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May 29 "DIVORANO LE CASE DELLE VEDOVE E OSTENTANO DI FARE LUNGHE PREGHIERE" - Marco 12:40Domenica 31 maggio parte l’iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) per “aiutare” 30mila famiglie povere italiane. Si tratta di una “Colletta nazionale” che ha lo scopo dichiarato di costituire un fondo di garanzia, una specie di “fidejussione”, a favore delle Banche che parteciperanno al progetto, le quali si impegnano ad erogare ai nuclei familiari prescelti quello che è stato definito il “Prestito della speranza”, cioè un contributo mensile di 500 euro per un anno (rinnovabile, al massimo, per altri 12 mesi).
“Per sostenere e promuovere la Colletta nazionale sono stati predisposti oltre 50mila manifesti da esporre in tutte le parrocchie e oltre un milione di pieghevoli esplicativi che saranno veicolati attraverso i media cattolici che sosterranno l’iniziativa a livello nazionale e diocesano … Per essere efficace e rispondere in maniera adeguata ai suoi obiettivi, il fondo richiede un investimento di trenta milioni di euro” (da l’Avvenire, quotidiano della CEI, 7/5/2009 pg. 5).
In pratica, in cosa consiste il progetto?
Con la Colletta nazionale del 31 maggio la CEI spera di raccogliere 30milioni di euro con i quali si darà vita a un capitale che dovrà garantire almeno al 50% i prestiti che saranno concessi. In tre anni le Banche coinvolte nell’iniziativa erogheranno fino a 180milioni di euro complessivi di prestiti dei quali sarà garantito, coi fondi raccolti, il 50%, pari a 90milioni di euro (30milioni iniziali moltiplicato per 3). Il resto della garanzia è prevista a carico delle banche.
Con questi 180milioni di euro si finanzieranno nel triennio, a partire dal 1° settembre 2009, 30mila famiglie in difficoltà concedendo loro un prestito di 500 euro mensili per un anno, pari a 6.000 euro complessivi per nucleo familiare.
Il cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, ha detto che il prestito sarà “un segno e uno strumento di speranza per attraversare la crisi e non soccombere ad essa” e che “saranno le parrocchie insieme alla Caritas ad individuare e selezionare rigorosamente le famiglie in difficoltà per poi indirizzare alla Banca che potrà in tempi brevi concedere il prestito a ritmo mensile”.
Il prestito però non è a fondo perduto perché, naturalmente, chi lo riceverà dovrà anche restituirlo. “La restituzione” ha detto ancora il Presidente della CEI “avverrà quando ce ne saranno le condizioni e comunque non prima di uno o due anni, e avrà la durata massima di cinque anni”.
Oltre al “capitale”, le famiglie destinatarie del prestito, nel restituirlo pagheranno anche un tasso di interesse pari al 4,50% annuo. Il Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI) con la quale la CEI ha firmato una convenzione, Corrado Faissola, ha tenuto a precisare che questa “non sarà valutata come un’operazione di mero affare” dagli istituti di credito e che la decisione sul tasso di interesse è stata presa tenendo presente che le banche “si addossano i restanti 90milioni di rischio”.
C’è, però, una condizione che viene posta per l’erogazione del prestito, cioè che “la persona che lo chiede sia in qualche modo coinvolta in un percorso di reinserimento lavorativo, attraverso l’iscrizione a servizi per l’impiego o la frequenza di corsi gestiti da centri di formazione professionale, o anche in iniziative promosse dai BIC (Business Innovation Centre) per l’avvio di attività produttive”. In altre parole, se coloro che chiederanno il prestito non avranno un reddito da lavoro o d’impresa a garantire la possibilità di rimborso, difficilmente l’otterranno. Né più né meno come accade attualmente quando si va in Banca a chiedere un mutuo o un prestito: se non si possiede un reddito, niente soldi! Allora, caro Dr. Faissola, dov’è il rischio delle Banche?
Comunque, quella della CEI sembrerebbe una iniziativa del tutto meritoria nella situazione attuale dell’economia mondiale e italiana. Che ne pensate?
Un giornalista, Philippe Ridet ha scritto su Le Monde dell’8 maggio scorso: “Monsignor Bagnasco ha detto il contrario di ciò che è stato affermato ufficialmente dal governo [italiano]. All’ottimismo di Silvio Berlusconi e del ministro delle finanze, Giulio Tremonti, che continuano a sminuire l’entità della crisi nonostante un crollo previsto del PIL del 4,2% per il 2009, il rappresentante dei vescovi ha contrapposto la gravità di una crisi che riguarda ‘numerose famiglie che sono entrate in una fase critica. La crisi tocca le persone sole, le famiglie … Il lavoro già precario diventa ancora più instabile e quando lo si perde, non c’è via di scampo. Il nostro capitale di garanzia è una risposta concreta, un segno di speranza per superare la crisi’”.
Ho cercato in giro per il Web alcuni pareri in merito ed ho visto che le opinioni sono contrastanti.
Ad esempio, una donna ha scritto: “la Chiesa [Cattolica] sta cercando di creare una rete di aiuto e visto che oggi come oggi le banche difficilmente accettano di accendere finanziamenti senza firme credo che sia il caso di ringraziarla”.
In contrasto un’altra donna ha detto: “I preti dovrebbero fare i preti non diventare bancari anzi banchieri” e un uomo ha aggiunto: “i preti e i vescovi che prestano i soldi ai poveri? ma quando mai si è visto? … prestando i soldi ‘a tasso agevolato’ stanno guadagnando dei soldi. E non sembra ignobile che la Chiesa guadagni prestando i soldi ai poveri?”.
Personalmente, nella questione, c’è una cosa che ha destato la mia curiosità. Monsignor Bagnasco ha detto: “la Colletta nazionale è pure un gesto dal profondo sapore ecclesiale perché si ricollega ad una prassi antica, di cui il testimone più significativo è l’Apostolo Paolo che organizza la Colletta per i poveri di Gerusalemme”.
Certamente il Presidente della CEI si riferiva a ciò che l’apostolo scrisse nella sua prima lettera alla chiesa di Corinto. Egli disse: “Quanto poi alla colletta in favore dei fratelli, fate anche voi come ho ordinato alle Chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare, perché non si facciano le collette proprio quando verrò io. Quando poi giungerò, manderò con una mia lettera quelli che voi avrete scelto per portare il dono della vostra liberalità a Gerusalemme. E se converrà che vada anch'io, essi partiranno con me” (1Corinzi 16:1-4).
Nella seconda metà degli anni 40 del I secolo d.C., infatti, una grave carestia devastò la Giudea (cfr. Atti 11:27-30). Memore dell’incoraggiamento a “ricordare i poveri” ricevuto dagli altri apostoli, in particolare da Giacomo, Pietro e Giovanni, all’inizio del suo incarico, l’apostolo Paolo organizzò la raccolta di fondi per i cristiani poveri della Giudea (cfr. Galati 2:19). Nessuno fu costretto a dare più di quanto potesse. Ciò che l’apostolo semplicemente disse loro fu: “ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2Corinzi 9:7).
Nella primavera del 56 d.C. il denaro raccolto fu portato a Gerusalemme. Il Prof. Dieter Georgi, Preside della Facoltà di Teologia di Francoforte (D), commentando il racconto biblico ha detto: “La somma complessiva raccolta per la colletta dev’essere stata considerevole perché altrimenti gli sforzi che fecero infine Paolo e tanti altri delegati non avrebbero giustificato la fatica e la spesa”.
C’è un particolare di quel racconto su cui, ritengo, bisognerebbe meditare: in un’altra sua lettera l’apostolo scrisse: “a quelli della Macedonia e dell'Acaia è piaciuto di fare contribuzione per i poveri che sono fra i santi in Gerusalemme. Ora è piaciuto loro di far questo, perché sono ad essi debitori; se i gentili infatti hanno avuto parte dei loro beni spirituali, devono anche sovvenire loro nei beni materiali” (Romani 15:26,27,Di). Quella Colletta andò oltre il semplice interesse per i compagni di fede poveri. Indicò che c’era un vincolo di fratellanza fra i cristiani di origine ebraica e quelli delle altre nazioni. L’offerta e l’accettazione di contribuzioni era segno di unità e amicizia fra loro. Non c’erano divisioni nazionalistiche. Tutti i cristiani, in qualsiasi parte della terra vivessero, condividevano sia le cose materiali che quelle spirituali. Credo che su questo punto debbano seriamente riflettere tutti quelli che si definiscono “cristiani” e poi respingono i barconi carichi di “fratelli” di altre nazioni che si trovano nel bisogno!
