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July 31 VERO AMORE O SENTIMENTALISMO - II parteL’AMORE DEL CRISTO: UN MODELLO PER I VERI CRISTIANI
Poco prima di essere arrestato, mentre era ancora seduto a tavola con gli undici apostoli fedeli dopo aver celebrato con loro, per l’ultima volta, la pasqua ebraica (Giuda si era già allontanato dal gruppo per attuare il suo tradimento) e avvicinandosi il momento del suo supremo sacrificio, Gesù spiegò loro perché stava per sottoporsi a quella morte terribile dicendo: “questo accade affinché il mondo conosca che io amo il Padre e che faccio come il Padre mi ha comandato” (Giovanni 14:31).
Niente era più importante per Gesù del suo amore per il Padre, neanche la sua stessa vita. Il suo coraggio, la sua ubbidienza e la sua perseveranza erano tutte dimostrazioni del suo amore per Dio. L’intero suo ministero fu motivato da questo profondo sentimento nei confronti del Padre.
Come nacque in lui questo amore?
Lo comprendiamo esaminando la Parola di Dio.
Nel libro di Proverbi, al capitolo 8, leggiamo “Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d'allora. Dall'eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d'acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io sono stata generata. Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi, né le prime zolle del mondo; quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull'abisso; quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell'abisso; quando stabiliva al mare i suoi limiti, sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia; quando disponeva le fondamenta della terra, allora io ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante” (vv. 22-30,CEI).
Qui è la “Sapienza”, che parla. E’ personificata e rappresentata come se fosse in grado di parlare e agire. Secondo molti scrittori dei primi secoli che si professavano cristiani questo brano si riferisce simbolicamente al Figlio di Dio nella sua condizione pre-umana.
Commentatori giudei, invece, obiettano che questo passo si applichi a Gesù, affermando che si tratta di una semplice personificazione letteraria della sapienza divina. In questo passo, però, si dice che la “Sapienza” fu “creata” o “prodotta” (ebraico, qanáh) come principio dell’attività creativa di Dio. Le Scritture mostrano anche che Dio stesso è sempre esistito. (cfr. Salmo 90:2,VR e Di - 89:2,CEI). Poiché è eterno ed è sempre stato saggio, la sua sapienza è sempre esistita; non fu mai creata o prodotta. E’ perciò scritturalmente infondata la loro interpretazione.
Se esaminiamo poi questo passo alla luce di altre scritture diventa ancor più chiaro a chi si riferisce.
Il versetto 22, che dice “Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d'allora”, trova il suo perfetto riscontro in ciò ch’è scritto di Gesù in Colossesi 1:15, cioè che egli è: “il primogenito di ogni creatura” e in Apocalisse 3:14, dov’è scritto che egli è “il principio della creazione di Dio”. Gesù è stato “prodotto” o “creato” ed è, in senso assoluto, la prima creazione, e anche l’unica fatta direttamente da Dio (cfr. anche Giovanni 3:16,18; 1Giovanni 4:9).
Il versetto 30 che dice “allora io ero con lui come architetto (“come un artefice”, VR) ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante”, è anche in perfetta linea con ciò che dice di lui Colossesi 1:16: “per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili … Tutte le cose sono state create per mezzo di lui”. Gesù, dunque, lavorò con il Padre per il resto della creazione, e per un considerevole periodo di tempo. Ne fu il principale “artefice” (cfr. anche Genesi 1:26; Giovanni 1:3).
[Per inciso: altro che seconda persona di una filosofica e pagana trinità che lo dichiara co-eterno con il Padre! E neanche co-eguale, poiché nel contesto di Giovanni 14:31, all’inizio citato, egli dice chiaramente “il Padre è maggiore di me” (v. 28,VR)].
L’amore del Cristo
La lunga e felice collaborazione tra il Padre creatore e la sua più importante creatura, il “primogenito” e anche “unigenito” Figlio è alla base del sentimento d’amore che unisce Dio e Cristo Gesù. Questo è il più antico e forte vincolo d’amore dell’universo!
Di tutti gli esseri umani che siano mai vissuti, Gesù è colui che ha amato di più Dio. Nessuno l’ha superato in quanto a tener fede a quello che lui stesso definì il più grande di tutti i comandamenti: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Marco 12:30).
In quali modi Gesù manifestò il suo amore per il Padre?
“Voi dunque pregate in questa maniera:
’Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome.
Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà in terra come in cielo’”
Matteo 6:9,10
Santificò il nome di Dio
Prima di venire sulla terra Gesù godeva di una posizione speciale nei cieli accanto al Padre (cfr. Giovanni 17:5). Eppure fu disposto a lasciare la sua dimora celeste e a venire sulla terra come uomo. E lo fece pur sapendo che sarebbe stato respinto dalla maggioranza e che avrebbe subìto crudeli umiliazioni, intense sofferenze e una morte dolorosa (cfr. Filippesi 2:5-7).
Egli però sapeva anche cosa era in gioco: il nome stesso di Dio.
Era lì presente quando Satana lanciò la sua sfida in Eden e calunniò il suo Padre celeste insinuando nella mente della prima coppia umana, e in quella di altre creature spirituali che, in seguito, si unirono a lui nella ribellione, il dubbio che Dio fosse un bugiardo. Disse, infatti, alla donna, ad Eva, che gli riferiva il comando di Dio di non mangiare “il frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino”, perché altrimenti sarebbero morti: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Genesi 3:1-4). [Questa è la stessa bugia che ripetono i falsi religionisti affermando che l’uomo non muore ma continua a vivere nell’aldilà].
Gesù conosceva molto bene l’importanza del nome di Dio. Il suo stesso nome aveva relazione con il nome di Dio: Il nome Gesù, infatti, deriva dall’ebraico Yĕhošūa [composto dalle parole YHWH, il tetragramma che indica il nome personale di Dio, e y'shùah (salvezza)] e significa “Yahweh o Yehowah (come si vuole pronunciare) è salvezza”.
Egli conosceva molto bene anche il significato del nome personale di Dio. Sapeva che Yahweh o Yehowah derivava dalla radice del verbo hawàh, “divenire”, e significa “Egli fa divenire”. Quando Mosè si presentò al popolo ebreo per annunciarne la liberazione, chiese a Dio nel nome di chi doveva presentarsi. Nel racconto di Esodo 3:13-16, secondo la versione (cattolica) di Mons. S. Garofalo, Dio gli disse: “Ai figli di Israele parlerai così: ‘Jahve Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi … Va’, raduna gli anziani di Israele e di’ loro: “Jahve, Dio dei vostri padri, si è manifestato a me’”. Al versetto 14, poi, nel testo ebraico sono riportate le parole di Dio: “’Ehyèh ’Ashèr ’Ehyèh”, comunemente tradotte “Io sono colui che sono”. Ma il verbo ebraico hayàh, da cui deriva il termine ’Ehyèh, non significa semplicemente “essere”, bensì “divenire” o “mostrare d’essere”. Per questo motivo alcune traduzioni più correttamente traducono la frase: “Io mostrerò di essere”.
Cosa significa tutto questo?
Che il nome personale di Dio non è cosa di poco conto ma è importante perché ha a che fare con l’adempimento del suo proposito! Con quel nome Egli vuol far capire o ricordare alle sue creature che egli ha un proposito per loro, che ha fatto delle promesse in vista della realizzazione del suo proposito e quelle promesse Lui le adempie perché non è un bugiardo, come Satana vorrebbe farlo passare.
Perciò Gesù diede debita importanza al nome di Dio. Egli non si perse nei meandri della tradizione rabbinica che, superstiziosamente e fraudolentemente, iniziò a togliere il nome personale di Dio dalle Sacre Scritture, dove era riportato circa 7.000 volte, né perse il suo tempo in sterili e pretestuose diatribe sul falso problema della corretta pronuncia di quel nome. Sapeva che i suoi oppositori, gli scribi, i farisei e i capi sacerdoti, non lo usavano perché essi erano “figli del padre loro, il Diavolo” (Giovanni 8:44) il cui unico scopo era quello di diffamare il nome di Dio, impedendone perfino l’uso (cfr. Romani 2:24). Queste due foto attestano che il nome di Dio era contenuto nelle Sacre Scritture ma vi è stato eliminato o sostituito. La prima si riferisce alla versione greca detta dei “Settanta” e risale al I secolo d.C., cioè al periodo apostolico (Papiro Fouad Inv. N. 266 scoperto in Egitto nel 1939). E’ il frammento del versetto biblico di Deuteronomio 18:15,16 che riporta il Tetragramma in caratteri ebraici quadrati. La seconda è dello stesso versetto biblico come è riportato nel Codice Alessandrino del V secolo d.C., cioè in piena apostasia. Il Tetragramma è stato eliminato e sostituito con KC e KY, forme abbreviate della parola greca “Kyrios” (Signore).
Tutti i seri studiosi delle Sacre Scritture riconoscono che il nome personale di Dio compare nell’Antico Testamento rappresentato dalle quattro consonanti ebraiche, note come il Tetragramma, che vengono traslitterate in YHWH. Questo nome però è stato fatto sparire in molte versioni della Parola di Dio. Perché?
Quando nel 1935 J. M. Powis Smith ed Edgar J. Goodspeed produssero una moderna traduzione della Bibbia, il nome di Dio venne sostituito nella maggioranza dei casi con SIGNORE e DIO. Nella prefazione veniva data questa spiegazione: “In questa traduzione abbiamo seguito la tradizione ebraica ortodossa sostituendo il nome ‘Yahweh’ con ‘il Signore’ e la frase ‘il Signore Yahweh’ con ‘il Signore Dio’. In tutti i casi in cui ‘Signore’ o ‘Dio’ stanno per l’originale ‘Yahweh’ è stato usato il maiuscoletto”. Quindi aggiunsero: “Chiunque pertanto voglia conservare il sapore del testo originale non deve far altro che leggere ‘Yahweh’ tutte le volte che vede SIGNORE o DIO”.
Ora ci si chiede: se il fatto di leggere “Yahweh” al posto di “SIGNORE” permette di conservare “il sapore del testo originale”, perché mai i traduttori non hanno usato “Yahweh” nella loro traduzione? Perché, per loro stessa ammissione, hanno ‘sostituito’ il nome di Dio col termine “SIGNORE” alterando così il sapore del testo originale?
Essi si giustificarono dicendo di aver seguito la tradizione ebraica ortodossa. Ma chi erano i custodi della tradizione ebraica ortodossa? Non erano forse quegli scribi, farisei e sacerdoti “ipocriti” ai quali Gesù disse: “Avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione”? - cfr. Matteo 15:6.
Quando Gesù insegnava, leggeva o citava le Sacre Scritture per sostenere i suoi insegnamenti. Certamente avrà letto anche una copia della traduzione dei “Settanta”, che risaliva al II secolo a.C. e molto diffusa in quei giorni. Quando incontrava versetti che riportavano il nome di Dio ometteva forse di pronunciarlo? Questo è semplicemente impensabile! In occasione della sua prima uscita pubblica, dopo il suo battesimo e dopo aver superato la tentazione nel deserto, entrò nella sinagoga di Nazaret, la sua città. In quella circostanza gli fu consegnato il rotolo del profeta Isaia, che al capitolo 61, versetti 1 e 2, conteneva il tetragramma YHWH, e Gesù lo lesse pronunciando il nome personale di Dio e non sostituendolo, come facevano gli ipocriti religiosi, con semplici titoli, quali Adonai (Signore) o Elohim (Dio). Fu molto appropriato che facesse questo perché, come egli stesso disse, quelle parole profetiche che Yahweh o Yehowah, colui che “fa divenire”, aveva fatto scrivere circa 700 anni prima, trovavano il loro adempimento proprio in ciò che era appena accaduto, quando al momento del suo battesimo “il cielo si aprì e lo Spirito Santo scese sopra di lui in forma corporea come di colomba; e dal cielo venne una voce, che diceva: «Tu sei il mio amato Figlio, in te mi sono compiaciuto!»” ed egli venne “unto” o incaricato come il Messia promesso! (cfr. Luca 3:21,22 4:16-21). Si, in tale circostanza, era evidente che Yahweh o Yehowah, mantenendo fede al suo nome, adempiva le sue promesse e realizzava il suo proposito.
