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    November 21

    RASSEGNA STAMPA - Le notizie che non dovrebbero mai sfuggirci

     
    Immagine dal Santuario della Beata Vergine delle Grazie - Curtatone MN
     
     
    IL CAIMANO N. 2
    Ovvero, la retorica e l’ipocrisia al servizio dell’avidità
     
     
    “Avevo fame e avete costituito un comitato per investigare la mia fame. Ero senzatetto e avete presentato un rapporto sulla mia condizione disperata. Ero malato e avete tenuto un seminario sulla situazione dei diseredati. Avete preso in esame tutti gli aspetti della mia condizione disperata eppure ho ancora fame, sono senzatetto e malato”.
    (Autore sconosciuto)
     
     
    Tutte le prime pagine dei giornali nei giorni scorsi sono state occupate dalle notizie sul Vertice della FAO (Food and Agriculture Organization) sulla sicurezza alimentare che si è svolto a Roma.
    I governanti della Terra sono preoccupati per le conseguenze derivanti dal crescente numero di coloro che soffrono per malnutrizione poiché se i problemi ad essa connessi non vengono urgentemente risolti (alla scarsità delle risorse alimentari si aggiungono, infatti, quelli sull’aumento demografico e della povertà), la stabilità sociale di molti paesi e regioni potrà essere seriamente danneggiata, con probabili ripercussioni negative sulla pace mondiale.
    Molto rilievo è stato dato, da una stampa sempre più a corto di argomentazioni significative e di spirito critico, al discorso del Papa Benedetto XVI il quale ha solennemente dichiarato che “non è più possibile accettare opulenza e spreco” di fronte ad un dramma che vede morire ogni giorno 17mila bambini, uno ogni cinque secondi, per cause connesse con la malnutrizione.
    Belle parole, davvero! … Ma cosa dicono i fatti?
     
                
                                                         Mitra                                                                                                          Collana
     
    I GIOIELLI PIÙ PREZIOSI DEL MONDO
    Questo era il titolo di una mostra organizzata lo scorso anno a Napoli nel Museo del Tesoro Duomo di San Gennaro. I gioielli messi in mostra fanno parte della collezione delle donazioni ricevute dal Santo Patrono di Napoli nell’arco di sei secoli da regnanti, Papi e nobili famiglie. Gioielli realizzati in gran parte dagli orafi di scuola napoletana. Le immagini quì riportate mostrano quelli che sono ritenuti tra i gioielli più preziosi esistenti al mondo.
    La Mitra di argento dorato del 1713, con oltre 3700 rubini, smeraldi e brillanti commissionata dalla Deputazione del Tesoro di San Gennaro all'argentiere Matteo Treglia. Destinata ad ornare il busto reliquario del Santo che fu eseguito in epoca angioina. Il valore dell'opera fu valutato in ventimila ducati raccolti attraverso sottoscrizioni e donativi che coinvolsero il popolo, il clero, gli artigiani, i nobili ed anche l'imperatore.
    Il calice d'oro tempestato di rubini, smeraldi e brillanti del 1761 e opera di Michele Lofrano. Dono di Ferdinando di Borbone, giovane sovrano di appena 10 anni. Questo calice doveva rappresentare il suo formale gesto di devozione.
    La collana di San Gennaro è probabilmente il gioiello più prezioso esistente al mondo. Iniziata nel 1679 e dono dei Borbone, con ben tredici grosse maglie in oro massiccio al quale sono appese croci tempestate di zaffiri e smeraldi. Una croce donata 1734 da Carlo di Borbone. Una croce offerta di Sassonia. Una ciappa in tre pezzi con diamanti e smeraldi. Una croce di diamati e zaffiri del 1775 donata da Maria Carolina d'Austria. Una spina a forma di mezza luna del 1799 donata dalla Duchessa di Casacalenda. Una croce di diamanti e smeraldi donata da Giuseppe Bonaparte. Una croce e una spilla in diamanti e crisoliti offerte da Vittorio Emanuele II di Savoia, ed altri oggetti ancora.
    Oltre a questi, degni di menzione sono anche il manto di San Gennaro, letteralmente coperto di pietre preziose e di smalti raffiguranti le insegne araldiche del casato, le spalliere di argento dorato con rubini, smeraldi, brillanti, pietre preziose e smalti, il calice in oro massiccio dono del papa Pio IX e la pisside (calice con coperchio per conservare le ostie) in argento dorato, opera del famoso orafo di Torre del Greco Domenico Ascione e che, proprio perché proveniente dalla patria stessa del corallo lavorato, è costellata di cammei e di decorazioni in malachite.
    Il fondatore del cristianesimo disse ai suoi discepoli: “Non fate provvista di oro, né di argento … perché l'operaio è degno del suo nutrimento” (Matteo 10:9,10).
                                                                  calice                                                                                                               manto
                           
     
    Tralascio di parlare dei preziosi paramenti indossati dal Papa stesso e dal clero nonché dei gioielli custoditi nella Città del Vaticano e in altri templi sparsi sulla terra; chiunque lo desidera può andarseli a vedere sui vari siti internet che li riportano. Il loro splendore e il loro valore materiale non son certo da meno di quelli del tesoro di S. Gennaro.
    Le chiese di tutto il mondo, perfino quelle sorte nei paesi dove la fame miete migliaia e migliaia di vittime, sono piene di oro, argento e pietre preziose.
    Retorica per retorica, le mie domande sono queste:
    Quanto si ricaverebbe dalla vendita di tutto quest’oro, argento e pietre preziose?
    Quante bocche si riuscirebbero a sfamare con il ricavato?
    Quanti di quei 17.000 bambini che ogni giorno soccombono si potrebbero sottrarre alla morte?
    Quanta ipocrisia c’è, davanti a questi fatti, nel dire che “non è più possibile accettare opulenza e spreco”?
     
    Ma leggo su un sito cattolico questa giustificazione: “Da un punto di vista meramente storico sicuramente il Vaticano è molto ricco, ma quei beni appartengono a tutta l’umanità, sono patrimonio dell’umanità”.
    Quindi? … Non si possono toccare! … La pensate anche voi in questo modo?
    Allora ditemi, quale differenza c’è tra questo ragionamento e quello degli ipocriti capi religiosi del tempo di Cristo a cui Gesù disse: voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione”. Quei capi religiosi sostenevano la loro tradizione secondo la quale se uno dichiarava che il suo denaro o la sua proprietà erano un dono “offerto a Dio”, non aveva più la responsabilità di usarli per provvedere ai propri genitori bisognosi. Con le loro parole fingevano di essere caritatevoli e di onorare Dio, in effetti però promuovevano abilmente un’usanza motivata dall’interesse personale trasgredendo il comandamento di Dio di “onorare i genitori” (cfr. Esodo 20:12; Deuteronomio 27:16). Per questo motivo Gesù disse loro: Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me” (Matteo 15:5-8).
     
    Il “coro delle chiacchiere” dunque risuona ancora nei vertici politici mondiali con la connivenza ipocrita delle gerarchie del cristianesimo apostata. Allo stesso Vertice FAO svoltosi nel 2000 si disse che 800 milioni di persone in tutto il mondo soffrivano la fame e che l’obiettivo per il 2015 sarebbe stato quello di dimezzare questa cifra portandola a 400milioni. Nel 2009 il numero delle persone che soffrono la fame nel mondo è salito a 1.200milioni!
    Non è con le parole che si risolvono i problemi del mondo. Ci vogliono i fatti!
    Ma cosa dicono ancora i fatti?
    Prendiamo, ad esempio il nostro paese. Questo è un articolo che ho letto sul quotidiano la Repubblica del 17 novembre scorso (lo riporto in parte, se volete leggerlo per intero andate sul sito http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/otto-per-mille/otto-per-mille/otto-per-mille.html):
     
    L'otto per mille destinato allo Stato finisce a parrocchie e monasteri
    di Carmelo LOPAPA
    Pontificia Università Gregoriana in Roma, 459 mila euro. Fondo librario della Compagnia di Gesù, 500 mila euro. Diocesi di Cassano allo Ionio, 1 milione 146 mila euro. Confraternita di Santa Maria della Purità, Gallipoli, 369 mila euro … Non si tratta di uno dei tanti decreti, ma quello che ripartisce per il 2009 i 43 milioni 969 mila 406 euro che gli italiani hanno destinato allo Stato in quota 8 per mille dell'Irpef. Basta sfogliarlo per scoprire che confraternite, monasteri, congregazioni e parrocchie assorbono la quota prevalente di quanto i contribuenti avevano devoluto a finalità umanitarie o per scopi di assistenza e sussidi al volontariato … Succede che i 10 milioni 586 mila euro assegnati al capitolo "Beni culturali" sono finalizzati in realtà a restauri e interventi in favore di 26 immobili ecclesiastici. Opere che avrebbero tutte le carte in regola per usufruire della quota dell'8 per mille destinata alla Chiesa cattolica, col suo apposito fondo "edilizia di culto". Come se non bastasse, la medesima destinazione (chiese e parrocchie) hanno anche gli altri 19 milioni destinati alle aree terremotate del centro Italia (14 per l'Abruzzo) …
    "L'atto del governo n. 121" è stato predisposto ai primi di settembre … Eppure, anche la maggioranza di centrodestra della commissione Bilancio di Montecitorio ha lamentato le finalità distorte e ha condizionato il parere finale a una serie di modifiche, contestando carenze e incongruenze del decreto … Tra le più sorprendenti, quella che riguarda la "Fame nel mondo", "alla quale nel decreto vengono attribuite risorse finanziarie alquanto modeste, a fronte di richieste di finanziamento di importo limitato che avrebbero potuto essere integralmente accolte". Insomma: governo ingeneroso verso i bisognosi. In effetti, ultima pagina, al capitolo "Fame nel mondo", sono solo dieci le onlus e associazioni finanziate per 814 mila euro, pari al 2 per cento del totale …”
    (leggetevi il resto e ricordatevelo quando il prossimo anno dovrete firmare per la destinazione dell’8x1000).
     
    Come è noto, perché ufficialmente dichiarato, a dire il vero con molta reticenza e solo in grandi linee, dalla stessa CEI (Conferenza Episcopale Italiana), la Chiesa Cattolica ha così destinato i proventi dell’8x1000 ricevuti dal 1990 al 2008
               Totale ricevuto:        12.843 milioni                 
               Totale spese:            3.654 milioni    Interventi nazionali (edilizia, culto e pastorale)
                                                                       (di cui €  274 milioni per opere di carità)
                                               3.077 milioni    Diocesi italiane (culto e pastorale)
                                                                       (di cui €  1.099 per opere di carità)
                                               1.153 milioni    Terzo mondo
                                               4.883 milioni    Sacerdoti
    Quindi il totale dei fondi utilizzati in opere caritatevoli o per assistenza al terzo mondo ammontano complessivamente a € 2.526 milioni, pari a circa il 20% della somma ricevuta. Il restante 80% è stato speso tutto per sostenere l’apparato clericale!
    Nel frattempo, secondo le stime, nel mondo sono morti circa 750 milioni di bambini per cause connesse con la malnutrizione. Save the Children, la Onlus che dal 1919 si occupa dei diritti dei bambini e di migliorare le loro condizioni di vita in tutto il mondo, al recente Vertice della FAO ha presentato un rapporto secondo il quale basterebbero meno di 27 centesimi al giorno, fino al compimento del secondo anno di vita, per garantire ad un bambino una corretta nutrizione e contribuire ad arrestare le morti per malnutrizione.
    Provate a fare un po’ di conti e vedrete quante vite umane si potrebbero salvare dalla fame con denaro altrimenti “sprecato”!
     
    Davanti a questi fatti, che senso ha lanciare appelli contro l'“opulenza e lo spreco”?
     
    Il fondatore del cristianesimo disse di se stesso: “Le volpi hanno delle tane, e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha neppure dove posare il capo” (Matteo 8:20). Gesù non si considerò mai un “principe” della chiesa, non indossò mai abiti o gioielli pregiati e costosi ma condannò severamente l’usanza degli ipocriti capi religiosi del suo tempo di portare attaccato al loro corpo preziosi simboli religiosi, come astucci, o filatteri, contenenti versetti biblici, e non accumulò alcuna ricchezza quale “patrimonio dell’umanità”. Egli condusse una vita così modesta  da poter dire di non aver “neppure dove posare il capo” (cfr. Matteo 23:5). Ma, nonostante avesse pochi mezzi, insieme agli apostoli aveva costituito un fondo comune da cui attingevano per aiutare gli israeliti bisognosi (cfr. Giovanni 13:29). E ai suoi discepoli disse: “vi ho dato l'esempio, affinché come ho fatto io facciate anche voi (Giovanni 13:15) e aggiunse: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Giovanni 13:15; Matteo 10:8). Essi fecero effettivamente così. Il resoconto delle azioni, non delle parole, di quei primi cristiani dice che “la moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (Atti 4:32-35). E sebbene quei cristiani fossero impegnati a tempo pieno nell’opera di predicare “l’evangelo del Regno”, nessuno di essi riceveva un compenso o uno stipendio per ciò che faceva!
     
    Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini
     
    Scrivendo la sua seconda lettera ai cristiani di Corinto l’apostolo Paolo additò loro l’esempio dato da Cristo dicendo: “essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Corinzi 8:9). Infatti, avendo collaborato col Padre suo alla creazione dell’intero universo, nella sua esistenza preumana Gesù condivideva la proprietà di tutte le cose, visibili e invisibili. Possedeva inoltre la gloria di un figlio unigenito (cfr. Giovanni 1:14). Egli fu disposto a rinunciare a tutto questo per divenire uomo (cfr. Filippesi 2:5-8). Il suo primo letto fu una semplice mangiatoia. Sua madre Maria e il suo padre putativo Giuseppe erano poveri. Durante tutta la sua vita terrena ebbe poco in senso materiale. Una volta disse a un uomo che voleva essere suo discepolo: “Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi; ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo” (Luca 9:58). Ciò nondimeno Gesù si interessò personalmente di quelli che erano in gravi ristrettezze economiche. Egli e i suoi apostoli avevano una cassa comune per aiutare gli israeliti poveri. E condannò severamente l’ipocrita opulenza dei capi religiosi del suo tempo dicendo: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘rabbì’ dalla gente” (Matteo 23:5; cfr. anche Luca 16:14). In un’altra occasione, a quelli che parlavano del tempio e facevano notare che era adorno di belle pietre e di offerte, esattamente come lo sono oggi i templi del cristianesimo apostata, egli disse: “Di tutte queste cose che ammirate, verranno i giorni in cui non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata” (Luca 21:5,6).
    Al contrario di loro Gesù non pensò mai di accantonare beni come “patrimonio dell’umanità” ma disse ai suoi discepoli “Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste perché, quando esse verranno a mancare, vi ricevano nelle dimore eterne” (Luca 16:9). Gli “amici” di cui parla Gesù non sono gli inconcludenti potenti della terra, con i quali i capi religiosi del cristianesimo apostata amano accompagnarsi, come fa spesso il Papa partecipando ai loro “Vertici”, bensì quelli che possono “ricevere in dimore eterne”, cioè Dio e Cristo stesso. Le ricchezze materiali dovrebbero essere usate dai veri cristiani nel modo indicato da Cristo Gesù e dal suo Padre celeste, cioè per aiutare chi è nel bisogno (cfr. Galati 2:10).
    I suoi apostoli e i discepoli seguirono il suo esempio e usarono le ricchezze materiali per sostenersi a vicenda. Il racconto dice che “la moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (Atti 4:32-35).
    Lo steso apostolo Paolo, pur essendo impegnato a tempo pieno nell’opera missionaria, disse che lui e i suoi compagni missionari non avevano “mangiato gratuitamente il pane di alcuno”. Quindi affermò: “abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi” (2Tessalonicesi 3:8-10). Il racconto conferma che egli lavorava come fabbricante di tende per sostenersi materialmente e quando raccoglieva le offerte per i poveri  le usava integralmente a tale scopo senza trattenerne per se stesso, o per gli altri conservi missionari, alcuna quota (cfr. Atti 18:1-3; 1Corinzi 16:1-4; 2Corinzi 8:19-21).
     
    Ogni cosa era fra loro comune 
     
    Sinceramente, vi sembra che chi oggi condanna “l’opulenza e lo spreco” degli altri stia imitando Cristo e i suoi discepoli avendo tra le mani così tanti beni materiali e non usandoli per aiutare chi è nel bisogno? (cfr. Luca 16:19-31)
     
    Naturalmente questo discorso esula da tutti quegli uomini e donne comuni, sia che siano credenti o no, che si interessano e spesso aiutano generosamente i poveri. Essendo stati tutti creati ad immagine di Dio essi manifestano le sue qualità, quali amore, benignità, generosità, compassione e altre qualità divine, come pure dimostrano di avere una buona coscienza (cfr. Genesi 1:26; Romani 2:14, 15).
     
    Comunque, sebbene Cristo compiva regolarmente opere buone a favore dei poveri o di chi aveva altri bisogni, si preoccupava molto di più di soddisfare le loro necessità spirituali. Gran parte del suo tempo lo dedicava ad insegnare le verità contenute nella Parola di Dio. Perché?
    Perché quando le persone vengono aiutate a capire e a seguire i pratici consigli della Parola di Dio imparano ad affrontare meglio i problemi di ogni giorno, inclusa la povertà. Ad esempio, sono incoraggiate a liberarsi di tutte quelle abitudini dannose che spesso aggravano il loro stato di indigenza (quali il vizio dell’alcol, o del gioco, o del fumo). Imparano anche a non dipendere da umilianti elemosine per sopravvivere ma ad essere operose per procurarsi da sole i propri mezzi di sostentamento.
    Ma soprattutto imparano a non confidare più di tanto in ciò che l’uomo dice di fare per risolvere i gravi problemi dell’umanità poiché “la via dell'uomo non è in suo potere, e non è in potere dell'uomo che cammina il dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23). Questo è il motivo basilare del fallimento di tutti i Vertici e di tutte le buone intenzioni dichiarate dagli uomini. Solo Dio, mediante il suo dominio, cioè mediante il Regno nelle mani del suo Re, Cristo Gesù, risolverà definitivamente ogni problema che l’uomo, con la sua incapacità, con la sua avidità e con la menzogna e ipocrisia, si è procurato, poiché la promessa di Dio è che: “vi sarà abbondanza di grano sulla terra, sulla sommità dei monti; le sue spighe ondeggeranno come gli alberi del Libano, e gli abitanti delle città fioriranno come l'erba della terra” e anche che Egli preparerà: “per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati”, cosicché tutti gli abitanti della terra “non avranno più fame né sete(Salmo 72:16,VR e Di - 71:16,CEI; Isaia 25:6; Apocalisse 7:16).
     
    November 14

    VERITA' o INGANNO - IV parte

     
    NO LA VITA DOPO LA MORTE
    MA LA VITA MEDIANTE RISCATTO
     
     
    Nei giorni scorsi mi son recato in un grosso centro commerciale nei pressi di casa mia e con mia sorpresa ho trovato già gli addobbi per le prossime festività natalizie.
    Lo spirito prevalentemente commerciale che ha sempre caratterizzato tali feste è già all’opera e gli esercenti sono lì, sulle porte dei loro negozi ad aspettarci, pronti a ripulirci le tasche delle magre risorse che, visti i tempi, ormai ci restano.
    Orde di folle schiamazzanti sono già alla ricerca dei regali che, secondo la tradizione, bisogna scambiarsi, alcuni perfino maledicendo le feste in arrivo poiché si sentono obbligati a rispettare la tradizione.
    Siamo il paese delle tradizioni! Guai a non osservarne qualcuna!
    Che importa della crescita sociale e del rispetto delle libertà individuali! Ciò che conta per questo popolo di artisti mancati … di pensatori senza più idee … di scienziati sempre meno originali … di navigatori dispersi nel mare dell’apatia generale …, con quei pochi ancora valenti di quelli descritti sul Palazzo della Civiltà e del Lavoro qui, a Roma-EUR, ormai quasi tutti all’estero, in quella UE così irriverente e poco rispettosa dei retaggi nazionali (sich! ...), perché con le tradizioni, tanto care a Santa Madre Chiesa e ai suoi lacchè politici, non si campa … ciò che conta, dunque, è soprattutto il rispetto delle tradizioni.
    Si è cristiani, ad esempio, non perché si tiene una condotta conforme ai princìpi insegnati dal fondatore del cristianesimo e alla volontà di Dio (cfr Romani 12:2) ma perché per tradizione si è attaccati ad un simbolo, neanche tanto cristiano nelle sue origini, da difendere, come novelli crociati, fino alla morte degli “infedeli” sostenitori della legalità e dell’uguaglianza (come vaneggia quell’Onorevole - si fa per dire - per il quale la vita, come per i suoi camerati del famoso ventennio, ha sempre ben poco valore).
    I “valori” cristiani tanto ipocritamente e pretestuosamente declamati oggi, non sono costituiti da un simbolo ma da qualità che chi si dichiara discepolo di Cristo deve manifestare nella propria vita, quali l’amore, la giustizia, la fede, la perseveranza, la mitezza, la pace, la moralità, la santa devozione, il timore di Dio (cfr. 1Timoteo 6:11).
    Anche al tempo di Cristo le tradizioni per i capi religiosi e politici giudei erano più importanti di ogni altra cosa, perfino della verità, tanto da spingere Gesù a correggere pubblicamente e severamente il loro atteggiamento, rimproverandoli con queste parole: “avete annullato il comandamento di Dio a motivo della vostra tradizione. Ipocriti, ben profetizzò di voi Isaia, quando disse: ‘Questo popolo si accosta a me con la bocca e mi onora con le labbra; ma il loro cuore è lontano da me. E invano mi rendono un culto, insegnando dottrine che sono comandamenti di uomini’” (Matteo 15:6-9).
     
    COME FU MESSO A MORTE CRISTO GESÙ ? …
     
                
                                             inchiodato a un palo                                                    … o a una croce
     
    Per la quasi totalità delle chiese cosiddette “cristiane” la forma dello strumento con cui fu messo a morte Cristo Gesù riveste una fondamentale importanza. Nella Chiesa Cattolica, ad esempio, come dimostrano le concitate reazioni alla recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo contro la sua esposizione negli edifici pubblici, la croce viene considerata il simbolo del cristianesimo e dell’identità “cristiana” della nazione, un oggetto da venerare e, nell’immaginario popolare dei suoi fedeli, anche un talismano che protegge dai mali.
    Ma che prove ci sono che la croce così come viene comunemente rappresentata sia la giusta raffigurazione del modo in cui Cristo fu messo a morte?
    La Parola di Dio, l’unico documento scritto da testimoni oculari della morte di Gesù, dice che Cristo fu giustiziato su uno strumento che nel testo greco viene chiamato "stauròs" o "xylòn". Nella maggioranza delle traduzioni bibliche questi termini vengono quasi sempre tradotti "croce" che, nella tradizione, viene raffigurata con due legni assemblati ortogonalmente tra di loro in una posizione detta commissa, se il più corto è messo di testa al più lungo (o a T), o immissa se il più corto taglia il più lungo a circa due terzi della sua lunghezza.
    Questa interpretazione, però, non è data per scontata da tutti gli studiosi. Ad esempio, il teologo William Edwin Vine, nel suo Expository Dictionary of Bible Words dichiara che il termine stauròs "denota primariamente un palo diritto. Su questo strumento di esecuzione capitale venivano inchiodati i criminali".  Mentre Ethelbert William Bullinger, teologo anglicano, nel suo libro A Critical Lexicon and Concodance to the English and Greek New Testament afferma: “Per quanto riguarda l'uso di croce per tradurre stauros, lo strumento di esecuzione capitale sul quale Gesù fu appeso, devo sottolineare che ambedue le parole stauros e xylon si discostano dal concetto attuale di croce, col quale abbiamo familiarità attraverso l'arte figurativa. Lo stauros era semplicemente un palo diritto sul quale i romani inchiodavano i condannati. Il verbo stauroo, che significa semplicemente trascinare pali, non ha mai reso l'idea di due pezzi di legno messi di traverso uno sull'altro. Perfino il latino crux significa un semplice palo".
    La discussione è tutt’ora aperta, ma le pur scarne indicazioni bibliche non sembrano supportare l’idea che lo strumento usato per mettere a morte Cristo fosse una croce composta da un braccio trasversale e da uno verticale. Per di più, se analizziamo la storia dell’origine della croce, vediamo che come simbolo religioso essa è assai più antica del cristianesimo. Nel libro The Cross in Ritual, Architecture, and Art di George S. Tyack si legge: "È strano, eppure certo, che in epoche molto più antiche della nascita di Cristo, e, successivamente, in paesi non raggiunti dagli insegnamenti della Chiesa, la Croce sia stata usata come simbolo sacro … Il greco Bacco, il tiro Tammuz, il caldeo Bel e il norvegese Odino furono tutti simboleggiati presso i loro devoti da un oggetto cruciforme”. La stessa New Catholic Encyclopedia afferma: “La croce è presente sia in culture precristiane che non cristiane, dove assume prevalentemente un significato cosmico o attinente alla natura”. Com’è, allora, che è diventato il simbolo più sacro delle chiese “cristiane”? Il su citato W. E. Vine dice ancora nel suo Dizionario: “Verso la metà del III secolo d.C. le chiese si erano ormai dipartite da certe dottrine della fede cristiana o le avevano travisate. Per accrescere il prestigio dei sistemi ecclesiastici apostati, i pagani erano ricevuti nelle chiese indipendentemente dalla rigenerazione per mezzo della fede ed era largamente permesso loro di ritenere i loro segni e simboli pagani. Perciò il Tau o T, nella sua forma più frequente, con il pezzo in croce abbassato, fu adottato come simbolo della croce di Cristo”. E Sven Tito Achen, storico danese ed esperto di simboli, ha scritto: “È dubbio se i cristiani abbiano mai usato il simbolo della croce nei due secoli successivi alla morte di Gesù … la croce doveva evocare soprattutto l’idea della morte e del male, come nel caso della ghigliottina o della sedia elettrica per le generazioni successive” (Symbols Around Us). Ricordiamo, inoltre, che nel IV secolo d.C. l’imperatore pagano romano Costantino, prima di impegnarsi in battaglia contro il suo rivale Massenzio, asserì di aver avuto una visione, una croce con la scritta “Hoc vince”, cioè “Con questo vinci”. Dopo aver riportato la vittoria Costantino adottò la croce come emblema dei suoi eserciti. Quando il cristianesimo divenne la religione di stato dell’impero romano, la croce divenne il simbolo della chiesa. Qualche secolo dopo anche i crociati fecero la stessa cosa e adottarono la croce come simbolo di battaglia. Ma Gesù Cristo, che quella croce avrebbe dovuto rappresentare, non aveva detto a Pietro: “riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada periranno di spada”? (Matteo 26:52).
    A prescindere, però, da tutti questi ragionamenti, sui quali è sempre utile meditare, e indipendentemente da quale fu lo strumento con il quale venne messo a morte Cristo Gesù, mi sembra opportuno chiedersi se gli apostoli e i cristiani del I secolo abbiano veramente dato così tanta importanza e venerato lo strumento con cui venne messo a morte il loro Signore, poiché negli atti della primitiva chiesa cristiana non c’è alcun accenno al riguardo. Se Gesù fosse vissuto nel nostro tempo probabilmente sarebbe stato messo a morte con la ghigliottina o sulla sedia elettrica. Ne avremmo noi fatto delle rappresentazioni e le avremmo usate come oggetti di culto? 
     
    Ma tornando all’argomento dei regali, è indubbio che riceverne uno fa sempre piacere, specialmente se quel dono è qualcosa di cui abbiamo veramente bisogno.
    Ebbene, ce n’è uno che tutti abbiamo ricevuto, che supera ogni altro regalo che possiamo aver ricevuto nella nostra vita e di cui avevamo veramente tanto bisogno. È un dono che Dio ha fatto all’umanità. Qual’è?
    Lo spiega un apostolo di Gesù Cristo dicendo:
    Quando infatti eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. Ma quale frutto raccoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Infatti il loro destino è la morte. Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore” - Romani 6:20-23
    Il dono più grande che Dio che ci ha fatto è il sacrificio di riscatto di suo Figlio, Gesù Cristo, per mezzo del quale gli uomini possono di nuovo ottenere il privilegio di vivere per sempre su una terra paradisiaca. In altre parole, il riscatto è il mezzo con cui Dio libera o salva l’umanità dagli effetti del peccato e dalla morte (cfr. Matteo 20:28; Efesini 1:7).
    Quanti di quelli che oggi si attaccano a quel simbolo, che dovrebbe ricordare questo dono del Padre celeste, conoscono effettivamente in cosa consiste il riscatto, la principale dottrina insegnata nelle Sacre Scritture?
    Che dire di noi stessi, ne comprendiamo appieno il valore?
     
    Per afferrare il significato di questo insegnamento biblico, dobbiamo riandare con la mente a quanto accadde nel giardino di Eden circa 6.000 anni fa. Solo se comprendiamo cosa persero Adamo e sua moglie Eva quando peccarono possiamo capire perché per noi il riscatto è un dono così prezioso.
    Quando creò la prima coppia, Dio gli diede qualcosa di grande valore: una vita umana perfetta (cfr. Deuteronomio 32:4). Riflettiamo un attimo su cosa significava questo per Adamo e sua moglie Eva. Essi avevano un corpo perfetto, quindi non sarebbero mai andati incontro a malattie, vecchiaia o morte. Anche la loro mente era perfetta e questo permetteva loro di avere una speciale relazione con il loro Creatore. La Parola di Dio ci rivela che Adamo era “figlio di Dio” (cfr. Luca 3:38), perciò aveva un’intima relazione con il suo Padre celeste, come quella di un figlio con un padre amorevole. Dio comunicava direttamente con lui, senza intermediari, affidandogli compiti piacevoli e facendogli sapere cosa si aspettava da lui (cfr. Genesi 1:28-30; 2:16, 17). Adamo, poi, era stato creato “a immagine di Dio” (Genesi 1:27). Non in senso fisico, naturalmente, poiché Dio è una persona spirituale invisibile (cfr. Giovanni 4:24), ma aveva ricevuto qualità simili a quelle di Dio, fra cui sapienza, potenza, giustizia e amore (cfr. Deuteronomio 32:4; Giobbe 12:13; 1Giovanni 4:8). Questo lo differenziava nettamente dal resto della creazione animale. Inoltre era come suo Padre sotto un altro importante aspetto: era dotato di libero arbitrio; si, non era una macchina o un robot, che può fare solo quello per cui è programmato. Poteva prendere decisioni e scegliere fra il bene e il male. E, se avesse deciso di ubbidire a Dio, insieme a sua moglie Eva non sarebbe mai morto e sarebbe vissuto per sempre (cfr. Deuteronomio 30:19,20). Questo era ciò che Dio si era proposto per loro e per tutta la loro discendenza: la vita eterna su questa terra in condizioni paradisiache (cfr. Salmo 114:16,CEI - 115:16,VR e Di).
    Quando disubbidirono a Dio, Adamo ed Eva pagarono un prezzo altissimo: il peccato costò loro la vita umana perfetta con tutti i benefìci che ne derivavano (cfr. Genesi 3:17-19). Purtroppo a causa di Adamo, che Dio considerò il principale responsabile di quell’azione peccaminosa (cfr. 1Timoteo 2:14), l’imperfezione si estese a tutti i suoi discendenti, come spiegò l’apostolo: “per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte, così la morte si è estesa a tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Romani 5:12). Tutti noi abbiamo ereditato da lui la tendenza a peccare e ne paghiamo le conseguenze. Come spiega ancora l’apostolo, ciascuno di noi è stato “venduto come schiavo del peccato” e “il salario del peccato è la morte” (Romani 7:14; 6:23).
    Un Dio di amore e di giustizia non avrebbe mai potuto tollerare che delle sue creature soffrissero per colpe di cui non erano direttamente responsabili, così venne in soccorso del genere umano provvedendo non una vita dopo la morte ma un riscatto.
    Il concetto di riscatto include fondamentalmente due cose. Prima di tutto, un riscatto è la somma pagata per il riacquisto di un bene o per la liberazione di qualcuno, ad esempio il prezzo pagato per il rilascio di una persona rapita. Secondo, nella Parola di Dio un riscatto è anche il prezzo che copre il costo di qualcosa. Per esempio, nell’antico Israele chi provocava un incidente doveva pagare una somma, un riscatto, che corrispondeva esattamente al valore di ciò che era stato danneggiato (cfr. Esodo 21:28-22:15).
    Come, dunque, si sarebbe potuta compensare l’enorme perdita causata da Adamo e liberare tutta l’umanità dalla schiavitù al peccato e dalla morte?
    Poiché ciò che era andato perduto era una vita umana perfetta, nessuna vita umana imperfetta avrebbe potuto riacquistarla. Ha scritto, infatti, il salmista: “Nessuno può in alcun modo riscattare il proprio fratello, né dare a Dio il prezzo del suo riscatto” (Salmo 49:7,VR e Di - 48:8,CEI). Perciò era necessario un riscatto dello stesso valore di ciò che era stato perduto, in armonia con il principio di giustizia perfetta che si trova nella Parola di Dio, cioè: “vita per vita” (Deuteronomio 19:21).
    Che cosa poteva dunque corrispondere al valore della vita perfetta che Adamo aveva perduto? Il “riscatto corrispondente” sarebbe stato un’altra vita umana perfetta. Non essendoci nessuno tra tutti gli uomini discendenti di Adamo con questa caratteristica, Dio mandò sulla terra uno dei suoi figli spirituali perfetti. Ma non scelse una creatura spirituale qualsiasi. Mandò quella che gli era più cara, il suo Figlio unigenito (cfr. 1Giovanni 4:9,10). Volontariamente questo Figlio lasciò la sua dimora celeste (cfr. Filippesi 2:7). A suo tempo Dio compì un miracolo trasferendone la vita nel grembo di una donna ebrea di nome Maria, discendente diretta del re Davide, come aveva in precedenza profetizzato, così che quel bambino, a cui fu dato il nome Gesù, non essendo un discendente di Adamo, nacque come essere umano perfetto, libero dalla condanna del peccato (cfr. Isaia 11:1,10; Luca 1:30-35).
    Poteva un solo uomo, seppur perfetto, servire da riscatto per molti, addirittura per milioni di esseri umani? Ebbene, in che modo milioni di esseri umani erano stati “venduti come schiavi del peccato”? Un solo uomo, Adamo, peccando, perse ciò che possedeva, la preziosa vita umana perfetta. Quindi non poté trasmetterla alla sua progenie; poté trasmettere solo peccato e morte. Gesù aveva una vita umana perfetta e non peccò mai. (cfr. 1Corinzi 15:45). Egli perciò non meritava di morire e non sarebbe mai morto! Inoltre, se avesse voluto, avrebbe potuto sposarsi e generare una progenie a sua volta perfetta che non sarebbe stata soggetta alla morte. Gesù, però, si sottomise alla volontà del Padre, non si ribellò come aveva fatto Adamo e rinunciò alle sue prerogative sacrificando la sua vita perfetta;  in tal modo pagò il prezzo, o il riscatto, per il peccato di Adamo. Appropriatamente viene indicato come “l’ultimo Adamo” perché diede di nuovo una speranza ai discendenti di quell’uomo ribelle e disubbidiente (cfr. 1Corinzi 15:45).
    Il venerdi 14 nisan (1° mese del calendario sacro ebraico) del 33 d.C., Dio  permise che il suo Figlio perfetto e senza peccato fosse messo a morte. Così Gesù sacrificò la sua vita umana perfetta. L’apostolo Paolo spiega anche che quel sacrificio fu fatto “una volta per sempre”, non ci sarebbe stata la necessità di ripeterlo altre volte (Ebrei 10:10). Tre giorni dopo, il 16 nisan, Gesù fu risuscitato dal Padre, non più con un corpo umano ma con un corpo spirituale, come quello che aveva in cielo prima di nascere come uomo sulla terra (1Corinzi 15:45). Con quel corpo, circa 40 giorni dopo la sua risurrezione, poté tornare di nuovo in cielo “per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore” (Ebrei 9:24). Egli presentò al Padre il valore del suo sacrificio, la sua vita perfetta quale riscatto per la vita degli incolpevoli discendenti di Adamo. Dio accettò quel sacrificio e concesse al Figlio di acquistare come suoi figli i discendenti di Adamo così come aveva profetizzato centinaia di anni prima dicendo “I tuoi figli prenderanno il posto dei tuoi padri” (cfr. Ebrei 10.5-10; Salmo 45:16,VR e Di - 44:17,CEI). Tutti i fedeli uomini antenati (padri) di Gesù, sarebbero diventati “suoi figli” poiché, grazie al suo sacrificio di riscatto, nella risurrezione, avrebbero potuto ottenere la vita eterna sulla terra. È solo in questo senso che Gesù viene definito dal profeta Isaia “padre eterno” (cfr. Isaia 9:6).
     
