i semi più diffusi erano quelli più grossi e più duri e … gli uccelli più piccoli, dotati di un becco più piccolo e più debole, avevano un tasso di mortalità molto elevato. Con El Niňo si verificava la situazione contraria: vi era grande abbondanza di semi piccoli e ad avere un tasso di mortalità più elevato erano gli uccelli di dimensioni maggiori” - Ibid.
I ricercatori notarono anche che specie diverse di fringuelli si incrociavano dando vita a una progenie le cui probabilità di sopravvivenza erano più elevate di quelle delle specie dei genitori e conclusero che, se gli incroci fossero continuati, le due specie avrebbero potuto fondersi in una sola entro 200 anni. C’è, però, da rimarcare che gli incroci avvenivano solo tra le diverse specie di fringuelli e non con altre specie di uccelli.
L’autore del 5 capitolo del Catalogo in questione conclude, quindi, affermando che “i Grant hanno dimostrato come allo stato selvatico la selezione naturale sia un processo reale che modifica gli adattamenti degli organismi”, ma aggiunge che “il Darwin maturo forse sarebbe stato deluso che nell’intervallo relativamente breve di trent’anni (che pure è un periodo di permanenza sul campo lunghissimo per un èquipe di ricerca), non sembra si sia accumulato un vero cambiamento graduale. Tuttavia, com’è ovvio, le 13 specie di fringuelli … mostrano una differenziazione adattiva” - Ibid.
Come dire, continuiamo pure ad arrampicarci sugli specchi! Il naturalista Ronald Daeumler, dopo aver trascorso due anni nelle Galápagos, ha fatto queste osservazioni:“Francamente, sono rimasto sbalordito apprendendo che questa fu in effetti la ragione più convincente addotta da Darwin per mostrare che l’evoluzione era una possibile spiegazione dell’origine delle specie. Egli ragionò che se il fringuello poteva evolvere, come disse lui, un nuovo becco, allora era probabile che potesse evolversi in un altro animale se gliene era dato il tempo sufficiente … desideravo veramente poter riconoscere i diversi fringuelli. Ma dato che vengono chiamati specie diverse mi ero immaginato che fosse piuttosto facile identificarli. Tuttavia nel corso delle mie ricerche mi sono reso conto che le differenze fra queste cosiddette specie erano così piccole che molti si potevano distinguere solo pesando o misurando diversi organi come cuore o cervello. È proprio come ha detto uno scrittore: ‘Solo un uomo molto saggio o uno stupido è in grado di distinguere tutti i fringuelli che vede’ … In realtà, i fringuelli delle Galápagos avevano veramente fatto quelli che si potrebbero definire cambiamenti evolutivi, cambiamenti che nel corso del tempo potevano trasformarli in qualche altra cosa? Oppure questi fringuelli sono semplici variazioni comuni a tutti i diversi, fondamentali tipi di animali? I fatti erano chiari per me: questi fringuelli erano sempre e soltanto fringuelli, e lunghi periodi di tempo non li stavano trasformando in qualche altra cosa”.
In conclusione, 150 anni di ricerca hanno solo dimostrato che la selezione naturale aiuterebbe le specie ad adattarsi ai cambiamenti delle condizioni ambientali ma, come ha affermato Jeffrey Schwartz, antropologo evoluzionista dell'Università di Pittsburgh, “senza dare origine a nulla di nuovo” (Jeffrey H. Schwartz - Sudden Origins, 1999).
In effetti i fringuelli di Darwin non stanno diventando “nulla di nuovo”. Sono sempre fringuelli, non si sono evoluti in falchi o aquile o qualche altra specie. E il fatto che si incrocino tra di loro mette certamente in dubbio i criteri che gli evoluzionisti usano per definire le specie.
Il ragionamento di Darwin e dei suoi seguaci, in effetti, ha delle gravi lacune. Le variazioni che si possono verificare all’interno delle varie specie si sono mostrate irrilevanti ai fini dell’Evoluzione.
Il problema vero dell’Evoluzione, infatti, è quello della trasformazione di una specie in un’altra. E ad oggi nulla ha dimostrato che le variazioni all’interno di una specie abbiano potuto produrre una nuova specie, del tutto diversa da quella d’origine!