Ma la mia attenzione è andata oltre la Colletta. Mi son chiesto anch’io se quel tasso di interesse del 4,50% richiesto sul prestito, seppur considerato esiguo rispetto alla norma ma che tanto esiguo poi non è, rispecchia i princìpi cristiani.
Anticamente, e come anche oggi purtroppo, l’interesse sui prestiti era spesso molto elevato e chi non era in grado di restituire un prestito era trattato con severità. Documenti antichi menzionano tassi d’interesse per l’uso di un campo pari alla metà del raccolto, e non era illegale esigere che una persona restituisse il doppio di quanto aveva ricevuto in prestito (cfr. Matteo 18:28-30).
Ma nell’antico popolo di Dio la situazione era molto diversa. Normalmente agli israeliti poveri, vittime di rovesci finanziari, si facevano prestiti in denaro o in viveri, e la Legge di Dio vietava di far pagare loro gli interessi (cfr. Esodo 22:25; Levitico 25:35-37; Deuteronomio 15:7,8; 23:19).
Quegli antichi ebrei erano generalmente dediti all’agricoltura, non al commercio. Se un contadino che lavorava la terra dei suoi avi chiedeva un prestito, probabilmente lo faceva perché era venuto a trovarsi nel bisogno. La Legge prendeva per scontato che chi chiedeva un prestito fosse ‘afflitto’. Forse gli era capitato un incidente o il raccolto era andato male o per qualche altro motivo aveva bisogno di soldi per tirare avanti fino al nuovo raccolto. Esigere un interesse in tali condizioni avrebbe significato approfittare delle avversità del proprio fratello. Non sarebbe stato un segno d’amore, mentre agli israeliti era stato comandato: “Devi amare il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19:18).
Quando venne sulla terra, Cristo Gesù rispecchiò lo spirito della Legge e insegnò a fare altrettanto (cfr. Matteo 5:17). Infatti ai suoi discepoli disse: “Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” (Matteo 5:42). Poi, ampliando il soggetto dei prestiti, Egli aggiunse: “se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi” (Luca 6:34,35).
Cosa intese dire? Quegli ebrei che ascoltavano Gesù erano obbligati dalla Legge a fare prestiti senza interesse ai loro connazionali bisognosi. Non era insolito che perfino i peccatori prestassero senza interesse a quelli che erano in grado di restituire il prestito. Prestiti senza interesse potevano anche essere fatti con lo scopo di ottenere in seguito qualche favore dal debitore. Chi invece desiderava imitare Dio avrebbe fatto qualcosa di più dei peccatori, prestando ai bisognosi che per la loro situazione economica non sarebbero mai stati in grado di restituire il prestito. Qual è dunque la lezione? Il cristiano dovrebbe considerare le difficoltà temporanee del suo fratello come un’opportunità per mostrare amore. Dovrebbe aiutarlo quanto più gli è possibile, fino al punto di fargli doni o prestiti senza interesse. In realtà, però, nei momenti difficili i cristiani non si limitano a fare prestiti per aiutarsi gli uni gli altri: fanno doni. Questo è in effetti ciò che accadde con la Colletta organizzata dall’apostolo Paolo. Il racconto dice, infatti, che “i discepoli si accordarono, ciascuno secondo quello che possedeva, di mandare un soccorso ai fratelli abitanti nella Giudea; questo fecero, indirizzandolo agli anziani, per mezzo di Barnaba e Saulo” (Atti 11:29,30).
C’è ancora un aspetto che vorrei menzionare e che non è tanto chiaro nel progetto della CEI poiché non ho trovato, nei vari articoli che ho letto, alcuna dichiarazione in merito. Ed è questo: le Banche erogheranno il prestito alle 30.000 famiglie prescelte per un totale di 180milioni di euro. Alla fine del progetto, presumibilmente entro 5 anni, tale somma sarà completamente recuperata attraverso la restituzione del prestito insieme al tasso di interesse, pari a non meno di 8milioni di euro. Ma i 90milioni di euro che saranno stati raccolti con la Colletta nazionale per costituire il fondo di garanzia che fine faranno? Secondo la Convenzione CEI/ABI questi soldi verranno tutti accantonati su un c/c presso la Banca Prossima (del Gruppo Intesa S. Paolo) intestato alla CEI, che ne avrà, quindi, la disponibilità. Quale sarà, poi, la loro destinazione?
Vorrei, quindi, concludere con un’ultima riflessione personale. Facendo una ricerca sull’origine del prestito con interesse ho notato che tali attività bancarie risalgono, più o meno, al tempo di Abramo, circa 4.000 anni fa. Infatti gli antichi sumeri della pianura di Sinar avevano “un sistema straordinariamente complesso di prestiti, depositi e lettere di credito” (The Encyclopedia Americana, 1956, vol. III, p. 152). Il Codice di Hammurabi, ad esempio, fissava al 20% l’interesse legittimo sul denaro e sui cereali. A Babilonia, poi, e più tardi in Grecia, tutte le attività bancarie si svolgevano intorno ai templi, i quali, essendo considerati inviolabili, provvedevano riservatezza e sicurezza. Insomma religione e affaristica costituivano un connubio perfetto.
Perché questa riflessione?
E’ uscito in questi giorni nelle librerie il volume VATICANO S.p.A. di Gianluigi Nuzzi, un giornalista inviato di Panorama e collaboratore del Corriere della Sera e de Il Giornale, il quale, avuto accesso all’archivio segreto di Monsignor Renato Dardozzi, uomo di fiducia del cardinale Agostino Casaroli, ex Segretario di Stato vaticano, che per più di venti anni è stato uno dei pochissimi presenti alle riunioni riservate ai più stretti collaboratori del Papa volte ad affrontare e risolvere le delicate questioni sollevate dallo scandalo IOR (la banca vaticana)-Banco Ambrosiano-Monsignor Marcinkus, ha inteso presentare, come dichiarato nella copertina del libro, LA VERITÀ SUGLI SCANDALI FINANZIARI E POLITICI DELLA CHIESA.
Non ho ancora finito di esaminarlo, ma qualcosa che ho letto sull’uso spregiudicato della principale istituzione finanziaria della Chiesa Cattolica lascia oltremodo perplessi.
Scrive Nuzzi nella presentazione:
“Dopo la fuoriuscita di Marcinkus dalla Banca del Papa, parte un nuovo sofisticatissimo sistema di conti cifrati nei quali transitano centinaia di miliardi di lire … Conti intestati a banchieri, imprenditori, immobiliaristi, politici … Titoli di Stato scambiati per riciclare denaro sporco. I soldi di Tangentopoli (la maxitangente Enimont) sono passati dalla Banca Vaticana, e perfino il denaro lasciato dai fedeli per le Sante messe è stato trasferito in conti personali, con le più abili alchimie finanziarie … Una vera “lavanderia” nel centro di Roma, utilizzata anche dalla mafia e per spregiudicate avventure politiche. Un paradiso fiscale che non risponde ad alcuna legislazione diversa da quella dello Stato del Vaticano. Tutto in nome di Dio”
Poi, nel IV capitolo della Prima Parte del libro, a pag. 61, si legge:
“Nello statuto della banca si contempla la beneficienza e il culto, destinando parte delle somme che lo IOR riceve e gestisce proprio per le opere di religione. Il regista del sistema [Monsignor Donato de Bonis, nominato Prelato, cioè a tutti gli effetti Presidente dello IOR, dal Papa Giovanni Paolo II nel 1989] modula queste finalità trasformandole in una formidabile occasione per mimetizzare le proprie operazioni fra quelle tradizionali, meritorie, per elemosine e carità nel mondo. Infatti non solo i depositi sono attribuiti a fondazioni inesistenti, ma spesso la scelta delle intestazioni è dettata dall’ipocrisia e dal cinismo. Si pensi al conto «001-3-15924-C» che il Prelato dello IOR ribattezza “Fondazione mamma de Bonis, lotta alla leucemia” o quello «Louis Augustus Jonas Foundation» che un carissimo amico del Prelato … Luigi Bisignani, apre indicando l’«aiuto bimbi poveri» nelle finalità”.