Perciò Gesù disse, in una delle sue ultime preghiere prima di essere ucciso: “Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo … il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Giovanni 17:6,25,26). Come si può notare, l’amore di Cristo Gesù per il suo Padre celeste implicava l’uso del nome personale di Dio!
Non fu, quindi, per semplice caso che quando Gesù, insegnò ai suoi discepoli a pregare, il primo pensiero della preghiera modello che indicò loro fu: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome” (Matteo 6:9). Lo stiamo veramente facendo come lo fece Cristo Gesù? O imitiamo gli ipocriti capi religiosi di allora e di oggi che l’hanno fatto sparire dalle Sacre Scritture dov’era riportato migliaia e migliaia di volte?
Sostenne la sovranità di Dio
La ribellione avvenuta in Eden aveva altri risvolti che Gesù non poteva ignorare. Questi riguardavano la legittimità della sovranità di Dio sulle sue creature, cioè il suo modo di governare.
Gesù dimostrò che aveva a cuore questo aspetto con il secondo pensiero della sua preghiera modello: “venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra” (Matteo 6:10).
Il Regno di Dio è lo strumento che userà il nostro Creatore per liberare la terra dal corrotto sistema, politico-economico-religioso che Satana vi ha impiantato. Gesù sapeva che tutti i governi di origine umana, di qualsiasi natura, colore o ispirazione, sono manovrati dal diavolo con lo scopo di allontanare le persone dal vero proposito di Dio (cfr. 1Giovanni 5:19; Apocalisse 13:1,2). Fu per questo motivo che quando Satana gli mostrò tutti i governi della terra e glieli offrì, egli li rifiutò sdegnosamente! (cfr. Matteo 4:8-10) In seguito egli disse ad un rappresentante di questi governi, a colui che impersonava la potenza mondiale allora dominante, il governatore romano Ponzio Pilato: “Il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni 18:36). E quando i giudei volevano nominarlo re, il racconto evangelico dice che egli “si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo” (Giovanni 6:15).
Quanto bene poteva fare a favore delle persone con i poteri miracolosi e la sapienza che aveva se fosse divenuto loro governante? Ai suoi giorni c’erano pressanti problemi sociali e innumerevoli ingiustizie, più o meno come nei nostri tempi. Poteva provvedere alle loro necessità economiche e materiali eliminando fame e miseria (cfr. Marco 6:35-44; Luca 5:4-8). Avrebbe anche potuto risolvere tutti i loro problemi di natura sanitaria, guarendoli perfino da malattie giudicate inguaribili (cfr. Matteo 9:35; 19:2; 21:14; Luca 5:12,13). Poteva controllare le forze della natura e impedire che causassero distruzioni e lutti (cfr. Matteo 8:23-27). Avrebbe potuto esercitare con saggezza il diritto e la giustizia, tenendo sotto controllo i violenti e aiutando i violatori della legge a redimersi (cfr. Luca 19:1-10; Giovanni 8:3-8).
Gesù non fece nulla di tutto questo! Né gli passò per la mente di scrivere qualche sorta di “enciclica” sociale per invitare i governanti della terra a “conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana” (Caritas in veritate, di Benedetto XVI). Non aggiunse nulla a tutto ciò che Dio aveva già fatto scrivere nella sua Parola sul modo di risolvere i problemi della razza umana (cfr. Apocalisse 22:18,19). Non incoraggiò mai i suoi ascoltatori a confidare nei governanti umani né fu solidale o intrattenne rapporti amichevoli con essi. L’amore che aveva per il Padre lo spinse a esser leale al proposito di Dio di stabilire un governo che prendesse il posto di tutti i governi degli uomini, per risolvere tutti i loro problemi, per rivendicare la giustezza del dominio divino e il suo diritto a governare sulla sua creazione (cfr. Daniele 2:44; Salmo 37:9-11,VR e Di - 36:9-11,CEI; 46:9,VR e Di - 45:10,CEI; 72:16,VR e Di - 71:16,CEI; Isaia 9:7; 11:6-9; 25:8; 33:24; Giacomo 4:4).
“chiamati insieme i suoi dodici discepoli … li mandò a predicare il regno di Dio” - Luca 9:1,2
In una circostanza Gesù disse chiaramente: “bisogna che io annunzi la buona notizia del regno di Dio; poiché per questo sono stato mandato” (Luca 4:43).
Il Regno di Dio quale unica soluzione di tutti i problemi del genere umano fu, dunque, il tema centrale del suo ministero terreno. Ogni sua parola e azione contribuì a spiegare cos’è il Regno e in che modo servirà al proposito di Dio. Quanti di quelli che si dichiarano “cristiani” sanno veramente cos’è il Regno di Dio?
Per tre anni e mezzo, dopo il suo battesimo, percorse in lungo e in largo la giudea parlando del Regno di Dio (cfr. Matteo 4:23). Quando scelse i suoi discepoli, la prima cosa che fece fu quella di mandarli per tutto il paese a “predicare il Regno di Dio” (cfr. Luca 9:1,2; 10:1,8,9). In seguito parlò loro del futuro e disse che l’opera principale che suoi discepoli avrebbero dovuto compiere in tutta la terra non sarebbe stata quella di sostenere questo o quel governo politico e neanche tanto di impegnarsi in opere sociali o di beneficienza o umanitarie, ma quella di predicare il “vangelo del regno … in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti” (Matteo 24:14).
Difese la Parola di Dio
Un attento studio delle parole di Gesù che sono state messe per iscritto rivela che citò direttamente o indirettamente più di metà dei libri del Vecchio Testamento. Ma ciò che è stato messo per iscritto è solo una minima parte di quello che effettivamente Gesù insegnò (cfr. Giovanni 21:25). Tuttavia è sufficiente per darci un idea del profondo rispetto che aveva per la Parola di Dio.
Coloro che l’ascoltavano “erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi” (Marco 1:22). Agli scribi, diversi dei quali erano anche sacerdoti, piaceva insegnare rifacendosi alla cosiddetta legge orale, cioè citando dotti rabbi o maestri del passato. Gesù non citò neanche una volta come autorità la legge orale o qualche rabbi. Per lui la massima autorità era la Parola di Dio. Nell’insegnare ai suoi seguaci e nel correggere idee sbagliate più volte disse: “è scritto”, riferendosi alle Sacre Scritture. Perché?
Lo spiegò lui stesso dicendo: “la tua parola è verità” (Giovanni 17:17).
Per Gesù la Parola di Dio era l’unica fonte di verità.
Il suo più famoso sermone, quello della montagna è un esempio del suo modo di insegnare: egli ripeté più volte la frase “avete udito che fu detto” e citò più volte la Legge, i Salmi e i Profeti a sostegno di ciò che dichiarava. Perciò disse: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” (Giovanni 7:16). Non si permise mai di esprimere un suo parere personale ma si attenne strettamente a ciò che era scritto nella Parola di Dio.
Questo suo modo di insegnare dava molto fastidio agli scribi, ai farisei, ai sacerdoti. Il racconto dice, infatti, che “mentre insegnava gli si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo e gli dissero: «Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?»” (Matteo 21:23,24). Essi cercavano di denigrare Gesù dicendo: “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?”.
Avete mai sentito fare anche oggi ragionamenti del genere da parte di “dotti” religionisti che si vantano di aver frequentato università e scuole teologiche? Come i rabbi del tempo di Cristo questi amano citare i Dottori del passato e usano un linguaggio forbito, ricco di vocaboli spesso incomprensibili per la gente comune. Gesù, invece, usava le parole semplici ma piene di significato della Parola di Dio che tutti, anche i bambini, potevano comprendere. Egli non aveva neanche quell’atteggiamento santocchiano e solenne che si riscontra nel cristianesimo apostata; il suo modo di esprimersi era quello comunemente usato dalle persone che l’ascoltavano, contadini, pastori, pescatori, e le sue parole facilmente comprensibili trasmettevano in modo chiaro alle persone quelle verità che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola per tutti quelli che hanno un cuore umile e sincero (cfr. Matteo 13:11,15; 1Corinzi 1:26-28).
Non solo Gesù usava le Sacre Scritture per insegnare ma le difese spesso quando venivano interpretate o applicate male. Gli insegnanti religiosi dei suoi giorni presentavano la Parola di Dio in modo distorto incoraggiando una forma di adorazione solo rituale e superficiale, che dava risalto all’aspetto esteriore invece che alle cose che contavano davvero, quali verità, giustizia e fedeltà. Inoltre quei capi religiosi mettevano in cattiva luce la Parola di Dio facendola apparire troppo restrittiva, persino opprimente ed escogitando scappatoie legali per rendere inefficace la Legge di Dio.
Oggi la situazione non è molto differente! Quanti sono coloro, anche tra gli ecclesiastici, che, pur dichiarando di credere in Dio, pensano che le norme contenute nella sua Parola siano antiquate e troppo restrittive? Per capire bene questo punto prendiamo ad esempio la questione del divorzio. Esso è apertamente osteggiato e condannato da chiese cosiddette “cristiane”. Ma viene poi liberamente concesso dai loro “tribunali ecclesiastici” con opportune scappatoie legali. Si comprende quindi perché Gesù definì questo tipo di persone “ipocriti”, mettendo il dito sulla piaga, andando cioè al nocciolo della questione: “avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione … ben profetizzò Isaia di voi quando disse: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti d'uomini»".
Gesù usò le Sacre Scritture anche per confutare le falsità insegnate dai capi religiosi del suo tempo che presentavano filosofie e insegnamenti pagani come dottrine bibliche, come quando citò il Pentateuco per rispondere ai sadducei e dimostrare loro che Dio “non è l’Iddio dei morti ma dei viventi” e non domina un mitico e inesistente oltretomba ma ha stabilito la risurrezione per riportare in vita tutti i morti del genere umano, inclusi i fedeli patriarchi del passato (cfr. Esodo 3:6; Luca 20:37,38).
Attenendosi rigorosamente alla Parola di Dio e difendendola Gesù ha stabilito un modello per tutti quelli che vogliono amare Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente” (Matteo 22:37).
Che dire dunque di noi?
Abbiamo per la Parola di Dio lo stesso amore e la stessa considerazione che aveva Gesù facendone una guida per la nostra fede e per la nostra vita (cfr. Salmo 119:105,VR e Di – 118:105,CEI) o abbiamo lo stesso atteggiamento degli ipocriti religionisti del suo tempo che davano più importanza alla tradizione umana che non alle verità esposte nelle Sacre Scritture?
Ce l’abbiamo una copia della Parola di Dio nella nostra casa? Quand’è l’ultima volta che l’abbiamo aperta? Gli antichi abitanti della Macedonia, dove l’apostolo Paolo si recò per predicare il Regno di Dio presentando “loro argomenti tratti dalle Scritture” dimostrarono il loro apprezzamento perché “ricevettero la parola con tutta prontezza, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se queste cose stavano così” (Atti 17:2,11).
L’abbiamo fatto anche noi? Ci siamo accertati se le cose che ci hanno insegnato e che crediamo riguardo a Dio sono quelle scritte nella Parola di verità di Dio?
Un vecchio proverbio dice che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Quando parliamo d’amore cristiano siamo certi che stiamo manifestando lo stesso amore di Dio e di Cristo e non semplicemente ciò che la nostra emotività e il nostro sentimentalismo ci spingono a fare? (cfr. Tito 1:16) … … …
July 23 VERO AMORE O SENTIMENTALISMO? - I parteUN DIO D’AMORE C’INSEGNA AD AMARE
Quante parole d’amore riempiono le pagine dei blog.
C’è chi dichiara una sua grande passione e chi confessa la sua paura di amare; chi esprime la propria estasi d’amore e chi lamenta le proprie pene o delusioni. D’amore si racconta con storie reali o immaginarie e lo si declama in musica o in poesia. C’è chi ne parla apertamente o schiettamente e chi si esprime con timidezza o riservatezza.
E quanti messaggi d’amore “criptati” vengono lanciati per esser compresi solo dai diretti interessati, a cui spesso, e chissà mai perché, fanno da corollario tanti “avventati”, se non a volte “ridicoli”, commenti dei soliti “buonisti”, “ruffiani” o “consolatori” virtuali, ignavi del loro reale significato?