    DOVE SONO ANDATI I FEDELI UOMINI DELL’ANTICHITÀ DOPO LA MORTE ?
     
    Giobbe, un uomo integro e retto
     
    Il vecchio patriarca Giobbe, fu un uomo che Dio definì: “uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male … saldo nella sua integrità”. Eppure, sfinito dalla persecuzione satanica, chiese a Dio di porre fine ai suoi giorni. Dove si aspettava di andare? Disse: “se tu volessi nascondermi nella tomba … fissarmi un termine e poi ricordarti di me” (Giobbe 2:3; 14:13-15). Giobbe si aspettava, una volta morto, di restare nella tomba. Non si aspettava di andare in cielo ma aveva comunque la speranza di tornare a vivere.
    Signore, tu mi scruti e mi conosci”, così cantò l’antico re Davide (Salmo 138:1,CEI - 139:1,VR e Di). È vero, Dio conosceva molto bene Davide. Sapeva che aveva commesso dei gravi errori, ma era anche cosciente che “era stato generato nel peccato” (Salmo 50:7,CEI - 51:,VR e Di). Dio conosceva tutte le più intime emozioni di Davide e anche il suo accorato appello: “crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo” (Salmo 50:12,CEI - 51:10,VR e Di). Perciò infine disse “Ho trovato Davide … uomo secondo il mio cuore” (Atti 13:22). Quando, dunque, Davide morì, dove andò? A tribolare all’Inferno, per scontare i suoi gravi errori? In Purgatorio, per essere “purificato” da quegli errori? In cielo, cioè nel Paradiso alla presenza di Dio che aveva accettato il suo pentimento? L’apostolo Pietro ce lo rivela; disse, infatti: “egli morì e fu sepolto; e il suo sepolcro si trova tra di noi fino al giorno d'oggi … Davide non è salito in cielo” (Atti 2:29,34). Al tempo degli apostoli Davide era ancora nella tomba, alla sua morte non era andato in nessun altro luogo.
    E che dire di Giovanni Battista? Di lui l’angelo che ne annunziò la nascita disse: “sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” (Luca 1:15). Gesù rese testimonianza che “tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista …” (Matteo 11:11). Quando fu giustiziato da Erode dove andò Giovanni Battista? Forse in cielo, come viene dichiarato nella Chiesa Cattolica che l’ha elevato agli onori dell’altare? Gesù disse: “… tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Anche il giusto Giovanni Battista non andò in cielo. Rimase nella tomba in attesa del tempo della risurrezione per tornare a vivere per sempre su questa terra (cfr. Salmo 36:29,CEI - 37:29,VR e Di).
    Di tutti i fedeli uomini dell’antichità nessuno di essi andò in cielo per continuare a vivere dopo la morte. Come confermò lo stesso Gesù: “nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo” (Giovanni 3:13). Tutti questi però potranno godere dei benefici del sacrificio di riscatto di Gesù. Essendo stati “riscattati” potranno ottenere la vita eterna su questa terra trasformata di nuovo in un paradiso (cfr. Isaia 35:1-10).
     
              Davide, un uomo secondo il cuore di Dio                              Giovanni Battista, nessuno è stato più grande di lui
           
     
    Il sacrificio di Cristo fu il colpo mortale inflitto alla tesi dell'“originale serpente”, il Diavolo (cfr. Apocalisse 12:9).
    Satana aveva affermato che nessun servitore di Dio sarebbe rimasto fedele nelle prove (cfr. Giobbe 1:9-11; 2:4,5). Perseverando fedelmente fino alla morte, nonostante grandi sofferenze, Gesù diede la migliore risposta possibile a tale sfida. Dimostrò che un uomo perfetto dotato di libero arbitrio può rimanere completamente leale a Dio qualunque cosa faccia il Diavolo. Satana fu pubblicamente smascherato come un bugiardo (cfr. Giovanni 8:44).
    Nessuna tra le creature di Dio, sia celesti che terrene, ora è più giustificata nel dubitare su chi avesse ragione in Eden, quando il Diavolo disse alla donna: “Non morirete affatto” (Genesi 3:4). Nessuno di noi oggi è più giustificato ad avere dubbi che la morte è la conseguenza del peccato, non è un passaggio ad altra vita ma è la fine della vita. Che la vita continui dopo la morte è solo il proseguimento di quella menzogna iniziale detta da Satana!
    Risolta quella contesa morale, Dio presto eliminerà per sempre il Diavolo e tutti quelli che, come lui, insegnano e credono nelle sue menzogne (cfr. Romani 16:20; 1Giovanni 3:8; Apocalisse 21:8). Il tempo della resa dei conti per i bugiardi è già stato fissato da Dio e non è molto lontano, come scrisse il profeta: “è una visione per un tempo già fissato; essa si affretta verso il suo termine e non mentirà; se tarda, aspettala; poiché certamente verrà; e non tarderà” (Abacuc 2:3,VR).
     
    November 02

    VERITA' o INGANNO? - III parte

     
    I MORTI SONO VIVI? COSA DICE DIO
     
     
    Secondo la cronologia biblica il peccato e, di conseguenza, la morte dominano sul genere umano da circa seimila anni, fin da quando, cioè, i nostri primogenitori, Adamo ed Eva, si ribellarono alla volontà di Dio fallendo il bersaglio della vita eterna su una terra paradisiaca che Dio aveva loro prospettato (cfr. Romani 5:12-14; 6:23).
    Adamo ed Eva, dopo la loro ribellione, si trovarono per la prima volta di fronte alla morte di un essere umano quando il loro figlio primogenito, Caino, assassinò il fratello Abele. Non che essi non sapessero fino ad allora cosa fosse la morte. Infatti, ancor prima che peccassero, avevano piena cognizione di cosa significasse morire poiché vedevano perire gli animali che vivevano con loro nell’Eden, in quanto gli animali non sono stati creati da Dio per vivere per sempre; Dio non ha messo nei loro cuori il senso della vita eterna, come invece ha fatto con gli uomini (cfr. Ecclesiaste 3:11).
    La parola di Dio non dice come Adamo ed Eva reagirono all’assassinio del loro figlio Abele. Ma per loro dovette essere un’esperienza terribile. Vedevano i frutti della loro ribellione e del ripetuto abuso del libero arbitrio: nonostante gli avvertimenti di Dio, Caino aveva deliberatamente commesso il primo fratricidio (cfr. Genesi 4:3-8). Comunque la morte di Abele dev’essere stata un duro colpo per Eva perché, quando poi diede alla luce il suo terzo figlio, Set, disse: “Dio mi ha dato un altro figlio al posto di Abele, che Caino ha ucciso” (Genesi 4:25,VR).
    In seguito Adamo ed Eva videro anche avverarsi la sentenza che Dio aveva emesso contro di loro a causa della ribellione, cioè che ‘certamente sarebbero morti’ per essere stati disubbidienti (cfr. Genesi 2:15-17; 3:17-19). Dopo un certo periodo di anni essi stessi morirono ed oggi non ci sono più, sono tornati alla polvere, come Dio aveva loro detto che sarebbe accaduto! Si resero conto che quell’angelo ribelle, divenuto un Satana (oppositore) e un Diavolo (calunniatore), aveva mentito quando aveva detto loro: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Genesi 3:4,5).
    C’era dunque ogni evidenza per aver fiducia nella parola di Dio. Egli non aveva mentito, ma quell’angelo ribelle si! Eppure, nonostante ciò, altri angeli e altri uomini seguirono lo stesso corso di ribellione di Adamo ed Eva schierandosi dalla parte di Satana nella contesa suscitata da quella ribellione.
    Se ciascuno di noi si fosse trovato davanti a quell’evidenza come avrebbe reagito? A chi avrebbe creduto, a Dio, il quale aveva detto che non tener conto della sua parola portava alla morte, cioè alla fine della vita, o a quella creatura ribelle che invece affermava il contrario, cioè che l’uomo avrebbe continuato a vivere comunque?
    Sarà bene che ciascuno di noi rifletta bene su questo. Perché?
    Perché Satana non si arrese di certo davanti all’evidenza della morte degli uomini. Come disse di lui Gesù stesso “egli fu omicida fin dal principio e non è rimasto fermo nella verità, perché in lui non c'è verità. Quando dice il falso, parla del suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44).
    Cosa, dunque, si inventò? La vita dopo la morte!
    Egli iniziò ad insinuare nella mente di altre creature, sia spirituali che umane, l’idea che, sebbene il corpo muoia, qualcosa continui a vivere. In seguito questo concetto entrò a far parte del sistema dottrinale di antiche religioni pagane e fu accettato dalla filosofia greca. Così milioni e milioni di persone, nel corso del tempo, hanno creduto e tutt’ora credono che i morti, in qualche modo, continuano a vivere altrove.
    Forse questo può anche essere confortante per chi perde una persona cara, ma resta l’interrogativo di fondo: è vero?
    Per aver creduto alle parole del Diavolo Adamo ed Eva persero la meravigliosa prospettiva di vivere per sempre su una terra paradisiaca. Rischiamo qualcosa anche noi se crediamo a falsi insegnamenti sulla vita dopo la morte? Dalla loro esperienza una cosa di certo impariamo: la morte è stata data come punizione per il peccato, dunque non può esserci nulla di buono nella morte, altrimenti che punizione sarebbe? Essa è una maledizione, è un nemico per l’uomo, non un amico (cfr. 1 Corinzi 15:26).
    Cosa accade allora quando si muore? Le risposte a questa domanda sono diverse, come sono diverse le usanze e le credenze di chi risponde. Ma quasi tutte le religioni si trovano d’accordo su un concetto fondamentale: qualcosa nella persona - un’anima, uno spirito - è immortale e continua a vivere dopo la morte.
    La credenza nell’immortalità dell’anima è condivisa da quasi tutte le migliaia di religioni e sette cosiddette “cristiane”. È anche una dottrina ufficiale del giudaismo. Nell’induismo questa credenza è il fondamento stesso della dottrina della reincarnazione. I musulmani credono che l’anima venga all’esistenza insieme al corpo ma sopravviva alla morte del corpo. Altre fedi, come l’animismo africano, lo scintoismo e persino il buddismo, insegnano la stessa cosa con qualche variante.
    Non è di per se molto stano che organizzazioni religiose così diverse tra loro per storia, tradizione, esperienza di vita, abbiano in comune insegnamenti così fondamentali?
    Un breve esame storico di questa dottrina ci aiuta a capire il perché di tale stranezza.
    Come ho sopra accennato, il “padre” della dottrina di un’anima immortale che sopravvive alla morte del corpo è considerato un filosofo greco, Socrate. Il suo discepolo Platone raccolse tutti i suoi pensieri al riguardo nel suo libro Apologia di Socrate e Fedone sostenendo a sua volta tale dottrina. Altri filosofi greci, come Pitagora e Talete di Mileto, ugualmente sostennero l’idea che un’anima immortale esistesse negli uomini, ciascuno a modo suo: l’uno sosteneva che essa fosse soggetta alla trasmigrazione, l’altro che essa esistesse non solo negli uomini, ma anche negli animali e nelle piante.
    Qualche tempo prima un pensatore persiano, Zoroastro (o Zarathustra), scriveva “Nell’immortalità l’anima del giusto sarà per sempre nella gioia, ma nel tormento sicuramente sarà l’anima del mentitore”.
    Ancor prima anche gli antichi egiziani sostenevano che l’anima del defunto sarebbe stata giudicata da Osiride, il principale dio dell’oltretomba, perciò imbalsamavano i defunti e conservavano le mummie dei faraoni in imponenti piramidi, poiché pensavano che la sopravvivenza dell’anima dipendesse dalla conservazione del corpo.
    Ma Morris Jastrow jr, professore di lingue semitiche e civiltà orientali presso l’Università della Pennsylvania (USA), ha scritto nel suo libro The Religion of Babylonia and Assyria “Egitto, Persia e Grecia subirono l’influsso della religione babilonese … Né il popolo né i capi religiosi babilonesi ammisero mai la possibilità dell’annientamento totale di ciò che era stato chiamato all’esistenza. La morte secondo loro era un passaggio a un altro genere di vita, e la negazione dell’immortalità voleva solo sottolineare l’impossibilità di sottrarsi al cambiamento di esistenza causato dalla morte”. Dunque l’insegnamento che un’anima immortale sopravviva alla morte di una persona risalirebbe all’antica Babilonia.
    La Parola di Dio dice che la città di Babele, o Babilonia, fu fondata da Nimrod, un pronipote di Noè. Rivela anche che subito dopo il diluvio noetico sulla terra c’era una sola lingua e una sola religione (cfr. Genesi 11:1). Fondando la città e costruendovi una torre, Nimrod diede inizio a un’altra religione “in opposizione a Dio (Genesi 10:9,NWT). Questo indusse Dio ad agire per salvaguardare il suo proposito per la terra e per l‘intera razza umana, confondendo le lingue e costringendo quei ribelli a dividersi e spargersi su tutta la terra (Genesi 10:8-10; 11:4-9). Essi portarono con sé la loro religione. Così i falsi insegnamenti religiosi babilonici si diffusero su tutta la faccia della terra.
     
     
    Uomini fedeli dell’antichità non si lasciarono ingannare dalle menzogne di Satana ma si attennero alla verità. Giobbe fu oggetto di uno spietato attacco da parte del Diavolo il quale mirava a fargli perdere la fede nelle promesse del suo Creatore (cfr. Giobbe 1:8-12; 2:3-6). Sottoposto ad ogni specie di pressione fisica e morale Giobbe desiderò perfino morire ma mai pensò di poter continuare a vivere da qualche altra parte dopo la sua morte. Queste furono le sue parole: “l'uomo muore e perde ogni forza; il mortale spira, e dov'è egli? Le acque del lago se ne vanno, il fiume vien meno e si prosciuga; così l'uomo giace, e non risorge più; finché non vi siano più cieli egli non si risveglierà né sarà più destato dal suo sonno” (Giobbe 14:10-12). Giobbe desiderava morire per non soffrire più. Quale pensava quindi che sarebbe stata la sua condizione una volta morto?  Egli non credeva che dopo la morte sarebbe andato a vivere in un altro luogo, sia di beatitudine o di tormento. Sapeva che quando una persona muore va semplicemente nella tomba, dove non ci sono più né consapevolezza né sofferenze. La sua vera speranza era che Dio si ricordasse di lui e lo riportasse in vita mediante la risurrezione. Chiese, infatti, al suo Dio “Oh, volessi tu nascondermi nel soggiorno dei morti, tenermi occulto finché l'ira tua sia passata, fissarmi un termine, e poi ricordarti di me! Se l'uomo muore, può egli tornare in vita? Aspetterei fiducioso tutti i giorni della mia sofferenza, finché cambiasse la mia condizione: tu mi chiameresti e io risponderei” (Giobbe 14:13-15). Giobbe credeva che se fosse stato fedele fino alla morte, Dio si sarebbe ricordato di lui e a suo tempo lo avrebbe risuscitato per tornare a vivere sulla terra. Questo credevano tutti i servitori di Dio dei tempi antichi. Gesù stesso confermò tale speranza e mostrò che Dio si sarebbe servito di lui per destare i morti. Infatti fece questa promessa: “l'ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori” (Giovanni 5:28).
     
    La religione degli Israeliti, l’antico popolo di Dio, si distingueva da tutte le altre perché essi non credevano all’esistenza di un’anima immortale e, quindi, ad una vita dopo la morte. Come afferma la stessa Encyclopaedia Judaica, essi credevano nella risurrezione dei morti.
    Quando, però, nel 332 a.C. Alessandro Magno conquistò buona parte del Medio Oriente e diede il via all’ellenizzazione delle terre assoggettate con la diffusione della lingua, della cultura e della filosofia greca, la fusione delle due culture - greca ed ebraica - fu inevitabile. Gli ebrei presero dimestichezza con il pensiero greco e alcuni diventarono filosofi. Uno di questi fu Filone di Alessandria, del I secolo d.C. Egli aveva una grande ammirazione per Platone e si sforzò di spiegare l’ebraismo con i termini della filosofia greca affermando, in modo particolare, che l’anima apparteneva al mondo spirituale e che, pertanto, la vita del corpo non era altro che un breve, spesso infelice, episodio mentre la morte ripristinava l’anima nella sua condizione originaria. Fu certamente per questi motivi che l’apostolo Paolo scrisse: “Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (Colossesi 2:8).
    Gente come Filone, “creando una sintesi originale di filosofia platonica e tradizione biblica” esercitò molta influenza sul pensiero e sulla vita degli ebrei contribuendo in modo notevole ad allontanarli dalla verità contenuta nella Parola di Dio (C. McDannell e B. Lang, Storia del paradiso, trad. di G. Ferrara degli Uberti, Garzanti, Milano, 1991). Anche per questi motivi gli israeliti furono, infine, rigettati come popolo di Dio. Quei “filosofi”, inoltre, aprirono la strada ai successivi pensatori cristiani.
    La New Encyclopædia Britannica fa, infatti, notare: “Dalla metà del II secolo d.C., i cristiani che avevano una certa dimestichezza con la filosofia greca cominciarono a sentire il bisogno di esprimere la loro fede nei suoi termini, sia per propria soddisfazione intellettuale che per convertire i pagani istruiti. La filosofia che trovavano più adatta era il platonismo”.
    Due filosofi ebbero molta influenza sullo sviluppo di nuove dottrine. Uno fu Origene di Alessandria (ca. 185-254 d.C.) e l’altro Agostino di Ippona (354-430 d.C.). Di loro la New Catholic Encyclopedia dice: “Solo con Origene in Oriente e Sant’Agostino in Occidente l’anima fu riconosciuta come entità spirituale e si formulò un concetto filosofico della sua natura”.
    Su che base Origene e Sant'Agostino formularono i loro concetti circa l’anima?
    Il teologo Werner Jaeger ha scritto sulla Harvard Theological Review (Ed. 1959): “Il fatto più importante nella storia della dottrina cristiana fu che il padre della teologia cristiana, Origene, era un filosofo platonico della scuola di Alessandria. Egli prese da Platone l’intero dramma cosmico dell’anima e lo incorporò nella dottrina cristiana”.
    Riguardo a Sant’Agostino, considerato da alcuni il più grande pensatore dell’antichità, la New Catholic Encyclopedia ammette che la sua “dottrina [dell’anima], che divenne la norma in Occidente sino alla fine del XII secolo, doveva molto … al neoplatonismo”.
    Dunque non è né in base agli insegnamenti di Cristo né a quelli dei suoi fedeli apostoli che certi “filosofi” iniziarono a credere e a diffondere nella chiesa cristiana l’idea dell’esistenza di un’anima immortale e della vita dopo la morte. Come disse Miguel de Unamuno, studioso e scrittore spagnolo del secolo scorso, grecista nonché rettore della prestigiosa Università di Salamanca, Cristo Gesù “credeva forse nella resurrezione della carne, al modo ebraico, non nell’immortalità dell’anima, alla maniera platonica … Le prove di ciò si possono trovare in qualsiasi libro di esegesi valida … L’immortalità dell’anima è un dogma filosofico pagano” (La agonía del cristianismo - Editrice “Academia”, Milano).
     
    Cosa insegna la Parola di Dio?
    Come ho già accennato sopra, quando Dio creò l’uomo nel giardino di Eden non gli pose dinanzi l’alternativa tra la vita nella felicità o la vita nel tormento ma semplicemente l’alternativa tra la vita o la morte. Gli disse: “Nel giorno che tu ne mangerai [il frutto dell’albero proibito], certamente morirai” (Genesi 2:17). Egli pose ripetutamente la stessa scelta anche dinanzi al popolo d’Israele dicendo: “ti ho posto davanti la vita e la morte” (Deuteronomio 30:19).
    E quando Adamo fece la scelta sbagliata che gli procurò la condanna a morte, Dio disse quale sarebbe stata la sua condizione di morte: “tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai” (Genesi 3:19). Non gli disse che avrebbe scontato in eterno in qualche luogo di tormento la sua colpa. Quando, dunque, la sentenza fu eseguita, Adamo smise di respirare e tornò alla polvere priva di vita da cui era stato tratto (cfr. Genesi 2:7). Prima di essere creato “dalla polvere della terra” Adamo non esisteva. La sua morte fu l’inverso di quel processo creativo, egli tornò in uno stato di inesistenza.
    Che questo sia lo stato di tutti coloro che, a causa della condizione peccaminosa ereditata da Adamo, muoiono, cioè di tutti suoi discendenti, venne confermato da Dio attraverso il saggio re Salomone, il quale scrisse: “i viventi sanno che moriranno; ma i morti non sanno nulla, e per essi non c'è più salario; poiché la loro memoria è dimenticata. Il loro amore come il loro odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti, ed essi non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole … Tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze; poiché nel soggiorno dei morti dove vai, non c'è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza” (Ecclesiaste 9:5-10,VR). Coerentemente anche il salmista scrisse che quando una persona muore “esala lo spirito e ritorna alla terra; in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni” (Salmo 146:4,VR e Di - 145:4,CEI).
    Molte persone hanno imparato sin dalla giovinezza a credere in una vita dopo la morte; ci credevano i loro genitori, i loro nonni, i loro vicini, e sono state abituate ad osservare certe ricorrenze e determinate cerimonie che hanno relazione con tale credenza, come quelle che vediamo celebrare in questi giorni, per cui l’idea che si continui a vivere dopo la morte è profondamente radicata nella loro mente. Quindi fanno fatica ad accettare il fatto che tale insegnamento non ha un fondamento nella verità della Parola di Dio ma origina da dottrine e riti pagani.
    Quello che la Bibbia insegna sulla condizione dei morti, però, oltre a rivelarci la verità dovrebbe confortarci. Ci dice che i morti non soffrono in nessun modo e che non c’è motivo di averne paura, poiché non possono farci del male. Non hanno bisogno del nostro aiuto e non possono aiutarci. Noi non possiamo parlare con loro e loro non possono parlare con noi.
    È vero che la maggioranza delle religioni insegna tutto il contrario. Ma le loro dottrine hanno subìto l’influenza di Satana, che si serve di tali falsi insegnamenti per perpetuare la sua prima menzogna e far credere che dopo la morte del corpo si continui a vivere in un ipotetico aldilà. Questa è una delle menzogne di cui Satana si serve per allontanare le persone da Dio e dal suo proposito. Quando, infatti, una religione insegna che, alla morte, chi durante la vita si è comportato male va a soffrire per sempre in un luogo di tormento infuocato disonora il Creatore perché Egli è un Dio di amore e non farebbe mai soffrire nessuno in questo modo (cfr. 1 Giovanni 4:8). Chi di noi punirebbe un bambino disubbidiente mettendogli le manine sul fuoco? Eppure Satana vuol farci credere che Dio torturi le persone nel fuoco per sempre, per miliardi e miliardi di anni!
    Molti capi religiosi, inoltre, sostengono falsamente di poter aiutare i defunti con funzioni religiose e preghiere. Così spillano denaro a quelli che ci credono. Conoscendo la verità sulla condizione dei morti non ci lasciamo ingannare da chi insegna simili menzogne.
     
    Tutti noi abbiamo perso qualche persona cara e tutti noi ci aspettiamo un giorno di morire. In un certo senso, siamo tutti inseguiti da un nemico, la morte. Nessuno di noi può sfuggirle o sconfiggerla. Ma Dio si! E la sua promessa è: “L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (1Corinzi 15:26 - cfr. anche Apocalisse 21:4) e anche che “tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori” (Giovanni 5:28,29).
    A tal fine, per mezzo della sua Parola, Dio ci rivela che dal tempo di Abele in poi ha preso nota, come scrivendoli in un libro, di tutti coloro che sono morti e meritano di essere ricordati per essere riportati in vita e tornare a vivere per sempre sulla terra! Scrisse infatti un profeta: “quelli che hanno timore del Signore si sono parlati l'un l'altro; il Signore è stato attento e ha ascoltato; un libro è stato scritto davanti a lui, per conservare il ricordo di quelli che temono il Signore e rispettano il suo nome” (Malachia 3:16).
    Ecco dunque dove sono i nostri cari morti. Non nell’aldilà, in un inesistente luogo di delizie o di tormento eterno e né in un visionario Purgatorio (tale parola, infatti, neanche esiste nelle Sacre Scritture), ma nella memoria del nostro amorevole Creatore per essere, nel tempo stabilito da Dio (cfr. Giovanni 5:28), riportati in vita su questa terra! (cfr. Salmo 36:29,CEI - 37:29,VR e Di).
     
     
    Dio creò l’uomo perché vivesse e menzionò la morte solo come conseguenza della disubbidienza (cfr. Genesi 2:17). La morte è diventata una realtà triste e inevitabile da quando i nostri primogenitori disubbidirono. Noi siamo stati creati per vivere, e questo spiega in parte perché innumerevoli milioni di persone trovano così difficile accettare che la morte sia la fine di tutto. Dopo aver ingannato la prima coppia umana sulla realtà della morte contraddicendo l’avvertimento di Dio secondo cui la disubbidienza avrebbe portato alla morte (cfr. Genesi 3:4) Satana ha escogitato un’altra menzogna: che una componente spirituale dell’uomo sopravviva alla morte del corpo. Questo inganno si addice a Satana il Diavolo, che Gesù chiamò “il padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Lo studio della Parola di Dio rivela, però, che i morti sono veramente morti e paragona la morte di un essere umano a quella di un animale, dichiarando che alla morte entrambi divengono inconsci e tornano alla polvere da cui sono stati tratti (cfr. Ecclesiaste 3:19, 20). Essi restano addormentati nella morte in attesa del grande risveglio che riceveranno tramite la risurrezione in un nuovo mondo - un paradiso sulla terra - promesso dal nostro amorevole Creatore (cfr. Salmo 146:4,VR e Di - 145:4,CEI; Ecclesiaste 9:10; Giovanni 5:28; Luca 23:43; Salmo 36:29,CEI - 37:29,VR e Di). Sapendo, poi, che i demoni cercano di ingannare le persone facendo credere loro che possano comunicare con i morti e che questi possano influire su di loro, Dio diede al suo antico popolo, Israele, questo avvertimento: “Non si trovi in mezzo a te … chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore”. (Deuteronomio 18:10-12).
    È chiaro, quindi, l’insegnamento della Parola di Dio: i morti hanno cessato di esistere come anime viventi. Non possono fare nulla per noi, né in bene né in male e noi non possiamo più fare nulla per loro. Quelli che sono nelle tombe semplicemente riposano e rimarranno inconsci finché non verranno risuscitati al tempo stabilito da Dio. 

     
    Nella rivista Psychology Today del luglio 1977 c’è questa affermazione: “Migliaia d’anni fa, niente meno che un serpente disse a una giovane donna: ‘Sicuramente non morrete’. Da allora pare che abbiamo creduto o che abbiamo voluto credere a questa prima menzogna”.

     

    October 25

    VERITA' o INGANNO? - II parte

     
    VITA ETERNA: È POSSIBILE E DOVE?
     
     
    Da diversi mesi, a causa di un pressante periodo di lavoro, non mi capitava di camminare tranquillo per strada, in mezzo alla gente. Ma recentemente, e per ironia della sorte proprio a causa del mio lavoro, ho avuto un paio di occasioni per farlo.
    La settimana scorsa mi trovavo a Napoli per lavoro e, al termine della giornata, prima di recarmi a cena, avendo un po’ di tempo a disposizione (per fortuna Napoli non è il Nord e si cena tardi) ho fatto i classici “due passi” nel vivace affollamento che anima le strade di quella città. La settimana prima mi era capitato a Lecce, sebbene le stradine barocche di quella graziosa cittadina non sono così caotiche come quelle napoletane. Ma in entrambi i casi ho potuto osservare con viva curiosità, e non solo perché non lo facevo da tempo, le persone prese dalle loro faccende. Chi era impegnato nello shopping, chi semplicemente a passeggiare, chi sedeva al bar, chi chiacchierava all’angolo, chi usciva frettoloso da casa, forse per un ultimo acquisto o per un appuntamento, chi rientrava sereno dopo una giornata di intenso lavoro. Drappelli di ragazzi, in particolare, affollavano gli spazi impertinenti e chiassosi nel loro vigore giovanile, alcuni teneramente abbracciati si scambiavano effusioni amorose e, in contrasto, gruppetti di anziani, chissà forse anche un po’ invidiosi, pettegolavano sul sagrato di una chiesa dai battenti ormai chiusi o sugli usci delle case dalle quali usciva un profumo di cucinato da estasiare l’anima …  Si, osservavo la gente “vivere” … tutta presa dalla quotidianità della propria esistenza.
    Il nostro mondo è un pullulare di vita; il sistema è organizzato per sostenere la vita ma, ahimè, tutto questo brulicare, per tanti motivi, è anche limitato nel tempo e, oltretutto, non sempre è pienamente piacevole. Perciò, osservando il formicolare della gente, non ho potuto esimermi dal riflettere su quello che uno scrittore biblico scrisse circa 3.000 anni fa: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo” (Salmo 89:10,CEI - 90:10,VR e Di).
    Questa constatazione è triste, ma è la dura realtà. Anche chi non avrebbe motivi di provare “fatica e dolore” deve infine soccombere e dileguarsi, cioè sparire dalla faccia della terra perché la propria vita giunge al termine.
    Tornando poi a casa, una delle mie tartarughine, come suo solito, mentre ero seduto preso anch’io dalle mie faccende, è venuta a mordermi la suola della scarpa (è il suo modo di dire che è ora di darle da mangiare). Sembra incredibile ma questo piccolo essere è nato solo pochi anni dopo di me e molto probabilmente mi sopravvivrà perché pare che le tartarughe possano raggiungere anche una ragguardevole età centenaria.
    Recentemente l’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri ha annunciato di aver dato il via a un centro medico di alta specializzazione che farà ricerche al fine di estendere la vita umana ad almeno 120 anni. Lui stesso ha manifestato l’intenzione di vivere, poveri noi, fino a quell’età! Sarà per questo che si considera e si comporta ancora come un gagliardo “giovincello”?
    E’ difficile rassegnarsi al trascorrere del tempo e vedere avvicinarsi la fine della propria vita. Probabilmente l’attuale frenesia di vivere, a cui accennavo all’inizio, è anche una sorta di esorcizzazione di quest’evento a cui tutti vorremmo scampare.
    Mentre scrivo, perciò, mi passano alla mente altri versetti biblici che trattano la questione, come quelli scritti da un saggio, antico re, il quale disse:
    Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino, con la pretesa di dedicarmi con la mente alla sapienza e di darmi alla follia, finché non scoprissi che cosa convenga agli uomini compiere sotto il cielo, nei giorni contati della loro vita. Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d'ogni specie; mi sono fatto vasche, per irrigare con l'acqua le piantagioni. Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa e ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero più di tutti i miei predecessori in Gerusalemme. Ho accumulato anche argento e oro, ricchezze di re e di province; mi sono procurato cantori e cantatrici, insieme con le delizie dei figli dell'uomo. Sono divenuto grande, più potente di tutti i miei predecessori in Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza. Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d'ogni mia fatica; questa è stata la ricompensa di tutte le mie fatiche. Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c'è alcun vantaggio sotto il sole … Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento. Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. E chi sa se questi sarà saggio o stolto?” - Ecclesiaste 2:3-19.
    Tutto è vanità, scrisse il saggio re Salomone. Perché? E’ da notare ch’egli elencò tutte le cose che aveva fatto in vita riscontrando, anche in quelle che si potevano considerare imprese meritorie, un senso di futilità, di vanità. Si rese conto che la morte l’avrebbe raggiunto e senza che ci fosse modo di sapere che cosa sarebbe accaduto di tutto il suo duro lavoro.
    Anche Cristo Gesù, il più grande Salomone (cfr. Matteo 12:42), diede enfasi a questo drammatico limite della vita e del suo godimento narrando di un uomo che si compiaceva della buona posizione materiale che aveva conseguito nella propria vita con queste parole: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia”. Ma cosa accadde veramente? “Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” (Luca 12:16-21).
    Davanti alla brevità e alla conseguente vacuità della vita, ogni persona ragionevole è spinto a chiedersi: È questo tutto ciò che vi è nella vita? È questo ciò che Dio, il datore della vita, ha provveduto per il genere umano? E’ mai possibile che una tartaruga possa vivere anche per più di 100 anni o un albero, tipo le sequoia americane, possa vivere per più di 3,000 anni ed un essere superiore, quale l’uomo è, debba accontentarsi di 70/80 anni e a volte anche di stenti?
    E’ difficile crederlo, e a ragione! Scrisse, infatti, ancora il re Salomone: “egli (Dio) ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio alla fine” (Ecclesiaste 3:11). Secondo queste parole Dio ha messo nel cuore di ciascun essere umano il senso della vita eterna. Perché l’avrebbe fatto se la vita umana doveva durare soltanto 70 o 80 anni?
    E’, dunque, per questo motivo, che molti sono indotti a credere che la vita non termina con la morte fisica, ma in qualche modo continua dopo la morte. Questa, d’altra parte, è anche la dottrina principale di quasi tutte le religioni del mondo, dalle più grandi, incluse le cosiddette “cristiane”, cioè quelle che dichiarano di rifarsi all’insegnamento di Cristo, a quelle considerate “pagane”.
    Conoscere la verità al riguardo è quindi fondamentale per le nostre speranze e per la nostra felicità.
     