Dati questi fatti, viene legittimo chiedersi: non è che noi “poveri” italiani, dopo la “bufala” governativa della “Social Card” stiamo per riceverne un’altra dalla finanza creativa vaticana la quale, mai sazia dell’8x1000 o del 5x1000, nonché di tutti gli altri contributi e agevolazioni fiscali di cui gode, ci molla ora quella del “Prestito della speranza”?
E perché mai, se opera di carità trattasi, per costituire detto fondo di garanzia la CEI non attinge all’8x1000 (più di un miliardo di euro l’anno che riceve dallo Stato italiano, un contributo specificamente destinato ad opere caritative) o al 5x1000 (al quale la Caritas accede, peraltro tra le pochissime privilegiate che hanno anche ricevuto i contributi, al contrario di altre Istituzioni benefiche che ancora li stanno aspettando)?
Otto per mille: solo il 20% va ai poveri Nel 2008 la Chiesa Cattolica ha incassato con l’8x1000 oltre un miliardo di euro (per l’esattezza 1.002.513.715,31 euro). Ma, mentre le campagne pubblicitarie insistono a spiegare che l’8x1000 destinato alla Chiesa viene usato per la carità, per i poveri e per il Terzo mondo, in realtà solo un quinto del totale – per il 2008 si tratta di 205 milioni di euro – è impiegato per “interventi caritativi”, cioè assegnati alle diocesi per le iniziative di carità (90 milioni), destinati ad interventi nei Paesi del Terzo mondo (85 milioni) e ad esigenze caritative di rilievo nazionale (30 milioni). Quasi la metà dei soldi raccolti dalla Chiesa Cattolica viene invece destinata alle esigenze di culto: 424 milioni di euro (160 milioni alle diocesi “per culto e pastorale”, 185 per l’edilizia, 32 al Fondo per la catechesi e l’educazione cristiana, 38 per iniziative religiose di rilievo nazionale e 9 ai Tribunali ecclesiastici regionali). E oltre un terzo dell’intero incasso, 373 milioni di euro, viene invece destinato all’Istituto centrale per il sostentamento del clero, che assicura uno stipendio mensile ai 39mila sacerdoti in servizio nelle diocesi italiane e ai 600 preti diocesani impegnati nelle missioni all’estero: poco più di 850 euro al mese ad “inizio carriera”, che arrivano a 1.300 euro mensili per un vescovo alle soglie della pensione (ma va aggiunto anche che ogni sacerdote può attingere ai cosiddetti “diritti di stola”: battesimi, matrimoni, funerali, ecc.) – cfr. Matteo 10:8. E non è irrealistico pensare che anche i 600milioni di dollari USA (pari a circa 426milioni di euro) elargiti all’arcidiocesi di Boston per risarcire i danni ai minori causati da preti e vescovi pedofili provengano, in parte, dall’8x1000. May 17 LA RISURREZIONE: UNA SPERANZA SICURA? - V parteChe speranza c'è per loro?
RISUSCITATI: DOVE E QUANDO?
Nel suo più famoso Sermone, quello comunemente denominato ‘della Montagna’, pronunciato verso la metà del suo ministero terreno di tre anni e mezzo, poco dopo aver scelto i suoi 12 apostoli, nell’anno 31 d.C., Gesù iniziò a parlare dicendo:
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”
“Beati i miti, perché erediteranno la terra”
(Matteo 5:3-5)
Questa dicotomia della speranza cristiana, lo confesso, di primo acchito, mi ha lasciato un po’ perplesso!
Mi son chiesto, infatti, se quella riportata dallo scrittore evangelico fosse una palese e preoccupante contraddizione che potesse in qualche modo minare la mia fiducia nell’esattezza del messaggio biblico.
Poi ho riflettuto sulla possibilità che tale perplessità derivasse dal mio retaggio cattolico della speranza cristiana e che questo, ancora una volta, fosse in contrasto con la verità esposta nella Parola di Dio.
Insegna, infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica:
“Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo … e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c'era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate …, anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale - e questo dopo l'Ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo - sono state, sono e saranno in cielo, associate al Regno dei cieli e al Paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l'essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura ... Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva”.
(Catechismo della Chiesa Cattolica - Sezione Seconda La Professione della Fede Cristiana - Capitolo Terzo - Articolo 12 - II - Il Cielo)
Gli insegnamenti delle Chiese cosiddette “Protestanti”, d’altra parte, non si discostano dall’insegnamento cattolico poiché leggo in diversi blog scritti da evangelici frasi come queste:
“Questa è la nostra speranza, la nostra certezza un giorno saremo anche noi celesti, per la grazia che abbiamo ricevuto da Gesù”.
“Gesù sta preparando la Sua Sposa, quando sarà pronta, tornerà con grande potenza per portarci nella Patria celeste, e così saremo sempre col Signore”.
“La Croce ci aprirà le porte del cielo abbracciandola potremo gustare quella dolce presenza amorevole del Padre nostro che è nei cieli!”
Mi sembra, dunque, evidente che la speranza coltivata dalla maggioranza di coloro che si dichiarano ‘cristiani’ e quella di andare un giorno in cielo e li vivere per sempre alla presenza di Dio e di Cristo.
Perciò, torno a chiedermi: perché Gesù disse che le persone miti avrebbero “ereditato la terra”?
Vero è che coloro che lo stavano ascoltando, i suoi connazionali ebrei, avevano solo il concetto della vita sulla terra. Dice, infatti, una nota opera di consultazione: “Gli ebrei inizialmente pensavano che la salvezza si sarebbe avuta sulla terra … a prescindere dallo splendore della speranza messianica e dalla durata del regno futuro - che secondo alcuni sarebbe stato addirittura eterno - fondamentale era il carattere terreno e nazionale attribuito a tale èra religiosa. Poi prese piede un nuovo concetto: la ‘scoperta’ di una felice esistenza dopo la morte” (Pirot L. - Robert A. ed., Supplément au Dictionnaire de la Bible, I-XII, Paris 1928-2002).
Quegli ascoltatori, appartenenti ad una nazione biblicamente edotta, conoscevano bene il racconto della creazione e non pensavano, come molti oggi fanno, anche tra i cosiddetti ‘cristiani’, che fosse semplicemente un mito del passato. Lo stesso Gesù, quando i suoi principali nemici, gli ipocriti capi religiosi, cercavano un pretesto per accusarlo, per difendersi fece riferimento a quel racconto attestandolo come reale (cfr. Matteo 19:3-9). Perciò egli parlava ad ascoltatori che conoscevano l’originale proposito di Dio di far vivere per sempre le sue creature sulla terra e sapevano che questa prospettiva non si era realizzata a causa del peccato di Adamo che provocò non solo la sua fine ma anche la condanna a morte per tutta la sua discendenza ( cfr. Genesi 3:17-19; 5:5; Salmo 51:5,Di e VR - 50:7,CEI; Romani 5:12).
Quell’uditorio, quindi, aveva solo aspettative terrene. A nessun giudeo passava in mente di dover andare in cielo e questo fu ulteriormente reso chiaro da ciò che i suoi discepoli chiesero a Gesù dopo la sua risurrezione e cioè “Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?” (Atti 1:6). Perciò la speranza di ogni israelita era quella di essere riportato in vita, mediante la risurrezione, per vivere per sempre sulla terra resa di nuovo un paradiso di delizie, come lo era stato all’inizio l’Eden (cfr. Giobbe 14:13-15; Isaia 35:1-7; 45:18).