Ciascuno ha la sua esperienza d’amore e con l’amore o le proprie idee sull’amore. Ognuna di queste ha la propria peculiarità, e spesso i vari concetti divergono tra loro. Chi può dire se uno è meglio di un’altro o se ciò ch’è valido per uno può essere altrettanto valido per un altro?
C’è poi un modo curioso di dichiarare il proprio “amore”, ed è quello un po’ santocchiano degli appartenenti a opposti schieramenti religiosi i quali, impegnati tutto il santo giorno a “scannarsi” tra loro con interminabili diatribe dottrinali, infine proclamano la loro “fratellanza” augurandosi, con lo stesso “candore” con cui spesso si accusano vicendevolmente di comportamenti scorretti, un affettuoso saluto di “pace”.
Parlare d’amore seguendo un po’ il leit-motiv per cui ciascuno scrive il proprio blog, cioè per condividere, per esporre le proprie idee e confrontarle con quelle degli altri, potrebbe comunque arricchire culturalmente ogni autore, o almeno quelli che sono aperti mentalmente, e anche abbastanza umili, da non “arroccarsi” pregiudizialmente sulle proprie posizioni perché, come scrisse un ispirato e saggio re dell’antichità: “Dall'orgoglio viene solamente contesa, ma la sapienza è con quelli che danno ascolto ai consigli” (Proverbi 13:10).
Con tale premessa vorrei anch’io dire qualcosa sull’amore, non sull’amore romantico che, come ho detto, a mio parere attiene ad una sfera del tutto personale, ma sull’amore guidato e governato da un principio, di quell’amore, cioè, che nelle Sacre Scritture è reso con il termine greco agàpe.
Qual è questo princìpio?
Alcune cose dette al riguardo da Gesù ci aiutano a comprenderlo. In una circostanza disse: “Se amate [agapàte] quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto” (Luca 6:32-34); in un'altra ancora affermò: “amate i vostri nemici” (Matteo 5:44).
Commentando queste parole William Barclay, teologo della Chiesa di Scozia e docente presso l’Università di Glascow dice nel suo libro New Testament Words: “Agapē ha a che fare con la mente: non è solo un’emozione che nasce spontanea nel nostro cuore; è un principio secondo cui scegliamo di vivere. Agapē ha innanzi tutto a che fare con la volontà. È una conquista, una vittoria e un traguardo. Nessuno ha mai amato per natura i suoi nemici. Amare i propri nemici è una vittoria su tutte le nostre tendenze naturali e le nostre emozioni. Questo agapē … in effetti è la capacità di amare ciò che non è amabile, di amare persone che non ci piacciono”.
Dunque il princìpio è quello dell’altruismo: l’amore agàpe, di cui si parla nelle Sacre Scritture, è il sentimento altruistico che spinge a fare agli altri ciò che è giusto e buono dal punto di vista di Dio, sia che l’altra persona sembri meritarlo o no. Ma non va confuso con la santocchieria!
Questo tipo di amore pur distinguendosi per il rispetto dei princìpi, non è comunque un amore privo di sentimento, altrimenti non sarebbe diverso dalla fredda giustizia. Però non si lascia dominare da simpatia o sentimento; non ignora mai i princìpi. Quindi non è mai puro sentimentalismo o semplice emotività ma da questo si distingue, e questa differenza è importante capire da parte di chi si interessa di Dio e della sua volontà!
L’amore di Dio
Agàpe è il termine che usò dall’apostolo Giovanni quando scrisse “Dio è amore” (ὁ θεὸς ἀγάπη ἐστίν - 1Giovanni 4:8).
Dio ha diverse importanti qualità, come giustizia, potenza e sapienza (cfr. Deuteronomio 32:4; Giobbe 36:22; Apocalisse 7:12).
Ma di tutte le sue qualità viene dato particolarmente risalto all’amore perché questa è l’essenza stessa o la natura di Dio.
Perciò se ci dichiariamo suoi adoratori, pur con le nostre imperfezioni il suo amore dovrebbe essere il nostro modello di riferimento
(cfr. 1Giovanni 4:16-19).
Come Dio manifesta il suo amore?
È manifesto nella sua creazione
Ha scritto l’apostolo Paolo: “le sue qualità … si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue” (Romani 1:20). L’amore di Dio è innanzitutto evidente nelle sue opere creative. Egli non si è limitato semplicemente a creare dal nulla, ad esempio formando qualche forma di vita primordiale o unicellulare e lasciando il resto dello sviluppo al cieco caso, come son portati a credere molti dalle idee confuse intorno all’opera di Dio, anche tra i cosiddetti “credenti”, ma l’ha fatto con cognizione di causa, con un progetto preciso e con la volontà di rallegrare le sue creature, gli esseri umani in particolare. Basta osservare i meravigliosi paesaggi che ha provveduto per il nostro godimento: splendide montagne, foreste, laghi, oceani; i nostri blog sono pieni di immagini di questi luoghi a dimostrare quanto li apprezziamo. Ha, inoltre, provveduto una gran varietà di piante e di fiori belli e profumati nonché un ampia e affascinante specie di creazione animale: quanti di noi che amano gli animali e si dilettano delle loro caratteristiche si sono mai soffermati a riflettere sull’amore di Dio nel crearli? E, pensando al nostro cibo, spesso leggo invitanti ricette o vedo pubblicate foto di gustosi manicaretti preparati da ciascuno con tanto amore: chi si è mai chiesto come sarebbe stata la vita se avessimo avuto a disposizione una sola pietanza anche la più succulenta, ogni giorno per tutti i giorni della nostra esistenza? Questo poteva anche essere sufficiente per mantenerci in vita. Gli Israeliti, ad esempio, nel deserto mangiarono tutti i giorni la manna, per quarant’anni e sopravvissero, ma alla fine si stancarono tanto da rimpiangere il periodo della loro schiavitù in Egitto (cfr. Numeri 11:4-6). Dio, però, ci ha messo a disposizione un incredibile assortimento di cibi gustosi e nutrienti che deliziano i nostri palati. Anche nel creare la razza umana si è dilettato con una diversità di particolari provvedendo un incessante stimolo per l’appagamento dei nostri sensi e rendere piena la vita. L’uomo, fatto a immagine di Dio (cfr. Genesi 1:27), ha la capacità di percepire l’amore di Dio come nessun altro essere vivente può fare e solo degli “inescusabili stolti” limitati nelle loro facoltà di ragionare dalla pochezza spirituale non vedono in tutto questo l’amorevole disegno del Creatore per rendere pienamente e completamente soddisfatte le sue creature (cfr. Salmo 14:1: 53:1,VR e Di - 13:1; 52:2,CEI). Non è per caso che osservando i risultati della creazione, e in particolare quella della nostra dimora terrestre, altre creature di natura più eccelsa della nostra, “tutti i figli di Dio (cioè gli angeli) alzavano grida di gioia” (Giobbe 38:4,7).
Quando addentiamo un frutto maturo e succulento gustiamo l’amore di Dio? Quel frutto non fu fatto solo per nutrirci, ma anche per deliziarci il palato. Quando guardiamo tramonti incantevoli, o cieli stellati in una calda e serena notte d’estate, stiamo osservando l’amore di Dio? Quando annusiamo il dolce profumo dei fiori e delle piante il nostro olfatto ci fa percepire l’amore di Dio? Quando ascoltiamo il rumore di una cascata, il canto degli uccelli, la voce dei nostri cari, la musica che preferiamo, sentiamo su di noi l’amore di Dio?
Quando Egli creò Adamo ed Eva, la prima coppia umana, li circondò di dimostrazioni del suo amore. Aveva piantato un giardino, un Paradiso, e vi aveva fatto crescere ogni specie di alberi. Aveva fatto in modo che fosse attraversato da un fiume per irrigarlo e lo aveva popolato di uccelli e animali affascinanti. Aveva dato tutto questo ad Adamo ed Eva come loro dimora (Genesi 2:8-10,19). Dio li trattava come figli, parte della sua famiglia universale (cfr. Luca 3:38). Avendo provveduto l’Eden come modello, il Padre celeste affidò alla prima coppia umana il gratificante compito di estendere il Paradiso a tutto il globo. L’intera terra doveva essere trasformata in un bel giardino e popolata dalla loro progenie. Questa era la sua volontà per la razza umana e questo suo proposito non è mai cambiato (cfr. Isaia 55:11). Egli farà di nuovo della terra un Paradiso dove potranno vivere per sempre e felici tutti coloro che sono disposti ad osservare le sue giuste norme (cfr. Salmo 37:29,VRe Di - 36:29,CEI).
Ha provveduto una via di scampo al genere umano Ma la massima dimostrazione dell’amore di Dio per l’umanità fu indicata da Cristo Gesù con queste parole: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Giovanni 3:16). Per comprenderne appieno il significato consideriamo questi fatti:
Oltre a “unigenito”, Gesù è anche definito “il primogenito di ogni creatura” (Colossesi 1:15). Gesù stesso, poi, mentre pregava disse: “Padre, glorificami presso di te della gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Giovanni 17:5). Comprendiamo perciò che Gesù è stato la prima e unica creazione, in senso assoluto, fatta da Dio e che egli venne all’esistenza prima dell’universo fisico. Secondo alcuni scienziati l’universo ha circa 13 miliardi di anni, che sia vero o no, che sia esatto o meno, questo può però darci un idea del tempo che il Padre e il Figlio sono stati insieme. Sempre le Sacre Scritture ci rivelano anche che Gesù fu l’artefice per mezzo del quale Dio poi creò tutte le altre cose (cfr. Proverbi 8:30; Giovanni 1:3). Chi di noi può immaginare quanto sia potente un vincolo che esiste da un periodo di tempo così lungo tra due persone che hanno vissuto insieme tutti i momenti felici (ricordiamo l’esultanza angelica) ed emozionanti della creazione? Dio e suo Figlio sono uniti dal più forte vincolo di amore che si sia mai formato (cfr. Giovanni 10:30,38).
Tuttavia Dio mandò il Figlio sulla terra perché nascesse come uomo. Questo significò che per alcuni decenni Egli dovette rinunciare all’intima compagnia del Figlio diletto in cielo. Quando, a circa 30 anni, Gesù si battezzò il Padre disse personalmente dal cielo: “Questi è il mio amato Figlio, nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:17). Quanto doveva essere contento Dio nel vedere che Gesù faceva tutto quello che era stato profetizzato e tutto quello che era richiesto da lui! (cfr. Giovanni 5:36; 17:4).
Come, invece, si sentì Dio il 14 nisan del 33 d.C. mentre Gesù veniva tradito e poi arrestato da una turba inferocita? Mentre veniva schernito, sputacchiato e preso a pugni? Mentre veniva flagellato e il suo dorso ridotto in brandelli? Mentre veniva inchiodato, mani e piedi, e appeso al legno come un comune malfattore, e la gente lo insultava? Come si sentì il Padre quando il diletto Figlio lo invocò negli spasimi dell’agonia? Come si sentì quando Gesù, il suo caro Figlio, esalò l’ultimo respiro e, per la prima volta dall’inizio della creazione, cessò di esistere? (cfr. Matteo 26:14-16,46,47,56,59,67; 27:26,38-44,46). Quali parole potrebbero mai descrivere il suo dolore per la morte del Figlio?
Perché Dio, quale Padre celeste, si assoggettò a un simile dolore?
La risposta è nella scrittura sopra citata: per amore, solo per amore delle sue creature umane. Quel sacrificio fu, infatti, il prezzo di riscatto stabilito perché gli incolpevoli figli di Adamo, noi inclusi, che avrebbero esercitato fede nelle disposizioni divine potessero avere una speranza e ottenere una vita eterna e perfetta quali componenti approvati della famiglia universale di Dio. Nessun uomo imperfetto, discendente di Adamo, poteva soddisfare la giustizia di Dio. L’uomo, equivalente di Adamo, che poteva farlo fu perciò provveduto da Dio stesso facendo nascere in maniera miracolosa e senza il fardello del peccato adamitico, il suo diletto Figlio sulla terra (cfr. 1Giovanni 4:8-10).