    Nel mio precedente post ho accennato al fatto che tra tutte le teorie sull’origine della vita, quella più accreditata dai fatti e che, quindi, più si avvicina alla verità, è il racconto biblico della creazione. Poiché è mia ferma convinzione la stessa che aveva Cristo Gesù, cioè che la Parola scritta di Dio è la verità (cfr. Salmo 118:160,CEI - 119:160,VR e Di; Giovanni 17:17) è a quel racconto che ora faccio riferimento per conoscere la verità sull’origine e il destino dell’uomo.
     
    Si legge nel libro della creazione che Dio disse, a qualcuno che gli stava accanto (cfr. Proverbi 8:22-31; Colossesi 1:15-17), queste parole:
    «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo … Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” - Genesi 1:26-31.
    Secondo questo racconto Dio creò l’uomo perché vivesse su questa terra, perché si riproducesse per riempire la terra di altri esseri umani e perché coltivasse la terra e ne avesse cura come sua dimora (cfr. Genesi 2:15). In una rivelazione successiva Egli confermò che proprio questo era il suo originale proposito poiché fece scrivere: “I cieli sono i cieli dell'Eterno, ma la terra egli l'ha data ai figli degli uomini” (Salmo 115:16,VR e Di - 114:16,CEI; cfr. anche Isaia 45:18).
    Come si nota, il racconto di Genesi dice anche che quella creazione “era cosa molto buona”. Confermò infatti lo stesso scrittore biblico che “l'opera sua è perfetta” (Deuteronomio 32:4). Cosa significa questo? Semplicemente che nel progetto di Dio l’uomo non doveva ammalarsi o morire; le cellule del suo corpo funzionavano alla perfezione così come il loro processo di rinnovamento periodico che doveva perpetuarsi nel tempo e il corpo non invecchiare mai. Il Prof. Leonard Hayflick, presidente della Gerontological Society of America nonché socio fondatore e membro del National Institute on Aging, nel suo libro How and Why We Age ha scritto a questo proposito: “Praticamente tutti gli eventi biologici dal concepimento alla maturità sembrano avere uno scopo, ma non l’invecchiamento. Non è evidente perché l’invecchiamento debba aver luogo. Benché abbiamo imparato molto sulla biologia dell’invecchiamento … ci troviamo ancora di fronte al risultato inevitabile dell’invecchiamento, che non ha scopo, cui fa seguito la morte”.
    Già, perché nel proposito di Dio l’uomo doveva vivere sulla terra per sempre! Ecco perché l’invecchiamento e la morte non hanno scopo!
    Ma perché tutto questo non si è realizzato?
    Si noti ancora che Dio disse alla creatura spirituale che lo affiancava nell’opera creativa: “Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”. Questo, invece, non è detto nella creazione degli animali.
    In che modo, dunque, l’uomo fu creato a somiglianza di Dio?
    Egli non creò l’uomo con il semplice istinto, come nel caso degli animali, ma lo dotò di facoltà mentali atte a fare delle scelte, rendendolo così responsabile delle proprie azioni. In altre parole Dio concesse all’uomo  il privilegio e la responsabilità di scegliere liberamente come comportarsi, di soppesare le cose, di prendere decisioni e di distinguere il bene dal male: gli diede ciò che si definisce “il libero arbitrio” (cfr. Deuteronomio 30:19,20).
    Cos’era però questo “libero arbitrio” dell’uomo? Era forse la facoltà di fare tutto ciò che gli passava nella mente, come molti sono portati a pensare?
    Non può essere inteso in questo senso perché, sebbene perfetto, l’uomo aveva comunque dei limiti. Ad esempio quelli imposti dalle leggi fisiche. L’uomo non avrebbe potuto violare la legge di gravità gettandosi dall’alto perché sarebbe rimasto ferito o ucciso. Doveva comprendere però che quella legge era stata stabilita da Dio per il suo beneficio e rispettarla rendendosi in tal modo partecipe della realizzazione del proposito del suo Creatore.
    In maniera simile Dio aveva stabilito leggi sociali e morali che avrebbero guidato l’uomo nella ricerca della felicità. L’uomo non era onnipotente, onnisapiente e onnisciente come lo era il suo Creatore e doveva imparare a vivere in una società di persone di grande varietà intellettiva (cfr. Geremia 10:23). Doveva perciò comprendere che le leggi morali stabilite dal suo Creatore erano date per il bene dell’intera famiglia umana e sottomettersi a quella guida volontariamente, pienamente consapevole che era per il suo e l’altrui beneficio. Dio ha, infatti, ispirato un suo fedele servitore a scrivere “Io sono il Signore, il tuo Dio, che t'insegna per il tuo bene, che ti guida per la via che devi seguire” (Isaia 48:17).
    Messo alla prova sotto questo aspetto, non da Dio (cfr. Giacomo 1:13) ma da un’altra creatura, la quale spinta dall’orgoglio usò male la sua facoltà del “libero arbitrio”, quel primo uomo fece a sua volta la scelta sbagliata violando deliberatamente un comando divino nonostante che Dio l’avesse avvertito sulle conseguenze della disubbidienza alle sue leggi poiché, vietandogli di mangiare il frutto di un certo albero, gli aveva detto: “non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Genesi 2.17). Come conseguenza quell’uomo peccò, cioè “fallì il bersaglio” (perché questo è il significato etimologico della parola ebraica chattà’th, tradotta peccato), mancò il bersaglio della vita perfetta ed eterna sulla terra. L’apostolo Paolo confermò questo dicendo: “a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Romani 5:12).
    Riflettiamo dunque un attimo: se Adamo e sua moglie Eva non avessero peccato, se fossero rimasti entro i limiti stabiliti dalle leggi di Dio, sarebbero morti? La risposta non può essere che no, poiché la morte, come spiega l’apostolo Paolo, è la conseguenza del peccato! E se non sarebbero morti avrebbero continuato a vivere per sempre sulla terra, trasformandola tutta in un luogo di delizie, in un paradiso! Questo era l’originale proposito di Dio per l’uomo!
     
    Dio preordinò ciò che avrebbero fatto Adamo ed Eva?
     
     
    Il concetto biblico di “libero arbitrio” stride notevolmente con certe teorie umane spacciate per verità cristiane. Ad esempio con quella della predestinazione, di cui ho letto recentemente anche in qualche blog.
    Il padre di questa teoria è considerato il teologo della Chiesa Cattolica “S. Agostino” secondo il quale i giusti sono stati predestinati ab-eterno da Dio a ricevere benedizioni senza fine mentre, viceversa, gli ingiusti, benché non predestinati da Dio in senso stretto, riceveranno la meritata punizione per i loro peccati, cioè la condanna. Questa tesi fu oggetto di molte controversie che toccarono il culmine durante la Riforma di Lutero il quale anche considerava la predestinazione individuale una libera scelta di Dio, indipendente dai meriti o le buone opere degli eletti. Successivamente Calvino giunse a una conclusione ancora più radicale col suo concetto di duplice predestinazione in base al quale alcuni sono predestinati alla salvezza eterna, altri alla condanna eterna.
    Questa dottrina si basa sul presupposto che, siccome Dio ha il potere di conoscere il futuro, debba necessariamente conoscere in anticipo il risultato di qualsiasi cosa. Pertanto la predestinazione fa pensare che molto tempo fa Dio preordinò il futuro, buono o cattivo, di ogni singolo individuo. Sulla scia di tali ragionamenti c’è chi crede addirittura che Dio avesse predeterminato la caduta dell’uomo nel peccato prima ancora della creazione e che avesse predestinato gli “eletti” prima di tale caduta senza riflettere sul fatto che, in tal caso, sarebbe stata pura ipocrisia da parte sua offrire ad Adamo ed Eva la prospettiva della vita eterna pur sapendo che sarebbe stato impossibile per loro ottenerla. Secondo questo concetto, peraltro, la colpa di tutta la sofferenza e la malvagità che ci sono oggi nel mondo, conseguenze del peccato adamitico, sarebbe di Dio.
    La tortuosità e la capziosità di tali ragionamenti contrastano con la genuinità e la semplicità usate dal nostro Creatore per descrivere gli avvenimenti che portarono alla rovina del genere umano.  La causa fu la scelta, libera ma sbagliata, dei nostri progenitori di disubbidire ai suoi comandi. La dottrina della predestinazione perciò è un inganno che calunnia Dio, dimostrando la sua ispirazione diabolica (il termine greco diabolos significa, infatti, calunniatore).
     
    La parola di Dio ci rivela ancora che Egli non ha mai abbandonato il suo originale proposito di far vivere per sempre, sulla terra, le sue creature umane in condizioni di perfezione e felicità (cfr. Isaia 55:11). Scrisse ancora il suo fedele servitore: “così parla il Signore … il Dio che ha formato la terra, l'ha fatta, l'ha stabilita, non l'ha creata perché rimanesse deserta, ma l'ha formata perché fosse abitata” (Isaia 45:18,VR). Riferendosi a questo Suo proposito l’apostolo Paolo parlò di un “disegno eterno che egli ha attuato mediante il nostro Signore, Cristo Gesù” (Efesini 3:11). Questa espressione indica la determinazione di Dio di portare a compimento ciò che si era prefisso in origine per l’umanità e per la terra (cfr. Genesi 1:28).
    Il provvedimento che Dio ha preso per riscattare la razza umana che incolpevolmente ha ereditato dal primo uomo l’imperfezione e la tendenza a peccare, meritando così la morte, è il sacrificio di riscatto di Gesù, il quale, quando visse sulla terra come uomo perfetto, equivalente di Adamo, si sottomise alle leggi di Dio fino all’estremo sacrificio della sua vita, provvedendo un modello per tutti i suoi seguaci (cfr. il mio post del 26 aprile u.s.). Grazie alla sua fedele ubbidienza, che risolse la contesa della sovranità di Dio sulla sua creazione, l’uomo può ottenere di nuovo il privilegio di vivere per sempre sulla terra, perché questa è la promessa di Dio: “i mansueti possederanno la terra e godranno di una grande pace … I giusti erediteranno la terra e vi abiteranno per sempre” (Salmo 37:11,29,VR e Di - 36:11,29,CEI). Confermò tutto questo Gesù stesso dicendo dei suoi discepoli: “io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”; poi, citando lo stesso Salmo, aggiunse: “Beati i mansueti, perché essi erediteranno la terra” (Giovanni 10:28; Matteo 5:5 - cfr. anche Giovanni 3:16).
    Questo fu anche l’insegnamento degli apostoli di Gesù. L’apostolo Paolo scrisse infatti: “Il dono che dà Dio è la vita eterna mediante Cristo Gesù nostro Signore” (Romani 6:23) e l’apostolo Pietro disse: “noi, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abita la giustizia” (2Pietro 3:13); questa “nuova terra” sarà composta proprio dai discepoli di Cristo che secondo la sua promessa otterranno la vita eterna sulla terra!
    Se qualcuno ha una speranza diversa da questa, ad esempio se spera di andare a vivere in cielo, forse è il caso che la valuti bene alla luce della verità esposta nelle Sacre Scritture per evitare di rimanere deluso nelle sue attese!
     
    Dio invitÒ il suo antico popolo FARE UNA SCELTA
     
     
    Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché possa vivere, tu e i tuoi discendenti, e possa amare l'Eterno, il tuo Dio, ubbidire alla sua voce e tenerti stretto a lui, poiché egli è la tua vita e la lunghezza dei tuoi giorni” - Deuteronomio 30:19,20
     
    Pur essendo in grado di sapere in anticipo quello che accadrà, Dio non predetermina le azioni e il destino di ciascuno di noi ma, anche oggi, chiama ogni uomo e ogni donna a fare una scelta nella propria vita. Devono scegliere fra l’imitare i progenitori, Adamo ed Eva, con una condotta di vita in violazione delle leggi divine, quelle che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola, o conformarsi al suo proposito per l’uomo e per la terra.
    Per poter scegliere è necessario acquistare quella conoscenza che permette di pervenire alla verità ed essere liberati dal giogo dei falsi insegnamenti intorno al proposito di Dio (cfr. Giovanni 8:32; 17:3).
    Come nel caso di Cristo Gesù o nel caso di Adamo ed Eva, ciascuno di noi deve usare il dono del libero arbitrio che Dio gli ha dato per scegliere fra ciò ch’è vero e quel ch’è falso, fra il bene o il male. Dalla scelta che ciascuno di noi fa dipende se riceveremo o meno il privilegio di vivere per sempre su una terra trasformata in un Paradiso, secondo l’originale “eterno” proposito di Dio.
     
    October 11

    VERITA' o INGANNO? - I parte

     
    DOV’È LA VERITÀ?
     
     
    Secondo il Dizionario etimologico della lingua italiana edito da Zanichelli la verità è “ciò che corrisponde esattamente a una determinata realtà”.
    La realtà è tutto ciò che esiste, che viviamo giorno dopo giorno, ciò che possiamo vedere, constatare, toccare. Il mondo fisico in cui viviamo è realtà e costituisce una base per la verità.
    Sull’origine del nostro mondo fisico, ch’è una delle verità che più ci sta a cuore, gli uomini continuano ad indagare elaborando varie teorie. Alcune di queste vengono spacciate per “verità”, come quella di una lunga, lenta evoluzione dalla materia inanimata a quella animata.  Però, da ciò che si può constatare, risulta che tutte le supposizioni finora fatte non corrispondono alla realtà. La storia umana non documenta questo lungo periodo di transizioni ipotizzato, la testimonianza fossile che possa provare una catena evolutiva manca completamente di anelli di congiunzione, le scoperte genetiche non supportano il verificarsi di mutazioni positive atte a consentire il passaggio da una specie all’altra, anzi le rendono molto improbabili.
    In contrasto c’è il racconto biblico della creazione che dice, ad esempio, che la vita dell’uomo sulla terra è iniziata improvvisamente, dal nulla ad opera di un Supremo e Intelligente Fattore circa 6.000 anni fa, e che da allora si è riprodotta senza passaggi intermedi, trasmessa da esseri viventi ben formati ad altri esseri viventi che si sviluppano e crescono secondo le rispettive specie.
    Se dunque apriamo un qualsiasi libro di storia non vi leggiamo avvenimenti che documentano la vita dell’uomo oltre 6.000 anni fa; osservando la riproduzione della vita constatiamo che essa viene trasmessa da genitori a figli secondo le rispettive specie e che incrociando specie diverse vengono fuori ibridi che non possono riprodursi; questa è la realtà!
    Come fatti inconfutabili sono le conclusioni a cui la ragione ci porta. Moltissimi settori fondamentali della tecnologia umana sono stati ideati e sfruttati da creature viventi prima che la mente umana imparasse a comprenderne le funzioni e a farle proprie. Anzi, in molti campi la tecnologia umana è ancora molto indietro rispetto alla natura. Solo per fare qualche esempio: al progetto delle ali degli aeroplani ha contribuito nel corso degli anni lo studio delle ali degli uccelli; gli ingegneri aeronautici hanno adottato molti degli accorgimenti emersi da questo studio per ridurre i vortici e la resistenza dell’aria, per mantenere la portanza ed evitare lo stallo. Le caratteristiche dei pipistrelli o dei delfini sono state studiate per fabbricare il sonar e il radar. Il computer che noi stiamo usando ha la capacità di memorizzare, richiamare ed elaborare enormi quantità di informazioni a grande velocità. Oltre che per lo svago personale oggi viene utilizzato in vari campi di vitale importanza, che riguardano medicina, trasporti, design, ricerca, contabilità, voli spaziali, ecc. Per realizzare queste apparecchiature vengono scelti i migliori scienziati ma la più sofisticata di queste macchine da essi prodotta non vale che una infinitesima parte del supercomputer che ciascuno di noi ha nella propria scatola cranica: il cervello.
    Disse un umile uomo circa 4.000 anni fa: “Interroga pure le bestie, perché ti ammaestrino, gli uccelli del cielo, perché ti informino, o i rettili della terra, perché ti istruiscano, o i pesci del mare perché te lo faccian sapere” (Giobbe 12:7,8). Dunque, tutte queste cose straordinarie che esistono in natura a quale logica conclusione dovrebbero portarci? Se per imitarle, spesso anche molto grossolanamente, c’è bisogno di una mente intelligente che le studia e ne costruisca la copia, possibile che gli originali siano semplice opera del cieco caso?
    I fatti e la ragione, dunque, sono più dalla parte della creazione da parte di un Essere superiore e intelligente che non della teoria dell’evoluzione con tutte le sue astruse ipotesi.
    Saggiamente già 2.000 anni fa, gli uomini dichiaravano: “Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio” (Ebrei 3:4). Dal momento che ogni casa, per quanto semplice, deve avere un costruttore, anche l’universo infinitamente più complesso, nonché la grande varietà di forme di vita sulla terra, devono aver avuto un costruttore. E dal momento che riconosciamo l’esistenza di esseri umani che hanno inventato l’aeroplano, il sonar, il radar e il computer, non dovremmo riconoscere anche l’esistenza di Colui che ha progettato queste cose che esistono in natura e che ha quindi dato all’uomo il cervello per imitarle?
    Questa è la realtà, cioè la verità attestata dai fatti aldilà delle mere supposizioni pseudoscientifiche.
     
    Dal punto di vista morale si considera verità tutto ciò ch’è giusto e autentico. Ma tale concetto ha assunto un rilievo talmente soggettivo che non è azzardato dire che al mondo esistono circa 7.000.000.000 di verità, una per ogni suo abitante umano. Questo è il motivo principale per cui ci sono tra gli uomini molte fazioni, sociali, politiche, religiose e di altro genere. Ma mentre è comprensibile che ciascuno abbia, ad esempio, la propria idea politica, o della società, che spesso si basa sulla propria esperienza di vita, sulla propria cultura, o nasce dall’ambiente sociale in cui si vive, è francamente incomprensibile che ci siano molte “verità” in campo religioso, perché dovrebbe esserci un unico Dio (cfr. Deuteronomio 6:4; Efesini 4:5,6).
    Prendiamo, ad esempio, il cosiddetto “cristianesimo”, secondo alcune stime professato dal 30% della popolazione mondiale, cioè il gruppo religioso più numeroso. È a sua volta diviso in decine e decine di “chiese”, più o meno grandi, che hanno in comune diversi insegnamenti, ma sono anche divise su questioni fondamentali per la verità.
    Ad esempio, cattolici, protestanti, ortodossi e anglicani, solo per citare alcune delle principali branche, credono tutti nella Trinità, cioè che Dio, il Padre e Gesù, il Figlio e lo Spirito Santo (che non si comprende bene chi sia, ma fa parte del “mistero”) siano un'unica persona. Poi sono accumunati dal credere nell’esistenza di un’anima immortale che sopravvive alla morte del corpo e continua a vivere nell’aldilà, in un luogo di beatitudini e alla presenza di Dio, o in un luogo di tormento eterno, generalmente chiamato “inferno”.
    Però i cattolici credono che il Papa sia il successore di Pietro nella guida della Chiesa e gli altri, protestanti, ortodossi e anglicani, non lo credono e non lo riconoscono come autorità spirituale. I cattolici e gli ortodossi venerano Maria, la madre di Gesù, e ne hanno fatto un cardine della fede attribuendole il ruolo di intercessora, di mediatrice e la pregano affinché porti la pace e la salvezza nel mondo. Gli anglicani, pur accettando Maria quale madre di Dio (dogma strettamente connesso a quello trinitario) non ne riconoscono l’immacolata concezione e la sua assunzione in cielo anima e corpo. I protestanti non riconoscono a Maria nessun ruolo e ne condannano il culto! Cattolici e ortodossi fanno uso di immagini nella loro adorazione, si inginocchiano davanti ad esse e le pregano ma i protestanti non lo fanno e giudicano tale pratica una idolatria condannata da Dio. Le loro strutture organizzative sono diverse, l’impostazione familiare è differente, gli uni non riconoscono ruoli pastorali alle donne e obbligano degli uomini a non sposarsi, gli altri non pongono limitazioni né alle une né agli altri. La cosa,però, che lascia più perplessi è l’ipocrisia che si nasconde dietro queste divisioni. Si chiamano tutti “fratelli”, casomai “separati”, ma fratelli. Anche sulle pagine dei blog leggo spesso questa espressione rivolta da cattolici a evangelici o viceversa, credo più sull’onda di un misticismo emotivo che non per ciò che realmente si prova nel cuore. I cattolici, infatti, sono convinti che i protestanti, poiché non credono al Papa, alla Madonna, ai santi, non sono approvati da Dio e dall’altra parte i protestanti son convinti che poiché i cattolici sono idolatri andranno tutti all’inferno! Però continuano a chiamarsi “fratelli”.
    Tutte queste differenze che ci sono tra le varie denominazioni “cristiane” non sono di poco conto e pongono la questione: qual è la verità?
    Questi affermano tutti di credere nello stesso Dio e nello stesso Cristo ma Dio non può essere così diviso, non vi pare? E Gesù disse chiaramente che i suoi discepoli, cioè i veri cristiani (perché il cristianesimo non è una semplice etichetta ma significa seguire Cristo) si sarebbero riconosciuti dall’unità che ci sarebbe stata tra loro, anzi egli pregò perché essi mantenessero tale unità. Le sue parole, infatti, furono: “prego … per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch'essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. Io ho dato loro la gloria che tu hai data a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità” (Giovanni 17:20-23,VR). Questo versetto, insieme alla corrispondente dichiarazione riportata in Giovanni 10:30, è impropriamente usato per sostenere la dottrina trinitaria e per tale falso scopo se n’è perso il profondo significato, cioè l’unità di intenti, di fede, di comportamento che deve esserci tra i seguaci di Cristo, che dovrebbe essere simile a quella che c’è tra Dio e Cristo i quali sono uniti in quanto ad intenti ed azioni e non perché siano la stessa persona (cfr. Giovanni 10:32-38).
     
     
    Essere “cristiani” non dipende da un’etichetta che viene appiccicata ad una persona alla sua nascita ma dal seguire Cristo Gesù. Egli disse di se: “Io sono la via, la verità e la vita” (Giovanni 14:6). Gesù amava la verità e la difendeva. L’apostolo Pietro scrisse che “non fu trovato alcun inganno nella sua bocca” (1Pietro 2:22). Persino gli oppositori riconobbero che insegnava “la via di Dio secondo verità” (Marco 12:13, 14). Egli disse anche “per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Giovanni 18:37). Come Gesù il vero cristiano dovrebbe avere a cuore la verità, dovrebbe ricercarla come se fosse materiale prezioso o un tesoro nascosto, investigando nella Parola di Dio poiché questa è stata fatta scrivere per istruirci nella verità.  E scritto, infatti Il fondamento della tua parola è verità” (Salmo 119:160,VR e Di - 118:160,CEI; cfr. anche Romani 15:4).
     
    Ordunque, il Papa è o non è il successore di Pietro (ammesso che ci sia una linea di successione di Pietro)? Maria, o la Madonna, deve essere venerata o no? Ella è o non è la mediatrice tra Dio e gli uomini? È giusto o sbagliato pregarla? Similmente, è giusto o sbagliato venerare i santi? Dio approva o condanna l’uso delle immagini nell’adorazione? I “vescovi” (greco e·pi′sko·poi) possono sposarsi o devono obbligatoriamente osservare il celibato? Le donne possono avere o no incarichi pastorali nella chiesa cristiana? Oppure, esiste o no la vita dopo la morte? E’ vero che il destino finale dell’uomo è morire per andare in cielo, alla presenza di Dio o all’inferno per essere tormentato in eterno? E, in tal caso, qual è lo scopo della risurrezione dei morti?
    Si comprendete, perciò, che non possono esserci tante verità al riguardo, come ragionò l’apostolo Paolo “Cristo è forse diviso?” (1Corinzi 1:13,Di).
    La realtà, e perciò la verità, per chi si dichiara cristiano è una soltanto e deve anche essere supportata dalla ragione, cioè dalla propria capacità di pensare e di valutare se i fatti sostengono o meno ciò che si dichiara sia la volontà di Dio, altrimenti la fede è mera credulità. La raccomandazione apostolica, infatti, è di fare unragionevole servizio” per provare a se stessi “qual sia la buona, accettevole e perfetta volontà di Dio” (Romani 12:1,2). L’apostolo che mise per iscritto tali parole ne spiegò anche il motivo parlando di “uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti” (Romani 1:18-22).
    Cosa fare, allora, per conoscere la verità relativa alle tante dottrine propagandate nel nome di Cristo ma così tanto differenti tra di loro? Come è possibile sapere se una dottrina è quella che gli apostoli ricevettero da Gesù e insegnarono nel loro ministero edificandoci sopra la vera chiesa cristiana?
    Spesso per sostenere questo o quel “dogma” si citano i pensieri di coloro che vengono definiti “dottori della chiesa” cioè quei “sapienti” a cui fa riferimento l’apostolo Paolo. Ebbene, questo è proprio quello che non si dovrebbe mai fare!
    L’apostolo Paolo, infatti, avvertì di diffidare della “sapienza umana” perché “la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia. E ancora: Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani” (1Corinzi 3:19,20). E scrisse anche: “Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (Colossesi 2:8). La diversità e i contrasti fra le varie “dottrine” in voga tra i cosiddetti “cristiani” sono infatti proprio il frutto dei diversi ragionamenti filosofici di questi “sapienti”.
    Cosa, invece si dovrebbe fare? Qual è l’unico modo di conoscere la verità riguardo ai propositi di Dio per un cristiano? Un antico re disse, rivolgendosi a Dio con un canto di lode: “Il fondamento della tua parola è verità” (Salmo 119:160,VR e Di - 118:160,CEI). Gesù confermò questo pensiero allorché, pregando a favore dei suoi discepoli, disse “Santificali nella tua verità, la tua parola è verità” (Giovanni 17:17).
    Dunque la verità esiste, viene da Dio stesso che l’ha anche fatta mettere per iscritto! Questa si trova nella sua Parola scritta, cioè in tutti i 66 libri che compongono le Sacre Scritture. Ognuno di questi libri è stato fatto scrivere da Dio per rivelarci i particolari della sua volontà, per farci sapere come Egli desidera essere “adorato” e per rispondere alle tante domande che, da creature intelligenti, tutti noi ci facciamo riguardo alla nostra origine, alla vita che attualmente viviamo e alla nostra vita futura. Come disse ancora quel saggio re: “La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero” (Salmo 119:105,VR e Di - 118:105,CEI). La Parola di Dio illumina le nostre menti permettendoci di conoscere la verità.
    Ma qualcuno può obiettare: tutte le chiese cosiddette cristiane citano la Parola di Dio per sostenere i loro insegnamenti. Lo fa la Chiesa Cattolica, lo fanno gli ortodossi e lo fanno anche i protestanti!
    E non ci si deve meravigliare di questo! Lo fece persino Satana il Diavolo, il principale nemico di Dio e della verità, quando tentò Gesù nel deserto, all’inizio del suo ministero terreno (cfr. Giovanni 8:44; Matteo 4:6). Lo fecero quei capi religiosi dell’ebraismo, che Gesù dichiarò ipocriti, per cercare di prenderlo in trappola (cfr. Matteo 22:15-45; Marco 12:12-27; Giovanni 8:31-59).
    Gesù lasciò un modello per smascherare le manovre del Diavolo e dei suoi rappresentanti terreni per tentare di sviare le persone dalla verità usando perfino le Sacre Scritture. Ogni volta che essi citavano in maniera errata versetti biblici per sostenere le loro false tesi egli immediatamente diceva “è anche scritto ….” e usando con sapienza e intendimento la stessa Parola di Dio correggeva il loro errato modo di pensare.
     
     
    Il Diavolo tentò più volte di allontanare Gesù dalla via della verità. Per convincerlo che ciò che egli asseriva era giusto gli citò perfino le Sacre Scritture, dicendogli “Se sei il Figlio di Dio, gettati giù, perché sta scritto: "Egli darà ordine ai suoi angeli riguardo a te; ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché non urti col tuo piede in alcuna pietra" (cfr. Salmo 91:11,12). Ma la profonda conoscenza che Gesù aveva della Parola di Dio lo protesse dall’inganno cosicché gli rispose: “Sta anche scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo" (Deuteronomio 6:16). Gesù corresse la distorsione che Satana faceva dei versetti biblici con la stessa Parola di Dio, facendo riferimento ad altri versetti e collegandoli tra loro per mostrare qual’era il giusto intendimento.
    In maniera simile smascherava l’ipocrisia dei capi religiosi del suo tempo mostrando con le Scritture il baratro che c’era fra la loro professione di fede e di giustizia e le loro opere ingiuste. La realtà dei fatti, cioè le loro azioni, dimostravano che i loro insegnamenti, in gran parte basati sulla tradizione umana, non avevano nulla a che fare con le verità che Dio aveva fatto scrivere nella sua Parola.
     
     
    La semplice conoscenza e citazione delle Scritture non è sufficiente per afferrarne il vero significato e trarne beneficio. Oltre la conoscenza ci vuole l’intendimento o il discernimento, cioè la capacità di percepire o afferrare il senso del messaggio biblico. Questa non è una dote naturale che i singoli individui possono avere poiché quel saggio re sopra indicato ancora scrisse: “Come sono grandi le tue opere, Signore, quanto profondi i tuoi pensieri! L'uomo insensato non intende e lo stolto non capisce” (Salmo 91:5-7,CEI - 92:5,6,VR e Di). L’intendimento però si può ricevere da Dio che ne è la fonte, come è scritto: “l'Eterno dà la sapienza; dalla sua bocca procedono la conoscenza e l'intendimento” (Proverbi 2:6). In che modo?
    Illuminanti a questo riguardo sono le parole di Gesù. Rispondendo ad una domanda dei suoi discepoli egli disse: “a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Perché il cuore di questo popolo è divenuto insensibile, essi sono diventati duri d'orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi e non odano con gli orecchi, e non intendano col cuore e non si convertano, e io li guarisca" (Matteo 13:10-15). Quelli che non potevano capire erano persone che conoscevano le Scritture, oltre al popolo comune molti “eruditi” biblici, quali sacerdoti, scribi, farisei, quelli che erano considerati i “dottori” dell’ebraismo. Continuavano a leggerle ma non ne afferravano il vero significato. Perché?
    Un ruolo fondamentale per capire la verità contenuta nella Parola di Dio ce l’ha il cuore! Se veramente si ama la verità, se si ha nel proprio cuore il desiderio di avere il corretto intendimento della Parola di Dio, e si dimostra con i fatti questo amore per la verità, cioè indagando, investigando e, soprattutto mettendo in pratica nella propria vita quello che si impara, allora si può ricevere da Dio il corretto discernimento della sua volontà. Dio stesso, infatti, dà questa esortazione: “Figlio mio, se ricevi le mie parole e fai tesoro dei miei comandamenti, prestando orecchio alla sapienza e inclinando il cuore all'intendimento; sì, se chiedi con forza il discernimento e alzi la tua voce per ottenere intendimento, se lo cerchi come l'argento e ti dai a scavarlo come un tesoro nascosto, allora intenderai il timore dell'Eterno, e troverai la conoscenza di Dio” (Proverbi 2:1-5).
    La maggior parte di coloro che seguivano Gesù si accontentavano di avere una conoscenza superficiale dei suoi insegnamenti. Dopo averlo ascoltato se ne tornavano alle loro case semplicemente meravigliati del suo modo di insegnare e paghi di averlo visto compiere i miracoli. Come in seguito scrisse l’apostolo Paolo, a loro piaceva farsi “solleticare” le orecchie “secondo le loro proprie voglie” distogliendo “le orecchie dalla verità per rivolgersi alle favole” (2Timoteo 4:1-5). Ma i discepoli di Gesù non erano così! Essi veramente volevano conoscere la verità, allora rimanevano con lui chiedendogli di spiegare loro il vero significato dei suoi insegnamenti (cfr. Matteo 13:36).
    La conoscenza superficiale della Parola di Dio rende le persone schiave di “uomini che reprimono la verità in modo ingiusto” i cui falsi insegnamenti hanno riempito il mondo di guerre, di immoralità, di disonestà, di menzogne, di intolleranza, perché tutto questo è in effetti ciò che possiamo constatare nelle popolazioni cosiddette “cristiane”. Questa è la realtà dei fatti, la verità! Non fu per caso che Gesù disse di loro “li riconoscerete dai loro frutti … ogni albero buono produce frutti buoni; ma l'albero cattivo produce frutti cattivi. Un albero buono non può dare frutti cattivi, né un albero cattivo dare frutti buoni” (Matteo 7:15-19). Ma egli disse anche “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni 8:32).
    Uno di quei discepoli che chiedeva sempre a Gesù di spiegargli il vero significato dei suoi insegnamenti, verso la fine della sua vita di devozione e difesa della verità diede a tutti questa esortazione: “non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo” (1Giovanni 4:1).
    Così fecero, infatti, i cristiani del primo secolo i quali “ricevettero la parola con tutta prontezza, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se queste cose stavano così  (Atti 17:11).
    Che dire dunque di noi? Ci lasciamo condizionare dal pregiudizio facendoci “solleticare” le orecchie con “favole” inventate dalla tradizione umana o siamo disposti a mettere alla prova la nostra fede per vedere se ciò che ci è stato insegnato è veramente la verità che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola? ….
     
    September 24

    UNA MALATTIA LETALE

     
    NAZIONALISMO: IL CANCRO DELL’UMANITÀ
     
     
    Anni fa in Scozia un cappellano dell’esercito chiese dei volontari per trasformare un vecchio granaio del campo militare in una cappella. In sua assenza quei volontari scrissero a grandi lettere sopra l’altare: “Scozia per i secoli dei secoli”. Sorpreso, il cappellano chiese loro di dare alla scritta un tono un po’ più religioso. Il che essi fecero. La scritta diceva poi: “Scozia per i secoli dei secoli. AMEN”.
    È noto che gli scozzesi sono molto fieri del loro paese. Ma non sono gli unici. In ogni nazione sentimenti simili sono incoraggiati dai politici i quali sanno che un forte spirito nazionalistico ben si addice ai loro scopi. Inoltre, come mostra l’episodio della cappella scozzese, nazionalismo e religione vanno spesso a braccetto. Particolarmente in tempi di guerra ‘per Dio e per la Patria’ è sempre stato una specie di grido di battaglia e quasi tutti gli episodi luttuosi della guerra hanno il loro epilogo nelle chiese, nelle sinagoghe o nelle moschee con i funerali delle vittime in cui viene esaltato il “sacrificio” della loro vita per il “bene” della nazione.
     