Il discorso di Gesù, dunque, in parte rispecchiò queste aspettative allorché affermò “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Ma egli aggiunse qualcosa di innovativo rispetto alle loro attese affermando anche “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”.
Probabilmente i più attenti di quegli ascoltatori allora si interrogarono sulle proprie prospettive di vita futura chiedendosi dove, se giudicati fedeli, avrebbero ricevuto il premio della vita eterna: sulla terra, come avevano sempre creduto, o in cielo?
Poiché, come è scritto, in Dio “non c'è variazione né ombra di cambiamento” (Giacomo 1:17) nelle parole di Gesù doveva esserci più logica del dogmatismo dell’ebraismo apostata e del falso cristianesimo.
Cosa egli intendesse, presentando una duplice speranza per i suoi discepoli, lo rese noto circa due anni dopo, la sera del 14 nisan del 33 d.C, mentre era a tavola con i suoi apostoli. Dopo aver commemorato con loro la Pasqua ebraica, che ricordava la miracolosa liberazione dalla schiavitù egiziana, e dopo aver allontanato il traditore Giuda, disse a quei rimanenti 11 fedeli compagni: “Or voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù d'Israele” (Matteo 26:17,20,21; Giovanni 13:27-30; Luca 22:28-30,VR).
Dunque, Gesù disse ai suoi fedeli apostoli che avrebbero partecipato con lui al Regno, cioè al governo che Dio aveva ideato, a seguito del peccato adamico, al fine di ripristinare il suo proposito per la terra e per la razza umana (cfr. Isaia 45:18; Salmo 37:29). Quel Regno che, secondo la profezia, dovrà spazzare via dalla terra tutti i sistemi di governo stabiliti dall’uomo e prendere il loro posto (cfr. Daniele 2:44).
Poiché la sede di questo governo è in cielo si rendeva necessario che quegli uomini avessero accesso al cielo (cfr. Matteo 4:17; Filippesi 3:20).
Tre giorni dopo la sua morte come uomo terreno, Gesù venne risuscitato non più con un corpo carnale ma con un corpo spirituale. Perché? Egli doveva tornare dove risiedeva prima di nascere sulla terra, cioè nel reame celeste (cfr. Giovanni 6:38,62; 8:23; 17:4,5; 1Corinzi 15:42-45). Lì rimase in attesa che arrivasse il tempo stabilito da Dio per ricevere pieni poteri come Re e iniziare a governare (cfr. Atti 2:32-36; Ebrei 10:12,13).
In maniera simile anche quegli uomini che dovevano partecipare con lui al governo celeste dovevano morire nella carne ed essere quindi risuscitati come persone spirituali per poter accedere al reame celeste (cfr. Romani 6:5). Il loro corpo carnale sarebbe stato un impedimento ad assumere questo incarico (cfr. 1Corinzi 15:50).
La risurrezione di coloro che parteciperanno con Cristo al Regno viene definita nelle Sacre Scritture la “prima risurrezione” (cfr. Apocalisse 20:6). Essa è prima sia per l’importanza del ruolo che devono assumere i risuscitati, quello di co-regnanti insieme a Cristo, sia in ordine di tempo poiché deve avvenire immediatamente dopo che Cristo riceve il potere del Regno, come spiegò l’apostolo Paolo scrivendo ai conservi cristiani della chiesa di Tessalonica: “noi viventi, che saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo coloro che si sono addormentati, perché il Signore stesso con un potente comando, con voce di arcangelo con la tromba di Dio discenderà dal cielo, e quelli che sono morti in Cristo risusciteranno per primi; poi noi viventi, che saremo rimasti saremo rapiti assieme a loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell'aria; così saremo sempre col Signore” (1Tessalonicesi 4:15-17; cfr. anche Filippesi 3:10,11). Dunque la risurrezione di coloro che affiancheranno Gesù nel governo celeste inizia al tempo della seconda “venuta” (greco parousìa) di Cristo, tempo in cui tutti quelli che erano morti in precedenza, e che erano in attesa nelle tombe, vengono riportati in vita, mentre quelli viventi in quel tempo vengono immediatamente risuscitati al tempo stesso della loro morte terrena, in qualsiasi momento questa avviene (cfr. anche Apocalisse 11:17,18).
Ma, l’espressione “prima risurrezione” sottintende che ce ne sia anche una seconda!
Ed è anche ovvio pensare che non tutti gli esseri umani regneranno insieme a Cristo, poiché, se tutti fossero re, su chi regnerebbero?
Non a caso più volte nella Parola di Dio viene usata l’espressione “nuovi cieli e nuova terra” (cfr. Isaia 65:17; 66:22; 2Pietro 3:13; cfr anche Apocalisse 20:11; 21:1).
Cosa sono questi “nuovi cieli”? A comprenderlo ci aiuta l’apostolo Paolo il quale, parlando di Cristo Gesù ai conservi cristiani di retaggio ebraico, disse “Tale era infatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli”. In un’altra sua lettera egli poi specificò: “Questa potente efficacia della sua forza egli l'ha mostrata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nel cielo, al di sopra di ogni principato, autorità, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro” (Efesini 1:20,21). Dunque i governi o i governanti della terra nelle loro funzioni, che li pongono al di sopra degli altri cittadini, vengono simbolicamente paragonati a “cieli”. Pertanto nella Parola di Dio con l’espressione profetica di “nuovi cieli” si vuole indicare il nuovo governo o i nuovi governanti per la terra, che sono costituiti da Dio, cioè il governo formato da Cristo e dai suoi co-regnanti scelti tra il genere umano. Essi, come è detto nella citata profezia di Daniele, prenderanno il posto dei vecchi cieli, cioè degli attuali governi umani che operano sotto l’influenza satanica (cfr. Daniele 2:44). Dio, il Sovrano dell’Universo ha preordinato che un determinato numero di persone, uomini e donne, partecipino con Gesù Cristo al governo mondiale. Questa disposizione è un ulteriore dimostrazione della sapienza e dell’amore di Dio per le sue creature umane. Coloro che affiancheranno Cristo sono stati a loro volta uomini e donne imperfetti mentre erano sulla terra, quindi conoscono tutte le debolezze umane. Se Dio avesse affiancato degli angeli a Gesù, essi non avrebbero avuto la stessa esperienza nell’aiutare gli uomini a superare i loro difetti. Di queste persone è detto che “sono stati comprati dalla terra” e “comprati di fra il genere umano”, perciò il loro futuro non è più sulla terra e fra il genere umano. Come “primizie a Dio e all’Agnello”, devono esser presentati a questi in cielo (cfr. Rivelazione 14:3,4). Quindi dalla morte, fino alla quale si son mostrati fedeli, sono risuscitati alla vita spirituale in cielo. La loro è la risurrezione spirituale che è descritta in 1Corinzi 15:42-55. Per aver sofferto insieme a Cristo ed essersi mostrati fedeli a Dio fino alla morte, poiché e detto che “sono stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e che non avevano adorato la bestia né la sua immagine e non avevano preso il suo marchio sulla loro fronte e sulla loro mano [cioè non si sono immischiati nelle faccende politiche di questa terra], essi vengono ricompensati nella maniera descritta nella visione di Apocalisse 20:4-6: “tornarono in vita e regnarono con Cristo per mille anni … Questa è la prima risurrezione. Beato e santo è colui che ha parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potestà la seconda morte, ma essi saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui mille anni”. Nella visione, infatti, sono visti sul celeste monte Sion mentre suonano arpe e cantano un cantico che nessun’altri poteva imparare. Questo significa che hanno una straordinaria comprensione del Regno e dei propositi divini che nessun’altri può avere.