Adamo ed Eva generarono figli solo dopo aver peccato, perciò nessuno di quei figli nacque perfetto. Dio non poteva semplicemente decretare che Adamo ed Eva morissero per la loro ribellione ma che tutti i loro discendenti che gli avrebbero ubbidito vivessero per sempre perché essi ereditarono tutti il peccato, e la pena del peccato è la morte (cfr. Romani 5:12). Se Dio non ne avesse tenuto conto, che esempio avrebbe dato ai componenti della sua famiglia universale? Non poteva ignorare le sue stesse norme di giustizia. Di lui infatti e scritto che “ama giustizia e diritto” (Salmo 32:5,CEI). Come si poteva dunque provvedere una base idonea per liberare i discendenti di Adamo che avessero dimostrato di ubbidire a Dio? Se un uomo perfetto fosse morto in sacrificio, il valore di quella vita perfetta avrebbe potuto espiare i peccati di coloro che avrebbero riposto fede in quel riscatto, e ciò sarebbe stato conforme alla giustizia. Dato che l’intera famiglia umana era diventata peccatrice a causa del peccato di un solo uomo, Adamo, il sangue di un altro uomo perfetto, avendo valore corrispondente, poteva riequilibrare la bilancia della giustizia. Ma dove si poteva trovare una persona del genere? Fra i discendenti del peccatore Adamo non c’era nessuno che potesse provvedere ciò che occorreva per ricomprare le prospettive di vita perse da Adamo (Salmo 48:7-9,CEI - 49:7-9,VR e Di). Anziché lasciare il genere umano senza via d’uscita, Dio stesso prese un provvedimento misericordioso. Egli non mandò sulla terra un angelo che facesse solo finta di morire, deponendo un corpo in cui si era incarnato ma continuando a vivere come spirito. Con un miracolo che soltanto lui, il Creatore, poteva ideare, Dio trasferì la forza vitale e la personalità di un figlio celeste nel grembo di una donna, Maria figlia di Eli, della tribù di Giuda. La forza attiva o spirito santo di Dio protesse lo sviluppo del bambino nel grembo materno, così che nacque come uomo perfetto (cfr. Luca 1:35; 1Pietro 2:22) Questi era dunque in possesso del prezzo necessario per provvedere un riscatto in grado di soddisfare pienamente i requisiti della giustizia divina. Dio mandò sulla terra per provvedere il riscatto il suo Figlio prediletto. Che ricchezza di significato è dunque racchiusa nella dichiarazione di Gesù: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”!
Grazie a questo amorevole provvedimento il genere umano potrà di nuovo vivere per sempre una vita perfetta e felice su una terra che sarà trasformata in un Paradiso. Come dimostrano i miracoli compiuti da Gesù mentre era sulla terra, quale la risurrezione del figlio della vedova di Nain, questo provvedimento include anche riportare in vita coloro che si sono addormentati nella morte.
Corregge l’errore dei suoi adoratori e garantisce la giustizia Questo ci rammenta un altro modo in cui Dio manifesta il suo amore. E questo punto deve essere ben compreso per evitare spiacevoli sorprese o di cadere nella santocchieria.
Il re Davide disse di Dio: “Egli ama il diritto e la giustizia” (Salmo 32:5,CEI - 33:5,VR e Di). L’amore di Dio è in perfetto equilibrio con la sua giustizia. Sebbene siamo sue creature, il nostro sistema non riflette giustizia, proprio come profetizzò un fedele uomo dell’antichità che disse “la legge non ha forza e la giustizia non riesce ad affermarsi, perché l'empio raggira il giusto e la giustizia ne esce pervertita” (Abacuc 1:4). Queste sono le conseguenze per aver l’uomo rifiutato le giuste vie di Dio e cercato di vivere secondo i propri punti di vista (cfr. Ecclesiaste 8:9).
Questa tendenza è spesso evidente anche nei blog allorché, parlando di Dio e della sua volontà molti dicono: “per me, Dio non può fare questo o quello …” o “io credo che Dio faccia così e così …”. Si mette in tal modo il proprio parere personale al di sopra dell’effettiva volontà di Dio, così come Egli ce l’ha rivelata nella sua Parola. Con questo modo di ragionare in genere si tenta di giustificare sia l’errore religioso che la violazione della legge divina distorcendo l’amore di Dio, volendo far credere che, poiché Egli è un Dio di amore deve tollerare e giustificare ogni sorta di illegalità. Ma così non è, e così ragionando non si fa altro che ingannare se stessi!
In contrapposizione con il suo amore altruista, di Dio è, infatti, scritto che Egli odia! Odia la malvagità e chi pratica ciò ch’è malvagio, inclusi gli ipocriti religiosi (cfr. Proverbi 6:16-19; Matteo 23:13-35). La storia dei rapporti di Dio con l’uomo insegna molto al riguardo.
Dopo la ribellione e il peccato di Adamo, Dio amorevolmente permise che la sua progenie continuasse a vivere e si moltiplicasse sulla terra, in vista della promessa liberazione dalla schiavitù al peccato e alla morte alla quale era stata assoggettata e, quindi, della restaurazione del suo proposito originale. E’ solo per questo motivo che noi oggi siamo in vita, per questo atto d’amore di Dio verso l’incolpevole progenie di Adamo.
Ma gli uomini ostinati non contraccambiarono tale amore. Perciò, dopo circa 500 anni, Dio dovette inviare il suo profeta Enoc a pronunciare il giudizio divino sugli uomini malvagi per la loro empietà e per le cose abominevoli che dicevano contro Dio (cfr. Giuda 14,15).
Passarono, poi, altri mille anni, e quel mondo antico giunse al culmine dell’immoralità e della violenza (cfr. Genesi 6:11,12). Quella situazione era la conseguenza del disegno di Satana di sterminare la razza umana e impedire la realizzazione del proposito di Dio. Cosa fece Dio? A quel tempo sulla terra c’era solo una famiglia dedicata a fare la sua volontà: la famiglia di Noè. Per amore di quelle persone giuste e per la loro salvaguardia Dio comandò a Noè di costruire un’arca “per la salvezza della sua casa”. Poi mandò il Diluvio che spazzò via i malvagi contemporanei di Noè (cfr. Genesi 6:9; 2Pietro 2:5; Ebrei 11:7).
Dopo il Diluvio ben presto uomini empi ricominciarono a manifestare le cattive tendenze ereditate da Adamo. Prendiamo ad esempio gli abitanti delle città di Sodoma e Gomorra; di loro è scritto che “erano perversi e peccavano molto contro il Signore” (Genesi 13:13). Dio decise di distruggere quelle città in modo che il giusto Abramo e suo nipote Lot e i suoi famigliari, che vi abitavano, non dovessero più tenere a bada tali abietti vicini. Il racconto di Genesi 18:20-33 dimostra che Dio nel salvaguardare amorevolmente i suoi fedeli servitori non commise nessuna ingiustizia!
Anni dopo, Dio fece ancora “ciò che era giusto” nei confronti del suo popolo Israele. Come? Disponendo di scacciare i cananei dalla Terra Promessa. Chi non conosce le Scritture, e la storia, e giudica con il suo proprio imperfetto metro di giustizia, accusa Dio di essere stato ingiusto e sanguinario per aver ordinato al suo popolo di sterminare degli “innocenti”, inclusi donne e bambini. Altro che innocenti! Quei cananei si erano resi abominevoli praticando incesto, impurità sessuale, adulterio, sacrificio dei bambini, omosessualità e bestialità. Per esempio, nel culto che rendevano ai loro falsi dèi usavano sacrificare i bambini gettandoli vivi nel fuoco. Nei loro templi praticavano inoltre la prostituzione maschile e femminile. Perciò Dio diede al suo popolo queste istruzioni: “Non vi rendete impuri mediante alcuna di queste cose, perché mediante tutte queste cose le nazioni che caccio da innanzi a voi si sono rese impure. Di conseguenza il paese è impuro, e io recherò su di esso la punizione per il suo errore, e il paese vomiterà fuori i suoi abitanti” (Levitico 18:1-25; Salmo 106:34-40,VR e Di - 105:34-40,CEI). Quindi fu per amore del suo popolo che Dio ordinò a Israele di sterminare quei trasgressori. Il loro corrotto modo di vivere metteva in pericolo l’integrità sia fisica che morale del popolo stesso di Dio. Come dicono le Scritture, ciò che facevano era “in abominio al Signore”.
L’amore di Dio per il suo popolo e per tutti quelli che si impegnavano ad osservare la sua Legge venne descritto da Mosè con queste commoventi e tenere parole: “Come un'aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali, il Signore lo guidò da solo, non c'era con lui alcun dio straniero” (Deuteronomio 32:11,12).
Purtroppo però, col tempo false pratiche religiose e l’idolatria furono introdotte anche in Israele e Dio, che li aveva amorevolmente protetti contro i loro avversari, fu costretto ad eseguire il suo giudizio contro il suo stesso popolo. Ma che pazienza Egli ebbe nei loro confronti! Per 900 anni sopportò la loro ostinazione! Durante tutto quel tempo Dio si mostrò misericordioso con loro dicendo “io non mi compiaccio della morte dell'empio, ma che l'empio si converta dalla sua via e viva; convertitevi, convertitevi dalle vostre vie malvagie. Perché mai dovreste morire, o casa d'Israele” (Ezechiele 33:11). Più volte Dio li avvertì delle conseguenze delle loro false pratiche religiose, della loro idolatria, della loro immoralità e dei loro spargimenti di sangue innocente. Essi pensavano che per il semplice fatto di avere la Legge, di pregare nel tempio e di essere custodi di una certa tradizione li giustificasse e li proteggesse in qualche modo. Ma così non fu! Al limite della sua pazienza Dio fu costretto ad applicare la sua giustizia, ritirando la sua protezione, così’ che quel popolo perse la sua libertà e, infine, il privilegio di essere ancora considerato il popolo di Dio.
La Sacra Scrittura ci assicura di Dio che: “Tutte le sue vie sono giustizia” (Deuteronomio 32:4). Ma in un mondo piagato dall’ingiustizia, non è facile cogliere il senso della giustizia divina. Le Scritture mostrano chiaramente che la giustizia divina, lungi dall’essere aspra e inflessibile, riscalda il cuore e spinge Dio a mostrare fedeltà e compassione ai suoi servitori. La giustizia divina è sensibile ai nostri bisogni e tiene conto della nostra imperfezione (cfr. Salmo 103:14,VR e Di - 102:14,CEI). Questo non significa che Dio condoni la malvagità, come non condonò la condotta violenta e immorale degli abitanti di Sodoma e Gomorra, salvando Lot e le sue due figlie, e come, alla fine, chiese conto alla nazione di Israele della sua infedeltà ripudiandola come suo popolo e lasciando che i romani distruggessero l'intero sistema giudaico, perché se lo facesse incoraggerebbe l’ingiustizia (cfr. Ecclesiaste 8:11). Come spiegò a Mosè, Dio “perdona l'iniquità, la trasgressione e il peccato ma non lascia il colpevole impunito” (Esodo 34:6,7). La sua giustizia è un atto d’amore nei confronti dei suoi leali adoratori poiché assicura loro che adempirà la promessa di eliminare l’ingiustizia dalla terra.
Un saggio scrittore dell’antichità fu ispirato a scrivere queste parole: “il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Proverbi 3:12). Il concetto di “correzione” è generalmente visto con una connotazione negativa, come una punizione per la violazione di regole o norme di comportamento. Nelle Sacre Scritture la correzione da parte di Dio viene invece descritta come un’espressione di amore verso le sue creature. Perché? La correzione divina aiuta ad avere una condotta retta che fa essere accettati da Dio. L’apostolo Paolo spiegò bene tale concetto con queste parole: “ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (Ebrei 12:11).
Come Dio “corregge” coloro che ama?