    Nei giorni scorsi ho spesso sentito pronunciare la parola “orgoglio”. In ogni tempo gli uomini sono stati animati dall’ “orgoglio nazionale” coniando il concetto “è il mio paese, che abbia ragione o torto”. Così, in genere, quando è sorto un conflitto fra gli interessi globali e gli interessi nazionali si è data la preferenza a quest’ultimi con un costo altissimo per l’intera razza umana.
    Il defunto storico inglese Arnold Toynbee, infatti, così descrisse il nazionalismo: “È una condizione mentale per cui rendiamo la nostra suprema lealtà politica a una frazione della razza umana … quali che siano le conseguenze che ciò può comportare per la maggioranza della razza umana all’estero”.
    Per questo motivo milioni e milioni di persone, inclusi innocenti civili, sono morte negli orrori delle guerre scatenate con il pretesto della “difesa” degli interessi della propria nazione. E molto spesso sentimenti fortemente nazionalistici hanno portato alla dittatura causando una drammatica limitazione della libertà personale.
     
     
    Nimrod
    Animato da esaltazione patriottica voleva costruire una grande nazione e dominare su tutta la terra
    (Genesi 10:8-12; 11:1-9)
    Le persone in genere quando parlano della terra dove nascono e vivono usano l’espressione “il mio paese” riferendosi in tal modo a una sorta di “diritto di proprietà” e di sovranità che essi ritengono di poter esercitare su quel territorio. Per questo motivo contendono, lottano tenacemente con la forza delle armi e sono disposte perfino a morire per “difendere” quello che considerano un loro personale “bene”.
    In contrasto la Parola di Dio inizia il suo racconto dicendo: “In principio Dio creò i cieli e la terra” (Gen. 1:1). Queste parole provano che Dio è il vero e legittimo proprietario dei cieli e della terra. Egli li creò, cioè li produsse e li fece esistere. Ne è il Fattore. Essi sono suo possesso, sua proprietà. Per questo motivo uno degli uomini che furono impiegati per scriverla disse: “al Signore tuo Dio appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene” (Deuteronomio 10:14).
    La creazione dell’uomo fu l’atto culminante della creazione terrestre. Il racconto dice che “il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”. Dunque all’uomo fu dato in origine un posto di grande fiducia e responsabilità. Dio era il Proprietario della terra. L’uomo era l’affittuario agricoltore, incaricato di aver cura del globo. Gli fu affidato un sacro deposito e una gestione.
    I nostri primogenitori però scelsero un corso di disubbidienza e indipendenza, un corso di corruzione. In effetti ripudiarono la proprietà di Dio. Così dopo aver pronunciato la sentenza che condannava quei ribelli, Dio protesse la sua proprietà, cacciando l’uomo dal giardino di Eden e rendendogliene impossibile il ritorno custodendo “la via dell’albero della vita” (Genesi 3:24). Come conseguenza l’uomo, che era stato creato per vivere per sempre, perse questa opportunità e cominciò a morire (cfr. Romani 5:12).
    Con il tempo anche la maggior parte della famiglia umana che discese da quella prima coppia se ne andò per la sua propria via, ma il Diluvio del giorno di Noè rammemorò loro ancora una volta chi era in effetti il proprietario della terra e dei suoi abitanti, anche se recò solo un arresto temporaneo della condotta volontaria, egoistica e ribelle dell’uomo. Qualche tempo dopo, infatti, Nimrod, un pronipote di Noè, “potente cacciatore davanti al Signore”, animato da forte spirito nazionalistico, pensò di costruire una grande nazione nel suo proprio paese, edificando diverse città di cui assunse il controllo. Questo guerriero voleva stabilire con la forza delle armi il suo dominio sulla terra e su tutto il genere umano. Ma Dio di nuovo intervenne confondendo la loro lingua, e “li disperse di lì per tutta la superficie della terra” (Genesi 10:8-12; 11:1-9). Essi, però, portarono con sé quella stessa mente e quello stesso spirito. Formarono così gruppi nazionali e la contesa della proprietà e del dominio della terra si sviluppò a livello nazionale, dando luogo al patriottismo, a rivalità e guerre che hanno causato inenarrabili angustie, amarezze e lutti fino ai nostri giorni. È di tutto questo che molti si dichiarano “orgogliosi”.
     
    Molteplici sono le facce di un sentimento così deleterio per le relazioni umane!
    Guardate questo video, potrete farvene un’idea!
     
    Il pregiudizio: Spesso scaturisce dall’ignoranza nei riguardi di un certo gruppo etnico, religioso o di una certa nazionalità. Per sentito dire, per ostilità tradizionale o per qualche esperienza negativa avuta con una o più persone, si attribuiscono qualità negative a un’intera razza, gruppo o nazionalità. Quando ha messo radici, il pregiudizio acceca le persone impedendo loro di vedere la realtà. In genere si manifesta con l’esternazione di commenti sprezzanti su una certa cultura e spesso degenera nella violenza o addirittura all’omicidio. Le pagine della storia sono piene di esempi terribili di violenza scatenata dal pregiudizio, compresi massacri, genocidi ed episodi di cosiddetta “pulizia etnica”.
    I primi cristiani soffrirono moltissimo a causa del pregiudizio. Poco dopo la morte di Gesù, ad esempio, furono oggetto di crudele persecuzione. Nel suo libro Apologetico, Tertulliano scrisse  “Se sopravvengono la carestia e la peste non si ode che un grido: ‘I Cristiani al leone’”.
    A cominciare dall’XI secolo, con le crociate, furono gli ebrei a diventare la minoranza malvista in Europa. Quando la peste bubbonica spazzò via nel giro di pochi anni circa un quarto della popolazione europea fu facile incolpare gli ebrei, visto che molti li odiavano già. Nel Sud della Francia un ebreo “confessò” sotto tortura che erano stati gli ebrei a scatenare l’epidemia avvelenando i pozzi. Naturalmente la confessione era falsa, ma la notizia fu spacciata per buona. In poco tempo furono massacrate intere comunità ebraiche in Spagna, in Francia e in Germania. Pochi rifletterono sul fatto che gli ebrei morivano di peste come tutti gli altri!
    Una volta acceso, il fuoco del pregiudizio può covare sotto la cenere per secoli. Nel secolo scorso Hitler soffiò sul fuoco dell’antisemitismo incolpando gli ebrei della sconfitta che la Germania aveva subìto nella prima guerra mondiale e ne fece sterminare circa 6.000.000. Nel 1933 egli disse al vescovo di Osnabrück: “In quanto agli ebrei, non faccio che seguire la stessa politica attuata dalla Chiesa Cattolica per 1.500 anni” (Paul Johnson - A History of Christianity).
    La xenofobia:  L’avversione per gli stranieri si manifesta con la tendenza a dare la colpa dei problemi economici o sociali agli immigrati e a persone di un altro gruppo etnico. La gente vede negli estranei una minaccia per la propria identità nazionale, la propria cultura e i propri posti di lavoro. Allora si chiudono le frontiere a chi fugge, quasi sempre per necessità politico-economiche, dal proprio paese o si introducono leggi e procedure per negare l’ingresso ai profughi o si rimandano con la forza nei paesi da cui sono scappati. Nonostante sia stato dimostrato che gli atti criminosi vengono commessi con uguale frequenza sia dai cittadini del paese che dagli stranieri si usano la propaganda politica e i mezzi di informazione per incoraggiare sistematicamente la xenofobia e il razzismo presentando in modo non obiettivo le notizie di cronaca nera.
     
    Il razzismo:      Nel suo libro Mein Kampf (La mia guerra), Adolf Hitler asseriva che la razza tedesca era la superrazza ariana destinata a governare il mondo. Si arrivò così allo sterminio degli ebrei e di altre minoranze in Europa, senza dubbio uno dei capitoli più oscuri della storia umana. Dall’altra parte dell’Atlantico, nel cosiddetto Nuovo Mondo, idee infondate dello stesso tipo hanno provocato indicibili sofferenze a generazioni di innocenti. Anche se dopo la Guerra Civile negli Stati Uniti gli schiavi africani vennero finalmente liberati, in molti stati furono emanate leggi che negavano ai neri molti privilegi di cui godevano gli altri cittadini. Perché?
    Quando le nazioni europee, si proprio quelle che oggi rivendicano la propria identità “cristiana”, cominciarono a costruire imperi coloniali, era economicamente profittevole sfruttare i popoli indigeni. Ma si giunse a un paradosso. Milioni di africani furono trascinati via dalle loro case, strappati ai loro cari, incatenati, frustati, marchiati a fuoco, venduti come animali e costretti a lavorare senza paga fino al giorno della loro morte. Come poté un simile comportamento essere moralmente giustificato da nazioni che si dichiaravano “cristiane” e che si supponeva amassero il prossimo come se stesse? La soluzione che scelsero fu quella di disumanizzare le loro vittime. Si giustificarono dicendo che quegli africani non erano loro simili e non appartenevano alla stessa famiglia umana ma erano esseri di ordine inferiore. A suo tempo, quindi, colsero al volo la teoria evoluzionistica di Darwin affermando che i non bianchi fossero il risultato di un diverso processo evolutivo e non fossero persone umane in senso vero e proprio ma erano un gradino più in basso sulla scala evoluzionistica. Tutt’oggi molti “bianchi” ritengono che la razza nera non possiede la capacità intellettiva necessaria per partecipare ai doveri civili e al governo. Così il razzismo continua ad essere una delle forze più divisive che piagano la società umana.  
    L’odio religioso: In molte nazioni la religione ha assunto il ruolo di istituzione statale, spesso avendo dirette responsabilità governative. Pertanto ha condizionato le scelte politiche e ha influito notevolmente sulla vita sociale dei cittadini. Come ho già sopra accennato il pregiudizio cattolico nei confronti degli ebrei è alla base della terribile persecuzione che essi hanno subito per centinaia di anni, come ipocritamente e sfacciatamente riconosciuto dagli stessi alti rappresentanti del clero cattolico. In Europa, in Medio Oriente, in Asia e altrove la religione ha fomentato l’odio delle persone scatenando le guerre più cruente e i massacri più efferati della storia umana. Tutt’oggi i focolai di guerra e di instabilità sociale in molte nazioni, inclusa la nostra, vengono alimentati dalle ingerenze della religione nelle politiche dei governi. La rivendicazione dell’identità “cristiana” in molte nazioni, specialmente da parte della Chiesa Cattolica, sta di nuovo infiammando le relazioni tra l’Europa e il mondo musulmano ed ha innescato una inquietudine sociale che può esplodere in un nuovo pericoloso conflitto da un momento all’altro e non è immune da responsabilità negli episodi di violenza, anche terroristica, che si stanno già verificando.
    L’avidità:         Il desiderio di arricchirsi sempre di più da parte di lobby politiche, economiche e militari sfruttando le risorse di paesi sottosviluppati dal punto di vista industriale viene spesso mistificato con la necessità di provvedere al benessere e alla sicurezza della propria nazione. Così è accaduto con le guerre coloniali, così sta accadendo con l’Iraq e l’Afghanistan. La violenza dei metodi adottati per assicurarsi i beni ambiti scatena sempre altra violenza da parte di gruppi di potere contrastanti. Chi ci va di mezzo, in genere, è la popolazione innocente, che spesso paga la propria impotenza, e anche la propria indigenza, con la perdita della propria vita.
    [Se avete visto il film-documentario Fahrenheit 9/11 di Michael Moore non vi sarà certamente sfuggita l’intervista che il regista ha tentato, invano, di fare ai membri del Senato americano che hanno votato a favore della guerra in Iraq dalla quale è risultato che nessuno dei loro figli si è offerto volontario per andare a combattere per “difendere la democrazia” e per la “sicurezza della nazione” a rischio della propria vita. I “volontari” sono tutti giovani appartenenti alle classi meno agiate della popolazione spinti dal miraggio di una migliore collocazione economica e sociale. Questa sembra essere anche la generale motivazione, almeno stando a quanto affermato in una intervista televisiva dalla sorella di una delle vittime, dei nostri connazionali uccisi nelle cosiddette “operazioni di pace” all’estero, i quali, poi, vengono dichiarati “eroi” per tacitare le coscienze di chi autorizza, appoggia o giustifica tali imposture - cfr. Geremia 6:13,14; Michea 3:5].
     
    Il citato storico Toynbee disse che “il nazionalismo è una malattia mentale”. È come un cancro che avanza inesorabile e distrugge le relazioni umane, anche quando si nasconde dietro la maschera della giustizia. Non c’è nessuna speranza di veder cambiare nell’immediato futuro questa mentalità radicata che genera divisioni, conflitti, distruzioni e lutti. Perché? Perché è l’educazione che in genere si riceve dai genitori o da sistemi scolastici e perfino nelle chiese e inculca odio, intolleranza, idee di superiorità basate sulla nazionalità o sull’appartenenza a un determinato gruppo etnico, sociale, o religioso.
     
    Il punto di vista biblico
    Giungendo ad Atene, in quella che è tutt’oggi considerata la culla della democrazia, l’apostolo Paolo di recò nell’Areòpago e, parlando del Creatore alle folle ivi radunate, disse fra l’altro: “Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra”. L’apostolo sostenne il racconto biblico della creazione affermando che tutti gli uomini, indipendentemente da dove vivono e da quali caratteristiche fisiche hanno, discendono da un unico ceppo comune. Ne consegue anche che, nonostante tutte le differenze visibili, “tutte le nazioni degli uomini” possiedono le stesse capacità e le stesse facoltà intellettive. Sì, agli occhi di Dio gli uomini di ogni razza e nazionalità sono tutti uguali (Atti 17:26).
    L’apostolo Pietro, in maniera simile, disse che “Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto” (Atti 10:34,35). Si, agli occhi di Dio non c’è nessuna differenza fra persone di diversa nazionalità, razza o condizione sociale.
    Questo fatto è reso evidente dal suo modo di fare. Sebbene anticamente Egli scegliesse il popolo dal quale doveva venire il promesso Messia tra i discendenti dei fedeli patriarchi ebrei, la promessa fatta ad Abramo fu: “tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza” (Genesi 22:18).
    In seguito, però, quando i giudei rigettarono quel Messia, Gesù, e lo misero a morte, essi persero l’approvazione di Dio (cfr. Matteo 21:42,43). Oggigiorno, invece, chi esercita fede in Gesù, di qualunque razza o nazione sia, può ricevere le meravigliose benedizioni promesse da Dio e sperare di vivere per sempre sulla terra (cfr. Giovanni 3:16; Salmo 37:9,29,VR e Di - 36:9,29,CEI).
    Quel Messia promesso, quando venne sulla terra, visse in un contesto sociale pieno di pregiudizi e fu egli stesso vittima del pregiudizio politico e religioso dei suoi concittadini (cfr. Giovanni 7:15;47,48). Ma non si fece influenzare, mostrando di avere gli stessi sentimenti del suo Padre celeste. Sebbene trascorresse quasi tutta la sua vita terrena fra ebrei, non ebbe prevenzioni di sorta nei confronti di alcuno. Quando un giorno gli si avvicinò una donna fenicia, una gentile, che lo implorò di guarirle la figlia, dopo aver messo alla prova la sua umiltà e la sua determinazione Gesù le disse “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri” (Matteo 15:22-28).
    In un’altra occasione egli non si fece condizionare dal malanimo che c’era tra ebrei e i samaritani (un po’ come quello che esiste oggi tra israeliani e palestinesi, o tra i cattolici dell’IRA e i protestanti dell’ULSTER, o tra gli ortodossi serbi e i musulmani bosniaci). Gesù inviò dei messaggeri a preparare il suo arrivo in un certo villaggio samaritano. Quei samaritani, però, “non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme”. Questo fece arrabbiare tanto Giacomo e Giovanni, anch’essi ebrei, che volevano far scendere fuoco dal cielo per distruggerli. Ma Gesù rimproverò i due discepoli, e tutti loro andarono in un altro villaggio (Luca 9:51-56). In seguito egli diede un’ulteriore prova che non condivideva affatto l’animosità degli ebrei verso i samaritani. Mentre con i suoi discepoli stava andando dalla Giudea alla Galilea, attraversando la Samaria, stanco si fermò presso un pozzo della città di Sichar. Lì trovò una donna samaritana alla quale chiese da bere. Quella donna fu molto sorpresa perché sapeva che i giudei non volevano aver niente a che fare con i samaritani e gli disse: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. Gesù ignorò la sua obiezione ma colse l’occasione per darle testimonianza, e addirittura le dichiarò apertamente di essere il Messia! (Giovanni 4:5-26).
     
     
    Al pozzo di Sichar Gesù non permise che il pregiudizio che i suoi connazionali avevano nei confronti dei samaritani gli impedisse di dare testimonianza ad un donna samaritana
     
    Per ciò che faceva e insegnava infine Gesù fu messo a morte! Parlando del suo sacrificio l’apostolo Paolo disse:
    ricordatevi che un tempo voi, stranieri di nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi, perché tali sono nella carne per mano d'uomo, voi, dico, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele ed estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell'inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in sé stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia. Con la sua venuta ha annunziato la pace a voi che eravate lontani e la pace a quelli che erano vicini; perché per mezzo di lui gli uni e gli altri abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito” - Efesini 2:11-18
    Il sacrificio di Cristo doveva servire a riunire tutte le persone, in qualsiasi parte della terra vivessero, come un solo popolo, senza pregiudizi o divisioni di sorta! Infatti scrisse ancora l’apostolo:
    siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù. Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” - Galati 3:26-28
    Similmente oggi dovremmo dire: “non c‘è né italiano né talebano, non c’è americano né iraniano, non c’è inglese né palestinese … siamo tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù”. Non dovrebbe esistere, almeno tra i cristiani, nessuna divisione nazionale. Il concetto di “patria”, come comunemente inteso oggi, non è per i veri cristiani, la cui cittadinanza “è nei cieli, da dove aspettiamo pure il Salvatore, il Signor Gesù Cristo” (Filippesi 3:20, Di). L’unica sovranità possibile e rispettabile per i seguaci di Cristo è quella di Dio (cfr. Matteo 6:10; Atti 5:29).
    Riguardo ai suoi veri discepoli, quindi, Gesù disse: “voi siete tutti fratelli” (Matteo 23:8). Questo esclude che ci sia alcuna suddivisione tra di loro! L’aver dato più importanza ai divisivi sentimenti umani, quale l’ “amor di patria” o all’ ”orgoglio nazionale” o alle cosiddette “proprie radici”, o a cose simili, anziché alle parole di Gesù ha spinto, durante le due ultime guerre mondiali, e in tanti altri conflitti, cattolici ad uccidere i propri “fratelli” cattolici solo perché appartenevano ad una “nazione” diversa, così come ha spinto i protestanti, o gli ortodossi, o gli ebrei o i musulmani ad uccidere i propri “fratelli” di fede semplicemente perché appartenevano ad un’altra “nazione”. La loro ipocrisia può paragonarsi a quella di Caino il quale, dopo aver assassinato Abele, continuava a chiamarlo “fratello” (cfr. Genesi 4:9).
    L’apostolo Paolo disse che Cristo Gesù, con il suo esempio e i suoi insegnamenti, “è la nostra pace”, e non le mistificanti “operazioni di pace militari” dei governi umani, la cui fonte di potere è il nemico di Dio, dell’uomo e della pace, Satana il Diavolo, operazioni che servono solo a nascondere l’avidità, il pregiudizio e quel maledetto “orgoglio” di una umanità alienata da Dio e dalla Sua volontà, anche per colpa di falsi sistemi religiosi conniventi (cfr. Matteo 4:8,9; Giovanni 8:44; Giacomo 4:16).
     
     
    Gesù disse: “voi siete tutti fratelli”. In che modo?
    (Matteo 23:8) 
    L’apostolo Paolo scrisse ai suoi “fratelli” cristiani: “la parola di Dio è vivente ed efficace … essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4:12). La Parola di Dio ha il potere di cambiare la personalità di coloro che si lasciano guidare da essa aiutando chi ha pregiudizi a modificare il proprio modo di pensare e a trattare gli altri in modo imparziale. L’apostolo scrisse queste parole con cognizione di causa perché un tempo egli seguiva rigide tradizioni religiose ed era un violento oppositore della comunità cristiana. Lo faceva perché era pienamente convinto che tutti i cristiani fossero apostati e nemici della vera adorazione. Il suo pregiudizio lo spinse ad appoggiare l’uccisione dei cristiani (cfr. Atti 9:1,2). Ma riuscì a liberarsi del suo fanatico pregiudizio. Divenne egli stesso cristiano e scrisse: “prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità” (1Timoteo 1:13).
    La conoscenza che si può acquistare per mezzo della Parola di Dio, aiuta ogni singola persona ad apprezzare il modo di pensare e di operare del nostro Creatore e ad avere la sua stessa amorevole considerazione per il prossimo. Grazie a questa conoscenza l’apostolo fu in grado di vincere la sua “ignoranza” e il suo pregiudizio. Ma non fu l’unico a cambiare drasticamente il suo modo di pensare. Nella lettera che scrisse a Tito raccomandò ai “fratelli” cristiani di “non parlar male di nessuno, di evitare le contese … Anche noi un tempo eravamo insensati … vivendo nella malvagità e nell'invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda” (Tito 3:2,3).
    Chi, dunque, vuole essere un vero cristiano deve imparare a superare tutti i confini nazionalistici, etnici e razziali di questo mondo e a considerare ogni uomo suo “fratello”. Il vero cristianesimo si riconosce anche da questo, dalla capacità di tutti i fedeli di vivere insieme in pace, in unità, con amore e profondo rispetto reciproco, a qualsiasi razza o etnia essi appartengono, in qualsiasi parte della terra essi vivono.
    La vostra “religione” si distingue per questo? Provate ad esaminarne la storia!
     
    Albert Einstein, il grande scienziato, una volta disse cosa pensava del nazionalismo: “Non mi sono mai identificato con nessun particolare paese … il nazionalismo è una malattia infantile … il morbillo della razza umana”.
    Tempo fa un lettore indiano ha scritto all’editore dell’“Indian Express” di Bombay:
    “Non credo nel patriottismo. È una specie di oppio inventata dagli uomini politici per conseguire i loro detestabili fini. Serve alla loro prosperità. Serve al loro miglioramento. Serve al loro arricchimento. Non è mai per il bene del paese. Non è mai per il bene della nazione. In ogni caso, non è mai negli interessi dell’uomo e della donna comuni come voi e me … Questo sinistro muro ideato dagli uomini politici divide l’uomo dall’uomo, il fratello dal fratello; finché un giorno porterà alla rovina dell’uomo da parte dell’uomo. Patriottismo o nazionalismo, secondo me, sono espressioni idiote di una lealtà artificiosa … Non provo nessun orgoglio ipocrita nell’essere questo o quello. Appartengo all’umanità”.
    Questo è anche il mio pensiero (cfr. Geremia 10:23). Il vostro qual è?
    September 11

    IL PUNTO DI VISTA BIBLICO

     
    OMOSESSUALITÀ: PERCHÉ NO?
     
     
    Confesso che ho pensato molto prima di scrivere questo post temendo di essere confuso con coloro che affrontano questo argomento mossi dal mero pregiudizio nei confronti delle persone che si dichiarano omosessuali e per non rischiare di esser tacciato di omofobia, visto il clima che sta crescendo sulla questione.
    Non condivido gli estremismi di coloro che manifestano il loro dissenso in modo violento, come fanno certi imbecilli assurti alle cronache correnti, né di coloro che esternano pubblicamente, con provocante chiassosità, il loro “orgoglio” omosessuale o, per usare un termine più recente, il gay-pride.
    È indubbio che la questione rappresenta oggi motivo di dibattito non solo morale, ma anche politico, giuridico e sociale poiché gli omosessuali rivendicano “diritti” che fin’ora sono sempre stati negati loro quali, ad esempio, quello di contrarre matrimoni o essere riconosciuti come “coppie di fatto” o di adottare i bambini.
    Non voglio impegnarmi in una dissertazione “politica” della faccenda, non avendone né la competenza né l’interesse. Ma poiché tra le rivendicazioni omosessuali c’è anche quella di "partecipare a tutti i livelli della vita ecclesiale (eucarestia, formazione, catechesi, ministeri, sacerdozio …), il diritto ad avere una famiglia riconosciuta non solo dallo Stato ma anche dalla Chiesa” [dal Convegno "Cristianesimo, nuove famiglie e omosessualità", Valencia (E), ottobre 2001], richiesta  sostenuta da diverse Associazioni di gay e lesbiche che si dichiarano “cristiane” nonché da un crescente numero di teologi cattolici in contrasto con la posizione ufficiale della propria Chiesa, come Benjamín Forcano, teologo moralista e sacerdote spagnolo, il quale, proprio nel convegno in questione, ha dichiarato che “non esiste una base biblica per considerare l'omosessualità un'attitudine ‘disordinata’", da quell’estimatore che sono della Parola di Dio e del cristianesimo apostolico non posso esimermi dall’indagare negli scritti sacri per conoscere il pensiero di Dio e la posizione ufficiale dei primi cristiani al riguardo.
    Perciò la mia unica volontà è riconsiderare il punto di vista biblico su questo tema.
    Prima, però, mi preme fare una sorta di preambolo sugli sviluppi del dibattito sulle cause del comportamento omosessuale e sull’evoluzione del pensiero e della morale su tale condotta.
    Tra le varie cause gli analisti elencano i disturbi psicoanalitici sostenendo che l’omosessualità dipenderebbe da un imperfetto superamento del complesso di Edipo e, quindi, dal rifiuto del proprio ruolo sessuale maschile o femminile. Oppure parlano di disturbi psicosociali derivanti dalle esperienze di un individuo e dal modo, positivo o negativo, in cui esse vengono vissute quali, ad esempio, l’ostilità o un forte legame affettivo nei confronti della madre nonché l’ostilità o le carenze della figura paterna. Più recentemente si è tentato di dare una giustificazione biologica con la ricerca di determinanti genetici ma i risultati sono stati talmente scarni che le stesse associazioni di attivisti omosessuali, che qualche decina di anni fa parlavano di “gene-gay” o di “cervello-gay”, e che tanto all’inizio le hanno supportate ora non parlano più così tanto di basi biologiche o genetiche, perché nessuno studio le ha dimostrate o ha offerto un simile riscontro.
    Comunque l’omosessualità, che fino agli anni ’70 era considerata una malattia dall’APA (l’Associazione dei Medici Psichiatrici Americani) e come tale inclusa nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) alla voce “Deviazione sessuale” al pari della pedofilia, della necrofilia o del feticismo, oggi è stata derubricata come tale e mantenuta nel manuale solo nella voce “Disturbi sessuali”, al pari di quelli che possono colpire qualsiasi persona eterosessuale.
    Parallelamente, dal punto di vista morale si è sviluppato un atteggiamento di maggiore tolleranza, e a volte anche di compiacenza, così che lo stile di vita omosessuale, un tempo ritenuto disonorevole e secretato, oggi è approvato pubblicamente. Cinema, televisione, libri e riviste hanno accresciuto molto l’impatto della cultura gay sulla vita eterosessuale e l’alta concentrazione di omosessuali nel campo dello spettacolo e dell’informazione dà loro una più ampia possibilità di plasmare valori e opinioni.
    Perfino nelle Chiese cosiddette “cristiane”, ad onta delle loro posizioni ufficiali, si levano sempre più alte le voci di rappresentanti del clero a sostegno dell’omosessualità.
    Ad esempio, oltre a quello sopra citato, un altro teologo cattolico, il gesuita John J. McNeill, docente di Etica Cristiana presso la Union Theological Seminary di New York, gay dichiarato, ha difeso apertamente l’omosessualità dicendo: “L’amore fra due lesbiche o due omosessuali, in quanto amore costruttivo fra due esseri umani, non è peccaminoso né allontana la coppia dal piano di Dio, ma può essere un amore santo” (Homosexuality: Challenging the Church to Grow in The Christian Century, 11/3/1987).
    Alla stessa maniera sul fronte evangelico si è aperto un dibattito, dai termini invero molto ambigui, tra il protestantesimo storico e quello definito neo-liberale “impegnato in un tentativo volto a relativizzare il significato dei testi biblici che parlano dell’omosessualità e a svuotarne il contenuto apparentemente negativo” (http://www.alleanzaevangelica.org).
     
    Cosa dicono le Sacre Scritture?
    Gli organi sessuali fanno parte del meraviglioso progetto di Dio per estendere la vita sulla terra. Egli, infatti, mise nella prima coppia che creò un desiderio così forte per la relazione coniugale da garantire il perpetuarsi della famiglia umana. Non stabilì però la relazione sessuale tra l’uomo e la donna solo ai fini procreativi ma anche per il loro reciproco piacere (cfr. Genesi1:27,28; Salmo 139:14,VR e Di - 138:14,CEI; Proverbi 5:18,19). Pensando a questa disposizione e al suo grande potenziale di recare piacere e felicità agli esseri umani, dovremmo davvero sentirci spinti a lodare il nostro grande Creatore per aver ideato un modo così meraviglioso di popolare la terra.
    Quando Satana il Diavolo si ribellò a Dio, si mise all’opera per corrompere questa eccellente disposizione presa per portare all’esistenza un’intera razza umana. Agendo sulla mente dei discendenti di quella prima coppia generati nell’imperfezione riuscì a pervertirne il modo di pensare, anche per quanto riguarda il giusto uso delle facoltà sessuali date loro da Dio. Il racconto biblico dice che, già circa 1.600 anni dopo la creazione dell’uomo, “la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che tutti i disegni dei pensieri del loro cuore non erano altro che male in ogni tempo” (Genesi 6:5).
    E mentre l’umanità sprofondava in una condotta moralmente errata, gli angeli in cielo osservavano.
    Dio non aveva creato gli angeli con il desiderio di avere rapporti sessuali con esseri umani. Ma a quanto pare Satana riuscì a indurre alcuni di essi a considerare in modo errato queste cose ed essi iniziarono a desiderare qualcosa che Dio aveva riservato solo agli esseri umani nel giusto ambito della relazione coniugale. Inseguendo tale desiderio quegli angeli, infine, compirono un’azione malvagia, abbandonando le rispettive posizioni in cielo per venire sulla terra a sposare delle donne. (cfr. Genesi 6:2). Quell’azione fu motivata da un desiderio indebitamente coltivato, non da un desiderio naturale posto in loro da Dio (cfr. Giacomo 1:14,15 - questo è il meccanismo che conduce al peccato, non dovremmo mai dimenticarlo!).
    Quell’azione colmò la pazienza di Dio nei confronti del male commesso dagli uomini e lo costrinse ad intervenire, anche per salvaguardare il suo proposito perché attraverso essa la razza umana rischiava l’estinzione [la Parola di Dio rivela che da quelle unioni innaturali nacquero dei figli dotati di una potenza e di una cattiveria eccezionali; essi vengono chiamati nefilim, cioè “abbattitori” poiché si imponevano con la forza e la violenza sugli uomini normali abbattendoli (cfr. Genesi 6:4). Erano degli ibridi, una forma di vita non approvata da Dio che, a quanto pare, non si riproducevano]. Dio portò un diluvio di acque che distrusse completamente quel sistema malvagio.
    Il discepolo e fratello di Gesù, Giuda, nella lettera che scrisse ai cristiani del I secolo  tracciò un parallelo fra quegli angeli che, seguendo un desiderio innaturale, presero le figlie degli uomini per avere relazioni sessuali con esse e certi uomini che provavano desideri passionali per altri del loro stesso sesso. Egli scrisse:
    Egli ha pure rinchiuso nelle tenebre dell'inferno con catene eterne, per il giudizio del gran giorno, gli angeli che non conservarono il loro primiero stato ma che lasciarono la loro propria dimora. Proprio come Sodoma e Gomorra e le città vicine, che come loro si erano abbandonate alla fornicazione e si erano date a perversioni sessuali contro natura, sono state poste davanti come esempio, subendo la pena di un fuoco eterno” - Giuda 6,7
    La storia biblica ci insegna ciò che accadde nell’antica città di Sodoma. Lì appena 450 anni dopo il Diluvio uomini e ragazzi, assetati di sesso, volevano avere a tutti i costi rapporti con quelli che pensavano fossero semplici ospiti maschi di Lot, il nipote di Abramo (cfr. Genesi 19:4,5). Quegli uomini erano omosessuali. Infatti, la parola italiana “sodomia”, che significa particolarmente ‘rapporti sessuali fra due uomini’, è tratta proprio dal nome della città di Sodoma. Tale pratica era molto diffusa tra gli abitanti di quella città e delle città vicine e aveva contribuito notevolmente ad abbassarne il livello morale (cfr. Genesi 18:23-32). Riferendosi proprio a questo l’apostolo Pietro scrisse che Lot era “angustiato dal comportamento immorale di quegli scellerati. Quel giusto infatti, per ciò che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta per tali ignominie” (2Pietro 2:7,8). Questo fatto non passò inosservato agli occhi di Dio. Quei due uomini (che in realtà erano angeli inviati da Dio) dissero infatti a Lot: “Il grido contro Sodoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave … il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandati a distruggerli” (Genesi 18:20; 19:13). Dio disapprovò la condotta omosessuale dei sodomiti e fece piovere fuoco e zolfo sulla città distruggendoli tutti!
    In seguito, poiché l’omosessualità era estesamente praticata tra i cananei, gli abitanti della “terra promessa”, Dio diede questo comando al popolo di Israele: “Non avrai relazioni carnali con un uomo, come si hanno con una donna: è cosa abominevole” avvertendo che “se uno ha relazioni carnali con un uomo come si hanno con una donna, ambedue hanno commesso cosa abominevole; saranno certamente messi a morte” (Levitico 18:22; 20:13).
    È, dunque, evidente che Dio considerava l’omosessualità una “perversione sessuale contro natura” e come qualcosa di “abominevole” ai suoi occhi. Non ci sono scuse, né attenuanti, né altre possibili interpretazioni a ciò che è scritto nel Vecchio Testamento.
     