E la “nuova terra” da chi è composta? Mi sembra evidente che questa espressione si riferisce simbolicamente a una nuova società di persone viventi sulla terra (cfr. Salmo 96:1,CEI). Composta da chi? Ciò che Gesù disse in una circostanza ci aiuta a comprenderlo. Parlando di Giovanni Battista egli disse: “tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui” (Matteo 11:11). Cosa intese dire Gesù? Semplicemente che la speranza di Giovanni il Battista non era celeste: egli non avrebbe fatto parte del gruppo di uomini scelti per affiancare Gesù nel Regno. In maniera simile del re Davide, che pure fu incluso dall’apostolo Paolo nell’elenco dei testimoni che si erano distinti per la loro fede, è detto che egli “non è salito in cielo” (cfr. Atti 2:34). E per analogia così deve intendersi per tutti quegli antichi uomini fedeli, quali ad esempio Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Samuele, i quali, come ha scritto l’apostolo, “non ottennero la promessa, perché Dio aveva provveduto per noi qualcosa di meglio, affinché essi non giungessero alla perfezione senza di noi” (cfr: Ebrei 11:2-40).
Tutti quegli uomini non hanno avuto accesso ai cieli e non partecipano con Gesù al governo celeste. Perché? Primo perché il patto per il Regno tra Gesù e i suoi fedeli seguaci fu istituito dopo la loro morte, perciò essi non vi hanno potuto partecipare. Poi perché, in base a quel patto, per accedere al reame spirituale, o celeste, le persone, mentre sono ancora in vita, devono subire un mutamento di natura: rinunciano alla natura umana per ottenere la natura “divina” e, come nel caso di Cristo Gesù al momento del battesimo, vengono “rigenerati” a “una vita nuova”, come figli spirituali di Dio. Devono, inoltre, subire una morte come quella di Cristo - mantenendo l’integrità e rinunciando per sempre alla vita umana - e quindi ricevere mediante la risurrezione un corpo immortale, incorruttibile, come quello di Cristo (cfr. Giovanni 3:3-8; Romani 6:3-5; 1Pietro 1:3-4). Questa “rigenerazione” non è potuta avvenire nel caso di tutte le persone fedeli morte prima di Cristo perché Gesù doveva essere “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose” (Colossesi 1:8). Gesù dunque aprì la via al regno celeste per coloro che sono nati come uomini, prima di lui nessuno poteva avere questo privilegio. Tutte quelle persone fedeli morte prima di lui hanno dunque la speranza di essere risuscitati per vivere per sempre sulla terra. Saranno sudditi terreni del Regno di Dio.
Inoltre, anche tra coloro che sono nati dopo Cristo e sono quindi divenuti suoi discepoli, non tutti hanno la speranza celeste o di partecipare con lui al Regno. Perché? Perché Dio ha limitato il numero di coloro che hanno questa speranza (cfr. Apocalisse 7:4; 14:1-4,Di). Gesù stesso indicò questo definendo quel gruppo “piccolo gregge” (cfr. Luca 12:32). Poi parlò di tutti gli altri che non avevano la speranza celeste definendoli genericamente “altre pecore” (cfr. Giovanni 10:16), cioè un numero non definito di suoi discepoli che sarebbero stati risuscitati per vivere per sempre sulla terra quali sudditi del Regno. A riprova di ciò, nella visione apocalittica di quello che sarebbe accaduto al ritorno di Cristo viene ripetuta la distinzione di due classi di persone: una, numericamente ben delimitata, viene vista con Cristo sul simbolico, celeste monte Sion (sul monte Sion sorgeva l’antica Gerusalemme, capitale del tipico Regno di Dio, perciò simboleggia appropriatamente la sede celeste del governo divino); l’altra, una “grande folla” di persone non numerata si trova “davanti al trono e all’Agnello” dichiarando di ottenere la salvezza da Dio e dall’Agnello, Cristo Gesù. Questa immensa moltitudine è composta da persone che vivranno sulla terra quali sudditi del Regno di Dio.
La grande maggioranza di coloro che saranno risuscitati, tra cui molti uomini fedeli dell’antichità, quali ad esempio Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, il re Davide, Giovanni Battista, vivranno per sempre sulla terra che sarà resa di nuovo un paradiso dal governo di Cristo e dei suoi co-regnanti. Per chi sarà in vita quel giorno sarà una grande gioia accogliere i morti del genere umano i cui nomi sono stati scritti da Dio nel suo “libro di memorie” (cfr. Malachia 3:16). Tutti questi saranno i sudditi terreni del Regno di Dio. Per riassumere, quindi, la risurrezione, secondo le Sacre Scritture, è stata disposta da Dio per due ben distinti gruppi di persone:
Uno, composto da un numero limitato di discepoli di Cristo, che lo dovrà affiancare nel governo celeste. Questi perciò saranno risuscitati con un corpo spirituale per vivere nel reame celeste. La scelta di queste persone viene fatta direttamente da Dio e da nessun’altri, ed Egli ne rende testimonianza, mediante il suo Spirito Santo, ai diretti interessati (cfr. Romani 8:14-17).
L’altro, in numero illimitato perché la promessa è per tutto il genere umano che vorrà farla propria, è composto da persone che saranno risuscitate per vivere per sempre sulla terra.
Questo è anche il senso delle parole della preghiera del “Padrenostro”, allorché dice “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”! (Matteo 6:10).
La risurrezione del primo gruppo dovrà avvenire “per prima”, al tempo della seconda “venuta” di Cristo (cfr. 1Tessalonicesi 4:15-17).
La risurrezione del resto del genere umano avverrà in seguito, dopo che Cristo e i suoi co-regnanti avranno ricevuto pieni poteri per governare la terra trasformandola in un Paradiso (cfr. Apocalisse 20:11-15).
Allora si adempirà anche la promessa che Gesù fece al ladrone che fu messo a morte insieme a lui: “Io ti dico oggi tu sarai con me nel Paradiso”. Quel malfattore avrà quindi l’opportunità, una volta risuscitato e se dimostrerà di aver cambiato attitudine mentale, di vivere per sempre su una terra paradisiaca.
Mi sembra, a questo punto, fondamentale per ciascuno di noi accertarsi a quale dei due gruppi summenzionati appartiene e qual’è la propria vera speranza, per non inseguirne invano una che non ci compete! Soprattutto perché l’apostolo Paolo avvertì che chi persegue e proclama una speranza che non è la sua “sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore” e riceverà “un giudizio contro se stesso” (cfr. 1Corinzi 11:27-29,Di).