Sempre l’apostolo Paolo lo spiega dicendo: “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16). Ancora una volta viene confermata l’importanza delle Sacre Scritture come amorevole provvedimento di Dio per la formazione cristiana. E’ necessario ribadirlo! Leggo spesso nei blog di Tradizione Patristica, di Direttorio, di Liturgia, di Magistero, cioè di un insieme di concetti e regole di origine umana e filosofica aggiunti “a latere” della Parola di Dio ma ai quali viene data più importanza che alla stessa Scrittura. Questo, però, non corrisponde al pensiero di Dio né degli apostoli! Un altro apostolo, Giovanni, concludendo la stesura degli scritti ispirati disse: “Io dichiaro ad ognuno che ode le parole della profezia di questo libro che, se qualcuno aggiunge a queste cose, Dio manderà su di lui le piaghe descritte in questo libro. E se alcuno toglie dalle parole del libro di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte dal libro della vita dalla santa città e dalle cose descritte in questo libro” (Apocalisse 22:18,19).
E’ dunque necessario per ciascun credente, se non vuol venire meno all’amore di Dio, che confronti ciò che crede e pratica con ciò ch’è scritto nella Parola di Dio perché “sia completo e ben preparato per ogni opera buona”. Questo per evitare l’errore commesso da alcuni del primo secolo che si consideravano cristiani ma furono condannati perchè “ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio” (Romani 10:3). E se riscontra che ciò che ha sempre creduto e fatto non solo non è contenuto nelle Sacre Scritture ma è anche in contrasto con esse, allora non dovrebbe rifiutare l’amore di Dio e correggere ciò che dal punto di vista di Dio è sbagliato.
Quando, dunque, si parla di amore, nessuno dovrebbe farlo sull’onda della propria emotività e del proprio sentimentalismo. Non è solo questione di cuore ma vi sono implicate tutte le nostre facoltà mentali che dovrebbero spingerci a ragionare su ciò che Dio intende e mostra di accettare come manifestazione di tale sentimento. Come disse Gesù, i cristiani dovrebbero amare “con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente" (cfr. Matteo 22:37-40).
Sotto questo aspetto Cristo Gesù stesso diede l’esempio, ma lo vedremo col prossimo post …
July 13 LA CASTA - III partePASTORI E MAESTRI AL SERVIZIO DELLA CHIESA
O CASTA PRIVILEGIATA?
Nel mio primo post su questo argomento ho accennato al fatto che il sacerdozio è venuto all’esistenza a causa del peccato adamitico. Il perfetto uomo Adamo, infatti, all’inizio, in Eden, non ebbe bisogno di nessun sacerdote, poiché fu creato da Dio senza peccato e poteva rivolgersi liberamente e direttamente al suo Creatore. Quando deliberatamente disubbidì a Dio e, di conseguenza, venne cacciato da quella dimora paradisiaca, perse tale privilegio, non solo per se stesso ma per tutta la sua progenie, alla quale trasmise la sua condizione peccaminosa (cfr. Eccl. 7:29; Romani 3:23).
Poiché il peccato è una trasgressione contro la legge di Dio, da allora sorse il bisogno di qualcuno che fosse approvato per il suo sforzo di rispettare comunque le norme divine e quindi potesse offrire un sacrificio che espiasse o coprisse il peccato e aiutare colui che sbagliava a ristabilirsi nella giusta condotta e nel favore di Dio (cfr. Ebrei 5:1).
Quando Dio scelse e organizzò l’antico Israele come popolo che rappresentava il suo dominio e la sua volontà sulla terra, stabilì un sacerdozio che aveva proprio queste funzioni. E i sacerdoti erano realmente utili all’intera nazione in quanto, mossi da profondo rispetto per la Legge divina, insegnavano al popolo il giusto modo di vivere e intercedevano presso Dio a suo favore, offrendo sacrifici animali che permettevano di ottenere il temporaneo perdono dei peccati. Essi salvaguardavano in larga misura la salute del popolo badando alla moralità e anche alla integrità fisica dello stesso (cfr. Levitico capp. 11-15; Ezechiele 44:33).
In Israele il Sommo Sacerdote era la figura principale del sacerdozio. Era colui che una volta l’anno, nel Giorno di Espiazione, offriva sacrifici per l’intera nazione. Era colui che supplicava Dio a favore di tutta la popolazione e colui che presentava a Dio i problemi d’importanza nazionale. Egli era anche il principale insegnante della Legge di Dio. Ma, mentre era di grande aiuto al popolo, egli stesso non era perfetto o senza peccato (cfr. Ebrei 5:2,3). Quindi, i sommi sacerdoti che nel corso degli anni resero servizio in Israele ebbero essi stessi bisogno di aiuto e, soprattutto, non ebbero potere, con i soli sacrifici animali, di liberare le persone dal fardello del peccato adamitico (cfr. Ebrei 10:4).
Fu per questo motivo che l’apostolo Paolo scrisse ai cristiani di retaggio israelita che quella disposizione era “solo un'ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose” poiché non aveva “il potere di condurre alla perfezione, per mezzo di quei sacrifici che si offrono continuamente di anno in anno, coloro che si accostano a Dio” (cfr. Ebrei 10:1). Pertanto ci voleva un Sommo Sacerdote “santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli” che non avesse “bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso” (Ebrei 7:26-28).
Quindi, spiegò l’apostolo, il Sommo Sacerdote dell’antico Israele, che nel Giorno di Espiazione entrava nel Santissimo del tempio, dove solo lui poteva entrare, per fare espiazione dei peccati dell’intera nazione, raffigurava “nella realtà” il più grande Sommo Sacerdote, Cristo Gesù e il sacrificio della sua vita perfetta che avrebbe offerto, a favore dell’intero genere umano, l’unico sacrificio che ha il potere di riscattare le persone dalla condanna del peccato adamitico, e questo “una volta per tutte”, cioè non ci sarebbe stata più, da allora in poi, la necessità del sacerdozio levitico né di continuare ad offrire sacrifici animali, come disposto dalla Legge (cfr. Ebrei 10:1-18).
[Il Santissimo del tempio, dove solo il Sommo Sacerdote poteva entrare una volta l’anno, nel Giorno di Espiazione, raffigurò, infatti, il reame celeste, dove Cristo Gesù tornò 40 giorni dopo la sua risurrezione per presentare a Dio il valore del suo sacrificio - cfr. Ebrei 9:12,23,24].
Significa questo che la nuova comunità approvata da Dio, quella “nuova nazione” che sostituì l’antico popolo di Israele (cfr. Matteo 21:43), formata dai discepoli di Cristo Gesù, non avrebbe più avuto una guida spirituale, sul modello del sacerdozio levitico, che potesse aiutare i singoli cristiani a mantenersi moralmente puri, insegnando loro le norme e i principi del cristianesimo?
Dagli atti della primitiva chiesa cristiana così non sembra!
Ricordiamo ancora che la disposizione della Legge mosaica era “un'ombra dei beni futuri” perciò, pur avendo una valenza transitoria per tutti gli aspetti formali e cerimoniali, era un modello di ciò che sarebbe accaduto nel futuro.
Sappiamo poi che al Sommo Sacerdote della dinastia aronnica erano affiancati dei “sottosacerdoti” che lo aiutavano nell’esercizio delle sue funzioni (cfr. Esodo 40:12-15).
Nella sua lettera ai cristiani di Efeso, infine, l’apostolo Paolo scrisse che Gesù, in qualità di Sommo Sacerdote celeste, “ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l'inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell'errore” (Efesini 4:8-15).
Appare, quindi, evidente, da ciò che scrisse l’apostolo, che Cristo avrebbe avuto dei “collaboratori” sulla terra, sul modello dei “sottosacerdoti” che aiutavano il Sommo Sacerdote nell’antico Israele, uomini esperti e versati nella conoscenza delle Sacre Scritture, ai quali avrebbe affidato la cura spirituale della sua chiesa (cfr. anche Atti 20:28).
Chi erano questi uomini e come sarebbero stati nominati?
Le risposte, come ho già detto, le troviamo negli atti della chiesa del I secolo la quale costituì il modello dell’organizzazione cristiana.
Ad esempio, quando l’apostolo Paolo cominciò a svolgere il suo ministero cristiano presso i “gentili”, cioè i non giudei, e allorché questi iniziarono a convertirsi, sorsero alcune questioni di natura dottrinali che dovevano essere risolte in quanto minacciavano l’unità della chiesa. Il racconto dice che Paolo, dopo aver ascoltato i vari quesiti posti dalle comunità cristiane che visitava, si recò a Gerusalemme “dagli apostoli e dagli anziani per tale questione” (Atti 15:2). Questi, quindi, si radunarono e valutarono la faccenda, non esprimendo le loro opinioni personali ma indagando nelle Sacre Scritture per sapere cosa Dio stesso diceva al riguardo. Quindi presero, all’unanimità, la decisione sulla questione e scrissero una lettera a tutte le comunità cristiane che erano state fino ad allora stabilite per comunicare cosa era stato deciso, affinché fosse messo in atto da tutti i cristiani (cfr. Atti 15:1-35).
C’era, quindi, nel I secolo, un gruppo direttivo centrale, formato dagli apostoli e da “anziani” (greco ‘presbỳterous’, non anziani d’età ma in senso spirituale, cioè persone che avevano una posizione di autorità e responsabilità nella comunità) che valutava le necessità dell’intera chiesa e decideva sul da farsi. Tra questi nessuno aveva la preminenza, come si vorrebbe far credere nel cristianesimo apostata, tantomeno l’apostolo Pietro che pure era presente a quella riunione, dove espose le sue valutazioni come tutti gli altri. Anzi, nella circostanza, evidentemente solo per procedere con un certo ordine, c’era un uomo che presiedeva la riunione, ma non era certo l’apostolo Pietro, bensì Giacomo, uno dei fratelli di Gesù (cfr. Atti 15:13-20; Matteo 13:55).
Quel gruppo direttivo centrale, inoltre, provvedeva anche alla nomina e all’affidamento di incarichi ad altri uomini (cfr. Atti 6:1-6; 8:14-17; 11:22; 15:22). Questa disposizione aveva la benedizione di Dio e promuoveva l’unità tra i cristiani poiché il racconto biblico dice che “la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme” e che “così la chiesa, per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria, aveva pace, ed era edificata; e, camminando nel timore del Signore e nella consolazione dello Spirito Santo, cresceva costantemente di numero” (Atti 6:7; 9:31,VR).
Quale criterio usavano “gli apostoli e gli anziani” che costituivano il gruppo direttivo della chiesa del I secolo per nominare uomini che fungessero da “pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo" onde arrivare “tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio”?
Ce lo spiega ancora l’apostolo Paolo. Nella sua prima lettera a Timoteo descrisse i requisiti che quegli uomini dovevano avere:
“Bisogna dunque che il vescovo (greco ‘epìskopon’, cioé “sorvegliante”) sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino né violento, ma sia mite, non litigioso, non attaccato al denaro, che governi bene la propria famiglia e tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi (perché se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio?), che non sia convertito di recente, affinché non diventi presuntuoso e cada nella condanna inflitta al diavolo. Bisogna inoltre che abbia una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cada in discredito e nel laccio del diavolo” (1Timoteo 3:1-7).
Cosa appare subito evidente da queste parole?
Che coloro che venivano nominati per avere delle responsabilità nella guida spirituale delle comunità cristiane, gli “epìskopous”, o i “vescovi”, non appartenevano a nessun corpo separato ma erano uomini comuni scelti all’interno della comunità ecclesiale solo perché soddisfacevano determinati requisiti stabiliti da Dio stesso e non dagli uomini.
Inoltre, è interessante notare che l’apostolo Paolo, rivolgendosi alla comunità cristiana di Efeso, nomina con entrambi i termini, “presbỳteous”, cioè “anziani” ed “epìskopous”, cioè “vescovi” le stesse persone che avevano l’incarico di soprintendere alle attività spirituali. Lo stesso fece scrivendo la sua lettera a Tito, usò entrambi i termini per indicare le stesse persone (cfr. Atti 20:17,28; Tito 1:5,7). Perciò comprendiamo che i due termini si riferiscono entrambi allo stesso incarico: presbỳterous indica le qualità mature di chi riceveva tale incarico, ed epìskopous i doveri connessi con l’incarico stesso.
Pertanto quegli “anziani” o “vescovi” non erano nominati perché avevano frequentato seminari o scuole teologiche ma solo ed esclusivamente perché avevano i requisiti stabiliti da Dio per ricevere tale incarico.