La Parola di Dio, la Bibbia, mostra, invece, che in ciascun caso animali, piante e uomini si riproducono “secondo la loro specie” (cfr. Genesi 1:11,21,24,25). Questa “specie” biblica consente grande varietà nel suo ambito, ma non si può mischiare con altre specie. Per esempio, potrebbero esserci molte varietà di fringuelli, o di tartarughe (altra specie studiata da Darwin alle Galàpagos), poiché questi animali sono stati creati con la possibilità di tali variazioni, ma rimarrebbero sempre tartarughe e fringuelli. All’interno della loro specie possono accoppiarsi tra loro e generare progenie ma specie diverse non possono mai accoppiarsi e generare progenie e laddove accade, seppur in specie simili, come ad esempio nel caso del cavallo e dell’asino, viene fuori un ibrido (nella fattispecie il mulo), incapace di riprodursi! Questa è una legge immutabile, una legge che non ha eccezione, come ha osservato “Scientific American” dicendo: “Gli organismi viventi sono enormemente diversi nella forma, ma la forma è sorprendentemente costante entro qualsiasi data linea di discendenza: i maiali rimangono maiali e le querce rimangono querce, generazione dopo generazione” - Scientific American, “The Genetic Control of the Shape of a Virus”, di Edouard Kellenberger, dicembre 1966, p. 32.
Perciò, mentre entro ciascuna specie ci sono molte varietà o cambiamenti, le varie specie sono mantenute separate. E sono così mantenute da una barriera che nessuno scienziato è mai stato in grado di superare. Qual è questa barriera? È quella della sterilità fra le specie basilari.
Questa legge vale anche per la nostra specie, quella umana. Come tra i fringuelli di Darwin, anche fra gli uomini vediamo una grande varietà di statura, forma, colore e abilità. Difficilmente due persone qualsiasi hanno lo stesso aspetto. Infatti, dei circa 6 miliardi di persone ora sulla terra, poche, se pure ve ne sono, hanno le stesse impronte digitali! Tuttavia, per quanto siano diverse, in ogni luogo le persone sono facilmente riconoscibili come appartenenti alla famiglia umana. Tutte le persone possono sposarsi fra loro e generare figli indipendentemente dalle variazioni che esistono. Ma gli uomini non si possono accoppiare con nessun animale e generar progenie. Possono riprodursi solo se restano entro la loro specie, il genere umano. Se cercano di uscire da tali limiti, al di fuori della loro specie, non si possono riprodurre con nessun altro vivente. Non c’è per questa regola nessuna eccezione (cfr. Genesi 5:3; 1Corinzi 15:39).
Anche questo collima con il racconto biblico il quale sostiene che dopo il diluvio noetico, l’intero genere umano con tutte le sue potenziali variabili genetiche è disceso dagli otto supersiti di quel cataclisma mondiale e, partendo dall’Asia Minore, si è sparso in tutta la terra (cfr. Genesi 10:1-32; Atti 17:26). Col tempo alcuni gruppi si sono trovati più isolati di altri. Nel corso dei secoli, certe variazioni, o caratteristiche, sono divenute più marcate, così che col tempo le isole dell’Oceano Pacifico finirono par essere abitate soprattutto da varietà polinesiane o melanesiane, mentre in Africa ebbe il sopravvento la varietà negra e in Asia quella gialla. Ma erano sempre tutte della “specie” umana. Lo prova il fatto che possono sposarsi fra loro e avere figli. Da millenni questo processo è in atto e non ha prodotto alcuna nuova specie così che mentre la teoria della selezione naturale rimane una ipotesi sempre più inverosimile, il racconto biblico si conferma quello più aderente alla realtà!
C’è un’altra difficoltà che la teoria dell’Evoluzione deve sormontare. In che modo questa avverrebbe? Qual è, cioè, il meccanismo fondamentale che si ritiene abbia permesso a una forma di vita di evolversi in un’altra?
Leggo ancora nel Catalogo della mostra:
“il concetto di selezione naturale di Darwin presupponeva una variazione prevalentemente continua … era difficile conciliare le concezioni di Darwin sulla variazione - e su come può agire la selezione sulla variazione - con le nuove scoperte genetiche. I primi genetisti osservarono inoltre l’origine di nuove varianti, che chiamarono “mutazione” … si capì … che le mutazioni rappresentano la fonte principale della variazione genetica nelle popolazioni” - Ibid.
Darwin e i suoi seguaci hanno, quindi, chiamato in causa i vari cambiamenti che possono verificarsi all’interno del nucleo della cellula. E fra questi i più importanti ritengono siano i cambiamenti “accidentali” detti mutazioni.
Ci chiediamo, dunque, se è possibile che il processo evolutivo si sia verificato in seguito a mutazioni, cioè a drastici e improvvisi cambiamenti a livello genetico. Lo vedremo col prossimo post.
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