May 10 LA RISURREZIONE: UNA SPERANZA SICURA? - IV parteUN LIBRO DI MEMORIE PER COLORO CHE TEMONO E ONORANO DIO
Questa Signora è mia madre L’uomo al suo fianco è mio padre, in una foto degli anni ’50, poco dopo il loro matrimonio. Mi piace ricordarla così com’era, una bella ragazza mora con gli occhi azzurri, piena di vita e di speranze. Mi piace anche vederla insieme a mio padre perché sono stati inseparabili durante tutti i 54 anni del loro matrimonio. Poi è sopraggiunta la morte, prima di mia madre, qualche anno dopo di mio padre, ed ha interrotto quel forte sodalizio, basato sull’amore e sul rispetto reciproco. Fin qui nulla di speciale. Una storia così, sui propri genitori, credo che la possa raccontare la stragrande maggioranza dei figli, come in effetti vedo fare in questi giorni che si celebra la “festa della mamma” sulle pagine di tanti blog. Ma c’era qualcosa che ha unito in maniera indissolubile mia madre e mio padre, qualcosa che nemmeno la morte ha potuto spezzare: la loro completa fiducia nel Creatore e nelle sue promesse così che hanno sperimentato nella loro vita la veracità delle parole che il saggio Salomone scrisse sotto ispirazione divina: “una corda a tre capi non si rompe tanto presto” (Ecclesiaste 4:12). Non scrivo dunque questo post per celebrare mia madre. La sua memoria, le esperienze di vita vissute insieme, i suoi gesti, la sua voce, il suo affetto, tutte queste cose le conservo gelosamente nel mio cuore, sono l’eredità che lei mi ha lasciato, fanno parte della mia intimità e non sono esternabili. Ma colgo l’occasione, dietro la spinta del suo ricordo, per parlare di una verità fondamentale riguardo al proposito divino. Molti di noi alzano gli occhi al cielo immaginando di rivedere la propria mamma. Mi ha colpito, infatti, ciò che ha scritto un’amica virtuale nell’esprimere un pensiero per la sua mamma: “I miei baci ti raggiungano, tra le nuvole … da dove immagino ti affacci … per guardarmi e regalarmi un sorriso …”. Parole davvero commoventi. E’ difficile credere ed accettare il fatto che i nostri cari non ci siano più. Noi siamo stati creati con il senso della vita eterna, come ha scritto ancora quel saggio re sopra citato riguardo alla creazione dell’uomo: “Egli ha fatto ogni cosa bella nel suo tempo; ha persino messo l'eternità nei loro cuori, senza che alcun uomo possa scoprire l'opera che Dio ha fatto dal principio alla fine” (Ecclesiaste 3:11). Siamo stati creati per vivere per sempre perciò la morte è un evento innaturale che, istintivamente, non accetteremo mai come fine della vita. E di questo ha approfittato il principale nemico della vita, Satana il Diavolo, colui che ha causato l’avvento della morte. Giocando sulla generale disinformazione riguardo al proposito di Dio e servendosi della complicità di persone ipocrite e menzognere, egli ha ideato la vita dopo la morte in un ipotetico aldilà: in cielo, travisando il concetto divino del Paradiso, o all’Inferno, un luogo di eterno tormento totalmente inventato (sorvolo sui concetti di purgatorio e di limbo perché sono semplicemente grotteschi). E quegli uomini, colpevolmente conniventi, degni figli del Diavolo (cfr. Giovanni 8:44), facendo leva sul sentimentalismo, hanno costruito tutto un sistema di potere e di interessi economici, che va dalla coercizione delle coscienze con la paura del tormento eterno, alla vendita delle indulgenze e delle messe pro-defunti, dalla venerazione dei morti al mercimonio di oggettistica connessa con il loro culto. Questo ha allontanato le persone dalla verità riguardo alla condizione dei morti e dal vero proposito di Dio di riportare in vita i morti per farli vivere per sempre sulla terra (cfr. Giovanni 5:25-29; Salmo 37:29,Di,VR - 36:29,CEI). Conseguentemente le ha allontanate dall’intera verità biblica rendendole schiave di un sistema religioso falso e dogmatico dal punto di vista dottrinale quanto appariscente ed esteriore, basato più sull’osservanza di aspetti meramente cerimoniali ed emotivi che delle norme e dei principi cristiani (cfr. Matteo 15:8,9). Perciò non guardo al cielo nella falsa speranza di vedere mia madre. Così come non vado a deporre fiori e lumini sulla sua tomba. Tutto ciò che potevo fare per lei ho cercato di farlo mentre era in vita, incluso portarle fiori e altri doni come il cuore mi comandava e non perché legato ad eventi particolari. Qualsiasi cosa io facessi adesso non avrebbe alcun significato, se non sotto un aspetto puramente sentimentalista, poiché, come è scritto: “i morti non sanno nulla, e per essi non c'è più salario; poiché la loro memoria è dimenticata. Il loro amore come il loro odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti, ed essi non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole … poiché nel soggiorno dei morti … non c'è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza” (Ecclesiaste 9:5-10,VR). Sono, quindi, pienamente cosciente che la mia cara mamma si è addormentata nel sonno della morte e non può vedere ciò che accade a noi che siamo ancora in vita. Ella non può fare nulla per me, come io non posso fare più nulla per lei. Mentre era in vita, lei era del tutto consapevole che questa è la verità sulla condizione dei morti insegnata nella Parola di Dio e che la vita nell’aldilà è solo un inganno satanico. La sua speranza, come la mia, era che il suo nome venisse scritto “nel libro di memorie di Dio” e che il suo Creatore si ricordasse di lei al tempo stabilito per la risurrezione e la riportasse in vita per vivere per sempre sulla terra trasformata di nuovo in un Paradiso (cfr. Malachia 3:16; Isaia 35:1,5-7,10; Apocalisse 20:13; 21:3,4). May 04 LA RISURREZIONE: UNA SPERANZA SICURA? - III parteChe speranza c’è per loro?
RIPORTATI IN VITA: PERCHÉ E DOVE?
IησοΥ μνΗσθητΙ μου Οταν ΕλθΗς εΙς τΗν βασιλεΙαν σου καΙ εΙπεν αΥτΩ ΑμΗν σοι λΕγω σΗμερον μετ ΕμοΥ ΕσΗ Εν τΩ παραδεΙσΩ
Signore ricordati di me quando verrai nel tuo regno allora Gesù gli disse in verità ti dico oggi tu sarai con me in paradiso
Luca 23:42,43, testo greco di Westcott-Hort; testo italiano di G. Diodati
Questa breve conversazione si svolse tra Gesù e uno dei due malfattori che furono condannati a morte insieme a lui, poco prima che entrambi esalassero l’ultimo respiro.
Lo storico Luca, che mise per iscritto le loro parole, non fu un testimone diretto di quell’avvenimento, ma raccolse le informazioni da testimoni oculari e le riportò “dopo aver indagato ogni cosa accuratamente fin dall'inizio” (Luca 1:1-3).
L’evangelista scrisse il suo racconto in lingua greca, la koinè, una mescolanza di diversi dialetti greci considerata, in quel tempo, la lingua internazionale (questo fu il motivo per cui l’accusa affissa sopra la testa di Gesù Cristo, «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei», venne scritta non solo in latino e in ebraico, ma anche nella lingua greca koinè - cfr. Giovanni 19:19,20).
Come è noto la koinè “consiste esclusivamente di lettere maiuscole poste l’una accanto all’altra senza alcun segno di punteggiatura per separare parole e frasi. La letteratura greca usò questo tipo di scrittura fino al IX secolo d.C.” (The Riverside New Testament di Oscar Paret).
Questo è il motivo per cui ho riportato sopra il testo evangelico senza alcuna punteggiatura, sia in greco che in italiano, perché così appare nei più antichi manoscritti.
Solo dopo il IX secolo d.C. la punteggiatura divenne d’uso generale e i vari traduttori iniziarono a porre il segno d’interpunzione nei versetti biblici.
Perciò la risposta di Gesù al ladrone iniziò ad esser resa dai diversi traduttori in questi modi:
“In verità ti dico: oggi tu sarai con me in paradiso” (La Sacra Bibbia a cura di Giovanni Diodati)
“In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso” (La Sacra Bibbia a cura di Salvatore Garofalo)
"Veramente ti dico oggi tu sarai con me in Paradiso" (The Riverside New Testament di William G. Ballantine)
“Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso” (Versione Riveduta di G. Luzzi)
“Veramente ti dico in questo giorno: Sarai con me in Paradiso” (The Emphasised Bible di Joseph B. Rotherham).
“Veramente ti dico oggi: Tu sarai con me in Paradiso” (The New Testament di George M. Lamsa)
Come si può notare, qualche traduttore ha mantenuto la forma originale non inserendo alcuna punteggiatura, altri hanno posto il segno di interpunzione o la congiunzione ‘che’ nell’intento di dare un più preciso significato alle parole di Gesù e, a seconda di dove hanno messo la punteggiatura o la congiunzione, cambia radicalmente il senso delle parole pronunciate da Gesù:
Nel primo caso, con il segno d’interpunzione o la congiunzione prima della parola oggi da l’idea che egli stesse promettendo al ladrone che quel giorno stesso sarebbe stato in paradiso.
Nell’altro caso, con il segno d’interpunzione o la congiunzione dopo la parola oggi, la promessa relativa al paradiso riguarda un tempo futuro rispetto a quello in cui venne fatta.
Quale delle due, dunque, è la corretta interpretazione delle parole di Gesù?
E’ chiaro che solo il contesto del racconto biblico può aiutarci a comprenderlo!
In precedenza, infatti, Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Il Figlio dell'uomo … deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno” (Luca 9:22).
Successivamente i due angeli presso la tomba dissero alle donne che erano andate lì: “Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno” (Luca 24:6,7).
Gesù, dunque, non fu risuscitato lo stesso giorno che morì, ma il terzo giorno dalla sua morte. Pertanto, non sarebbe potuto “venire nel suo regno” il giorno della propria morte né, tantomeno, avrebbe potuto ricevervi quello stesso giorno il malfattore.