Come essi acquisivano tali requisiti? E’ chiaro che l’esperienza aveva un ruolo importante nel determinare la qualificazione, poiché l’apostolo disse espressamente che non dovevano “essere convertiti di recente”. Lo stesso termine “anziano” richiama alla mente tale concetto. Tuttavia questa non era l’unico e né il più importante dei fattori che rendevano un individuo idoneo per tale incarico poiché ce n’erano altri che concorrevano alla sua qualificazione. Essi dovevano essere:
“Irreprensibile” e “avere una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cadesse in discredito”
Questo requisito ha a che fare con la condotta della persona. L’apostolo Paolo disse che i cristiani devono essere “esempio di buone opere, mostrando … integrità, dignità, incorruttibilità” (Tito 2:6,7,Di). E’ vero che nessuno è senza peccato, tutti abbiamo difetti e tutti veniamo meno, ma nessuno dovrebbe mancare gravemente di conformarsi alle esigenze della Parola di Dio, così da dover essere ripreso. Scrisse, infatti, l’apostolo che un cristiano dovrebbe avere “una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cada in discredito”. Perciò la condotta di un “anziano” o “vescovo”, cioè di chiunque abbia un incarico di responsabilità spirituale nella comunità cristiana, dovrebbe essere esemplare in ogni aspetto della sua vita, ma specialmente sotto l’aspetto morale non si dovrebbe poter muovere contro di lui nessuna valida accusa. Scandali come quelli di natura finanziaria o sessuale che coinvolgono, ormai troppo spesso, pastori, sacerdoti, vescovi, squalificano tali persone e una Chiesa che li copre è essa stessa squalificata dal rappresentare Dio e Cristo Gesù (cfr. Matteo 7:17-20).
“marito di una sola moglie che governi bene la propria famiglia e tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi”
Dunque l’ “anziano” o “vescovo” può essere sposato. Non poligamo, ma può essere sposato. Imporre ad un “vescovo” di non sposarsi va contro la norma divina ed è una dottrina di origine diabolica. Quando l’apostolo Paolo mise in guardia i cristiani contro l’apostasia, disse, infatti, che quelli che si sarebbero allontanati dalla vera fede, “dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche”, avrebbero anche “vietato il matrimonio” (cfr. 1Timoteo 4:1-3).
Nella sua enciclica Sacerdotalis Cælibatus (1967) l’allora Papa Paolo VI ammise che “il Nuovo Testamento, nel quale è conservata la dottrina di Cristo e degli Apostoli, non esige il celibato dei ministri sacri … Gesù stesso non ha posto questa pregiudiziale nella scelta dei Dodici, come anche gli Apostoli per coloro i quali venivano preposti alle prime comunità cristiane” (in effetti diversi dei dodici apostoli, incluso Pietro, erano sposati - cfr.1Corinzi 9:5).
Allora, se non è di origine apostolica, da dove derivò la legge sul celibato sacerdotale?
Tale norma fece la sua prima comparsa nella Chiesa Cattolica Romana solo al principio del quarto secolo d.C. quando un decreto del Concilio di Elvira (circa 306 d.C.) vietò ai sacerdoti spagnoli di sposarsi. Venne, poi, confermata in diverse occasioni finché fu istituita "ufficialmente" dal Concilio di Trento del 1545 d.C. Ma le sue origini sono ancora più antiche. Varie fonti storiche dimostrano che esso era già una regola del culto egiziano di Iside e, ancora prima, aveva a che fare con il culto di Cibele nell’antica Babilonia, proprio là dove, secondo la Parola di Dio, sotto la spinta del Diavolo, iniziò di nuovo, dopo il Diluvio, la ribellione contro Dio.
Charles Davis, docente dell’Heythrop College di Londra ed ex capo consigliere teologico dei vescovi d’Inghilterra al Concilio Vaticano II ha, infatti, dichiarato: “La proibizione non ebbe origine cristiana; è molto antica nella storia della religione. Fu introdotta nel cristianesimo come parte del generale orientamento verso il paganesimo … Nel Medio Evo si insistette maggiormente sul celibato per la preoccupazione di impedire che la proprietà della Chiesa passasse sotto il controllo secolare”.
Si comprende, quindi, che tale imposizione non aveva nulla di scritturale ma rispondeva solo alla necessità di adeguarsi alle usanze pagane introdotte nel cristianesimo a seguito dell’allontanamento dalla vera fede, l’apostasia predetta da Cristo (cfr. Matteo 13:24-30,36-42), e dalla cupidigia di una chiesa apostata che intese salvaguardare in quel modo l’enorme patrimonio che andava man mano accumulando.
“sobrio, prudente, dignitoso, ospitale … non dedito al vino né violento, ma sia mite, non litigioso, non attaccato al denaro”
Il “vescovo” dovrebbe essere moderato, non schiavo di cattive abitudini che denotino mancanza di riguardo per le norme di Dio sulla purezza non solo morale, ma anche fisica, nel pieno rispetto della santità della vita. L’abuso di bevande alcoliche o l’uso di sostanze dannose alla salute dovrebbero essere banditi dalla sua vita! Quando il “Sommo Sacerdote” Gesù stava per morire, per cercare di alleviarne le sofferenze gli fu offerto del vino drogato che egli rifiutò di bere. Perché? Non voleva che niente potesse condizionare le sue facoltà di ragionare e impedirgli di “amare Dio con tutta la sua mente”, fino alla fine (cfr. Matteo 22:37). La stessa attenzione di Cristo Gesù dovrebbero manifestare coloro che sono incaricati di collaborare con lui nella guida della sua chiesa, specialmente verso pratiche apparentemente innocue ma che nascondono insidie per la salute fisica e mentale della persona. Prendiamo ad esempio il fumo e la componente di droga che esso contiene, la nicotina, che agisce sulla mente e la condiziona. Può sembrare una “sciocchezza”, ma non lo è, visti i milioni e milioni di morti che causa ogni anno fra il genere umano. Un “vescovo” dedito a questo vizio non mostra certo di essere “prudente” nelle sue abitudini né, tantomeno mostra di avere rispetto per il dono della vita che Dio ci ha fatto, ed è perciò squalificato davanti a Dio per tale incarico. Ne conoscete qualcuno?
Riguardo all’ “attaccamento al denaro” possiamo poi ricordare cosa raccomandò Gesù ai discepoli che mandò a predicare il Regno dei cieli “alle pecore perdute della casa d'Israele”. Egli disse loro: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento” (cfr. Matteo 10:5-10). Gli apostoli diedero un ottimo esempio in quanto a seguire il consiglio di Gesù. L’apostolo Paolo riassunse il loro pensiero scrivendo: “ricordate la nostra fatica e la nostra pena; infatti è lavorando notte e giorno per non essere di peso a nessuno di voi, che vi abbiamo predicato il vangelo di Dio” (2Tessalonicesi 2:9). Trovate forse che abbiano la stessa attitudine o che siano altrettanto “sobri” i sacerdoti del cristianesimo apostata nei loro costosi e pomposi abiti talari ed esigendo un compenso per la loro attività?
“capace di insegnare”
Gli antichi sacerdoti della nazione d’Israele avevano, tra i loro compiti, quello di insegnare la Legge al popolo (cfr. Malachia 2:7). Finché rimasero fedeli a quell’incarico l’intera popolazione ne trasse beneficio poiché imparava a fare la volontà di Dio. Quando questi divennero infedeli, anziché insegnare la Legge di Dio iniziarono a diffondere filosofie umane che col tempo si trasformarono in una serie di tradizioni che si tramandavano di generazione in generazione e nulla avevano a che fare con la volontà di Dio. Fu per questo motivo che Gesù si rivolse decisamente contro di loro accusandoli di essere solo degli ipocriti perché avevano “annullato la parola di Dio in nome della loro tradizione” aggiungendo che la loro adorazione era vana perché “insegnavano dottrine che sono precetti di uomini” (cfr. Matteo 15:6-9). Gesù è stato il più grande insegnante della Parola di Dio. Egli non aveva frequentato le scuole teologiche rabbiniche, eppure tutti lo chiamavano “Maestro”. Il racconto evangelico dice che “la folla si stupiva del suo insegnamento” (Matteo 7:28). Da cosa dipendeva la sua capacità di insegnare? Egli stesso lo spiegò dicendo: “Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere” (Giovanni 14:10). Gesù non elaborò mai proprie teorie su quella che era la volontà di Dio, né si rivolse a filosofie umane per spiegarla! Non risulta che citasse mai i “Dottori” delle scuole rabbiniche. La chiave del suo insegnamento era la Parola di Dio che indicava sempre come autorità. Egli non si limitava a leggere i versetti biblici, cosa che erano in grado di fare anche i suoi ascoltatori, ma collegandoli tra loro, ponendo domande e ragionando con i suoi interlocutori, mostrava qual’era il corretto intendimento di ciò che dicevano. In tal modo correggeva anche la cattiva interpretazione che veniva data della Parola di Dio (cfr. cfr. Matteo 4:5; 19:3-9; Luca 20:27-40; Giovanni 8:31-47). Prima di tornare nei cieli, da dove era venuto, egli riunì i suoi discepoli e disse loro: “Queste sono le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: che si dovevano adempiere tutte le cose scritte a mio riguardo nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi. Allora aprì loro la mente, perché comprendessero le Scritture, e disse loro: «Così sta scritto …” (cfr. Luca 24:45,46). Come ultimo insegnamento rivolse ancora la loro mente all’importanza delle Sacre Scritture, quindi lasciò loro il modello di un sano e corretto insegnamento: l’uso della Parola di Dio!
“La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” (Giovanni 7:16). Ripetute volte Gesù disse queste parole ai suoi ascoltatori (cfr. anche Giovanni 8:28). E lo dimostrò citando in continuazione le Sacre Scritture. Ai sacerdoti e ai teologi del suo tempo piaceva insegnare rifacendosi alla cosiddetta legge orale, cioè alla loro tradizione e citando dotti rabbi del passato. Un po’ come fanno gli odierni sacerdoti quando citano i “Dottori” o i “Padri” della Chiesa, i vari S.Agostino, S.Ambrogio, S.Gerolamo, S.Tommaso d’Aquino ecc. Egli non citò neanche una volta come autorità la legge orale o qualche rabbi. Per lui la massima autorità era la Parola di Dio. Il primo atto che fece quando iniziò il suo ministero terreno, dopo il suo battesimo e la sua unzione quale Messia nel fiume Giordano, fu quello di entrare nella sinagoga di Nazaret, prendere il rotolo delle Scritture, leggerle e spiegarle (cfr. Luca 4:16-21). In seguito, ogni volta che parlava usava frasi come “avete udito che fu detto” oppure “sta scritto” e ancora “non avete mai letto” (cfr. Matteo 5:17-39; 21:13,16). Egli, inoltre si impegnò sempre in una strenua difesa della Parola di Dio contro i capi religiosi del suo tempo che la presentavano in modo distorto, dibattendo sui minimi particolari più che sulla sostanza del suo insegnamento, incoraggiando così una forma di adorazione superficiale e facendola apparire troppo restrittiva o persino opprimente. Alla stessa maniera non sono pochi, oggi, i sacerdoti, e quelli che li seguono, a pensare che le norme morali contenute nelle Sacre Scritture siano ormai antiquate.
Gli apostoli e gli “anziani” o “vescovi” della chiesa del I secolo, anch’essi non avevano frequentato scuole rabbiniche ma compresero molto bene la lezione di Cristo. Ad esempio, l’apostolo Paolo nel suo ministero, giunto a Tessalonica “come era sua consuetudine … per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture” (Atti 17:1-3). Gran parte di quei Tessalonicesi, che rimasero attaccati alle loro tradizioni, non mostrarono di apprezzare l’uso della Parola di Dio perciò vengono indicati nelle Scritture come un esempio negativo, da non imitare; altri, come i Bereani, invece, mostrarono il dovuto apprezzamento per il metodo di insegnamento apostolico, e furono lodati per questo; di loro è scritto: “costoro erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica e ricevettero la parola con tutta prontezza, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se queste cose stavano così” (Atti 17:11). Quindi anche degli apostoli e dei “vescovi” del I secolo è detto che i loro ascoltatori “considerando che erano senza istruzione e popolani, rimanevano stupefatti riconoscendoli per coloro che erano stati con Gesù” (Atti 4:13). La capacità di insegnare di coloro che sono qualificati per incarichi di responsabilità spirituale nella chiesa cristiana, dunque, deriva dal grado di conoscenza e di intendimento della Parola di Dio e non dall’aver frequentato seminari, scuole o università teologiche, e neanche dall’aver acquisito una grande conoscenza secolare, come ha scritto l’apostolo Paolo: “non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi; ma la nostra capacità viene da Dio” (2Corinzi 3:5; cfr. anche 1Corinzi 1:26-29).