     
    Al tempo del Diluvio diversi angeli si ribellarono a Dio scegliendo di vivere “contro natura”, cioè contro il modello divino della creazione. Gli angeli non furono creati per avere rapporti sessuali nell’ambito di una giusta relazione coniugale come il genere umano (cfr. Matteo 22:29,30). Ma quegli angeli ribelli abbandonarono la loro elevata posizione celeste e materializzarono corpi umani per avere rapporti sessuali con donne sulla terra. Deliberatamente scelsero di andare contro il progetto creativo di Dio. La loro azione ebbe effetti drammatici sul senso morale e sulla vita sociale in terra poiché le Scritture dicono che “la malvagità degli uomini era grande sulla terra”.
    La loro condotta è paragonata a quella di uomini e donne che deliberatamente vanno “contro natura” adottando uno stile di vita omosessuale. Anch’essi stravolgono il progetto creativo di Dio il quale, avendoli creati “maschio e femmina”, dopo aver detto che i due dovevano divenire una “sola carne” dotandoli dei rispettivi organi sessuali per “complementarsi”, deve ora sopportare che se che due lesbiche si uniscono sessualmente, una delle due deve servirsi di qualche specie di mezzo artificiale in sostituzione dell’organo maschile per soddisfare l’altra, e se due uomini si accoppiano uno dei due deve assumere in qualche senso il ruolo femminile. Si, nel caso di omosessuali, maschi e femmine, in un modo o nell’altro, è necessario sostituire ciò che il sesso opposto ha “naturalmente”. Per questo motivo Dio, il Dio delle Sacre Scritture, considera tale condotta una “perversione sessuale contro natura” (cfr. Genesi 1:27; 2:18,24; Giuda 6,7). A motivo di ciò Dio distrusse quel mondo antediluviano e gli abitanti delle città di Sodoma e Gomorra dediti all’omosessualità, uno stile di vita che Egli aborrisce! (cfr. Efesini 4:18,19).
    La maggioranza degli angeli, però, mostrò di rispettare il progetto creativo divino e scelse di rimanere fedele al ruolo “naturale” assegnato loro da Dio. Essi, infatti, sollecitarono Lot, che “si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta per tali ignominie” ad abbandonare Sodoma, lo presero perfino per mano e lo trascinarono fuori da essa affinché scampasse (cfr. Genesi 19:15-17).
    L’omosessualità, dunque, è una scelta di vita che una persona coscientemente fa. Chi preferisce tale condotta deve anche sapere che dovrà rendere conto a Dio della sua scelta, perché è scritto: “ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso” (Romani 14:12).
     
    Peter Paul Rubens (1577-1640) - Lot fugge da Sodoma con la sua famiglia
     
    La parola “fornicazione”, che include le “perversioni sessuali contro natura” usata da Giuda nella sua lettera, traduce il termine greco por·neia il quale deriva il verbo por·neuo che vuol dire “darsi a illeciti rapporti sessuali”. Questo stesso termine fu usato da Gesù Cristo quando disse: “Or io vi dico che chiunque manda via la propria moglie, eccetto in caso di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette adulterio” (Matteo 19:9). Un dizionario greco, il Greek and English Lexicon of the New Testament di Edward Robinson, dice che usando por·nei′a egli incluse evidentemente “ogni rapporto proibito dalla Legge mosaica”. Quella Legge comprendeva fra i suoi comandi anche quello di Levitico 18:20, cioè: “Non avrai relazioni carnali con un uomo, come si hanno con una donna: è cosa abominevole”. Secondo Gesù commettere por·neia era moralmente così errato da essere un motivo per sciogliere il vincolo matrimoniale. Perciò anche Gesù parlò apertamente contro l’omosessualità.
    Che questo fosse un comando che riguardava anche i cristiani si comprende da ciò che scrissero al riguardo gli apostoli.
    L’apostolo Pietro, ricollegandosi alla condotta degli abitanti di Sodoma, paragonò gli uomini che la imitavano ad “animali irragionevoli nati secondo natura per esser presi e distrutti” (2Pietro 2:6-13).
    L’apostolo Paolo fu ancora più esplicito e scrisse:
    Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno … E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” - Romani 1:24-28,32
     
    È evidente, dunque, che l’omosessualità non è uno stile di vita alternativo approvato da Dio. Nel futile tentativo di far sembrare che lo sia, spesso predicatori sia omosessuali che laici torcono le Scritture, come ha spesso tentato di fare il citato gesuita John J. McNeill (cfr. 2Pietro 3:16).
    Chiunque si dichiara “cristiano” dovrebbe tenere presente qual è il punto di vista di Dio chiaramente espresso nella sua Parola, perché l’apostolo Paolo aggiunse:
    Non v'ingannate: né i fornicatori … né gli effeminati, né gli omosessuali erediteranno il regno di Dio” - 1Corinzi 6:9,10
     
    Ma perché Dio è così inflessibilmente contrario all’omosessualità?
    Avendo stabilito le leggi universali della natura Egli conosce la nostra costituzione fisica, mentale, emotiva e spirituale. È contrario all’omosessualità perché sa che essa non reca alcun beneficio all’individuo.
    Dall’apostolo Paolo ha fatto scrivere che tale pratica è “contro natura”. Il comportamento omosessuale è in ogni caso una deviazione dal Suo disegno creativo e qualsiasi deviazione dal disegno creativo di Dio produce cattivi risultati (come mostrano i rovinosi effetti prodotti dall’uomo sull’ambiente).
    Non sorprende, dunque che Raoul Weston La Barre, noto antropologo della Duke University - North Carolina, USA, abbia definito l’omosessualità una “frustrazione della propria e dell’altrui essenziale natura biologica”.
    Dio ha fatto anche scrivere: Io sono il Signore tuo Dio che ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi andare” (Isaia 48:17).
    Alcuni pensano che Dio sia troppo severo perché omosessuali ci si nasce e non si può fare niente per cambiare comportamento. Se così fosse, perché alcuni sono omosessuali solo per parte della loro vita, forse nell’età più avanzata? Non è logico pensare che dovrebbero esserlo fin dalla nascita?
    Le cause che spingono verso l’omosessualità sono a tutt’oggi sconosciute. Molto probabilmente è un insieme di fattori che spinge la persona ad abbandonare le normali relazioni eterosessuali per quelle omosessuali. In ogni caso l’omosessualità è una scelta di vita che la persona fa. Una rivista dedicata, Gay-Vue, asserisce, infatti, che una “persona ha evidentemente la possibilità di conformarsi a uno qualsiasi o a tutti i modelli sessuali. Per tale motivo, a un certo punto nel corso della vita finisce per sceglierne uno”.
    Gli omosessuali dunque sono tali perché lo vogliono. Come dice la Parola di Dio, è “secondo i desideri dei loro cuori”.
    Sapendo questo, se una persona omosessuale vuole piacere a Dio, e vuole essere considerata un vero cristiano, deve abbandonare tale pratica, non ha alternativa!
    Nel primo secolo alcuni fecero proprio così! L’apostolo Paolo infatti disse “tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio” (1Corinzi 6:11)
     
    August 29

    LA LEGGE DEGLI UOMINI O LA LEGGE DELLA COSCIENZA?

     
     
     
    QUAL È IL PROBLEMA?
     
     
    L’interruzione volontaria della gravidanza (IVG), regolata da una legge trentennale dello Stato italiano, la n. 194 del 22/5/1978, è argomento che suscita sempre, per la delicatezza della materia trattata, accesi dibattiti di carattere politico, sociale, medico e teologico e ancor più accese polemiche.
    Nel 1981 due referendum abrogativi, uno sollecitato dall’area cattolica, il quale tendeva ad abolire la L.194, e l’altro portato avanti dall’area radicale, che mirava a una piena depenalizzazione dell’aborto, furono sottoposti alla valutazione del corpo elettorale che, con diverse percentuali, li respinse entrambi.
    Negli ultimi anni una nuova scoperta scientifica ha rivoluzionato completamente l’orizzonte delle tecniche per indurre l’IVG. Oggi, infatti, l’aborto si può provocare attraverso la somministrazione di sostanze farmacologiche che evitano il ricorso all’intervento chirurgico. Con l’assunzione di una semplice “pillola”, denominata RU-486, è ora possibile indurre l’espulsione dei tessuti embrionali dalla cavità uterina. Questa circostanza ha rilanciato la battaglia tra gli opposti schieramenti pro e contro l’aborto.
    Questa contesa si è poi inserita in un contesto conflittuale più ampio, che abbraccia diverse tematiche di interesse nazionale, che vanno dall’insegnamento della religione cattolica nelle scuole al finanziamento delle scuole private (nella quasi totalità gestite dalla curia cattolica), da questioni riguardanti la bioetica (vedi il testamento biologico) ai progetti sulle unioni di fatto, fino alla difesa di una presunta identità collettiva del popolo italiano (che tanto ricorda quella dell’integrità della razza di ventennale memoria) da opporre a credi religiosi di diversa estrazione, specialmente quelli connessi ai flussi emigratori. È una lotta che vede schierato da una parte l’imponente apparato della Chiesa Cattolica, con il Papa Benedetto XVI impegnato in prima persona a scagliare i suoi irriverenti “anatemi” antirelativisti, la quale, abusando del suo incontestabile diritto di dichiarare ai fedeli le linee guida della propria morale, fa pressioni sulle Istituzioni statali, e su una classe politica asservita e totalmente priva del senso di etica pubblica, da usare come “braccio secolare” per imporre una uniformazione forzata alle proprie pratiche, e dall’altra una coalizione sempre più agguerrita di “laici” impegnati a far sentire la propria voce a tutela di un pluralismo ideologico, oltreché religioso, e di quella libertà di coscienza che dovrebbe caratterizzare ogni ordinamento autenticamente democratico.
     
    Tornando alla questione dell’aborto, colpisce vedere qual è la diversa posizione di quelle confessioni religiose che hanno la pretesa di dettare la giusta morale come, ad esempio, le tre grandi religioni monoteiste della terra, la “cristiana” (che include, oltre la Chiesa Cattolica, la Chiesa Ortodossa e le varie denominazioni cosiddette “protestanti”), quella ebraica e quella mussulmana.
    Secondo la Chiesa Cattolica “il rifiuto di praticare l’aborto, o anche solo di collaborare ad esso, costituisce una grave obbligazione morale, radicata nella legge scritta nel cuore di ogni uomo, e riproposta dalla Chiesa nella sua legislazione che colpisce con la scomunica i cristiani che procurano l’aborto o che vi collaborano” (L’Osservatore Romano, 24/1/1990). La Chiesa Ortodossa è più o meno sulla stessa linea di condotta.
    Sorprendentemente nelle chiese “protestanti” non si trova una unità di intenti al riguardo. Ritroviamo il loro clero e i fedeli suddivisi in “fondamentalisti”, che si oppongono decisamente e, in alcune circostanze anche violentemente, a tale pratica, e i “liberali” schierati su posizioni meno oltranziste. Ad esempio, nel 16° Sinodo Generale della Chiesa Unita di Cristo fu stabilito che tale chiesa “difende il diritto di uomini e donne di avere adeguati servizi di pianificazione familiare e di poter eventualmente scegliere di abortire in maniera legale e sicura”. In un comunicato stampa dell'Agenzia di stampa NEV del 3/1/2008, inoltre, la signora Letizia Tomassone, vicepresidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), ha affermato, tra l’altro, che ‘l'autonomia riproduttiva delle donne è uno dei diritti umani fondamentali. Non si possono obbligare le donne ad avere figli o a portare avanti gravidanze indesiderate”. Paolo Ricca, docente emerito di Storia della Chiesa della Facoltà Valdese di Teologia di Roma, in un articolo dal titolo ‘L'embrione, la persona, la fede' pubblicato su Riforma del 20/5/2005, ha, poi, affermato che “‘credere nel Dio creatore significa dunque … ricevere la vita come dono, come invenzione e creazione di Dio e non nostra, come «opera delle sue mani» … Proprio perché la fede crede in questa miracolosa «tessitura» del nostro corpo nel corpo materno, essa è fondamentalmente contraria all'aborto, pur essendo favorevole alla legge che lo legalizza (per combattere la piaga dell'aborto clandestino), pur considerando moralmente lecito l'aborto terapeutico, e pur affermando senza mezzi termini che l'ultima parola, quella decisiva, in materia di aborto, ce l'ha la donna”. C’è, infine, da citare la dichiarazione, piuttosto ambigua, di un pastore pentecostale delle Assemblee di Dio in Italia (ADI), Francesco Toppi, il quale ha dichiarato “Non siamo favorevoli all'interruzione della gravidanza, ma lasciamo sempre la responsabilità alla persona” (‘Tutte le risposte nell'Evangelo', in Il Tempo del 3/3/1995).
    L’ebraismo è ugualmente diviso: la parte ortodossa è in maggioranza antiabortista, mentre gli ebrei riformati e conservatori sono in maggioranza a favore dell’aborto.
    L’Islam permette l’aborto per qualsiasi motivo durante i primi 40 giorni, dopo di che lo permette solo se la vita della madre è in pericolo. Il Hadith, cioè la Tradizione, dice, infatti, che il feto è “per 40 giorni nella forma di un seme, poi è un grumo di sangue per un uguale periodo di tempo, poi è un pezzetto di carne per un uguale periodo di tempo, poi … gli viene mandato l’angelo che soffia in lui l’alito della vita”.
     
    Nel nostro paese è forte il sentimento religioso. Almeno il 96% della popolazione, ad esempio, dichiara di aderire alla fede, e quindi alla morale, cattolica.
    Cosa vi aspettereste, pertanto, sul tema dell’aborto?
    In base al risultato del referendum del 1981 è evidente che le indicazioni date dalla gerarchia della Chiesa Cattolica in materia sono ampiamente disattese dai suoi fedeli.
    Date poi un’occhiata a questa recente tabella pubblicata dall’ISTAT.
     
    Negli ultimi venti anni nel nostro paese sono stati effettuati circa 2.800.000 aborti (quasi il 5% della popolazione attuale), almeno quelli ufficialmente registrati. Quanti ne sono stati fatti in ambulatori e strutture private che non sono stati dichiarati?
    Dall'esame della su indicata tabella appare subito evidente un paradosso: le regioni dove governano coalizioni dichiaratamente e fortemente schierate a sostegno della presunta identità collettiva “cristiana” del popolo italiano sono quelle con il più alto numero di aborti procurati.
    Quindi c’è ancora da chiedersi: perché le indicazioni della gerarchia cattolica sono così ampiamente disattese dai fedeli di questa Chiesa e quanti di essi sono stati “scomunicati” per procurato aborto?
    Qual’è il vero problema?
     
    L’aborto alla luce della Parola di Dio
    La Bibbia rivela che il Creatore della vita considera la vita stessa sacra! Il concetto di “sacro” o “santo” nelle Sacre Scritture dà l’idea di qualcosa di riservato, di appartato.
    Dio è il datore della vita poiché è scritto “in te è la fonte della vita e per la tua luce noi vediamo la luce” (Salmo 36:9,VR e Di - 35:10,CEI). Perciò la vita di ogni creatura gli appartiene, gli è “riservata” ed Egli non ha concesso a nessun’altro di disporre a suo piacimento della propria o dell’altrui vita.
    Con un esplicito comandamento Egli ne ha vietato la soppressione. È, infatti, anche scritto nella sua Parola “non uccidere” (Esodo 20:13). Il rispetto per il principio della sacralità della vita è uno dei fondamenti della vera pace e sicurezza. Ma questo rispetto per la vita troppo spesso è mancato. Gli uomini sono diventati esperti nel sopprimere la vita, e nessuno di loro è in grado di restituirla una volta perduta.
    Ora la questione è: quando inizia la vita? In altre parole, da quando Dio la considera sacra così che non si debba sopprimere?
    Lui stesso ce lo rivela. Per mezzo degli scrittori biblici Egli ha dato queste indicazioni:
    Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre … Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto … Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno - Salmo 138:13-16, CEI - 139:13-16,VR e Di
    Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato - Geremia 1:5
    È, dunque, evidente che Dio considera una persona vivente mentre è ancora allo stato embrionale nel seno materno. Egli considera sacra la vita fin dal momento del suo concepimento quando, cioè, uno spermatozoo maschile unisce i suoi 23 cromosomi con un ugual numero d’essi nell’ovulo femminile dando inizio a quel processo di formazione del corpo umano che culminerà con la nascita. Sin dal momento del concepimento vengono, infatti, immutabilmente stabiliti il sesso e tutte le altre caratteristiche della persona. Il solo cambiamento sarà la crescita durante i nove mesi della gravidanza.
     
                    
     

    Mentre il bambino è ancora nel grembo materno, Dio lo considera una persona vivente. Il perché lo si capisce da tutta l’attività che svolge nell’utero. La scienza ci ha rivelato che alla fine del secondo mese tutte le parti del suo corpo sono presenti e funzionanti: egli sente, impara e ricorda. Infatti durante la terza settimana di gravidanza già inizia a formarsi il cervello ed entro l’ottava settimana si sviluppa il suo corredo di neuroni con milioni di connessioni, dette sinapsi, che permettono al cervello stesso di svolgere le sue funzioni e il bambino inizia ad imparare. A sette settimane e mezzo hanno inizio i primissimi movimenti del feto. A tredici settimane le papille gustative funzionano, e da quel momento in poi, se si aggiunge zucchero al liquido amniotico, la velocità della deglutizione raddoppia. Ma se vi si aggiunge qualcosa dal sapore sgradevole, il feto riduce drasticamente la deglutizione e fa smorfie per manifestare il suo disgusto. A quindici e sedici settimane il feto respira, ha il singhiozzo, succhia, deglutisce, sbadiglia, muove gli occhi. Non solo il suo cervello percepisce ciò che avviene all’interno dell’utero ma nota e ricorda anche cose che avvengono all’esterno. Alcuni ricercatori hanno constatato che ogniqualvolta mettevano sul giradischi una delle sublimi composizioni di Vivaldi o Mozart, invariabilmente il battito cardiaco del feto che stavano esaminando si regolarizzava e diminuiva la frequenza dei suoi calci, mentre tutte le forme di musica rock creavano turbamenti nella maggior parte dei feti (T. R. Verny, con la collaborazione di J. Kelly, Vita segreta prima della nascita, trad. di L. Perelli Corneo, Milano, Mondadori, 1981).

    Prima che nascesse Giovanni Battista, Dio fece dire a un angelo: “egli sarà grande davanti al Signore … sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre”. Quello Spirito Santo fece saltare Giovanni, un feto di sei mesi dentro il seno di sua madre Elisabetta, quando ella udì il saluto di Maria, appena incinta di Gesù. Avrebbe Dio usato il suo Spirito per farlo muovere in questo modo se avesse considerato il feto di Giovanni un semplice “pezzo di tessuto”?

    In quel tempo, l’embrione nel seno di Maria non era probabilmente più grande della capocchia di uno spillo. Ma Dio sapeva che cosa si stava sviluppando in quella minuscola quantità di protoplasma. Il suo Spirito aveva fornito il “libro” di istruzioni che avrebbe prodotto un uomo perfetto avente le qualità del suo unigenito Figlio. Come pensiamo che Dio considerasse quell’embrione appena concepito? Le parole che Elisabetta, spinta dallo Spirito di Dio, disse con apprezzamento a Maria, sono appropriate: “benedetto il frutto del tuo grembo” - Luca 1:15,39-42.

      
    Fu per questo motivo che nella Legge data al popolo di Israele Dio introdusse norme che tutelavano il nascituro. Ad esempio, se in una lotta fra due uomini una donna incinta veniva ferita o ne risultava un aborto, la legge prevedeva pene severe. In Esodo 21:22,23 leggiamo, infatti: “Se durante una rissa qualcuno colpisce una donna incinta e questa partorisce senza che ne segua altro danno, colui che l'ha colpita sarà condannato all'ammenda che il marito della donna gli imporrà; e la pagherà come determineranno i giudici; ma se ne segue danno, darai vita per vita” (VR). Quindi, quando il danno arrecato faceva nascere prematuramente il bambino vivo, senza che avesse esito mortale né per la madre né per il bambino, era imposta un’ammenda. Se, però, il colpo toglieva la vita alla madre o al bambino che aveva in seno, la Legge richiedeva “vita per vita”.           
    Sopprimere deliberatamente la vita di un nascituro sarebbe stato ancora più grave poiché per la Legge di Dio, chiunque avesse volontariamente tolto una vita umana doveva essere condannato a morte come omicida (cfr. Numeri 35:30, 31). Dio ha tuttora la stessa alta considerazione per la vita.
    Il profondo rispetto per la volontà di Dio riguardo alla vita del nascituro dovrebbe rendere i genitori pienamente responsabili di quella vita.
     
    Perché abortiscono?
    Alla fine degli anni ’80 fu fatto un sondaggio su un campione di 2.040 persone il quale rivelò che, contrariamente ai dettami della Chiesa Cattolica, gli italiani approvano l’aborto in quattro casi:
    (1) Quando la gravidanza mette in pericolo la vita della donna, l’83% è favorevole all’aborto.
    (2) Quando esiste un rischio di malformazione del feto, il 76,3% è favorevole ad interrompere la gravidanza.
    (3) Quando è a rischio la salute della donna, il 71,1% è a favore dell’aborto.
    (4) Quando la gravidanza è procurata da una violenza, il 55,2% sostiene che dovrebbe essere permesso abortire.
    Inoltre più di 1 italiano su 4 si è dichiarato a favore dell’aborto “in tutti i casi in cui la donna lo desidera”. (La Repubblica del 18-19/2/1990).
    Appare evidente che, in questioni così personali, la gerarchia cattolica non ha saputo dare ai suoi fedeli un insegnamento scritturale adeguato capace di garantire la loro ubbidienza.
    Questo, dunque, è il vero problema!
    L’incapacità delle chiese di addestrare le coscienze delle persone secondo i princìpi della Parola di Dio!
    Per sopperire a tale incapacità si ricorre al “braccio secolare” per imporre ex lege di uomini imperfetti ciò che in ogni creatura dovrebbe essere naturale: l’esercizio libero della propria coscienza, secondo il dono del libero arbitrio che il Creatore le ha fatto, in base alla conoscenza e all’apprezzamento per la sua volontà.
    A ciò deve aggiungersi l’imposizione di precetti che nulla hanno a che fare con la volontà di Dio, come il divieto di usare metodiche anticoncezionali non in contrasto con i princìpi biblici.
    Con l’enciclica Humanae Vita, emanata nel 1968, il Papa Paolo VI ha riaffermato la dottrina cattolica che proibisce l’uso di mezzi artificiali per il controllo delle nascite. La norma ufficiale della Chiesa Cattolica, infatti, dichiara che solo i metodi “naturali” di controllo delle nascite sono moralmente accettabili. Secondo quanto dichiarato dal successivo Papa Giovanni Paolo II il metodo “naturale” consiste nel “discernere i ritmi della fecondità umana e regolare … la paternità in base a questi ritmi”. Altre forme di contraccezione sono vietate.
    È chiaro che molti cattolici non trovano pratico il metodo dei ritmi. Pertanto sono costretti a scegliere se seguire i dettami della propria coscienza o la dottrina della loro Chiesa. Così molti di essi tendono a ignorare le dichiarazioni del Papa, sebbene non senza lunghi esami di coscienza. In Italia una recente indagine ha indicato che quelli inequivocabilmente allineati con la posizione ufficiale della Chiesa erano meno del 2 per cento.
    Ci si chiede, quindi, se esistono istruzioni divine precise in relazione al controllo delle nascite.
    Coloro che si esprimono contro la contraccezione citano spesso il comando biblico dato ad Adamo ed Eva: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (Genesi 1:28). Ma la Bibbia non insegna che solo la procreazione renda legittimi i rapporti sessuali fra marito e moglie. Oltre ai fini della procreazione, Dio ha stabilito la relazione sessuale anche per il piacere reciproco della coppia, come dimostrano le seguenti parole fatte scrivere in Proverbi 5:18,19 “rallegrati con la sposa della tua gioventù. Cerva amabile e gazzella graziosa, le sue mammelle ti soddisfino in ogni tempo, e sii continuamente rapito nel suo amore”.
    In nessuna parte della Bibbia si parla di controllo delle nascite o di metodi anticoncezionali. Perciò in questa faccenda, come in altre dove mancano dirette indicazioni scritturali, ciascuna coppia deve decidere secondo la propria coscienza. Stabilire norme arbitrarie su ciò che è bene e ciò che è male significa andare “oltre ciò che sta scritto” (1 Corinzi 4:6). Questo è quello che ha fatto la gerarchia cattolica ponendo un pesante fardello sulle spalle dei fedeli, inibendone un saggio e giusto uso della propria coscienza (cfr. Matteo 23:4). Secondo un libro, la Chiesa assorbì dai greci la filosofia stoica, sospettosa verso ogni forma di piacere e finì per insegnare che qualunque piacere di natura sessuale, incluso quello derivante dai normali rapporti coniugali, era peccaminoso dichiarando che il sesso doveva servire solo per procreare (Thomas C. Fox, Sexuality and Catholicism). È anche a causa di tale prescrizione antiscritturale che molte coppie sono poi costrette a ricorrere all’aborto per far fronte a gravidanze indesiderate.
     
    Mentre riflettevo su queste informazioni mi son chiesto perché organizzazioni religiose, giudicate “fondamentaliste” o “intransigenti” per la loro stretta aderenza alle Sacre Scritture, come ad esempio i Testimoni di Geova (ma penso che ce ne siano anche altre), non fanno mai pressioni sulle Istituzioni governative e non alzano mai la voce per far valere le loro posizioni su argomenti di tale interesse per la comunità cristiana. Così, conoscendone alcuni, mi son preso la briga di chiederglielo.
    In sintesi la loro risposta è stata questa: ogni cristiano dovrebbe avere una coscienza addestrata in base alle Sacre Scritture, poiché queste esprimono la volontà di Dio (cfr. 2Pietro 1:20,21). Nella sua Parola scritta Dio ha provveduto norme e princìpi che danno ai cristiani una guida sicura ed equilibrata per le proprie scelte di vita (cfr. Salmo 119:105,VR e Di - 118:105,CEI). Perciò ognuno di essi scrive nel proprio cuore questa legge della coscienza e non ha bisogno di ricorrere alla legge dell’uomo per stabilire ciò che è giusto o sbagliato dal punto di vista di Dio (cfr. Romani 2:14,15).
    La conoscenza delle norme e dei princìpi biblici dà al cristiano perspicacia, discernimento e saggezza permettendogli di fare liberamente e senza alcuna costrizione delle scelte nel pieno rispetto la volontà di Dio, indipendentemente da ciò che stabilisce la legge umana (cfr. Atti 5:28,29). Questa guida divina, e non una legge scritta da uomini, permette a ogni singolo cristiano di fare la scelta giusta anche sulla questione dell’aborto!
    Pertanto appare del tutto pretestuosa la pressione della Chiesa Cattolica sulle Istituzioni statali e sulla classe politica per far approvare una legge contro l’aborto! Questa è già scritta nella Parola di Dio, nei termini e con una sapienza di gran lunga superiore a quella umana. Essa dovrebbe essere scritta anche nei cuori di ogni fedele!
    La “lotta” della gerarchia cattolica su questo argomento, e in tanti altri summenzionati, sembra più improntata a salvaguardare il proprio potere e a ribadire il proprio “peso” politico conseguiti in questo paese (altrimenti non si spiega perché non viene condotta con altrettanta tenacia nelle altre nazioni) che non al dare ai propri fedeli una giusta motivazione e la guida sicura della Parola di Dio nell’affrontare i problemi della vita!  

     
    August 09

    VERO AMORE O SENTIMENTALISMO - III parte

     
     non amiamo a parole … ma con i fatti e in verità”
    1Giovanni 3:18
     
     
    Al tempo di Gesù c’era una domanda che sollevava accesi dibattiti tra i farisei: delle oltre 600 norme che formavano la Legge mosaica, qual era la più importante?
    I farisei decisero di porre questa domanda controversa a Gesù, sperando dicesse qualcosa che avrebbe potuto danneggiare la sua credibilità. Così uno di loro gli si avvicinò e gli chiese: “qual è il più grande comandamento della Legge?” (Matteo 22:34-36).
    La risposta di Gesù ha un’enorme importanza anche per noi oggi perché in essa egli riassunse quella che è sempre stata, e sempre sarà, l’essenza della vera adorazione.
    Evitando di esprimere un suo parere personale, ancora una volta Gesù rispose citando le Sacre Scritture. Ricollegandosi a Deuteronomio 6:5 disse: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua e con tutta la tua mente". Questo è il primo e il gran comandamento”.
    Ma, nonostante la domanda del fariseo vertesse su un solo comandamento, Gesù ne menzionò anche un altro. Sempre rifacendosi alle Sacre Scritture, aggiunse: “il secondo, simile a questo, è: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (Matteo 22:37-40; cfr. Levitico 19:18).
    Quel fariseo non rimase sorpreso dalla risposta di Gesù. Sapeva bene che amare Dio era un aspetto essenziale della vera adorazione. Egli disse quindi a Gesù: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico (ma guarda … dunque non sono tre!, n.d.r.) e non v'è altri all'infuori di lui; e che amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l'anima e con tutta la forza, e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Marco 12:32,33).
    Qual è dunque la lezione per tutti i cristiani?
    Possiamo fare tanti “sacrifici” o fare “offerte”, come richiedeva la Legge, ma agli occhi di Dio ciò che conta davvero è l’amore che c’è nel cuore dei suoi servitori. Si, per Dio ha più valore in assoluto qualcosa che tutti possiamo dargli, indipendentemente dalle circostanze in cui ci troviamo: il nostro amore.
     
    Manifestiamo il nostro amore per Dio
    Molti pensano che l’amore sia un sentimento su cui si ha poco controllo. Il vero amore, però, non è solo un sentimento. Si riconosce da ciò che una persona fa, non semplicemente da ciò che prova, perciò l’apostolo fu ispirato a scrivere: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità” (1Giovanni 3:18,VR).
    L’amore per Dio ci spinge a fare non ciò che noi “sentiamo” sia giusto, ma ciò che Egli considera retto e vero, a difendere e sostenere non la nostra ma la sua “verità”, quella che Egli ha fatto scrivere nella sua Parola (cfr. Giovanni 17:17). Lo stesso apostolo ribadì questo punto dicendo ancora: “in questo consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti” (1Giovanni 5:3).
    Se amiamo Dio gli ubbidiamo
    Nell’esprimere il nostro amore nei confronti del nostro Creatore abbiamo l’esempio perfetto di Gesù e i suoi insegnamenti.
    Parlando del suo esempio l’apostolo Paolo disse che egli “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Filippesi 2:8). Cristo fu disposto a ubbidire al suo Padre celeste anche a costo della sua vita. Sapeva che per Dio il fatto di ubbidire alle sue norme e alle sue disposizioni è di fondamentale importanza e si comprende bene il perché: da un solo atto di disubbidienza, quello dei nostri progenitori Adamo ed Eva è risultata la condanna a morte per tutto il genere umano e solo la perfetta ubbidienza del Cristo vi ha potuto porre rimedio (cfr. Romani 5:19).
    Cosa veramente significa ubbidire a Dio è illustrato da un racconto che Egli ha fatto scrivere nella sua Parola. L’antico re Saul fu scelto da Dio per governare sul suo popolo. Per svolgere questo incarico egli spesso dovette combattere contro molti nemici. I filistei furono fra i più acerrimi nemici contro cui Saul dovette impegnarsi. Un giorno essi vennero a migliaia per combattere contro gli Israeliti. Il profeta Samuele, sotto ispirazione, disse a Saul di aspettare che egli venisse a offrire un sacrificio propiziatorio, o dono, a Dio prima della battaglia. Ma Samuele ritardava. Saul temendo che i filistei cominciassero la battaglia, non aspettò più e compì il sacrificio da solo. Dio, però, non accettò quel sacrificio, anche se rivolto verso la sua persona, perciò fece dire a Saul: “Hai agito da stolto, non osservando il comando che il Signore Dio tuo ti aveva imposto, perché in questa occasione il Signore avrebbe reso stabile il tuo regno su Israele per sempre. Ora invece il tuo regno non durerà. Il Signore si è già scelto un uomo secondo il suo cuore e lo costituirà capo del suo popolo, perché tu non hai osservato quanto ti aveva comandato il Signore” (1Samuele 13:13,14).
    Successivamente Dio diede a Saul un altro specifico comando, ma ancora una volta egli decise di fare di testa sua, lasciandosi guidare dal sentimentalismo; poi tentò di scusarsi offrendo a Dio sacrifici. Ma Dio gli fece di nuovo dire: “Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio … Perché hai rigettato la parola del Signore, Egli ti ha rigettato come re” (1Samuele 15:22,23).
    Per la sua disubbidienza Saul perse il favore di Dio e il regno. Ma qual è il punto?
    Saul era tutt’altro che un oppositore, egli sedeva “sul trono di Dio” a Gerusalemme.. Aveva, però, la tendenza a fare di testa sua e a decidere da solo cosa era giusto o sbagliato fare. Non dava debita importanza ai comandi divini e non faceva esattamente quello che Dio richiedeva da lui.
     
     
    Quando Dio lo scelse per farlo re di Israele, Saul era un uomo modesto. In una occasione disse al profeta Samuele: “Non sono io un beniaminita della più piccola delle tribù d’Israele, e la mia famiglia la più insignificante di tutte le famiglie della tribù di Beniamino?” (1Samuele 9:21). La sua modestia svanì mentre era in guerra contro i filistei. Pensò che la lentezza dell’anziano Samuele gli desse il diritto di prendere in mano la situazione senza tener conto delle precise istruzioni che gli erano state date (cfr. 1Samuele 10:8). L’atto di presunzione di Saul è stato incluso nella Parola di Dio per nostro beneficio. L’orgoglio e la presunzione potrebbero impedire anche a noi di ubbidire a Dio facendo esattamente ciò che Egli desidera che noi facciamo e spingendoci ad agire secondo i nostri punti di vista personali anziché seguire la sua guida. Nell’adorazione è Dio che detta le regole e nessun’altri. Come Egli desidera essere adorato l’ha fatto scrivere nella sua Parola. Tutti i cristiani hanno l’obbligo di accertarsi se ciò che credono e praticano è veramente quello che Dio ha comandato (cfr. 1Giovanni 5:3; 1Tessalonicesi 5:21; Atti 17:11).
     