Dove fu egli in quei tre giorni, prima della sua risurrezione?
Lo disse l’apostolo Pietro nel suo discorso il giorno di Pentecoste. Parlando della risurrezione di Gesù, per mostrare come questa era stata profetizzata, citò il Salmo 16:10 (Di e VR - 15:10, CEI) che diceva: “tu non lascerai l'anima mia nello Sceol e non permetterai che il tuo Santo veda la corruzione” (cfr. Atti 2:22-28). Dunque, in quei tre giorni prima della sua risurrezione Gesù fu nello Sceol. E nello stesso luogo andò il ladrone quando, a sua volta, morì.
Riguardo a questo luogo, il cui nome è del tutto simbolico, in Ecclesiaste 9:5,10 è scritto: “i viventi infatti sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla … Tutto ciò che la tua mano trova da fare, fallo con tutta la tua forza, perché nello Sceol dove vai, non c'è più ne lavoro né pensiero né conoscenza né sapienza”. Gesù fu dunque nella stretta della morte, nello Sceol (o Ades, greco), cioè nella tomba e in una condizione di totale incoscienza. Restò in quello stato per tre giorni, poi Dio, il suo Padre celeste, lo risuscitò.
Dopo la sua risurrezione apparve di nuovo ai suoi discepoli i quali gli chiesero: “Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?” ed egli rispose loro: “Non sta a voi di sapere i tempi e i momenti adatti, che il Padre ha stabilito di sua propria autorità. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, in Samaria e fino all'estremità della terra” (Atti 1:6-8).
Quindi, 40 giorni dopo la sua risurrezione, egli tornò dove risiedeva prima di nascere sulla terra come uomo, cioè nei cieli, o nel reame spirituale, e lì non iniziò subito a regnare ma rimase in attesa che Dio gli consegnasse, al tempo stabilito, pieni poteri come Re del suo Regno (cfr. Atti 2:32,33; Ebrei 10:12,13).
E’ dunque evidente, da questo contesto, che la promessa di Gesù a quel malfattore non si realizzò il giorno stesso in cui entrambi morirono ma riguardava un tempo futuro, quando Gesù avrebbe preso pieni poteri come Re del Regno di Dio e quindi avrebbe potuto “ricordarsi” di lui!
Perciò porre il segno d’interpunzione prima della parola ‘oggi’ in Luca 23:43, come fanno alcune traduzioni (vedi, ad esempio, quella della CEI, o quella di G. Diodati o di S. Garofalo, oppure aggiungendo prima della parola ‘oggi’ la congiunzione ‘che’, come vien fatto nella Versione Riveduta, non rende esattamente il pensiero di Gesù e da un’idea errata riguardo al proposito di Dio.
“Signore ricordati di me quando verrai nel tuo regno allora Gesù gli disse in verità ti dico oggi tu sarai con me in Paradiso” - Luca 23:42,43.
Il Paradiso promesso da Gesù non era una dimora temporanea per le ‘anime dipartite dei giusti’, in una parte dello Sceol o dell’Ades, come sosteneva la tradizione giudaica. Gesù aveva energicamente condannato i farisei e gli scribi giudei perché insegnavano tradizioni in contrasto con la Parola di Dio (cfr. Matteo 15:6-9). In nessun punto la Parola di Dio dice che lo Sceol o Ades, o alcuna parte d’esso, sia un paradiso in cui si possa provare piacere. Al contrario, Ecclesiaste 9:5,10 dice che quelli che si trovano nello Sceol “non sanno nulla” perché lì “non c'è più ne lavoro né pensiero né conoscenza né sapienza”.
Neanche si può sostenere che il Paradiso promesso al ladrone fosse in cielo. Poco prima di essere arrestato e condannato a morte, durante la cena pasquale, Gesù aveva fatto un patto per un regno celeste con “quelli che avevano perseverato con lui nelle sue prove” (Luca 22:28-30). Quel malfattore non aveva una tale reputazione di fedeltà. Doveva ancora dimostrare con le opere, cioè col cambiamento di condotta, la sua fede in Cristo.
Le Sacre Scritture non avevano mai dato motivo agli ebrei fedeli di aspettarsi una ricompensa celeste. Esse additavano la restaurazione del Paradiso qui sulla terra. Il profeta Daniele aveva predetto che, quando al Messia sarebbero stati dati “dominio, gloria e regno”, “le genti di ogni popolo, nazione e lingua” lo avrebbero servito (Daniele 7:13,14). Quei sudditi del Regno sarebbero stati qui sulla terra (cfr. Salmo 72:8, Di,VR - 71:8, CEI). Con ciò che disse a Gesù, il ladrone stava evidentemente esprimendo la speranza che egli si ricordasse di lui quando sarebbe venuto quel tempo e lo riportasse in vita, non in cielo e neanche in qualsiasi aldilà, ma qui, sulla terra.
Ma perché Gesù promise il Paradiso a una persona che per tutta la sua vita si era comportato come un malfattore, violando sistematicamente la legge di Dio e degli uomini?
Una giovane donna, commentando questo punto mi ha scritto qualche giorno fa: “il Ladrone fu salvato per il suo puro pentimento”.
Queste parole esprimono un pensiero molto comune tra coloro che asseriscono di essere cristiani, cioè che si può vivere anche non tenendo conto di Dio e violando la sua legge, o addirittura non credendo proprio alla sua esistenza, ma se ci si pente anche all’ultimo minuto, poco prima di morire, come molte querelle sorte nel caso di uomini famosi dichiaratamente atei attestano (vedi quella sugli ultimi istanti di vita dell’ideologo comunista Antonio Gramsci), allora si riceve da Dio il perdono e la salvezza della propria anima.
Ma è veramente così? Basta pentirsi anche all’ultimo istante di vita per essere salvati?
Non sembra che questo fosse il pensiero e la testimonianza degli apostoli, i quali furono istruiti direttamente da Gesù riguardo al punto di vista di Dio al riguardo.
Ai loro ascoltatori che, in una circostanza, dopo aver ascoltato la loro testimonianza riguardo a Gesù, chiedevano cosa fare, gli apostoli Pietro e Giovanni, ricordando la parole del loro maestro: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Matteo 7:21), dissero: “Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati” (Atti 3:19).
Dunque il sincero pentimento, che fa guadagnare la misericordia da parte di Dio, deve essere seguito da un cambiamento di condotta. Una persona, cioè, non può solo dire di essersi pentito, ma deve dimostrare con le proprie azioni che vive secondo la volontà di Dio.
Successivamente l’apostolo Paolo ribadì questo concetto allorché spiegò al re Agrippa che la sua opera missionaria consisteva nell’aiutare le persone a comprendere la necessità “di ravvedersi e di convertirsi a Dio, facendo opere degne di ravvedimento” (Atti 26:20).
Anche Giacomo, fratello carnale e discepolo di Gesù, definito insieme a Pietro e Giovanni “colonna” della primitiva chiesa cristiana, nella sua lettera diede enfasi a questo concetto scrivendo: “A che giova, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? … Così è pure della fede; se non ha le opere, per se stessa è morta” (Giacomo 2:14-17; Galati 2:9).
Questi passi biblici escludono, dunque, che Gesù, con le sue parole, garantisse al ladrone la salvezza e la vita eterna nel Paradiso. Benché, infatti, egli riconoscesse l’erroneità della sua attività criminosa in contrasto con l’innocenza di Gesù, in punto di morte non era ovviamente in condizione di convertirsi e compiere “opere degne di ravvedimento”. Ciò che Gesù, in effetti, gli promise, è che sarebbe stato risuscitato durante il suo Regno per poter avere l’opportunità di dimostrare che il suo pentimento non era solo a parole e che veramente era disposto a cambiare vita, dimostrando con le opere la genuinità della sua fede in Cristo.
Tutto questo spiega anche il significato di ciò che disse l’apostolo Paolo riguardo alla risurrezione, cioè “che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti” (Atti 24:15).