Gli apostoli e gli “anziani” del I secolo usavano le Scritture per insegnare ad altri a compiere la volontà di Dio. Come Gesù essi non si affidarono né alla tradizione né ai ragionamenti o alle filosofie umane, anzi misero in guardia contro di esse (cfr. Colossesi 2:8). Essi non si limitavano semplicemente a leggere i versetti biblici ma, collegandoli tra loro, spiegavano quale era il loro corretto significato (cfr. Atti 8:26-38).
I risultati di quel modo di insegnare dimostrano che esso aveva l’approvazione di Dio perché è scritto che “le comunità intanto si andavano fortificando nella fede e crescevano di numero ogni giorno” (Atti 16:5). Inoltre tutti i cristiani erano individualmente “in grado di ammaestrare a loro volta anche altri” (2Timoteo 2:2).
Ora, secondo voi, a chi assomigliano gli odierni “vescovi” del cristianesimo apostata: a quei sacerdoti del tempo di Cristo che avevano abbandonato la Parola di Dio per insegnare filosofie e tradizioni umane o agli apostoli e a quegli “anziani” che discutevano “sulla base delle Scritture”?
Concludendo, alla luce delle Sacre Scritture e dei fatti, appare evidente che il sacerdozio in uso nelle chiese del cristianesimo apostata non ha nulla a che fare con la disposizione divina per la guida spirituale del popolo di Dio. Nelle sue forme, nei suoi atteggiamenti, con i suoi rituali e la sua pomposità, per le menzogne che insegna, riflette più la casta piena di privilegi degli antichi sacerdoti dediti al culto pagano, da dove ha avuto origine, piuttosto che la semplicità, lo spirito di sacrificio, la disponibilità a servire e l’amore per la verità, per la Legge e per la Parola di Dio degli antichi sacerdoti leviti fedeli, degli apostoli e degli anziani (‘presbỳterous’ o ‘epìskopous’) della primitiva chiesa cristiana. Per questi motivi, che la Chiesa Cattolica abbia proclamato un Anno Sacerdotale non può avere alcun valore agli occhi di un Dio che ha detto:
“a voi questo monito, o sacerdoti. Se non mi ascolterete e non vi prenderete a cuore di dar gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni … le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l'istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti. Voi invece vi siete allontanati dalla retta via e siete stati d'inciampo a molti con il vostro insegnamento … Perciò anch'io vi ho reso spregevoli e abbietti davanti a tutto il popolo, perché non avete osservato le mie disposizioni e avete usato parzialità riguardo alla legge” - Malachia 2:1,2,7-9. July 05 LA CASTA - II parteIPOCRITI, GUIDE CIECHE E RAZZA DI VIPERE
“La legge, infatti, possiede solo un'ombra dei beni futuri, non la realtà stessa delle cose.” Ebrei 10:1,VR
Così scrisse l’apostolo Paolo ai cristiani di estrazione ebraica. Egli spiegò loro che tutto quello che era stato disposto mediante la Legge data a Israele per mezzo di Mosè era un tipo profetico di cose che dovevano accadere nel futuro, nei tempi da Dio fissati per la realizzazione del suo proposito.
Dio, infatti, stabilì un sacerdozio per l’antico Israele con la funzione di istruire il popolo e aiutarlo a ricevere un temporaneo perdono dei peccati commessi involontariamente mediante offerta di sacrifici animali, ma quei sacrifici non potevano provvedere la completa liberazione dalle conseguenze del peccato adamitico che tutti ereditavano fin dalla nascita (cfr. Ebrei 10:1-4). Perciò quella disposizione prefigurava qualcosa che nella realtà doveva essere migliore, il vero sacerdozio celeste che avrebbe provveduto il definitivo perdono dei loro peccati (cfr. Ebrei 8:5; 9:23).
Come ho già esposto nel precedente post, Dio scelse come Sommo Sacerdote Aronne, fratello di Mosè, della tribù di Levi. Mosè nominò o “unse” Aronne con olio. Aronne poté allora chiamarsi “l’unto” (ebraico ‘mashìach’, ‘messia’). Dopo di che Mosè nominò o “unse” come sottosacerdoti i quattro figli di Aronne. In seguito, quando i sacerdoti morivano e i loro figli vi succedevano, era nominato o “unto” solo il Sommo Sacerdote mentre quell’unica unzione dei figli di Aronne contò per tutti i successivi sottosacerdoti (cfr. Esodo 40:12-16).
Dio stesso aveva stabilito il requisito che rendeva quegli uomini idonei per il servizio sacerdotale, poiché disse: “susciterò un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e secondo il mio desiderio” (cfr. 1Samuele 2:35). Da essi era quindi richiesta assoluta fedeltà alla Legge e alla volontà di Dio che dovevano onorare e far rispettare.
Finché in Israele si osservò quella disposizione, il sacerdozio, seppur con qualche sporadica eccezione, fu una vera benedizione per il popolo perché i sacerdoti fungevano da custodi e insegnanti delle giuste norme divine, sedevano in giudizio contro i violatori di quelle norme aiutandoli a rendersi conto della necessità di pentirsi e ravvedersi, mantenendo così quel popolo, nel suo complesso, moralmente puro dinanzi a Dio (cfr. Malachia 2:7; Deuteronomio 17:8-12; Ebrei 5:1). Questo avvenne per molti secoli, a partire dalla sua istituzione nel 1513 a.C.
Ma già al tempo di Geremia, 647-580 a.C., questa disposizione era ripetutamente violata e, come conseguenza, la maggioranza dei sacerdoti aveva abbandonato la vera adorazione divenendo infedeli al mandato conferito loro da Dio e intraprendendo il culto idolatrico (cfr. 1Re 12:31, Geremia 2:8).
Così da una classe al servizio del popolo, quella dei sacerdoti divenne gradualmente una casta che amava circondarsi di privilegi.
Ai giorni di Gesù la casta sacerdotale in Israele aveva raggiunto il culmine della propria apostasia ed egli, senza ‘mezzi termini’, definì quegli uomini “ipocriti”, ed anche “guide cieche”, e pure “sepolcri imbiancati”, e ancora “serpenti” e “razza di vipere” (cfr. Matteo 23:13-35),
Esaminando nei particolari le parole di Gesù siamo aiutati a comprendere perché egli li disapprovò in una maniera così forte e decisa, e questo può esserci di aiuto per evitare di cadere anche noi vittime di una casta così deleteria per la vera adorazione.
Gesù disse di loro che:
“Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” - Matteo 23:4
Nel I secolo l’ossessione per l’analisi e l’interpretazione della Legge aveva completamente distorto il modo di ragionare dei sacerdoti. Essendo così esigenti circa i minuti dettagli, si dedicavano a “studi profondi” trascurando completamente le cose più importanti di giustizia, misericordia e fedeltà. Erano sempre pronti a “disputare” con Cristo sulla “pagliuzza” nell’occhio, portando a sostegno le loro tradizioni, ma Gesù regolarmente correggeva i loro errati punti di vista usando la Parola di Dio (cfr. Matteo 15:1-6) oppure, considerando la loro malafede e il loro pregiudizio, tagliava corto e li abbandonava alle loro elucubrazioni (cfr. Marco 8:10-13).
[Questo richiama alla mente lo stesso atteggiamento di quelli che oggi disputano accanite “contese” tra opposti schieramenti di cosiddetti “cristiani”, come si leggono spesso anche su vari blog, questionando su particolari pretestuosi e insignificanti, con opinioni del tutto personali con cui dibattere all’infinito su parole e dettagli che invece di avvicinarli a Dio li allontanano sempre di più dalla verità e fanno perdere di vista l’insieme del Suo meraviglioso proposito rivelato nella Sua Parola e l’intero modello della vita di un cristiano in essa contenuto - cfr. 2Timoteo 2:24].
Così quegli “ipocriti” capi religiosi del tempo di Cristo ponevano dei pesi sulla gente comune stabilendo innumerevoli regole e regolamenti di invenzione umana, ma creavano ipocritamente delle scappatoie per non doverli essi stessi osservare. Si noti, in paragone, l’uso omertoso della Crimen sollicitationis a copertura dei reati sessuali commessi da sacerdoti nella Chiesa Cattolica.
“Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze …” - Matteo 23:5,6 A quegli uomini piaceva vestire e comportarsi in maniera tale da richiamare l’attenzione su se stessi. La loro religione era tutta un’ostentazione: recitavano lunghe preghiere stando in piedi nei luoghi pubblici, ma solo per essere visti da altri (cfr. Matteo 6:5), portavano abiti di una foggia particolare per distinguersi dagli altri e amavano i luoghi preminenti ai pasti, i primi posti nelle sinagoghe. Si dia uno sguardo alle diverse cerimonie pubbliche nel mondo. Sinceramente, chi può negare di rivedere questa stessa scena descritta da Cristo? L’ostentazione e la preminenza del clero delle varie religioni sono inconfutabilmente evidenti! In quel tempo, poi, quegli “ipocriti” usavano esibire, attaccati al loro corpo in bella evidenza, i filattèri, cioè elaborati astucci che contenevano versetti biblici come amuleti. Oggi si esibiscono vistosi e preziosi simboli religiosi appesi al collo. Cosa è cambiato? “Quando tu preghi, non essere come gli ipocriti, perché essi amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe, e agli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini; in verità vi dico che essi hanno già ricevuto il loro premio. Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta, chiudi la tua porta e prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà pubblicamente. Ora, nel pregare, non usate inutili ripetizioni come fanno i pagani perché essi pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole” - Matteo 6:5-7.
A quegli “ipocriti” ‘piaceva’ pregare in pubblico “agli angoli delle piazze”. Essi gioivano all’idea d’essere “visti dagli uomini” che andavano in ogni direzione. Ostentando una falsa santità, facevano lunghe e ripetute preghiere, per destare l’ammirazione degli astanti. Le loro non erano preghiere spontanee, dettate dal cuore ma ripetevano meccanicamente le stesse frasi tante volte, pensando “di essere esauditi” a motivo di tale continua ripetizione. Ma questo “gran numero delle loro parole” non aveva nessun valore agli occhi di Dio.
Sinceramente, pensate che oggi si comportino molto diversamente da quegli “ipocriti” capi religiosi del tempo di Cristo?
“amano posti d'onore nei conviti … amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe, e agli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini” “… come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo” - Matteo 23:7-9.
Quegli “ipocriti” capi religiosi si servivano della religione per esaltare se stessi. Volevano essere considerati “maestri” della fede, perciò annacquavano le pure verità bibliche ispirate da Dio con tradizioni e filosofie umane da essi elaborate. Amavano anche attribuirsi altisonanti titoli onorifici. Riuscite ad immaginate se Gesù, il mite e umile Figlio di Dio (cfr. Matteo 11:29), si facesse chiamare dai suoi seguaci “eminenza” o “reverendissimo” o “monsignore”. E’ difficile vero? Essi giungevano al punto di pretendere un rispetto maggiore di quello che si dava ai genitori: volevano essere chiamati “padre”. Ma Gesù mostrò che tutti i suoi seguaci sono uguali come figli di Dio. Ogni titolo che faccia pensare il contrario è un’arrogante usurpazione di qualcosa che spetta solo a Dio. Perciò Gesù li redarguì dall’usare la parola “padre” come titolo onorifico in senso religioso ribadendo che i suoi seguaci hanno un solo Padre in senso spirituale, Dio.