    Al contrario Gesù non pensò né si comportò mai in questo modo. Quando si trovò sotto pressione emotiva (più o meno come accadde a Saul) e chiese a Dio di liberarlo dall’accusa infamante di cui era fatto oggetto, egli umilmente disse: “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Luca 22:42).
    Come Gesù, anche noi dimostriamo di amare Dio ubbidendogli in ogni cosa. “In questo sta l'amore: nel camminare secondo i suoi comandamenti”, scrisse l’apostolo Giovanni (2 Giovanni 6). Notiamo bene cosa dice l’apostolo: “camminare secondo i suoi comandamenti”, non dice “secondo la Tradizione” degli uomini, che Cristo peraltro condannò, neanche “secondo qualche Magistero” umano e neppure “secondo qualche Catechismo” inventato da esseri umani. Quelli che amano davvero Dio non si comportano secondo il loro modo di vedere le cose né seguono insegnamenti di altri uomini ma si lasciano guidare da Lui. Riconoscendo di non essere in grado di dirigere i propri passi, confidano nella sapienza di Dio e si sottomettono alla sua guida amorevole (cfr. Geremia 10:23). Sono come quegli antichi bereani che esaminavano con attenzione le Scritture per comprendere più a fondo la volontà di Dio, accertandosi che effettivamente quello che credevano e facevano era scritto nella sua Parola (cfr. Atti 17:11; Salmo 119:105,VR e Di - 118:105,CEI).
    Noi l’abbiamo mai fatto?

    Se amiamo Dio ci manteniamo separati dal mondo

    In una delle sue ultime preghiere a favore dei suoi discepoli Gesù disse: “Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come neppure io sono del mondo … Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Giovanni 17:14,16).
    A chi si riferiva Gesù parlando del “mondo”?
    Alla ingiusta società umana che si è allontanata da Dio e dalla sua volontà (cfr. Efesini 2:2).
    Gesù fu rigettato, odiato e addirittura perseguitato da questo “mondo”. I governanti di questo “mondo” lo processarono e lo condannarono a morte! E parte di quel “mondo”, purtroppo, era composto anche da persone che affermavano di adorare Dio.
    Egli disse che lo stesso “mondo” avrebbe odiato e perseguitato anche i suoi discepoli.
    Perché questo? Perché “tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Giovanni 5:19).
    Quando, dunque, vediamo le chiese cosiddette “cristiane” fare concordati con i governi di questo “mondo” alienato da Dio e dal suo Regno o quando vediamo i capi di tali chiese stringere amicizia con i governanti di questo “mondo”, cosa dobbiamo pensare? Quando essi sono ricevuti con tutti gli onori dai rappresentanti politici, dai picchetti militari, da esponenti della corrotta finanza di questo “mondo”, come possiamo immaginare che essi lo facciano nel nome di quel Cristo che disse “io non sono del mondo”? Quando queste stesse chiese incitano alla violenza sostenendo le guerre dei governanti di questo “mondo” e benedicendo le armi dei loro eserciti come possiamo credere che sono dalla parte del Principe della pace, Gesù? (cfr. Isaia 9:6; Apocalisse 18:9-13; 19:17,18).
     
    Una differenza sostanziale e significativa!
     
       
     
    Nel I secolo i soldati romani portarono Gesù in catene dal governatore Pilato per essere processato e condannato a morte perché predicava il Regno di Dio (cfr. Luca 4:43; Giovanni 18:36,37). In seguito lo scortarono al patibolo sul quale affissero un cartello con la scritta “Gesù il Nazareno, il re dei giudei” (Giovanni 19:19). Il suo rapporto con i rappresentanti del dominio dell’uomo fu sempre conflittuale perché, nella controversia del dominio universale, fino alla fine Gesù si schierò dalla parte della Sovranità di Dio.
    Oggi i soldati “romani” scortano i capi del cristianesimo apostata mentre vanno ad omaggiare i rappresentanti del dominio dell’uomo con i quali intrattengono rapporti di amicizia e ricevono anche l’ “onore” delle armi. Nella controversia della sovranità universale essi si sono schierati dalla parte del dominio di Satana che manovra i governi dell’uomo (cfr. Matteo 4:8,9; 1Giovanni 5:19; Giacomo 4:4).
     
       
     
    La storia di queste chiese dimostra che esse non si sono mantenute separate dal “mondo” perciò si sono squalificate come seguaci di Cristo e come adoratori di Dio.
    Dopo la morte degli apostoli cristiani del I secolo molti “vescovi” (greco epìskopous) della chiesa apostatarono e deviarono sempre più dagli insegnamenti di Cristo, proprio come la Parola di Dio aveva predetto (Atti 20:29,30; 1Timoteo 4:1-3). La chiesa, ormai corrotta, finì per legarsi sempre di più allo Stato secolare finché, nel IV secolo l’imperatore romano Costantino non le conferì il ruolo di chiesa di Stato. In tale ruolo ha partecipato ai più imponenti bagni di sangue della storia. Persino l’opera di evangelizzazione è stata compiuta con la forza delle armi negli interessi delle forze politiche e commerciali del “mondo” come, per esempio, è accaduto con gli indios dell’America latina e i nativi del Nord-America
    I cristiani del I secolo, pur se nascosti dalle zizzanie del falso cristianesimo che iniziavano a crescere in mezzo a loro (cfr. Matteo 13:24-30,36-42), si sono sempre distinti perché si sono mantenuti completamente separati dal “mondo”, rimanendo rigorosamente neutrali per quanto riguarda gli affari politici e militari. Si sono sempre rifiutati di imbracciare le armi contro il prossimo. La storia indica chiaramente che essi non si unirono né ai movimenti nazionalisti giudei né agli eserciti imperiali di Roma. Nello stesso tempo non cercarono mai di dire ai capi politici cosa dovevano fare. Rifiutarsi di andare in guerra non è stato facile per loro. Nel I secolo andava contro il pensiero comune di quel tempo. Celso, un nemico del cristianesimo, mise in ridicolo la loro posizione. Secondo lui tutti dovevano andare in guerra quando chi era al potere lo richiedeva. Nonostante l’immensa ostilità che incontrarono, i primi cristiani si rifiutarono di seguire qualsiasi filosofia umana contraddicesse gli insegnamenti di Cristo. Ogni volta essi dissero: “Dobbiamo ubbidire a Dio come governante anziché agli uomini” (Atti 4:19; 5:29).
    Si può dire la stessa cosa di quei milioni e milioni di cosiddetti “cristiani” che in ogni tempo hanno impugnato le armi, combattendo e uccidendo perfino i loro "fretelli" in fede, spesso guidati da esponenti del clero?
    Il comando divino di mantenersi separati dal mondo ha a che fare con la controversia iniziata in Eden, quando Satana sfidò il diritto di Dio di governare sulle sue creature dando inizio all’inimicizia fra la simbolica donna, cioè la santa organizzazione di Dio, con il suo seme Cristo Gesù, e il Diavolo, “il dio di questo mondo” e il suo seme, cioè gli oppositori del Regno di Dio (cfr. Genesi 3:15; Galati 3:16; 4:21-31; Giovanni 8:44).
    Perciò i seguaci di Gesù Cristo, se veramente amano Dio, devono mantenersi separati da ogni forma di nazionalismo e dalla politica del “mondo” di Satana perché questa si oppone al Regno di Dio.
    Un’altra parte del mondo di Satana è la falsa religione, specialmente il falso cristianesimo con il quale ha ingabbiato le persone in una forma di adorazione solo esteriore e ritualistica, allontanandole dalla verità.
    Se amiamo Dio cerchiamo la verità e la difendiamo
    Gesù disse ai suoi discepoli: “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni 8:32).
    Da cosa dovevano essere liberati?
    Ciò che scrisse l’apostolo Paolo ai suoi conservi cristiani ci aiuta a capirlo. Egli disse: “Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (Colossesi 2:8).
    Quei discepoli a cui Gesù parlava appartenevano ad una nazione che credeva in Dio, essi avevano la sua Parola scritta, avevano la sua Legge e le sue preziose profezie. Tuttavia avevano anche un grosso problema: i capi religiosi di quella nazione avevano annullato la Parola di Dio dando più importanza alla loro tradizione orale e a insegnamenti di origine umana che non avevano nulla a che fare con le verità scritte nella Parola di Dio (cfr. Matteo 15:6-9; Salmo 119:160,VR e Di - 118:160,CEI; Giovanni 17:17).
    Quegli insegnamenti di origine umana avevano posto un grave fardello sulle spalle di quelle persone, obbligandole a seguire false speranze e a osservare tutta una serie di rituali e di complicati cerimoniali che li rendevano letteralmente schiavi dei loro capi religiosi (cfr. Matteo 23:4).
    Dopo la fine della nazione d’Israele, avvenuta nel 70 d.C., il sistema farisaico fu progressivamente sostituito dal falso cristianesimo che pian piano Satana introdusse nella chiesa. Anche questo si sviluppò grazie ad uomini ipocriti a cui piaceva signoreggiare sui loro conservi cristiani (cfr. Atti 20:29,30; 1Timoteo 4:1-3). Anziché attenersi alla verità esposta nella Parola di Dio, per garantirsi il loro potere sulle masse di pagani che si rivolgevano al cristianesimo e, soprattutto, per non inimicarsi i loro corrotti governanti, quegli uomini ipocriti si volsero alla filosofia pagana per attingere i loro falsi insegnamenti. Tirarono, così, fuori dottrine che nulla avevano a che fare con la volontà di Dio e con le speranze che con la venuta del Cristo ora potevano realizzarsi.
    Così, ad esempio, contrariamente a quanto insegna la Parola di Dio, hanno preso dalla filosofia greca l’insegnamento di un’anima immortale che sopravvive alla morte del corpo per andare a vivere in un ipotetico aldilà costruendoci sopra un castello di altre menzogne e di rituali il cui unico scopo è quello di controllare e dominare le coscienze delle persone. Mi riferisco all’Inferno come luogo di tormento eterno per le ‘anime’ dei cattivi, alla dottrina del Purgatorio quale parcheggio di ‘anime’ incerte, ai riti funebri, alle messe per i defunti. Tutti insegnamenti di ispirazione diabolica per screditare la persona di Dio e allontanare i credenti dal suo vero proposito per coloro che si addormentano nella morte: riportarli in vita mediante la risurrezione e farli vivere per sempre su una Terra trasformata di nuovo in un Paradiso, come era il suo originale proposito (cfr. Ecclesiaste 9:5,6,10; Giovanni 5:28,29; Salmo 37:9-11,29, VR e Di - 36:9-11,29,CEI; Genesi 1:28).
    E’ un messaggio di morte quello che passa attraverso questo falso insegnamento e c’è da rabbrividire nel leggere in giro pensieri, dettati solo da una preoccupante esaltazione mistica, come questo: “Sorella morte corporale. Come è cieco il mondo nella sua angoscia di fronte alla morte! La morte è un avvenimento che porta felicità. Morire significa andare da Dio e vederlo! O morte tanto lunga attesa, portami presto dal mio Diletto … - B. Maria di Gesù Crocifisso” … Sorella morte?! … Non la vedeva certo così l’apostolo che scrisse: “L'ultimo nemico che sarà distrutto è la morte” (1Corinzi 15:26). La morte è la grande nemica dell’uomo ed è la conseguenza del peccato; è stata causata dal Diavolo non può esserci assolutamente nulla di positivo in essa (cfr. Romani 5:12; 6:23). Conoscere la verità esposta nella Parola di Dio sulla reale condizione dei morti e sulla loro speranza libera dalla paura dei morti, che è in realtà una paura dell’ignoto, perché per molti la morte è un ‘mistero’; libera dalla terribile disperazione causata dalla morte di una persona cara mentre la speranza della risurrezione attenua il cordoglio e rende molto più sopportabile il dolore di tale perdita; libera da riti superstiziosi relativi ai morti, dalla preoccupazione di maledizioni, di presagi, dal fare costosi sacrifici per placare o aiutare i defunti. Infine libererà dalla morte stessa, poiché è scritto che presto, grazie al Regno di Dio, “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate (Apocalisse 21:4). Si, Dio eliminerà per sempre “sorella morte” e i suoi macabri parenti!
    Per fare un altro esempio, dalla filosofia greca hanno preso anche l’insegnamento di un dio trino e, poiché: “né la parola Trinità, né l’esplicita dottrina in quanto tale, compare nel Nuovo Testamento, e neppure Gesù e i suoi seguaci intendevano contraddire lo Shema del Vecchio Testamento: ‘Ascolta, o Israele: Il Signore nostro Dio è un unico Signore’ (Deut. 6:4)” [Encyclopædia Britannica, ed. 1976], non potendola giustificare alla luce delle Sacre Scritture e dei suoi chiari insegnamenti circa la relazione che esiste tra Dio e Cristo (cfr. Matteo 3:17; Marco 12:29; Giovanni 5:19; 14:28; 1Corinzi 8:6; 15:27,28), l’hanno, altresì, definita ‘un mistero’. E’ interessante, a questo proposito, notare cosa disse l’apostolo Paolo ai filosofi riuniti nell’Aeròpago di Atene: “passando in rassegna e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: ‘al Dio sconosciuto’" (Atti 17:23). Il Dio di Platone e degli altri filosofi greci era un’“idea” suprema e senza nome. Un vero “mistero”. Fu questo Dio misterioso e non conoscibile della teoria platonica di una triade divina che gli apostati dei primi secoli cominciarono ad insegnare come dottrina primaria della chiesa. Questa dottrina pagana pure ha fatto da base ad un castello di altre menzogne, rendendo le persone schiave di falsi insegnamenti e pratiche religiose che nulla hanno a che fare con il vero cristianesimo, come quelli relativi a Maria, la madre di Gesù, indicata anche quale Madre di Dio, la sua conseguente venerazione con l’uso di immagini in aperto contrasto con la vera adorazione (cfr. Atti 17:29), nonché i ‘misteri’ delle apparizioni mariane, il dogma della sua immacolata concezione e della sua assunzione in cielo con il corpo. Nessuno di questi insegnamenti è contenuto nelle Sacre Scritture, essi appartengono tutti alla tradizione umana, quella stessa tradizione ripetutamente condannata da Cristo e dai suoi apostoli.
     
     
    Il catechismo della Chiesa Cattolica dice riguardo alla Trinità:
    “Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone: «la Trinità consostanziale». Le Persone divine non si dividono l'unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero: «Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio» … essi infatti sono realmente distinti tra loro: « Il Figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio».
    A sostegno di questo astruso concetto non viene citato un solo versetto della Sacra Scrittura ma  un tale San Gregorio Nazianzeno, vescovo di Costantinopoli, detto anche «il Teologo», il quale dichiarò: “Vi do una sola divinità e potenza, che è Uno in Tre, e contiene i Tre in modo distinto. Divinità senza differenza di sostanza o di natura, senza grado superiore che eleva, o inferiore che abbassa [...]. Di tre infiniti è l'infinita connaturalità. Ciascuno considerato in sé è Dio tutto intiero [...]. Dio le tre Persone considerate insieme [...]” (Catechismo della Chiesa Cattolica - Parte I - Sezione II - Capitolo I - Articolo I).
    In netto contrasto con tale dichiarazione abbiamo quella di Gesù, riportata nei vangeli, che disse: “il Padre è maggiore di me” (Giovanni 14:28). Perciò egli pregava il Padre e suo Dio (cfr. Giovanni 20:17). Gesù non pretese mai di essere uguale a Dio.
     
    Lo scopo di questi falsi insegnamenti è dichiarato proprio nelle Scritture: “il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio” (2Corinzi 4:4). Il “vangelo di Cristo” è un messaggio di vita! Egli disse, infatti, “Io sono la via, la verità e la vita” (Giovanni 14:6). Le menzogne ispirate dal Diavolo portano alla morte perché “egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44).
    Il dogma della Trinità non viene menzionato, neanche per una volta, nella Parola di Dio. È solo frutto di un’“elaborazione teologica” posteriore di secoli al tempo di Gesù, e fu imposto con la minaccia di morte al rogo. Ha degradato l’adorazione dell’Essere supremo, facendo credere in un mistero, ha causato disunione tra i credenti e tanta confusione dottrinale. E’ anche a causa di questo dogma che il nome personale di Dio è stato fatto sparire dalla Sacra Scrittura. La verità intorno al vero ruolo di Dio, il Padre, a quello di Gesù, il Figlio, ci libera dal credere e praticare cose che Dio condanna, ci aiuta a rendere “sacro servizio” a Dio, anziché alla creazione (cfr. Romani 1:25).
    Non è mia intenzione, scrivendo queste cose, offendere la fede di tante persone sincere che credono a tali insegnamenti antiscritturali. Ho molto rispetto per loro, come lo aveva Cristo per i suoi connazionali ingannati dai capi religiosi del suo tempo (cfr. Matteo 9:36). Ma mediante il suo profeta Zaccaria Dio ha fatto scrivere: “Queste sono le cose che dovete fare: parlate in verità ciascuno al suo prossimo. Alle vostre porte date giudizi secondo verità, giustizia e pace” (Zaccaria 8:16).
    Perciò non mi sento di assumere quell’aria santocchiana, che spesso mi capita di leggere in blog dedicati, dove in nome di un mero sentimentalismo del tutto personale, che si tenta di far passare per vero amore, si giustifica e si condona ogni sorta di sopraffazione della verità contenuta nelle Sacre Scritture con una eloquente e copiosa diffusione di tradizioni e insegnamenti di origine umana. Non è con le parole che dimostriamo il nostro amore per Dio e per il nostro prossimo! Sono i fatti a dimostrarlo (cfr. 1Giovanni 3:18).
    Dio ci esorta, dunque, a perseguire la verità esposta nella sua Parola e ci assicura che non ascolta le preghiere, per quanto dichiarate con passione, di quelli che tentano di nasconderla (cfr. Salmo 119:160,VR e Di - 118:160,CEI; Giovanni 17:17; Efesini 4:15,25; Proverbi 28:9).
    Non dimentichiamo, dunque, l’esempio perfetto di Cristo, se veramente vogliamo essere suoi discepoli:
    Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” - Giovanni 18:37.
    July 31

    VERO AMORE O SENTIMENTALISMO - II parte

     
    L’AMORE DEL CRISTO: UN MODELLO PER I VERI CRISTIANI
     
     
    Poco prima di essere arrestato, mentre era ancora seduto a tavola con gli undici apostoli fedeli dopo aver celebrato con loro, per l’ultima volta, la pasqua ebraica (Giuda si era già allontanato dal gruppo per attuare il suo tradimento) e avvicinandosi il momento del suo supremo sacrificio, Gesù spiegò loro perché stava per sottoporsi a quella morte terribile dicendo: “questo accade affinché il mondo conosca che io amo il Padre e che faccio come il Padre mi ha comandato” (Giovanni 14:31).
    Niente era più importante per Gesù del suo amore per il Padre, neanche la sua stessa vita. Il suo coraggio, la sua ubbidienza e la sua perseveranza erano tutte dimostrazioni del suo amore per Dio. L’intero suo ministero fu motivato da questo profondo sentimento nei confronti del Padre.
    Come nacque in lui questo amore?
    Lo comprendiamo esaminando la Parola di Dio.
    Nel libro di Proverbi, al capitolo 8, leggiamo “Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d'allora. Dall'eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d'acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io sono stata generata. Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi, né le prime zolle del mondo; quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull'abisso; quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell'abisso; quando stabiliva al mare i suoi limiti, sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia; quando disponeva le fondamenta della terra, allora io ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante(vv. 22-30,CEI).
    Qui è la “Sapienza”, che parla. E’ personificata e rappresentata come se fosse in grado di parlare e agire. Secondo molti scrittori dei primi secoli che si professavano cristiani questo brano si riferisce simbolicamente al Figlio di Dio nella sua condizione pre-umana.
    Commentatori giudei, invece, obiettano che questo passo si applichi a Gesù, affermando che si tratta di una semplice personificazione letteraria della sapienza divina. In questo passo, però, si dice che la “Sapienza” fu “creata” o “prodotta” (ebraico, qanáh) come principio dell’attività creativa di Dio. Le Scritture mostrano anche che Dio stesso è sempre esistito. (cfr. Salmo 90:2,VR e Di - 89:2,CEI). Poiché è eterno ed è sempre stato saggio, la sua sapienza è sempre esistita; non fu mai creata o prodotta. E’ perciò scritturalmente infondata la loro interpretazione.
    Se esaminiamo poi questo passo alla luce di altre scritture diventa ancor più chiaro a chi si riferisce.
    Il versetto 22, che dice “Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d'allora”, trova il suo perfetto riscontro in ciò ch’è scritto di Gesù in Colossesi 1:15, cioè che egli è: “il primogenito di ogni creatura” e in Apocalisse 3:14, dov’è scritto che egli è “il principio della creazione di Dio”. Gesù è stato “prodotto” o “creato” ed è, in senso assoluto, la prima creazione, e anche l’unica fatta direttamente da Dio (cfr. anche Giovanni 3:16,18; 1Giovanni 4:9).
    Il versetto 30 che dice “allora io ero con lui come architetto (“come un artefice”, VR) ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante”, è anche in perfetta linea con ciò che dice di lui Colossesi 1:16: “per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili … Tutte le cose sono state create per mezzo di lui”. Gesù, dunque, lavorò con il Padre per il resto della creazione, e per un considerevole periodo di tempo. Ne fu il principale “artefice” (cfr. anche Genesi 1:26; Giovanni 1:3).
    [Per inciso: altro che seconda persona di una filosofica e pagana trinità che lo dichiara co-eterno con il Padre! E neanche co-eguale, poiché nel contesto di Giovanni 14:31, all’inizio citato, egli dice chiaramente “il Padre è maggiore di me” (v. 28,VR)].
     
    L’amore del Cristo
    La lunga e felice collaborazione tra il Padre creatore e la sua più importante creatura, il “primogenito” e anche “unigenito” Figlio è alla base del sentimento d’amore che unisce Dio e Cristo Gesù. Questo è il più antico e forte vincolo d’amore dell’universo!
    Di tutti gli esseri umani che siano mai vissuti, Gesù è colui che ha amato di più Dio. Nessuno l’ha superato in quanto a tener fede a quello che lui stesso definì il più grande di tutti i comandamenti: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Marco 12:30).
    In quali modi Gesù manifestò il suo amore per il Padre?
     
     
    Voi dunque pregate in questa maniera:
    ’Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome.
    Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà in terra come in cielo’
    Matteo 6:9,10
     
    Santificò il nome di Dio
    Prima di venire sulla terra Gesù godeva di una posizione speciale nei cieli accanto al Padre (cfr. Giovanni 17:5). Eppure fu disposto a lasciare la sua dimora celeste e a venire sulla terra come uomo. E lo fece pur sapendo che sarebbe stato respinto dalla maggioranza e che avrebbe subìto crudeli umiliazioni, intense sofferenze e una morte dolorosa (cfr. Filippesi 2:5-7).
    Egli però sapeva anche cosa era in gioco: il nome stesso di Dio.
    Era lì presente quando Satana lanciò la sua sfida in Eden e calunniò il suo Padre celeste insinuando nella mente della prima coppia umana, e in quella di altre creature spirituali che, in seguito, si unirono a lui nella ribellione, il dubbio che Dio fosse un bugiardo. Disse, infatti, alla donna, ad Eva, che gli riferiva il comando di Dio di non mangiare “il frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino”, perché altrimenti sarebbero morti: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Genesi 3:1-4). [Questa è la stessa bugia che ripetono i falsi religionisti affermando che l’uomo non muore ma continua a vivere nell’aldilà].
    Gesù conosceva molto bene l’importanza del nome di Dio. Il suo stesso nome aveva relazione con il nome di Dio: Il nome Gesù, infatti, deriva dall’ebraico Yĕhošūa [composto dalle parole YHWH, il tetragramma che indica il nome personale di Dio, e y'shùah (salvezza)] e significa  Yahweh o Yehowah (come si vuole pronunciare) è salvezza”.
    Egli conosceva molto bene anche il significato del nome personale di Dio. Sapeva che Yahweh o Yehowah derivava dalla radice del verbo hawàh, “divenire”, e significa “Egli fa divenire”. Quando Mosè si presentò al popolo ebreo per annunciarne la liberazione, chiese a Dio nel nome di chi doveva presentarsi.  Nel racconto di Esodo 3:13-16, secondo la versione (cattolica) di Mons. S. Garofalo, Dio gli disse: “Ai figli di Israele parlerai così:Jahve Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi … Va’, raduna gli anziani di Israele e di’ loro: “Jahve, Dio dei vostri padri, si è manifestato a me’”. Al versetto 14, poi, nel testo ebraico sono riportate le parole di Dio: “’Ehyèh ’Ashèr ’Ehyèh”, comunemente tradotte “Io sono colui che sono”. Ma il verbo ebraico hayàh, da cui deriva il termine ’Ehyèh, non significa semplicemente “essere”, bensì “divenire” o “mostrare d’essere”. Per questo motivo alcune traduzioni più correttamente traducono la frase: “Io mostrerò di essere”.
    Cosa significa tutto questo?
    Che il nome personale di Dio non è cosa di poco conto ma è importante perché ha a che fare con l’adempimento del suo proposito! Con quel nome Egli vuol far capire o ricordare alle sue creature che egli ha un proposito per loro, che ha fatto delle promesse in vista della realizzazione del suo proposito e quelle promesse Lui le adempie perché non è un bugiardo, come Satana vorrebbe farlo passare.

    Perciò Gesù diede debita importanza al nome di Dio. Egli non si perse nei meandri della tradizione rabbinica che, superstiziosamente e fraudolentemente, iniziò a togliere il nome personale di Dio dalle Sacre Scritture, dove era riportato circa 7.000 volte, né perse il suo tempo in sterili e pretestuose diatribe sul falso problema della corretta pronuncia di quel nome. Sapeva che i suoi oppositori, gli scribi, i farisei e i capi sacerdoti, non lo usavano perché essi erano “figli del padre loro, il Diavolo” (Giovanni 8:44) il cui unico scopo era quello di diffamare il nome di Dio, impedendone perfino l’uso (cfr. Romani 2:24).

     
      
     
    Queste due foto attestano che il nome di Dio era contenuto nelle Sacre Scritture ma vi è stato eliminato o sostituito. La prima si riferisce alla versione greca detta dei “Settanta” e risale al I secolo d.C., cioè al periodo apostolico (Papiro Fouad Inv. N. 266 scoperto in Egitto nel 1939). E’ il frammento del versetto biblico di Deuteronomio 18:15,16 che riporta il Tetragramma in caratteri ebraici quadrati. La seconda è dello stesso versetto biblico come è riportato nel Codice Alessandrino del V secolo d.C., cioè in piena apostasia. Il Tetragramma è stato eliminato e sostituito con KC e KY, forme abbreviate della parola greca “Kyrios” (Signore).
    Tutti i seri studiosi delle Sacre Scritture riconoscono che il nome personale di Dio compare nell’Antico Testamento rappresentato dalle quattro consonanti ebraiche, note come il Tetragramma, che vengono traslitterate in YHWH. Questo nome però è stato fatto sparire in molte versioni della Parola di Dio. Perché?
    Quando nel 1935 J. M. Powis Smith ed Edgar J. Goodspeed produssero una moderna traduzione della Bibbia, il nome di Dio venne sostituito nella maggioranza dei casi con SIGNORE e DIO. Nella prefazione veniva data questa spiegazione: “In questa traduzione abbiamo seguito la tradizione ebraica ortodossa sostituendo il nome ‘Yahweh’ con ‘il Signore’ e la frase ‘il Signore Yahweh’ con ‘il Signore Dio’. In tutti i casi in cui ‘Signore’ o ‘Dio’ stanno per l’originale ‘Yahweh’ è stato usato il maiuscoletto”. Quindi aggiunsero: “Chiunque pertanto voglia conservare il sapore del testo originale non deve far altro che leggere ‘Yahweh’ tutte le volte che vede SIGNORE o DIO”.
    Ora ci si chiede: se il fatto di leggere “Yahweh” al posto di “SIGNORE” permette di conservare “il sapore del testo originale”, perché mai i traduttori non hanno usato “Yahweh” nella loro traduzione? Perché, per loro stessa ammissione, hanno ‘sostituito’ il nome di Dio col termine “SIGNORE” alterando così il sapore del testo originale?
    Essi si giustificarono dicendo di aver seguito la tradizione ebraica ortodossa. Ma chi erano i custodi della tradizione ebraica ortodossa? Non erano forse quegli scribi, farisei e sacerdoti “ipocriti” ai quali Gesù disse: “Avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione”? - cfr. Matteo 15:6.
     
    Quando Gesù insegnava, leggeva o citava le Sacre Scritture per sostenere i suoi insegnamenti. Certamente avrà letto anche una copia della traduzione dei “Settanta”, che risaliva al II secolo a.C. e molto diffusa in quei giorni. Quando incontrava versetti che riportavano il nome di Dio ometteva forse di pronunciarlo? Questo è semplicemente impensabile! In occasione della sua prima uscita pubblica, dopo il suo battesimo e dopo aver superato la tentazione nel deserto, entrò nella sinagoga di Nazaret, la sua città. In quella circostanza gli fu consegnato il rotolo del profeta Isaia, che al capitolo 61, versetti 1 e 2, conteneva il tetragramma YHWH, e Gesù lo lesse pronunciando il nome personale di Dio e non sostituendolo, come facevano gli ipocriti religiosi, con semplici titoli, quali Adonai (Signore) o Elohim (Dio). Fu molto appropriato che facesse questo perché, come egli stesso disse, quelle parole profetiche che Yahweh o Yehowah, colui che “fa divenire”, aveva fatto scrivere circa 700 anni prima, trovavano il loro adempimento proprio in ciò che era appena accaduto, quando al momento del suo battesimo “il cielo si aprì e lo Spirito Santo scese sopra di lui in forma corporea come di colomba; e dal cielo venne una voce, che diceva: «Tu sei il mio amato Figlio, in te mi sono compiaciuto!»” ed egli venne “unto” o incaricato come il Messia promesso! (cfr. Luca 3:21,22 4:16-21). Si, in tale circostanza, era evidente che Yahweh o Yehowah, mantenendo fede al suo nome, adempiva le sue promesse e realizzava il suo proposito.
    Perciò Gesù disse, in una delle sue ultime preghiere prima di essere ucciso: “Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo … il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Giovanni 17:6,25,26). Come si può notare, l’amore di Cristo Gesù per il suo Padre celeste implicava l’uso del nome personale di Dio!
    Non fu, quindi, per semplice caso che quando Gesù, insegnò ai suoi discepoli a pregare, il primo pensiero della preghiera modello che indicò loro fu: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome” (Matteo 6:9). Lo stiamo veramente facendo come lo fece Cristo Gesù? O imitiamo gli ipocriti capi religiosi di allora e di oggi che l’hanno fatto sparire dalle Sacre Scritture dov’era riportato migliaia e migliaia di volte?
    Sostenne la sovranità di Dio
    La ribellione avvenuta in Eden aveva altri risvolti che Gesù non poteva ignorare. Questi riguardavano la legittimità della sovranità di Dio sulle sue creature, cioè il suo modo di governare.
    Gesù dimostrò che aveva a cuore questo aspetto con il secondo pensiero della sua preghiera modello: venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra” (Matteo 6:10).
    Il Regno di Dio è lo strumento che userà il nostro Creatore per liberare la terra dal corrotto sistema, politico-economico-religioso che Satana vi ha impiantato. Gesù sapeva che tutti i governi di origine umana, di qualsiasi natura, colore o ispirazione, sono manovrati dal diavolo con lo scopo di allontanare le persone dal vero proposito di Dio (cfr. 1Giovanni 5:19; Apocalisse 13:1,2). Fu per questo motivo che quando Satana gli mostrò tutti i governi della terra e glieli offrì, egli li rifiutò sdegnosamente! (cfr. Matteo 4:8-10) In seguito egli disse ad un rappresentante di questi governi, a colui che impersonava la potenza mondiale allora dominante, il governatore romano Ponzio Pilato: “Il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni 18:36). E quando i giudei volevano nominarlo re, il racconto evangelico dice che egli “si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo” (Giovanni 6:15).
    Quanto bene poteva fare a favore delle persone con i poteri miracolosi e la sapienza che aveva se fosse divenuto loro governante? Ai suoi giorni c’erano pressanti problemi sociali e innumerevoli ingiustizie, più o meno come nei nostri tempi. Poteva provvedere alle loro necessità economiche e materiali eliminando fame e miseria (cfr. Marco 6:35-44; Luca 5:4-8). Avrebbe anche potuto risolvere tutti i loro problemi di natura sanitaria, guarendoli perfino da malattie giudicate inguaribili (cfr. Matteo 9:35; 19:2; 21:14; Luca 5:12,13). Poteva controllare le forze della natura e impedire che causassero distruzioni e lutti (cfr. Matteo 8:23-27). Avrebbe potuto esercitare con saggezza il diritto e la giustizia, tenendo sotto controllo i violenti e aiutando i violatori della legge a redimersi (cfr. Luca 19:1-10; Giovanni 8:3-8).
    Gesù non fece nulla di tutto questo! Né gli passò per la mente di scrivere qualche sorta di “enciclica” sociale per invitare i governanti della terra a “conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana” (Caritas in veritate, di Benedetto XVI). Non aggiunse nulla a tutto ciò che Dio aveva già fatto scrivere nella sua Parola sul modo di risolvere i problemi della razza umana (cfr. Apocalisse 22:18,19). Non incoraggiò mai i suoi ascoltatori a confidare nei governanti umani né fu solidale o intrattenne rapporti amichevoli con essi. L’amore che aveva per il Padre lo spinse a esser leale al proposito di Dio di stabilire un governo che prendesse il posto di tutti i governi degli uomini, per risolvere tutti i loro problemi, per rivendicare la giustezza del dominio divino e il suo diritto a governare sulla sua creazione (cfr. Daniele 2:44; Salmo 37:9-11,VR e Di - 36:9-11,CEI; 46:9,VR e Di - 45:10,CEI; 72:16,VR e Di - 71:16,CEI; Isaia 9:7; 11:6-9; 25:8; 33:24; Giacomo 4:4).
     
     
    chiamati insieme i suoi dodici discepoli … li mandò a predicare il regno di Dio” - Luca 9:1,2
     
    In una circostanza Gesù disse chiaramente: “bisogna che io annunzi la buona notizia del regno di Dio; poiché per questo sono stato mandato” (Luca 4:43).
    Il Regno di Dio quale unica soluzione di tutti i problemi del genere umano fu, dunque, il tema centrale del suo ministero terreno. Ogni sua parola e azione contribuì a spiegare cos’è il Regno e in che modo servirà al proposito di Dio. Quanti di quelli che si dichiarano “cristiani” sanno veramente cos’è il Regno di Dio?
    Per tre anni e mezzo, dopo il suo battesimo, percorse in lungo e in largo la giudea parlando del Regno di Dio (cfr. Matteo 4:23). Quando scelse i suoi discepoli, la prima cosa che fece fu quella di mandarli per tutto il paese a “predicare il Regno di Dio” (cfr. Luca 9:1,2; 10:1,8,9). In seguito parlò loro del futuro e disse che l’opera principale che suoi discepoli avrebbero dovuto compiere in tutta la terra non sarebbe stata quella di sostenere questo o quel governo politico e neanche tanto di impegnarsi in opere sociali o di beneficienza o umanitarie, ma quella di predicare il “vangelo del regno … in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti” (Matteo 24:14).
    Difese la Parola di Dio
    Un attento studio delle parole di Gesù che sono state messe per iscritto rivela che citò direttamente o indirettamente più di metà dei libri del Vecchio Testamento. Ma ciò che è stato messo per iscritto è solo una minima parte di quello che effettivamente Gesù insegnò (cfr. Giovanni 21:25). Tuttavia è sufficiente per darci un idea del profondo rispetto che aveva per la Parola di Dio.
    Coloro che l’ascoltavano “erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi” (Marco 1:22). Agli scribi, diversi dei quali erano anche sacerdoti, piaceva insegnare rifacendosi alla cosiddetta legge orale, cioè citando dotti rabbi o maestri del passato. Gesù non citò neanche una volta come autorità la legge orale o qualche rabbi. Per lui la massima autorità era la Parola di Dio. Nell’insegnare ai suoi seguaci e nel correggere idee sbagliate più volte disse: “è scritto”, riferendosi alle Sacre Scritture. Perché?
    Lo spiegò lui stesso dicendo: “la tua parola è verità” (Giovanni 17:17).
    Per Gesù la Parola di Dio era l’unica fonte di verità.
     