I “giusti” sono certamente coloro che nel corso della loro vita terrena hanno ricevuto conoscenza del proposito di Dio e hanno vissuto la loro vita in armonia con la sua volontà. Prendiamo ad esempio Abramo. Egli ebbe fede nella promessa di Dio di fare della sua discendenza una grande nazione e di benedire mediante il suo seme tutto il genere umano. E dimostrò con le opere la sua fede. Quando Dio gli disse di lasciare la sua vita agiata a Ur e di recarsi in una terra straniera dove doveva dimorare in tende egli non esitò ad ubbidire a quel comando. In seguito, per prefigurare profeticamente ciò che Egli stesso avrebbe fatto con Gesù, Dio comandò ad Abramo di sacrificargli il suo unico figlio Isacco. Anche in quella circostanza Abramo dimostrò la sua fede in Dio - e in particolare nel fatto che Dio avrebbe potuto risuscitare Isacco - agendo in armonia con la sua volontà. Nella Parola di Dio è scritto che “ciò gli fu messo in conto come giustizia”, egli, cioè, venne dichiarato “giusto”. Un altro esempio da considerare è quello di Raab, la prostituta di Gerico che ospitò gli esploratori inviati da Giosuè. Ella aveva sentito parlare della miracolosa liberazione del popolo ebreo dalla schiavitù egiziana e di ciò che Dio aveva fatto al Faraone e al suo esercito al Mar Rosso. Aveva compreso che il Dio degli ebrei era il vero Dio e non gli idoli fatti dagli uomini che si adoravano nella sua città, ed ebbe fede in quel Dio. Anch’ella dimostrò con le opere la sua fede non solo rischiando la vita per nascondere gli esploratori ebrei ma facendo esattamente quello che questi le avevano detto di fare allorché Gerico fu presa. In seguito ella cambiò vita, smise di prostituirsi e si associò a quel popolo che seguiva il vero Dio. Nella Parola di Dio è scritto che “fu anche lei giustificata per le opere” cioè è stata dichiara “giusta” (cfr Genesi 12:1-8,14-18; 22:1-12; Giosuè 2:1-21; 6:22-25; Giacomo 2:21-25).
E che dire del re Davide? Nella Parola di Dio sono narrate le sue opere prodigiose in favore del popolo sul quale Dio l’aveva nominato re. Ma sono anche riportati i suoi gravi errori per i quali fu severamente rimproverato e disciplinato da Dio. Egli, però, aveva un cuore puro e accettò sempre la disciplina correggendo i suoi errori. Non leggiamo mai che facesse due volte lo stesso sbaglio e mai che si ribellò né che incolpò qualcun altro, come avevano fatto Adamo, Eva o il suo predecessore, il re Saul (cfr. 2Samuele 12:1-14). Spiega l’apostolo Paolo, nella sua lettera ai cristiani di origine ebraica, che “ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (Ebrei 12:11). Così, per aver sempre accettato la correzione ricevuta da Dio, non ricadendo negli stessi errori, anche a Davide fu attribuita giustizia.
Come Abramo, Raab, Davide, migliaia e migliaia di altre persone mentre erano in vita hanno ricevuto conoscenza dei propositi divini, vi hanno creduto e hanno vissuto in armonia con la sua volontà (cfr. Ebrei 11:4-39). Tutti questi per la loro fede, attestata dalle opere che hanno compiuto, sono stati dichiarati “giusti”. Alla loro morte sono andati tutti nello Sceol, come vi andarono Gesù e il ladrone, e li sono rimasti, incoscienti in attesa della risurrezione. Nessuno di questi andò in cielo, come disse Gesù “nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo” (Giovanni 3:13) e come confermò l’apostolo Pietro citando proprio l’esempio di Davide: “Davide infatti non salì al cielo” (Atti 2:34). Essi tutti saranno riportati in vita, durante il Regno di Gesù, per tornare a vivere per sempre sulla terra trasformata in un Paradiso, come lo stesso Davide, sotto ispirazione divina, scrisse “I giusti erediteranno la terra e vi abiteranno per sempre” (Salmo 37:29, Di,VR - 36:29, CEI). Non solo gli uomini fedeli del passato sono tra questi, ma anche milioni di persone oggi viventi che hanno conosciuto la volontà di Dio leggendo la Sua Parola e la mettono in pratica. Quelli che, fra questi, morranno prima che Gesù restauri il Paradiso sulla terra saranno fra i “giusti” che risusciteranno per tornare a vivere per sempre sulla terra.
Chi sono invece gli “ingiusti”? Vien logico pensare che siano l’opposto dei giusti, cioè tutti coloro che nel corso della loro vita non hanno avuto l’opportunità di conoscere il proposito di Dio e per questo motivo non hanno fatto la sua volontà. Questi non saranno dimenticati da Dio.
Fra questi certamente, come disse Cristo Gesù, ci sarà quel ladrone che venne condannato a morte con lui perché è vero che quell’uomo fece del male, fu un ‘ingiusto’, ma non conosceva la volontà di Dio. Però, sarebbe stato un malfattore se avesse conosciuto i propositi di Dio? Per saperlo, Gesù lo risusciterà, come pure altri miliardi di persone che sono morti nell’ignoranza. Per esempio, nei secoli passati molti non sapevano leggere e non videro mai una Bibbia. Essi saranno risuscitati dallo Sceol o Ades. Quindi verrà insegnata loro la volontà di Dio e avranno l’opportunità di dimostrare, con le loro opere, cosa che anche quel ladrone non ebbe occasione di fare perché subito dopo morì, che amano realmente Dio, e vogliono fare la sua volontà.
Nel loro caso la risurrezione non sarà il premio per la loro fedeltà ma solo l’occasione che verrà data per dimostrare ciò che non poterono provare mentre erano in vita. Ricevendo testimonianza riguardo al proposito di Dio dovranno decidere cosa fare: se sottomettersi al suo Regno, e dovranno dimostrarlo con le opere che compiranno, apportando alla loro vita quei cambiamenti che saranno necessari per uniformarla alla volontà di Dio (cfr. Romani 12:2), oppure continuare a vivere come se Dio non esistesse.
Nell’uno o nell’altro caso la risurrezione avrà un esito diverso. Come disse ancora Gesù: “Non vi meravigliate di questo; perché l'ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori; quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio” (Giovanni 5:28,29).
Anche nella visione apocalittica del giudizio Gesù ribadì: “E vidi i morti, grandi e piccoli, che stavano ritti davanti a Dio, e i libri furono aperti; e fu aperto un altro libro, che è il libro della vita; e i morti furono giudicati in base alle cose scritte nei libri secondo le loro opere. E il mare restituì i morti che erano in esso, la morte e l'Ades restituirono i morti che erano in loro, ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere” (Apocalisse 20:12,13).
Per tutti coloro che eserciteranno fede in Dio, e lo dimostreranno osservando le sue norme, vivendo in armonia con la sua volontà, la risurrezione risulterà il provvedimento di Dio per tornare a vivere per sempre su una terra trasformata di nuovo in un Paradiso. La loro sarà una “risurrezione di vita”.
Coloro che, nonostante la risurrezione, si ostineranno, e questa volta volontariamente, “dopo aver ricevuto conoscenza della verità” a seguire una condotta che non terrà conto di Dio e della sua volontà, subiranno il giudizio da parte di Dio e, come nel caso di Adamo, dei morti del Diluvio, degli abitanti delle città di Sodoma e Gomorra, di Giuda, “saranno puniti con la distruzione eterna” (cfr. Ebrei 10:26,27; 2Tessalonicesi 1:9). La loro risulterà una “risurrezione di giudizio”.
Il nostro Creatore non ci ha lasciati nel dubbio su quella che è la sua volontà e in che modo agirà a favore del genere umano. La risurrezione dei morti ha una parte fondamentale nell’attuazione del suo proposito ed Egli, nella Sua Parola scritta, ha fornito molti particolari per crederci. La descrizione fornita è precisa e razionale e non ha nulla a che fare con i misteri invocati dal falso cristianesimo.
Ci sono altri aspetti che Dio ha voluto farci conoscere, ad esempio sui tempi e i modi della risurrezione. Ma li esaminerò col prossimo post.
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