L’apostolo Paolo riprese quest’argomento nella sue lettere, chiarendo ulteriormente il punto. Egli parlò dell’apostasia religiosa che si sarebbe manifestata anche nel vero cristianesimo mediante l’ ”ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza”. Riferendosi a questi come di un composito “uomo del peccato, il figlio della perdizione” egli disse che “che s'innalza sopra tutto ciò che è chiamato dio o oggetto di adorazione, tanto da porsi a sedere nel tempio di Dio come Dio, mettendo in mostra se stesso e proclamando di essere Dio” (cfr. 1Timoteo 4:2 ; 2Tessalonicesi 2:4). Ebbene chi è che oggi proclama di essere “Dio in terra”?
[E’ davvero interessante leggere a questo riguardo ciò ch’è stato scritto in un opuscolo qualche tempo fa: “La nostra realizzazione cristiana effettiva non sembra essere la maggior parte delle volte assai più simile al culto delle alte cariche dei giudei stigmatizzato da Gesù che non all’immagine da lui disegnata della comunità cristiana fraterna? Non soltanto il titolo di ‘padre’ viene limitato in Matteo 23, 8-11 (Non fatevi chiamare rabbi, padre, guide), bensì tutta la forma esteriore (ribadiamolo: esteriore) del gerarchismo, così come essa si è strutturata nei secoli dovrà in continuazione lasciarsi giudicare da questo testo” (La fraternità cristiana, Queriniana 2005, p. 74 - fonte: http://www.luigiaccattoli.it/blog). Chi ha scritto queste parole? Un giovanissimo prete (siamo nel 1960) di nome Joseph Ratzinger. Peccato che nel corso del tempo le abbia dimenticate, e che lui stesso ora si faccia chiamare “Santo ‘Padre’”!].
Perché Gesù definì ripetutamente “ipocriti” quelle persone? E’ importante capirlo perché molti oggi, alle critiche rivolte contro i rappresentanti del clero del cristianesimo apostata, obiettano che tutti siamo imperfetti, quindi anche i sacerdoti, e che non si deve fare di tutta l’erba un fascio.
Con le sue vigorose accuse Gesù mostrò di non pensarla allo stesso modo, perché?
Sia il termine ebraico, chanèf, che quello greco, hypokritès, le due principali lingue usate nella stesura delle Sacre Scritture, che sono tradotti nella nostra lingua con il termine “ipocrita”, nella loro accezione rendono l’idea di ciò che è “profano” ,o “sacrilego”, o “malvagio”, o “astuto”. Gesù, infatti, disse a quei personaggi: “chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci … percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi” - Matteo 23:13-15.
Non solo essi rifiutavano deliberatamente di avvalersi personalmente dell’opportunità di entrare nel Regno dei cieli, ma aggravavano il loro peccato cercando di impedire ad altri di entrarvi. Facevano grandi sforzi per convertire altri, solo per renderli soggetti alla Geenna, cioè alla distruzione, il doppio di loro. Erano dei malvagi, perché sapevano benissimo di insegnare il falso ma continuavano a farlo solo ed esclusivamente per il proprio tornaconto personale. Perciò li definì “Serpenti, razza di vipere” dicendo loro: “Voi siete figli del diavolo (l’originale serpente - cfr. Apocalisse 12:9), che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Il loro modo di fare non era dunque collegabile all’imperfezione umana perché essi deliberatamente raggiravano le persone, e tutt’ora le fuorviano; in che modo?
Gesù, che non si lasciò ingannare dalle apparenze, né dal parlare mellifluo e santocchioso di quegli “ipocriti”, disse chiaramente loro: “rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità” - Matteo 13:27,28.
Quei capi religiosi cercavano di apparire “giusti” pregando o facendo “opere di carità” in pubblico (cfr. Matteo 6:1-6). [Mentre scrivo ascolto le notizie del TG che ripetutamente danno risalto l’appello del Papa ai “grandi” della terra di tenere presenti i poveri e pensare ad una diversa distribuzione della ricchezza. Considerando le ingenti “ricchezze” che la Chiesa possiede, beni immobili, terreni, oggetti preziosi conservati nelle chiese e nei musei (che so, pensate al famoso “tesoro di S. Gennaro”, o ai Musei Vaticani, ad esempio), viene da chiedersi: sono lì a che scopo? Non potrebbero essere utilizzati per aiutare e sfamare i poveri? … Ma, si dice, quelli non si possono toccare, sono “sacri”. In questo caso come non ricordare le parole di Gesù rivolte a quegli “ipocriti” capi religiosi del suo tempo: “Siete veramente abili nell'eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio”. Era retorica quella di Cristo? - Marco 7:11-13].
Essi cercavano anche di dimostrarsi “giusti” osservando innumerevoli precetti, riti e pomposi cerimoniali, molti dei quali inventati da loro stessi. Ma essi in effetti ignoravano “la giustizia di Dio cercando di stabilire la propria giustizia” (Romani 10:3) poiché davano più importanza alla loro tradizione e agli insegnamenti umani che non alla Parola di Dio (cfr. Matteo 15:6-9). Quindi di fuori forse apparivano giusti, ma dentro erano ‘pieni di iniquità’, di ingiustizia. Questo era evidente nella condizione morale e sociale degradata in cui le masse loro sottoposte versavano. In maniera simile l’apparente giustizia della casta clericale odierna si riflette nella estesa illegalità e immoralità, nella confusione dottrinale, nel degrado sociale in cui versano le popolazioni a maggioranza “cristiane” della terra, condotte da queste “guide cieche” (cfr. Matteo 23:24).
L’ultima e più grave accusa che Gesù fece loro fu:
“io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra” - Matteo 23:34,35.
Egli sperimentò personalmente la veridicità di queste parole. Il più grande oppositore del suo ministero terreno fu quel Caiàfa, o Caifa, Sommo Sacerdote non nominato da Dio ma da Valerio Grato, predecessore del governatore romano Ponzio Pilato (Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XVIII, 95, a cura di L. Moraldi, UTET, Torino, 1998). Egli e suo suocero, Anna, altro Sommo Sacerdote deposto per far luogo a Caiàfa stesso, furono profondamente implicati nel provocare l’effettiva morte di Gesù Cristo. Poco prima della Pasqua del 33 d.C., Caiafa e altri componenti del Sinedrio tennero “consiglio per prendere Gesù con inganno e farlo morire” (Matteo 26:3,4). Con la cooperazione di Giuda Iscariota, che avevano prezzolato, riuscirono nel loro intento. Dopo aver catturato Gesù, una folla armata lo portò prima in casa di Anna, poi lo condusse in catene da Caiàfa (cfr. Giovanni 18:13,24). In quell’occasione essi produssero falsi testimoni che però presentarono testimonianze contrastanti. Infine, Caiàfa impose a Gesù, sotto giuramento, di dir loro se era il Cristo, il Figlio di Dio. Udendo la risposta affermativa di Gesù, Caiàfa si strappò le vesti e chiese alla corte di condannarlo come bestemmiatore [fu per questo motivo che Gesù supplicò il Padre dicendo “se è possibile, allontana da me questo calice” - cfr. Matteo 26:39. Egli, che in preghiera aveva detto al Padre “Io ti ho glorificato sulla terra” - cfr. Giovanni 17:4, non sopportava l’accusa di essere un bestemmiatore]. La corte, aizzata dal Sommo Sacerdote, condannò a morte Gesù (cfr. Matteo 26:59-66). La mattina dopo Caiàfa fu fra coloro che condussero Gesù dinanzi a Pilato, accusandolo di proibire di pagare le tasse a Cesare e di dire di essere Cristo re (cfr. Luca 23:2). Poi, quando Pilato cercò di liberare Gesù, Caiàfa fu senza dubbio uno dei “capi sacerdoti” che gridarono: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”. Probabilmente fu anche Caiàfa fra quelli che gridarono: “Noi non abbiamo altro re che Cesare” (cfr. Giovanni 19:6-15). Che squallida figura di sacerdote sleale che, per la sua ambizione personale, non ha avuto timore di violare la legge divina. Ne avremmo mai seguito le orme?
“Or quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero da Caiafa, sommo sacerdote, presso il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani. … Ora i capi dei sacerdoti, gli anziani e tutto il sinedrio, cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per farlo morire, ma non ne trovavano alcuna; sebbene si fossero fatti avanti molti falsi testimoni, non ne trovarono. Ma alla fine vennero avanti due falsi testimoni i quali dissero: «Costui ha detto: "Io posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni"». Allora il sommo sacerdote, alzatosi, gli disse: «Non rispondi nulla a ciò che costoro testimoniano contro di te?». Ma Gesù taceva. E il sommo sacerdote replicò dicendo: «Io ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se sei il Cristo, il Figlio di Dio». Gesù gli disse: «Tu l'hai detto! Anzi io vi dico che in avvenire voi vedrete il Figlio dell'uomo sedere alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo». Allora il sommo sacerdote stracciò le sue vesti, dicendo: «Egli ha bestemmiato; quale bisogno abbiamo più di testimoni? Ecco, ora avete udito la sua bestemmia. Che ve ne pare?». Ed essi, rispondendo, dissero: «Egli è reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; ed altri lo percossero con pugni, dicendo: «O Cristo, indovina! Chi ti ha percosso?»” - Matteo 26:57-67.
False accuse e dileggiamento sono sempre state le armi degli apostati contro chi ha cercato di difendere e diffondere la verità riguardo a Dio e a Cristo Gesù. A quei capi religiosi non stava bene che Gesù fosse il “Figlio di Dio” il cui Regno “non faceva parte di questo mondo” (cfr. Giovanni 18:36). Essi volevano un messia asservito al loro volere e che garantisse i loro privilegi e il loro potere.
I sacerdoti del cristianesimo apostata in maniera simile non riconoscono il vero ruolo di Cristo, “Figlio di Dio” non Dio stesso, “seduto alla destra di Dio” e non al posto di Dio, in attesa di ricevere dal Padre il comando di “dominare in mezzo ai suoi nemici” (Salmo 110:2,VR e Di, 109:2,CEI; Ebrei 10:12,13). Anch’essi si sono costruiti un messia asservito al loro volere che sostiene e giustifica tutto ciò che ad essi fa comodo per mantenere i loro privilegi e il loro potere. Per questo perseguitano e dileggiano chiunque contraddica le loro menzogne e voglia diffondere la verità.
Con una procedura simile, in seguito, ancora il Sommo Sacerdote e i suoi sostenitori si resero responsabili della lapidazione di Stefano, il primo martire cristiano. Come era avvenuto nel caso di Gesù, quegli “ipocriti” capi religiosi si procurarono falsi testimoni per accusare Stefano di bestemmia davanti al Sinedrio e farlo condannare a morte (cfr. Atti 6:8-7:60).
Nei secoli che seguirono molte persone timorate di Dio furono similmente arrestate da politici e dalle folle istigati dal clero apostata semplicemente perché volevano diffondere la Parola di Dio fra il popolo. Parlo di gente come John Wycliffe e i lollardi, Jan Hus, William Tyndale, Michele Serveto, i Socini, Pietro Carnesecchi, Pomponio Algieri, i primi valdesi e gli anabattisti, solo per citarne alcuni. Leggendo gli atti processuali dei tribunali dell’Inquisiz.ione che li giudicarono e li condannarono a morte, troviamo molte analogie con il processo a cui i sacerdoti apostati israeliti sottoposero Gesù per condannarlo a morte. Corruzione, cospirazione, pervertimento della giustizia, calunnia, falsa testimonianza, azioni di turba. Se a questi atti aggiungiamo anche l’appoggio dato dagli ecclesiastici delle chiese cosidette “cristiane” alle tante guerre combattute dagli uomini, dalle Crociate alla prima e alla seconda guerra mondiale, allora vi ritroviamo in pieno le parole di Gesù: “ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra”. Ne seguiamo forse le orme?
Si, il sacerdozio istituito dagli uomini si è rivelato, in ogni tempo, una vera disgrazia per l’intera umanità!
Con la morte di Gesù la Legge mosaica, inclusa la disposizione del sacerdozio, cessò di avere effetto! (cfr. Efesini 12:14-16). Dio provvide qualcosa di migliore dell’antico sacerdozio Levita. Qualsiasi organizzazione sacerdotale umana costituita in seguito non ha alcun valore davanti ai Suoi occhi. E ciò che da allora Dio ha disposto non può più essere influenzato o condizionato da decisioni umane … |
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