     
    Il suo più famoso sermone, quello della montagna è un esempio del suo modo di insegnare: egli ripeté più volte la frase “avete udito che fu detto” e citò più volte la Legge, i Salmi e i Profeti a sostegno di ciò che dichiarava. Perciò disse: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” (Giovanni 7:16). Non si permise mai di esprimere un suo parere personale ma si attenne strettamente a ciò che era scritto nella Parola di Dio.
    Questo suo modo di insegnare dava molto fastidio agli scribi, ai farisei, ai sacerdoti. Il racconto dice, infatti, che “mentre insegnava gli si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo e gli dissero: «Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?»” (Matteo 21:23,24). Essi cercavano di denigrare Gesù dicendo: “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?”.
    Avete mai sentito fare anche oggi ragionamenti del genere da parte di “dotti” religionisti che si vantano di aver frequentato università e scuole teologiche? Come i rabbi del tempo di Cristo questi amano citare i Dottori del passato e usano un linguaggio forbito, ricco di vocaboli spesso incomprensibili per la gente comune. Gesù, invece, usava le parole semplici ma piene di significato della Parola di Dio che tutti, anche i bambini, potevano comprendere. Egli non aveva neanche quell’atteggiamento santocchiano e solenne che si riscontra nel cristianesimo apostata; il suo modo di esprimersi era quello comunemente usato dalle persone che l’ascoltavano, contadini, pastori, pescatori, e le sue parole facilmente comprensibili trasmettevano in modo chiaro alle persone quelle verità che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola per tutti quelli che hanno un cuore umile e sincero (cfr. Matteo 13:11,15; 1Corinzi 1:26-28).
    Non solo Gesù usava le Sacre Scritture per insegnare ma le difese spesso quando venivano interpretate o applicate male. Gli insegnanti religiosi dei suoi giorni presentavano la Parola di Dio in modo distorto incoraggiando una forma di adorazione solo rituale e superficiale, che dava risalto all’aspetto esteriore invece che alle cose che contavano davvero, quali verità, giustizia e fedeltà. Inoltre quei capi religiosi mettevano in cattiva luce la Parola di Dio facendola apparire troppo restrittiva, persino opprimente ed escogitando scappatoie legali per rendere inefficace la Legge di Dio.
    Oggi la situazione non è molto differente! Quanti sono coloro, anche tra gli ecclesiastici, che, pur dichiarando di credere in Dio, pensano che le norme contenute nella sua Parola siano antiquate e troppo restrittive? Per capire bene questo punto prendiamo ad esempio la questione del divorzio. Esso è apertamente osteggiato e condannato da chiese cosiddette “cristiane”. Ma viene poi liberamente concesso dai loro “tribunali ecclesiastici” con opportune scappatoie legali. Si comprende quindi perché Gesù definì questo tipo di persone “ipocriti”, mettendo il dito sulla piaga, andando cioè al nocciolo della questione: “avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione … ben profetizzò Isaia di voi quando disse: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti d'uomini»".
    Gesù usò le Sacre Scritture anche per confutare le falsità insegnate dai capi religiosi del suo tempo che presentavano filosofie e insegnamenti pagani come dottrine bibliche, come quando citò il Pentateuco per rispondere ai sadducei e dimostrare loro che Dio “non è l’Iddio dei morti ma dei viventi” e non domina un mitico e inesistente oltretomba ma ha stabilito la risurrezione per riportare in vita tutti i morti del genere umano, inclusi i fedeli patriarchi del passato (cfr. Esodo 3:6; Luca 20:37,38).
    Attenendosi rigorosamente alla Parola di Dio e difendendola Gesù ha stabilito un modello per tutti quelli che vogliono amare Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente” (Matteo 22:37).
    Che dire dunque di noi?
    Abbiamo per la Parola di Dio lo stesso amore e la stessa considerazione che aveva Gesù facendone una guida per la nostra fede e per la nostra vita (cfr. Salmo 119:105,VR e Di – 118:105,CEI) o abbiamo lo stesso atteggiamento degli ipocriti religionisti del suo tempo che davano più importanza alla tradizione umana che non alle verità esposte nelle Sacre Scritture?
    Ce l’abbiamo una copia della Parola di Dio nella nostra casa? Quand’è l’ultima volta che l’abbiamo aperta? Gli antichi abitanti della Macedonia, dove l’apostolo Paolo si recò per predicare il Regno di Dio presentando “loro argomenti tratti dalle Scritture” dimostrarono il loro apprezzamento perché “ricevettero la parola con tutta prontezza, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se queste cose stavano così” (Atti 17:2,11).
    L’abbiamo fatto anche noi? Ci siamo accertati se le cose che ci hanno insegnato e che crediamo riguardo a Dio sono quelle scritte nella Parola di verità di Dio?
    Un vecchio proverbio dice che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Quando parliamo d’amore cristiano siamo certi che stiamo manifestando lo stesso amore di Dio e di Cristo e non semplicemente ciò che la nostra emotività e il nostro sentimentalismo ci spingono a fare? (cfr. Tito 1:16) … … …
     
    July 23

    VERO AMORE O SENTIMENTALISMO? - I parte

     
     
    UN DIO D’AMORE C’INSEGNA AD AMARE
     
     
    Quante parole d’amore riempiono le pagine dei blog.
    C’è chi dichiara una sua grande passione e chi confessa la sua paura di amare; chi esprime la propria estasi d’amore e chi lamenta le proprie pene o delusioni. D’amore si racconta con storie reali o immaginarie e lo si declama in musica o in poesia. C’è chi ne parla apertamente o schiettamente e chi si esprime con timidezza o riservatezza.
    E quanti messaggi d’amore “criptati” vengono lanciati per esser compresi solo dai diretti interessati, a cui spesso, e chissà mai perché, fanno da corollario tanti “avventati”, se non a volte “ridicoli”, commenti dei soliti “buonisti”, “ruffiani” o “consolatori” virtuali, ignavi del loro reale significato?
    Ciascuno ha la sua esperienza d’amore e con l’amore o le proprie idee sull’amore. Ognuna di queste ha la propria peculiarità, e spesso i vari concetti divergono tra loro. Chi può dire se uno è meglio di un’altro o se ciò ch’è valido per uno può essere altrettanto valido per un altro?
    C’è poi un modo curioso di dichiarare il proprio “amore”, ed è quello un po’ santocchiano degli appartenenti a opposti schieramenti religiosi i quali, impegnati tutto il santo giorno a “scannarsi” tra loro con interminabili diatribe dottrinali, infine proclamano la loro “fratellanza” augurandosi, con lo stesso “candore” con cui spesso si accusano vicendevolmente di comportamenti scorretti, un affettuoso saluto di “pace”.
    Parlare d’amore seguendo un po’ il leit-motiv per cui ciascuno scrive il proprio blog, cioè per condividere, per esporre le proprie idee e confrontarle con quelle degli altri, potrebbe comunque arricchire culturalmente ogni autore, o almeno quelli che sono aperti mentalmente, e anche abbastanza umili, da non “arroccarsi” pregiudizialmente sulle proprie posizioni perché, come scrisse un ispirato e saggio re dell’antichità: Dall'orgoglio viene solamente contesa, ma la sapienza è con quelli che danno ascolto ai consigli (Proverbi 13:10).
    Con tale premessa vorrei anch’io dire qualcosa sull’amore, non sull’amore romantico che, come ho detto, a mio parere attiene ad una sfera del tutto personale, ma sull’amore guidato e governato da un principio, di quell’amore, cioè, che nelle Sacre Scritture è reso con il termine greco agàpe.
    Qual è questo princìpio?
    Alcune cose dette al riguardo da Gesù ci aiutano a comprenderlo. In una circostanza disse: “Se amate [agapàte] quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto” (Luca 6:32-34); in un'altra ancora affermò: “amate i vostri nemici” (Matteo 5:44).
    Commentando queste parole William Barclay, teologo della Chiesa di Scozia e docente presso l’Università di Glascow dice nel suo libro New Testament Words: “Agapē ha a che fare con la mente: non è solo un’emozione che nasce spontanea nel nostro cuore; è un principio secondo cui scegliamo di vivere. Agapē ha innanzi tutto a che fare con la volontà. È una conquista, una vittoria e un traguardo. Nessuno ha mai amato per natura i suoi nemici. Amare i propri nemici è una vittoria su tutte le nostre tendenze naturali e le nostre emozioni. Questo agapē … in effetti è la capacità di amare ciò che non è amabile, di amare persone che non ci piacciono”.
    Dunque il princìpio è quello dell’altruismo: l’amore agàpe, di cui si parla nelle Sacre Scritture, è il sentimento altruistico che spinge a fare agli altri ciò che è giusto e buono dal punto di vista di Dio, sia che l’altra persona sembri meritarlo o no. Ma non va confuso con la santocchieria!
    Questo tipo di amore pur distinguendosi per il rispetto dei princìpi, non è comunque un amore privo di sentimento, altrimenti non sarebbe diverso dalla fredda giustizia. Però non si lascia dominare da simpatia o sentimento; non ignora mai i princìpi. Quindi non è mai puro sentimentalismo o semplice emotività ma da questo si distingue, e questa differenza è importante capire da parte di chi si interessa di Dio e della sua volontà!
     
    L’amore di Dio
    Agàpe è il termine che usò dall’apostolo Giovanni quando scrisse “Dio è amore” ( θες γπη στν - 1Giovanni 4:8).
    Dio ha diverse importanti qualità, come giustizia, potenza e sapienza (cfr. Deuteronomio 32:4; Giobbe 36:22; Apocalisse 7:12).
    Ma di tutte le sue qualità viene dato particolarmente risalto all’amore perché questa è l’essenza stessa o la natura di Dio.
    Perciò se ci dichiariamo suoi adoratori, pur con le nostre imperfezioni il suo amore dovrebbe essere il nostro modello di riferimento
    (cfr. 1Giovanni 4:16-19).
    Come Dio manifesta il suo amore?
    È manifesto nella sua creazione
    Ha scritto l’apostolo Paolo: “le sue qualità … si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue” (Romani 1:20). L’amore di Dio è innanzitutto evidente nelle sue opere creative. Egli non si è limitato semplicemente a creare dal nulla, ad esempio formando qualche forma di vita primordiale o unicellulare e lasciando il resto dello sviluppo al cieco caso, come son portati a credere molti dalle idee confuse intorno all’opera di Dio, anche tra i cosiddetti “credenti”, ma l’ha fatto con cognizione di causa, con un progetto preciso e con la volontà di rallegrare le sue creature, gli esseri umani in particolare. Basta osservare i meravigliosi paesaggi che ha provveduto per il nostro godimento: splendide montagne, foreste, laghi, oceani; i nostri blog sono pieni di immagini di questi luoghi a dimostrare quanto li apprezziamo. Ha, inoltre, provveduto una gran varietà di piante e di fiori belli e profumati nonché un ampia e affascinante specie di creazione animale: quanti di noi che amano gli animali e si dilettano delle loro caratteristiche si sono mai soffermati a riflettere sull’amore di Dio nel crearli? E, pensando al nostro cibo, spesso leggo invitanti ricette o vedo pubblicate foto di gustosi manicaretti preparati da ciascuno con tanto amore: chi si è mai chiesto come sarebbe stata la vita se avessimo avuto a disposizione una sola pietanza anche la più succulenta, ogni giorno per tutti i giorni della nostra esistenza? Questo poteva anche essere sufficiente per mantenerci in vita. Gli Israeliti, ad esempio, nel deserto mangiarono tutti i giorni la manna, per quarant’anni e sopravvissero, ma alla fine si stancarono tanto da rimpiangere il periodo della loro schiavitù in Egitto (cfr. Numeri 11:4-6). Dio, però, ci ha messo a disposizione un incredibile assortimento di cibi gustosi e nutrienti che deliziano i nostri palati. Anche nel creare la razza umana si è dilettato con una diversità di particolari provvedendo un incessante stimolo per l’appagamento dei nostri sensi e rendere piena la vita. L’uomo, fatto a immagine di Dio (cfr. Genesi 1:27), ha la capacità di percepire l’amore di Dio come nessun altro essere vivente può fare e solo degli “inescusabili stolti” limitati nelle loro facoltà di ragionare dalla pochezza spirituale non vedono in tutto questo l’amorevole disegno del Creatore per rendere pienamente e completamente soddisfatte le sue creature (cfr. Salmo 14:1: 53:1,VR e Di - 13:1; 52:2,CEI). Non è per caso che osservando i risultati della creazione, e in particolare quella della nostra dimora terrestre, altre creature di natura più eccelsa della nostra, “tutti i figli di Dio (cioè gli angeli) alzavano grida di gioia” (Giobbe 38:4,7).
     
     
    Quando addentiamo un frutto maturo e succulento gustiamo l’amore di Dio? Quel frutto non fu fatto solo per nutrirci, ma anche per deliziarci il palato. Quando guardiamo tramonti incantevoli, o cieli stellati in una calda e serena notte d’estate, stiamo osservando l’amore di Dio? Quando annusiamo il dolce profumo dei fiori e delle piante il nostro olfatto ci fa percepire l’amore di Dio? Quando ascoltiamo il rumore di una cascata, il canto degli uccelli, la voce dei nostri cari, la musica che preferiamo, sentiamo su di noi l’amore di Dio?
    Quando Egli creò Adamo ed Eva, la prima coppia umana, li circondò di dimostrazioni del suo amore. Aveva piantato un giardino, un Paradiso, e vi aveva fatto crescere ogni specie di alberi. Aveva fatto in modo che fosse attraversato da un fiume per irrigarlo e lo aveva popolato di uccelli e animali affascinanti. Aveva dato tutto questo ad Adamo ed Eva come loro dimora (Genesi 2:8-10,19). Dio li trattava come figli, parte della sua famiglia universale (cfr. Luca 3:38). Avendo provveduto l’Eden come modello, il Padre celeste affidò alla prima coppia umana il gratificante compito di estendere il Paradiso a tutto il globo. L’intera terra doveva essere trasformata in un bel giardino e popolata dalla loro progenie. Questa era la sua volontà per la razza umana e questo suo proposito non è mai cambiato (cfr. Isaia 55:11).  Egli farà di nuovo della terra un Paradiso dove potranno vivere per sempre e felici tutti coloro che sono disposti ad osservare le sue giuste norme (cfr. Salmo 37:29,VRe Di - 36:29,CEI).
     
     
     

    Ha provveduto una via di scampo al genere umano

    Ma la massima dimostrazione dell’amore di Dio per l’umanità fu indicata da Cristo Gesù con queste parole: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Giovanni 3:16). Per comprenderne appieno il significato consideriamo questi fatti:
    Oltre a “unigenito”, Gesù è anche definito “il primogenito di ogni creatura” (Colossesi 1:15). Gesù stesso, poi, mentre pregava disse: “Padre, glorificami presso di te della gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Giovanni 17:5). Comprendiamo perciò che Gesù è stato la prima e unica creazione, in senso assoluto, fatta da Dio e che egli venne all’esistenza prima dell’universo fisico. Secondo alcuni scienziati l’universo ha circa 13 miliardi di anni, che sia vero o no, che sia esatto o meno, questo può però darci un idea del tempo che il Padre e il Figlio sono stati insieme. Sempre le Sacre Scritture ci rivelano anche che Gesù fu l’artefice per mezzo del quale Dio poi creò tutte le altre cose (cfr. Proverbi 8:30; Giovanni 1:3). Chi di noi può immaginare quanto sia potente un vincolo che esiste da un periodo di tempo così lungo tra due persone che hanno vissuto insieme tutti i momenti felici (ricordiamo l’esultanza angelica) ed emozionanti della creazione? Dio e suo Figlio sono uniti dal più forte vincolo di amore che si sia mai formato (cfr. Giovanni 10:30,38).
    Tuttavia Dio mandò il Figlio sulla terra perché nascesse come uomo. Questo significò che per alcuni decenni Egli dovette rinunciare all’intima compagnia del Figlio diletto in cielo. Quando, a circa 30 anni, Gesù si battezzò il Padre disse personalmente dal cielo: “Questi è il mio amato Figlio, nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:17). Quanto doveva essere contento Dio nel vedere che Gesù faceva tutto quello che era stato profetizzato e tutto quello che era richiesto da lui!  (cfr. Giovanni 5:36; 17:4).
    Come, invece, si sentì Dio il 14 nisan del 33 d.C. mentre Gesù veniva tradito e poi arrestato da una turba inferocita? Mentre veniva schernito, sputacchiato e preso a pugni? Mentre veniva flagellato e il suo dorso ridotto in brandelli? Mentre veniva inchiodato, mani e piedi, e appeso al legno come un comune malfattore, e la gente lo insultava? Come si sentì il Padre quando il diletto Figlio lo invocò negli spasimi dell’agonia? Come si sentì quando Gesù, il suo caro Figlio, esalò l’ultimo respiro e, per la prima volta dall’inizio della creazione, cessò di esistere? (cfr. Matteo 26:14-16,46,47,56,59,67; 27:26,38-44,46). Quali parole potrebbero mai descrivere il suo dolore per la morte del Figlio?
    Perché Dio, quale Padre celeste, si assoggettò a un simile dolore?
    La risposta è nella scrittura sopra citata: per amore, solo per amore delle sue creature umane. Quel sacrificio fu, infatti, il prezzo di riscatto stabilito perché gli incolpevoli figli di Adamo, noi inclusi, che avrebbero esercitato fede nelle disposizioni divine potessero avere una speranza e ottenere una vita eterna e perfetta quali componenti approvati della famiglia universale di Dio. Nessun uomo imperfetto, discendente di Adamo, poteva soddisfare la giustizia di Dio. L’uomo, equivalente di Adamo, che poteva farlo fu perciò provveduto da Dio stesso facendo nascere in maniera miracolosa e senza il fardello del peccato adamitico, il suo diletto Figlio sulla terra (cfr. 1Giovanni 4:8-10).
     
     
    Adamo ed Eva generarono figli solo dopo aver peccato, perciò nessuno di quei figli nacque perfetto. Dio non poteva semplicemente decretare che Adamo ed Eva morissero per la loro ribellione ma che tutti i loro discendenti che gli avrebbero ubbidito vivessero per sempre perché essi ereditarono tutti il peccato, e la pena del peccato è la morte (cfr. Romani 5:12). Se Dio non ne avesse tenuto conto, che esempio avrebbe dato ai componenti della sua famiglia universale? Non poteva ignorare le sue stesse norme di giustizia. Di lui infatti e scritto che “ama giustizia e diritto” (Salmo 32:5,CEI). Come si poteva dunque provvedere una base idonea per liberare i discendenti di Adamo che avessero dimostrato di ubbidire a Dio? Se un uomo perfetto fosse morto in sacrificio, il valore di quella vita perfetta avrebbe potuto espiare i peccati di coloro che avrebbero riposto fede in quel riscatto, e ciò sarebbe stato conforme alla giustizia. Dato che l’intera famiglia umana era diventata peccatrice a causa del peccato di un solo uomo, Adamo, il sangue di un altro uomo perfetto, avendo valore corrispondente, poteva riequilibrare la bilancia della giustizia. Ma dove si poteva trovare una persona del genere? Fra i discendenti del peccatore Adamo non c’era nessuno che potesse provvedere ciò che occorreva per ricomprare le prospettive di vita perse da Adamo (Salmo 48:7-9,CEI - 49:7-9,VR e Di). Anziché lasciare il genere umano senza via d’uscita, Dio stesso prese un provvedimento misericordioso. Egli non mandò sulla terra un angelo che facesse solo finta di morire, deponendo un corpo in cui si era incarnato ma continuando a vivere come spirito. Con un miracolo che soltanto lui, il Creatore, poteva ideare, Dio trasferì la forza vitale e la personalità di un figlio celeste nel grembo di una donna, Maria figlia di Eli, della tribù di Giuda. La forza attiva o spirito santo di Dio protesse lo sviluppo del bambino nel grembo materno, così che nacque come uomo perfetto (cfr. Luca 1:35; 1Pietro 2:22) Questi era dunque in possesso del prezzo necessario per provvedere un riscatto in grado di soddisfare pienamente i requisiti della giustizia divina. Dio mandò sulla terra per provvedere il riscatto il suo Figlio prediletto. Che ricchezza di significato è dunque racchiusa nella dichiarazione di Gesù: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”!
    Grazie a questo amorevole provvedimento il genere umano potrà di nuovo vivere per sempre una vita perfetta e felice su una terra che sarà trasformata in un Paradiso. Come dimostrano i miracoli compiuti da Gesù mentre era sulla terra, quale la risurrezione del figlio della vedova di Nain, questo provvedimento include anche riportare in vita coloro che si sono addormentati nella morte.
     
      
     

    Corregge l’errore dei suoi adoratori e garantisce la giustizia

    Questo ci rammenta un altro modo in cui Dio manifesta il suo amore. E questo punto deve essere ben compreso per evitare spiacevoli sorprese o di cadere nella santocchieria.
    Il re Davide disse di Dio: “Egli ama il diritto e la giustizia” (Salmo 32:5,CEI - 33:5,VR e Di). L’amore di Dio è in perfetto equilibrio con la sua giustizia. Sebbene siamo sue creature, il nostro sistema non riflette giustizia, proprio come profetizzò un fedele uomo dell’antichità che disse “la legge non ha forza e la giustizia non riesce ad affermarsi, perché l'empio raggira il giusto e la giustizia ne esce pervertita” (Abacuc 1:4). Queste sono le conseguenze per aver l’uomo rifiutato le giuste vie di Dio e cercato di vivere secondo i propri punti di vista (cfr. Ecclesiaste 8:9).
    Questa tendenza è spesso evidente anche nei blog allorché, parlando di Dio e della sua volontà molti dicono: “per me, Dio non può fare questo o quello …” o “io credo che Dio faccia così e così …”. Si mette in tal modo il proprio parere personale al di sopra dell’effettiva volontà di Dio, così come Egli ce l’ha rivelata nella sua Parola. Con questo modo di ragionare in genere si tenta di giustificare sia l’errore religioso che la violazione della legge divina distorcendo l’amore di Dio, volendo far credere che, poiché Egli è un Dio di amore deve tollerare e giustificare ogni sorta di illegalità. Ma così non è, e così ragionando non si fa altro che ingannare se stessi!
    In contrapposizione con il suo amore altruista, di Dio è, infatti, scritto che Egli odia! Odia la malvagità e chi pratica ciò ch’è malvagio, inclusi gli ipocriti religiosi (cfr. Proverbi 6:16-19; Matteo 23:13-35). La storia dei rapporti di Dio con l’uomo insegna molto al riguardo.
    Dopo la ribellione e il peccato di Adamo, Dio amorevolmente permise che la sua progenie continuasse a vivere e si moltiplicasse sulla terra, in vista della promessa liberazione dalla schiavitù al peccato e alla morte alla quale era stata assoggettata e, quindi, della restaurazione del suo proposito originale. E’ solo per questo motivo che noi oggi siamo in vita, per questo atto d’amore di Dio verso l’incolpevole progenie di Adamo.
    Ma gli uomini ostinati non contraccambiarono tale amore. Perciò, dopo circa 500 anni, Dio dovette inviare il suo profeta Enoc a pronunciare il giudizio divino sugli uomini malvagi per la loro empietà e per le cose abominevoli che dicevano contro Dio (cfr. Giuda 14,15).
    Passarono, poi, altri mille anni, e quel mondo antico giunse al culmine dell’immoralità e della violenza (cfr. Genesi 6:11,12). Quella situazione era la conseguenza del disegno di Satana di sterminare la razza umana e impedire la realizzazione del proposito di Dio. Cosa fece Dio? A quel tempo sulla terra c’era solo una famiglia dedicata a fare la sua volontà: la famiglia di Noè. Per amore di quelle persone giuste e per la loro salvaguardia Dio comandò a Noè di costruire un’arca “per la salvezza della sua casa”. Poi mandò il Diluvio che spazzò via i malvagi contemporanei di Noè (cfr. Genesi 6:9; 2Pietro 2:5; Ebrei 11:7).
    Dopo il Diluvio ben presto uomini empi ricominciarono a manifestare le cattive tendenze ereditate da Adamo. Prendiamo ad esempio gli abitanti delle città di Sodoma e Gomorra; di loro è scritto che “erano perversi e peccavano molto contro il Signore” (Genesi 13:13). Dio decise di distruggere quelle città in modo che il giusto Abramo e suo nipote Lot e i suoi famigliari, che vi abitavano, non dovessero più tenere a bada tali abietti vicini. Il racconto di Genesi 18:20-33 dimostra che Dio nel salvaguardare amorevolmente i suoi fedeli servitori non commise nessuna ingiustizia!
    Anni dopo, Dio fece ancora “ciò che era giusto” nei confronti del suo popolo Israele. Come? Disponendo di scacciare i cananei dalla Terra Promessa. Chi non conosce le Scritture, e la storia, e giudica con il suo proprio imperfetto metro di giustizia, accusa Dio di essere stato ingiusto e sanguinario per aver ordinato al suo popolo di sterminare degli “innocenti”, inclusi donne e bambini. Altro che innocenti! Quei cananei si erano resi abominevoli praticando incesto, impurità sessuale, adulterio, sacrificio dei bambini, omosessualità e bestialità. Per esempio, nel culto che rendevano ai loro falsi dèi usavano sacrificare i bambini gettandoli vivi nel fuoco. Nei loro templi praticavano inoltre la prostituzione maschile e femminile. Perciò Dio diede al suo popolo queste istruzioni: “Non vi rendete impuri mediante alcuna di queste cose, perché mediante tutte queste cose le nazioni che caccio da innanzi a voi si sono rese impure. Di conseguenza il paese è impuro, e io recherò su di esso la punizione per il suo errore, e il paese vomiterà fuori i suoi abitanti” (Levitico 18:1-25; Salmo 106:34-40,VR e Di - 105:34-40,CEI). Quindi fu per amore del suo popolo che Dio ordinò a Israele di sterminare quei trasgressori. Il loro corrotto modo di vivere metteva in pericolo l’integrità sia fisica che morale del popolo stesso di Dio. Come dicono le Scritture, ciò che facevano era “in abominio al Signore”.
    L’amore di Dio per il suo popolo e per tutti quelli che si impegnavano ad osservare la sua Legge venne descritto da Mosè con queste commoventi e tenere parole: “Come un'aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali, il Signore lo guidò da solo, non c'era con lui alcun dio straniero” (Deuteronomio 32:11,12).
    Purtroppo però, col tempo false pratiche religiose e l’idolatria furono introdotte anche in Israele e Dio, che li aveva amorevolmente protetti contro i loro avversari, fu costretto ad eseguire il suo giudizio contro il suo stesso popolo. Ma che pazienza Egli ebbe nei loro confronti! Per 900 anni sopportò la loro ostinazione! Durante tutto quel tempo Dio si mostrò misericordioso con loro dicendo “io non mi compiaccio della morte dell'empio, ma che l'empio si converta dalla sua via e viva; convertitevi, convertitevi dalle vostre vie malvagie. Perché mai dovreste morire, o casa d'Israele” (Ezechiele 33:11). Più volte Dio li avvertì delle conseguenze delle loro false pratiche religiose, della loro idolatria, della loro immoralità e dei loro spargimenti di sangue innocente. Essi pensavano che per il semplice fatto di avere la Legge, di pregare nel tempio e di essere custodi di una certa tradizione li giustificasse e li proteggesse in qualche modo. Ma così non fu! Al limite della sua pazienza Dio fu costretto ad applicare la sua giustizia, ritirando la sua protezione, così’ che quel popolo perse la sua libertà e, infine, il privilegio di essere ancora considerato il popolo di Dio.
     
     
    La Sacra Scrittura ci assicura di Dio che: “Tutte le sue vie sono giustizia” (Deuteronomio 32:4). Ma in un mondo piagato dall’ingiustizia, non è facile cogliere il senso della giustizia divina. Le Scritture mostrano chiaramente che la giustizia divina, lungi dall’essere aspra e inflessibile, riscalda il cuore e spinge Dio a mostrare fedeltà e compassione ai suoi servitori. La giustizia divina è sensibile ai nostri bisogni e tiene conto della nostra imperfezione (cfr. Salmo 103:14,VR e Di - 102:14,CEI). Questo non significa che Dio condoni la malvagità, come non condonò la condotta violenta e immorale degli abitanti di Sodoma e Gomorra, salvando Lot e le sue due figlie, e come, alla fine, chiese conto alla nazione di Israele della sua infedeltà ripudiandola come suo popolo e lasciando che i romani distruggessero l'intero sistema giudaico, perché se lo facesse incoraggerebbe l’ingiustizia (cfr. Ecclesiaste 8:11). Come spiegò a Mosè, Dio “perdona l'iniquità, la trasgressione e il peccato ma non lascia il colpevole impunito” (Esodo 34:6,7). La sua giustizia è un atto d’amore nei confronti dei suoi leali adoratori poiché assicura loro che adempirà la promessa di eliminare l’ingiustizia dalla terra.
     
     
    Un saggio scrittore dell’antichità fu ispirato a scrivere queste parole: “il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Proverbi 3:12). Il concetto di “correzione” è generalmente visto con una connotazione negativa, come una punizione per la violazione di regole o norme di comportamento. Nelle Sacre Scritture la correzione da parte di Dio viene invece descritta come un’espressione di amore verso le sue creature. Perché? La correzione divina aiuta ad avere una condotta retta che fa essere accettati da Dio. L’apostolo Paolo spiegò bene tale concetto con queste parole: “ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (Ebrei 12:11).
    Come Dio “corregge” coloro che ama?
    Sempre l’apostolo Paolo lo spiega dicendo: “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16). Ancora una volta viene confermata l’importanza delle Sacre Scritture come amorevole provvedimento di Dio per la formazione cristiana. E’ necessario ribadirlo! Leggo spesso nei blog di Tradizione Patristica, di Direttorio, di Liturgia, di Magistero, cioè di un insieme di concetti e regole di origine umana e filosofica aggiunti “a latere” della Parola di Dio ma ai quali viene data più importanza che alla stessa Scrittura. Questo, però, non corrisponde al pensiero di Dio né degli apostoli! Un altro apostolo, Giovanni, concludendo la stesura degli scritti ispirati disse: “Io dichiaro ad ognuno che ode le parole della profezia di questo libro che, se qualcuno aggiunge a queste cose, Dio manderà su di lui le piaghe descritte in questo libro.  E se alcuno toglie dalle parole del libro di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte dal libro della vita dalla santa città e dalle cose descritte in questo libro” (Apocalisse 22:18,19).
    E’ dunque necessario per ciascun credente, se non vuol venire meno all’amore di Dio, che confronti ciò che crede e pratica con ciò ch’è scritto nella Parola di Dio perché “sia completo e ben preparato per ogni opera buona”. Questo per evitare l’errore commesso da alcuni del primo secolo che si consideravano cristiani ma furono condannati perchè “ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio” (Romani 10:3). E se riscontra che ciò che ha sempre creduto e fatto non solo non è contenuto nelle Sacre Scritture ma è anche in contrasto con esse, allora non dovrebbe rifiutare l’amore di Dio e correggere ciò che dal punto di vista di Dio è sbagliato.
    Quando, dunque, si parla di amore, nessuno dovrebbe farlo sull’onda della propria emotività e del proprio sentimentalismo. Non è solo questione di cuore ma vi sono implicate tutte le nostre facoltà mentali che dovrebbero spingerci a ragionare su ciò che Dio intende e mostra di accettare come manifestazione di tale sentimento. Come disse Gesù, i cristiani dovrebbero amare “con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente" (cfr. Matteo 22:37-40).
    Sotto questo aspetto Cristo Gesù stesso diede l’esempio, ma lo vedremo col prossimo post
     
    July 13

    LA CASTA - III parte

     
    PASTORI E MAESTRI AL SERVIZIO DELLA CHIESA
    O CASTA PRIVILEGIATA?
     
     
    Nel mio primo post su questo argomento ho accennato al fatto che il sacerdozio è venuto all’esistenza a causa del peccato adamitico. Il perfetto uomo Adamo, infatti, all’inizio, in Eden, non ebbe bisogno di nessun sacerdote, poiché fu creato da Dio senza peccato e poteva rivolgersi liberamente e direttamente al suo Creatore. Quando deliberatamente disubbidì a Dio e, di conseguenza, venne cacciato da quella dimora paradisiaca, perse tale privilegio, non solo per se stesso ma per tutta la sua progenie, alla quale trasmise la sua condizione peccaminosa (cfr. Eccl. 7:29; Romani 3:23).
    Poiché il peccato è una trasgressione contro la legge di Dio, da allora sorse il bisogno di qualcuno che fosse approvato per il suo sforzo di rispettare comunque le norme divine e quindi potesse offrire un sacrificio che espiasse o coprisse il peccato e aiutare colui che sbagliava a ristabilirsi nella giusta condotta e nel favore di Dio (cfr. Ebrei 5:1).
    Quando Dio scelse e organizzò l’antico Israele come popolo che rappresentava il suo dominio e la sua volontà sulla terra, stabilì un sacerdozio che aveva proprio queste funzioni. E i sacerdoti erano realmente utili all’intera nazione in quanto, mossi da profondo rispetto per la Legge divina, insegnavano al popolo il giusto modo di vivere  e intercedevano presso Dio a suo favore, offrendo sacrifici animali che permettevano di ottenere il temporaneo perdono dei peccati. Essi salvaguardavano in larga misura la salute del popolo badando alla moralità e anche alla integrità fisica dello stesso (cfr. Levitico capp. 11-15; Ezechiele 44:33).
    In Israele il Sommo Sacerdote era la figura principale del sacerdozio. Era colui che una volta l’anno, nel Giorno di Espiazione, offriva sacrifici per l’intera nazione. Era colui che supplicava Dio a favore di tutta la popolazione e colui che presentava a Dio i problemi d’importanza nazionale. Egli era anche il principale insegnante della Legge di Dio. Ma, mentre era di grande aiuto al popolo, egli stesso non era perfetto o senza peccato (cfr. Ebrei 5:2,3). Quindi, i sommi sacerdoti che nel corso degli anni resero servizio in Israele ebbero essi stessi bisogno di aiuto e, soprattutto, non ebbero potere, con i soli sacrifici animali, di liberare le persone dal fardello del peccato adamitico (cfr. Ebrei 10:4).
    Fu per questo motivo che l’apostolo Paolo scrisse ai cristiani di retaggio israelita che quella disposizione era “solo un'ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose” poiché non aveva “il potere di condurre alla perfezione, per mezzo di quei sacrifici che si offrono continuamente di anno in anno, coloro che si accostano a Dio” (cfr. Ebrei 10:1). Pertanto ci voleva un Sommo Sacerdote “santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli” che non avesse bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso” (Ebrei 7:26-28).
    Quindi, spiegò l’apostolo, il Sommo Sacerdote dell’antico Israele, che nel Giorno di Espiazione entrava nel Santissimo del tempio, dove solo lui poteva entrare, per fare espiazione dei peccati dell’intera nazione, raffigurava “nella realtà” il più grande Sommo Sacerdote, Cristo Gesù e il sacrificio della sua vita perfetta che avrebbe offerto, a favore dell’intero genere umano, l’unico sacrificio che ha il potere di riscattare le persone dalla condanna del peccato adamitico, e questo “una volta per tutte”, cioè non ci sarebbe stata più, da allora in poi, la necessità del sacerdozio levitico né di continuare ad offrire sacrifici animali, come disposto dalla Legge (cfr. Ebrei 10:1-18).
    [Il Santissimo del tempio, dove solo il Sommo Sacerdote poteva entrare una volta l’anno, nel Giorno di Espiazione, raffigurò, infatti, il reame celeste, dove Cristo Gesù tornò 40 giorni dopo la sua risurrezione per presentare a Dio il valore del suo sacrificio - cfr. Ebrei 9:12,23,24].
    Significa questo che la nuova comunità approvata da Dio, quella “nuova nazione” che sostituì l’antico popolo di Israele (cfr. Matteo 21:43), formata dai discepoli di Cristo Gesù, non avrebbe più avuto una guida spirituale, sul modello del sacerdozio levitico, che potesse aiutare i singoli cristiani a mantenersi moralmente puri, insegnando loro le norme e i principi del cristianesimo?
    Dagli atti della primitiva chiesa cristiana così non sembra!
    Ricordiamo ancora che la disposizione della Legge mosaica era “un'ombra dei beni futuri” perciò, pur avendo una valenza transitoria per tutti gli aspetti formali e cerimoniali, era un modello di ciò che sarebbe accaduto nel futuro.
    Sappiamo poi che al Sommo Sacerdote della dinastia aronnica erano affiancati dei “sottosacerdoti” che lo aiutavano nell’esercizio delle sue funzioni (cfr. Esodo 40:12-15).
    Nella sua lettera ai cristiani di Efeso, infine, l’apostolo Paolo scrisse che Gesù, in qualità di Sommo Sacerdote celeste, “ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l'inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell'errore” (Efesini 4:8-15).
    Appare, quindi, evidente, da ciò che scrisse l’apostolo, che Cristo avrebbe avuto dei “collaboratori” sulla terra, sul modello dei “sottosacerdoti” che aiutavano il Sommo Sacerdote nell’antico Israele, uomini esperti e versati nella conoscenza delle Sacre Scritture, ai quali avrebbe affidato la cura spirituale della sua chiesa (cfr. anche Atti 20:28).
    Chi erano questi uomini e come sarebbero stati nominati?
    Le risposte, come ho già detto, le troviamo negli atti della chiesa del I secolo la quale costituì il modello dell’organizzazione cristiana.
    Ad esempio, quando l’apostolo Paolo cominciò a svolgere il suo ministero cristiano presso i “gentili”, cioè i non giudei, e allorché questi iniziarono a convertirsi, sorsero alcune questioni di natura dottrinali che dovevano essere risolte in quanto minacciavano l’unità della chiesa. Il racconto dice che Paolo, dopo aver ascoltato i vari quesiti posti dalle comunità cristiane che visitava, si recò a Gerusalemme “dagli apostoli e dagli anziani per tale questione” (Atti 15:2). Questi, quindi, si radunarono e valutarono la faccenda, non esprimendo le loro opinioni personali ma indagando nelle Sacre Scritture per sapere cosa Dio stesso diceva al riguardo. Quindi presero, all’unanimità, la decisione sulla questione e scrissero una lettera a tutte le comunità cristiane che erano state fino ad allora stabilite per comunicare cosa era stato deciso, affinché fosse messo in atto da tutti i cristiani (cfr. Atti 15:1-35).
     
     
    C’era, quindi, nel I secolo, un gruppo direttivo centrale, formato dagli apostoli e da “anziani” (greco ‘presbỳterous’, non anziani d’età ma in senso spirituale, cioè persone che avevano una posizione di autorità e responsabilità nella comunità) che valutava le necessità dell’intera chiesa e decideva sul da farsi. Tra questi nessuno aveva la preminenza, come si vorrebbe far credere nel cristianesimo apostata, tantomeno l’apostolo Pietro che pure era presente a quella riunione, dove espose le sue valutazioni come tutti gli altri. Anzi, nella circostanza, evidentemente solo per procedere con un certo ordine, c’era un uomo che presiedeva la riunione, ma non era certo l’apostolo Pietro, bensì Giacomo, uno dei fratelli di Gesù (cfr. Atti 15:13-20; Matteo 13:55).
    Quel gruppo direttivo centrale, inoltre, provvedeva anche alla nomina e all’affidamento di incarichi ad altri uomini (cfr. Atti 6:1-6; 8:14-17; 11:22; 15:22). Questa disposizione aveva la benedizione di Dio e promuoveva l’unità tra i cristiani poiché il racconto biblico dice che “la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme” e che “così la chiesa, per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria, aveva pace, ed era edificata; e, camminando nel timore del Signore e nella consolazione dello Spirito Santo, cresceva costantemente di numero” (Atti 6:7; 9:31,VR).
    Quale criterio usavano “gli apostoli e gli anziani” che costituivano il gruppo direttivo della chiesa del I secolo per nominare uomini che fungessero da “pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo" onde arrivare tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio”?
    Ce lo spiega ancora l’apostolo Paolo. Nella sua prima lettera a Timoteo descrisse i requisiti che quegli uomini dovevano avere:
    Bisogna dunque che il vescovo (greco ‘epìskopon’, cioé “sorvegliante”) sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino né violento, ma sia mite, non litigioso, non attaccato al denaro, che governi bene la propria famiglia e tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi (perché se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio?), che non sia convertito di recente, affinché non diventi presuntuoso e cada nella condanna inflitta al diavolo. Bisogna inoltre che abbia una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cada in discredito e nel laccio del diavolo” (1Timoteo 3:1-7).
    Cosa appare subito evidente da queste parole?
    Che coloro che venivano nominati per avere delle responsabilità nella guida spirituale delle comunità cristiane, gli “epìskopous”, o i “vescovi”, non appartenevano a nessun corpo separato ma erano uomini comuni scelti all’interno della comunità ecclesiale solo perché soddisfacevano determinati requisiti stabiliti da Dio stesso e non dagli uomini.
    Inoltre, è interessante notare che l’apostolo Paolo, rivolgendosi alla comunità cristiana di Efeso, nomina con entrambi i termini, “presbỳteous”, cioè “anziani” ed  epìskopous”, cioè “vescovi” le stesse persone che avevano l’incarico di soprintendere alle attività spirituali. Lo stesso fece scrivendo la sua lettera a Tito, usò entrambi i termini per indicare le stesse persone (cfr. Atti 20:17,28; Tito 1:5,7). Perciò comprendiamo che i due termini si riferiscono entrambi allo stesso incarico: presbỳterous indica le qualità mature di chi riceveva tale incarico, ed epìskopous i doveri connessi con l’incarico stesso.
    Pertanto quegli “anziani” o “vescovi” non erano nominati perché avevano frequentato seminari o scuole teologiche ma solo ed esclusivamente perché avevano i requisiti stabiliti da Dio per ricevere tale incarico.
    Come essi acquisivano tali requisiti? E’ chiaro che l’esperienza aveva un ruolo importante nel determinare la qualificazione, poiché l’apostolo disse espressamente che non dovevano “essere convertiti di recente”. Lo stesso termine “anziano” richiama alla mente tale concetto. Tuttavia questa non era l’unico e né il più importante dei fattori che rendevano un individuo idoneo per tale incarico poiché ce n’erano altri che concorrevano alla sua qualificazione. Essi dovevano essere:
    Irreprensibile” e “avere una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cadesse in discredito
    Questo requisito ha a che fare con la condotta della persona. L’apostolo Paolo disse che i cristiani devono essere “esempio di buone opere, mostrando … integrità, dignità, incorruttibilità” (Tito 2:6,7,Di). E’ vero che nessuno è senza peccato, tutti abbiamo difetti e tutti veniamo meno, ma nessuno dovrebbe mancare gravemente di conformarsi alle esigenze della Parola di Dio, così da dover essere ripreso. Scrisse, infatti, l’apostolo che un cristiano dovrebbe avere “una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cada in discredito”. Perciò la condotta di un “anziano” o “vescovo”, cioè di chiunque abbia un incarico di responsabilità spirituale nella comunità cristiana, dovrebbe essere esemplare in ogni aspetto della sua vita, ma specialmente sotto l’aspetto morale non si dovrebbe poter muovere contro di lui nessuna valida accusa. Scandali come quelli di natura finanziaria o sessuale che coinvolgono, ormai troppo spesso, pastori, sacerdoti, vescovi, squalificano tali persone e una Chiesa che li copre è essa stessa squalificata dal rappresentare Dio e Cristo Gesù (cfr. Matteo 7:17-20).
    marito di una sola moglie che governi bene la propria famiglia e tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi
    Dunque l’ “anziano” o “vescovo” può essere sposato. Non poligamo, ma può essere sposato. Imporre ad un “vescovo” di non sposarsi va contro la norma divina ed è una dottrina di origine diabolica. Quando l’apostolo Paolo mise in guardia i cristiani contro l’apostasia, disse, infatti, che quelli che si sarebbero allontanati dalla vera fede, “dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche”, avrebbero anche “vietato il matrimonio” (cfr. 1Timoteo 4:1-3).
    Nella sua enciclica Sacerdotalis Cælibatus (1967) l’allora Papa Paolo VI ammise che “il Nuovo Testamento, nel quale è conservata la dottrina di Cristo e degli Apostoli, non esige il celibato dei ministri sacri … Gesù stesso non ha posto questa pregiudiziale nella scelta dei Dodici, come anche gli Apostoli per coloro i quali venivano preposti alle prime comunità cristiane” (in effetti diversi dei dodici apostoli, incluso Pietro, erano sposati - cfr.1Corinzi 9:5).
    Allora, se non è di origine apostolica, da dove derivò la legge sul celibato sacerdotale?
    Tale norma fece la sua prima comparsa nella Chiesa Cattolica Romana solo al principio del quarto secolo d.C. quando un decreto del Concilio di Elvira (circa 306 d.C.) vietò ai sacerdoti spagnoli di sposarsi. Venne, poi, confermata in diverse occasioni finché fu istituita "ufficialmente" dal Concilio di Trento del 1545 d.C. Ma le sue origini sono ancora più antiche. Varie fonti storiche dimostrano che esso era già una regola del culto egiziano di Iside e, ancora prima, aveva a che fare con il culto di Cibele nell’antica Babilonia, proprio là dove, secondo la Parola di Dio, sotto la spinta del Diavolo, iniziò di nuovo, dopo il Diluvio, la ribellione contro Dio.
    Charles Davis, docente dell’Heythrop College di Londra ed ex capo consigliere teologico dei vescovi d’Inghilterra al Concilio Vaticano II ha, infatti, dichiarato: “La proibizione non ebbe origine cristiana; è molto antica nella storia della religione. Fu introdotta nel cristianesimo come parte del generale orientamento verso il paganesimo … Nel Medio Evo si insistette maggiormente sul celibato per la preoccupazione di impedire che la proprietà della Chiesa passasse sotto il controllo secolare”.
    Si comprende, quindi, che tale imposizione non aveva nulla di scritturale ma rispondeva solo alla necessità di adeguarsi alle usanze pagane introdotte nel cristianesimo a seguito dell’allontanamento dalla vera fede, l’apostasia predetta da Cristo (cfr. Matteo 13:24-30,36-42), e dalla cupidigia di una chiesa apostata che intese salvaguardare in quel modo l’enorme patrimonio che andava man mano accumulando.
    sobrio, prudente, dignitoso, ospitale … non dedito al vino né violento, ma sia mite, non litigioso, non attaccato al denaro
    Il “vescovo” dovrebbe essere moderato, non schiavo di cattive abitudini che denotino mancanza di riguardo per le norme di Dio sulla purezza non solo morale, ma anche fisica, nel pieno rispetto della santità della vita. L’abuso di bevande alcoliche o l’uso di sostanze dannose alla salute dovrebbero essere banditi dalla sua vita! Quando il “Sommo Sacerdote” Gesù stava per morire, per cercare di alleviarne le sofferenze gli fu offerto del vino drogato che egli rifiutò di bere. Perché? Non voleva che niente potesse condizionare le sue facoltà di ragionare e impedirgli di “amare Dio con tutta la sua mente”, fino alla fine (cfr. Matteo 22:37). La stessa attenzione di Cristo Gesù dovrebbero manifestare coloro che sono incaricati di collaborare con lui nella guida della sua chiesa, specialmente verso pratiche apparentemente innocue ma che nascondono insidie per la salute fisica e mentale della persona. Prendiamo ad esempio il fumo e la componente di droga che esso contiene, la nicotina, che agisce sulla mente e la condiziona. Può sembrare una “sciocchezza”, ma non lo è, visti i milioni e milioni di morti che causa ogni anno fra il genere umano. Un “vescovo” dedito a questo vizio non mostra certo di essere “prudente” nelle sue abitudini né, tantomeno mostra di avere rispetto per il dono della vita che Dio ci ha fatto, ed è perciò squalificato davanti a Dio per tale incarico. Ne conoscete qualcuno?
    Riguardo all’ “attaccamento al denaro” possiamo poi ricordare cosa raccomandò Gesù ai discepoli che mandò a predicare il Regno dei cieli alle pecore perdute della casa d'Israele”. Egli disse loro: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento (cfr. Matteo 10:5-10). Gli apostoli diedero un ottimo esempio in quanto a seguire il consiglio di Gesù. L’apostolo Paolo riassunse il loro pensiero scrivendo: “ricordate la nostra fatica e la nostra pena; infatti è lavorando notte e giorno per non essere di peso a nessuno di voi, che vi abbiamo predicato il vangelo di Dio” (2Tessalonicesi 2:9). Trovate forse che abbiano la stessa attitudine o che siano altrettanto sobri” i sacerdoti del cristianesimo apostata nei loro costosi e pomposi abiti talari ed esigendo un compenso per la loro attività?
    capace di insegnare
    Gli antichi sacerdoti della nazione d’Israele avevano, tra i loro compiti, quello di insegnare la Legge al popolo (cfr. Malachia 2:7). Finché rimasero fedeli a quell’incarico l’intera popolazione ne trasse beneficio poiché imparava a fare la volontà di Dio. Quando questi divennero infedeli, anziché insegnare la Legge di Dio iniziarono a diffondere filosofie umane che col tempo si trasformarono in una serie di tradizioni che si tramandavano di generazione in generazione e nulla avevano a che fare con la volontà di Dio. Fu per questo motivo che Gesù si rivolse decisamente contro di loro accusandoli di essere solo degli ipocriti perché avevano “annullato la parola di Dio in nome della loro tradizione” aggiungendo che la loro adorazione era vana perché “insegnavano dottrine che sono precetti di uomini” (cfr. Matteo 15:6-9). Gesù è stato il più grande insegnante della Parola di Dio. Egli non aveva frequentato le scuole teologiche rabbiniche, eppure tutti lo chiamavano “Maestro”. Il racconto evangelico dice che “la folla si stupiva del suo insegnamento” (Matteo 7:28). Da cosa dipendeva la sua capacità di insegnare? Egli stesso lo spiegò dicendo: “Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere” (Giovanni 14:10). Gesù non elaborò mai proprie teorie su quella che era la volontà di Dio, né si rivolse a filosofie umane per spiegarla! Non risulta che citasse mai i “Dottori” delle scuole rabbiniche. La chiave del suo insegnamento era la Parola di Dio che indicava sempre come autorità. Egli non si limitava a leggere i versetti biblici, cosa che erano in grado di fare anche i suoi ascoltatori, ma collegandoli tra loro, ponendo domande e ragionando con i suoi interlocutori, mostrava qual’era il corretto intendimento di ciò che dicevano. In tal modo correggeva anche la cattiva interpretazione che veniva data della Parola di Dio (cfr. cfr. Matteo 4:5; 19:3-9; Luca 20:27-40; Giovanni 8:31-47). Prima di tornare nei cieli, da dove era venuto, egli riunì i suoi discepoli e disse loro: “Queste sono le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: che si dovevano adempiere tutte le cose scritte a mio riguardo nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi. Allora aprì loro la mente, perché comprendessero le Scritture, e disse loro: «Così sta scritto … (cfr. Luca 24:45,46). Come ultimo insegnamento rivolse ancora la loro mente all’importanza delle Sacre Scritture, quindi lasciò loro il modello di un sano e corretto insegnamento: l’uso della Parola di Dio!
     
                                                       
     
    La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” (Giovanni 7:16). Ripetute volte Gesù disse queste parole ai suoi ascoltatori (cfr. anche Giovanni 8:28). E lo dimostrò citando in continuazione le Sacre Scritture. Ai sacerdoti e ai teologi del suo tempo piaceva insegnare rifacendosi alla cosiddetta legge orale, cioè alla loro tradizione e citando dotti rabbi del passato. Un po’ come fanno gli odierni sacerdoti quando citano i “Dottori” o i “Padri” della Chiesa, i vari S.Agostino, S.Ambrogio, S.Gerolamo, S.Tommaso d’Aquino ecc. Egli non citò neanche una volta come autorità la legge orale o qualche rabbi. Per lui la massima autorità era la Parola di Dio. Il primo atto che fece quando iniziò il suo ministero terreno, dopo il suo battesimo e la sua unzione quale Messia nel fiume Giordano, fu quello di entrare nella sinagoga di Nazaret, prendere il rotolo delle Scritture, leggerle e spiegarle (cfr. Luca 4:16-21). In seguito, ogni volta che parlava usava frasi come “avete udito che fu detto” oppure “sta scritto” e ancora  non avete mai letto” (cfr. Matteo 5:17-39; 21:13,16). Egli, inoltre si impegnò sempre in una strenua difesa della Parola di Dio contro i capi religiosi del suo tempo che la presentavano in modo distorto, dibattendo sui minimi particolari più che sulla sostanza del suo insegnamento, incoraggiando così una forma di adorazione superficiale e facendola apparire troppo restrittiva o persino opprimente. Alla stessa maniera non sono pochi, oggi, i sacerdoti, e quelli che li seguono, a pensare che le norme morali contenute nelle Sacre Scritture siano ormai antiquate.
     
    Gli apostoli e gli “anziani” o “vescovi” della chiesa del I secolo, anch’essi non avevano frequentato scuole rabbiniche ma compresero molto bene la lezione di Cristo. Ad esempio, l’apostolo Paolo nel suo ministero, giunto a Tessalonica “come era sua consuetudine … per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture” (Atti 17:1-3). Gran parte di quei Tessalonicesi, che rimasero attaccati alle loro tradizioni, non mostrarono di apprezzare l’uso della Parola di Dio perciò vengono indicati nelle Scritture come un esempio negativo, da non imitare; altri, come i Bereani, invece, mostrarono il dovuto apprezzamento per il metodo di insegnamento apostolico, e furono lodati per questo; di loro è scritto: “costoro erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica e ricevettero la parola con tutta prontezza, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se queste cose stavano così” (Atti 17:11). Quindi anche degli apostoli e dei “vescovi” del I secolo è detto che i loro ascoltatori “considerando che erano senza istruzione e popolani, rimanevano stupefatti riconoscendoli per coloro che erano stati con Gesù” (Atti 4:13). La capacità di insegnare di coloro che sono qualificati per incarichi di responsabilità spirituale nella chiesa cristiana, dunque, deriva dal grado di conoscenza e di intendimento della Parola di Dio e non dall’aver frequentato seminari, scuole o università teologiche, e neanche dall’aver acquisito una grande conoscenza secolare, come ha scritto l’apostolo Paolo: “non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi; ma la nostra capacità viene da Dio” (2Corinzi 3:5; cfr. anche 1Corinzi 1:26-29).
     
                                       
     
    Gli apostoli e gli “anziani” del I secolo usavano le Scritture per insegnare ad altri a compiere la volontà di Dio. Come Gesù essi non si affidarono né alla tradizione né ai ragionamenti o alle filosofie umane, anzi misero in guardia contro di esse (cfr. Colossesi 2:8). Essi non si limitavano semplicemente a leggere i versetti biblici ma, collegandoli tra loro, spiegavano quale era il loro corretto significato (cfr. Atti 8:26-38).
     
                                         
     
    I risultati di quel modo di insegnare dimostrano che esso aveva l’approvazione di Dio perché è scritto che “le comunità intanto si andavano fortificando nella fede e crescevano di numero ogni giorno” (Atti 16:5). Inoltre tutti i cristiani erano individualmente “in grado di ammaestrare a loro volta anche altri” (2Timoteo 2:2).
    Ora, secondo voi, a chi assomigliano gli odierni “vescovi” del cristianesimo apostata: a quei sacerdoti del tempo di Cristo che avevano abbandonato la Parola di Dio per insegnare filosofie e tradizioni umane o agli apostoli e a quegli “anziani” che discutevano “sulla base delle Scritture”?
     
    Concludendo, alla luce delle Sacre Scritture e dei fatti, appare evidente che il sacerdozio in uso nelle chiese del cristianesimo apostata non ha nulla a che fare con la disposizione divina per la guida spirituale del popolo di Dio. Nelle sue forme, nei suoi atteggiamenti, con i suoi rituali e la sua pomposità, per le menzogne che insegna, riflette più la casta piena di privilegi degli antichi sacerdoti dediti al culto pagano, da dove ha avuto origine, piuttosto che la semplicità, lo spirito di sacrificio, la disponibilità a servire e l’amore per la verità, per la Legge e per la Parola di Dio degli antichi sacerdoti leviti fedeli, degli apostoli e degli anziani (presbỳterous’ o ‘epìskopous’) della primitiva chiesa cristiana. Per questi motivi, che la Chiesa Cattolica abbia proclamato un Anno Sacerdotale non può avere alcun valore agli occhi di un Dio che ha detto:
    a voi questo monito, o sacerdoti. Se non mi ascolterete e non vi prenderete a cuore di dar gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni … le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l'istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti. Voi invece vi siete allontanati dalla retta via e siete stati d'inciampo a molti con il vostro insegnamento … Perciò anch'io vi ho reso spregevoli e abbietti davanti a tutto il popolo, perché non avete osservato le mie disposizioni e avete usato parzialità riguardo alla legge - Malachia 2:1,2,7-9.
    July 05

    LA CASTA - II parte

     
    IPOCRITI, GUIDE CIECHE E RAZZA DI VIPERE
     
     

    La legge, infatti, possiede solo un'ombra dei beni futuri,

    non la realtà stessa delle cose.

    Ebrei 10:1,VR
     
    Così scrisse l’apostolo Paolo ai cristiani di estrazione ebraica. Egli spiegò loro che tutto quello che era stato disposto mediante la Legge data a Israele per mezzo di Mosè era un tipo profetico di cose che dovevano accadere nel futuro, nei tempi da Dio fissati per la realizzazione del suo proposito.
    Dio, infatti, stabilì un sacerdozio per l’antico Israele con la funzione di istruire il popolo e aiutarlo a ricevere un temporaneo perdono dei peccati commessi involontariamente mediante offerta di sacrifici animali, ma quei sacrifici non potevano provvedere la completa liberazione dalle conseguenze del peccato adamitico che tutti ereditavano fin dalla nascita (cfr. Ebrei 10:1-4). Perciò quella disposizione prefigurava qualcosa che nella realtà doveva essere migliore, il vero sacerdozio celeste che avrebbe provveduto il definitivo perdono dei loro peccati (cfr. Ebrei 8:5; 9:23).
    Come ho già esposto nel precedente post, Dio scelse come Sommo Sacerdote Aronne, fratello di Mosè, della tribù di Levi. Mosè nominò o “unse” Aronne con olio. Aronne poté allora chiamarsi “l’unto” (ebraico ‘mashìach’, ‘messia’). Dopo di che Mosè nominò o “unse” come sottosacerdoti i quattro figli di Aronne. In seguito, quando i sacerdoti morivano e i loro figli vi succedevano, era nominato o “unto” solo il Sommo Sacerdote mentre quell’unica unzione dei figli di Aronne contò per tutti i successivi sottosacerdoti (cfr. Esodo 40:12-16).
    Dio stesso aveva stabilito il requisito che rendeva quegli uomini idonei per il servizio sacerdotale, poiché disse: “susciterò un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e secondo il mio desiderio” (cfr. 1Samuele 2:35). Da essi era quindi richiesta assoluta fedeltà alla Legge e alla volontà di Dio che dovevano onorare e far rispettare.
    Finché in Israele si osservò quella disposizione, il sacerdozio, seppur con qualche sporadica eccezione, fu una vera benedizione per il popolo perché i sacerdoti fungevano da custodi e insegnanti delle giuste norme divine, sedevano in giudizio contro i violatori di quelle norme aiutandoli a rendersi conto della necessità di pentirsi e ravvedersi, mantenendo così quel popolo, nel suo complesso, moralmente puro dinanzi a Dio (cfr. Malachia 2:7; Deuteronomio 17:8-12; Ebrei 5:1). Questo avvenne per molti secoli, a partire dalla sua istituzione nel 1513 a.C.
    Ma già al tempo di Geremia, 647-580 a.C., questa disposizione era ripetutamente violata e, come conseguenza, la maggioranza dei sacerdoti aveva abbandonato la vera adorazione divenendo infedeli al mandato conferito loro da Dio e intraprendendo il culto idolatrico (cfr. 1Re 12:31, Geremia 2:8).
    Così da una classe al servizio del popolo, quella dei sacerdoti divenne gradualmente una casta che amava circondarsi di privilegi.
    Ai giorni di Gesù la casta sacerdotale in Israele aveva raggiunto il culmine della propria apostasia ed egli, senza ‘mezzi termini’, definì quegli uomini “ipocriti”, ed anche “guide cieche”, e pure “sepolcri imbiancati”, e ancora “serpenti” e “razza di vipere” (cfr. Matteo 23:13-35),
    Esaminando nei particolari le parole di Gesù siamo aiutati a comprendere perché egli li disapprovò in una maniera così forte e decisa, e questo può esserci di aiuto per evitare di cadere anche noi vittime di una casta così deleteria per la vera adorazione.
    Gesù disse di loro che:
    Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” - Matteo 23:4
    Nel I secolo l’ossessione per l’analisi e l’interpretazione della Legge aveva completamente distorto il modo di ragionare dei sacerdoti. Essendo così esigenti circa i minuti dettagli, si dedicavano a “studi profondi” trascurando completamente le cose più importanti di giustizia, misericordia e fedeltà. Erano sempre pronti a “disputare” con Cristo sulla “pagliuzza” nell’occhio, portando a sostegno le loro tradizioni, ma Gesù regolarmente correggeva i loro errati punti di vista usando la Parola di Dio (cfr. Matteo 15:1-6) oppure, considerando la loro malafede e il loro pregiudizio, tagliava corto e li abbandonava alle loro elucubrazioni (cfr. Marco 8:10-13).
    [Questo richiama alla mente lo stesso atteggiamento di quelli che oggi disputano accanite “contese” tra opposti schieramenti di cosiddetti “cristiani”, come si leggono spesso anche su vari blog, questionando su particolari pretestuosi e insignificanti, con opinioni del tutto personali con cui dibattere all’infinito su parole e dettagli che invece di avvicinarli a Dio li allontanano sempre di più dalla verità e fanno perdere di vista l’insieme del Suo meraviglioso proposito rivelato nella Sua Parola e l’intero modello della vita di un cristiano in essa contenuto - cfr. 2Timoteo 2:24].
    Così quegli “ipocriti” capi religiosi del tempo di Cristo ponevano dei pesi sulla gente comune stabilendo innumerevoli regole e regolamenti di invenzione umana, ma creavano ipocritamente delle scappatoie per non doverli essi stessi osservare. Si noti, in paragone, l’uso omertoso della Crimen sollicitationis a copertura dei reati sessuali commessi da sacerdoti nella Chiesa Cattolica.
     
                            
     

    Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze …” - Matteo 23:5,6

    A quegli uomini piaceva vestire e comportarsi in maniera tale da richiamare l’attenzione su se stessi. La loro religione era tutta un’ostentazione: recitavano lunghe preghiere stando in piedi nei luoghi pubblici, ma solo per essere visti da altri (cfr. Matteo 6:5), portavano abiti di una foggia particolare per distinguersi dagli altri e amavano i luoghi preminenti ai pasti, i primi posti nelle sinagoghe. Si dia uno sguardo alle diverse cerimonie pubbliche nel mondo. Sinceramente, chi può negare di rivedere questa stessa scena descritta da Cristo? L’ostentazione e la preminenza del clero delle varie religioni sono inconfutabilmente evidenti! In quel tempo, poi, quegli “ipocriti” usavano esibire, attaccati al loro corpo in bella evidenza, i filattèri, cioè elaborati astucci che contenevano versetti biblici come amuleti. Oggi si esibiscono vistosi e preziosi simboli religiosi appesi al collo. Cosa è cambiato?

     
                                       
     
    Quando tu preghi, non essere come gli ipocriti, perché essi amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe, e agli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini; in verità vi dico che essi hanno già ricevuto il loro premio. Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta, chiudi la tua porta e prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà pubblicamente. Ora, nel pregare, non usate inutili ripetizioni come fanno i pagani perché essi pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole” - Matteo 6:5-7.
    A quegli “ipocriti” ‘piaceva’ pregare in pubblico “agli angoli delle piazze”. Essi gioivano all’idea d’essere “visti dagli uomini” che andavano in ogni direzione. Ostentando una falsa santità, facevano lunghe e ripetute preghiere, per destare l’ammirazione degli astanti. Le loro non erano preghiere spontanee, dettate dal cuore ma ripetevano meccanicamente le stesse frasi tante volte, pensando “di essere esauditi” a motivo di tale continua ripetizione. Ma questo “gran numero delle loro parole” non aveva nessun valore agli occhi di Dio.
    Sinceramente, pensate che oggi si comportino molto diversamente da quegli “ipocriti” capi religiosi del tempo di Cristo?
     
        
     

     amano posti d'onore nei conviti … amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe, e agli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini”

     
    “… come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo” - Matteo 23:7-9.
    Quegli “ipocriti” capi religiosi si servivano della religione per esaltare se stessi. Volevano essere considerati “maestri” della fede, perciò annacquavano le pure verità bibliche ispirate da Dio con tradizioni e filosofie umane da essi elaborate. Amavano anche attribuirsi altisonanti titoli onorifici. Riuscite ad immaginate se Gesù, il mite e umile Figlio di Dio (cfr. Matteo 11:29), si facesse chiamare dai suoi seguaci “eminenza” o “reverendissimo” o “monsignore”. E’ difficile vero? Essi giungevano al punto di pretendere un rispetto maggiore di quello che si dava ai genitori: volevano essere chiamati “padre”. Ma Gesù mostrò che tutti i suoi seguaci sono uguali come figli di Dio. Ogni titolo che faccia pensare il contrario è un’arrogante usurpazione di qualcosa che spetta solo a Dio. Perciò Gesù li redarguì dall’usare la parola “padre” come titolo onorifico in senso religioso ribadendo che i suoi seguaci hanno un solo Padre in senso spirituale, Dio.
    L’apostolo Paolo riprese quest’argomento nella sue lettere, chiarendo ulteriormente il punto. Egli parlò dell’apostasia religiosa che si sarebbe manifestata anche nel vero cristianesimo mediante l’ ”ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza”. Riferendosi a questi come di un composito “uomo del peccato, il figlio della perdizione” egli disse che “che s'innalza sopra tutto ciò che è chiamato dio o oggetto di adorazione, tanto da porsi a sedere nel tempio di Dio come Dio, mettendo in mostra se stesso e proclamando di essere Dio” (cfr. 1Timoteo 4:2 ; 2Tessalonicesi 2:4). Ebbene chi è che oggi proclama di essere “Dio in terra”?
    [E’ davvero interessante leggere a questo riguardo ciò ch’è stato scritto in un opuscolo qualche tempo fa: “La nostra realizzazione cristiana effettiva non sembra essere la maggior parte delle volte assai più simile al culto delle alte cariche dei giudei stigmatizzato da Gesù che non all’immagine da lui disegnata della comunità cristiana fraterna? Non soltanto il titolo di ‘padre’ viene limitato in Matteo 23, 8-11 (Non fatevi chiamare rabbi, padre, guide), bensì tutta la forma esteriore (ribadiamolo: esteriore) del gerarchismo, così come essa si è strutturata nei secoli dovrà in continuazione lasciarsi giudicare da questo testo” (La fraternità cristiana, Queriniana 2005, p. 74 - fonte: http://www.luigiaccattoli.it/blog). Chi ha scritto queste parole? Un giovanissimo prete (siamo nel 1960) di nome Joseph Ratzinger. Peccato che nel corso del tempo le abbia dimenticate, e che lui stesso ora si faccia chiamare “Santo ‘Padre’”!].
     
    Perché Gesù definì ripetutamente “ipocriti” quelle persone? E’ importante capirlo perché molti oggi, alle critiche rivolte contro i rappresentanti del clero del cristianesimo apostata, obiettano che tutti siamo imperfetti, quindi anche i sacerdoti, e che non si deve fare di tutta l’erba un fascio.
    Con le sue vigorose accuse Gesù mostrò di non pensarla allo stesso modo, perché?
    Sia il termine ebraico, chanèf, che quello greco, hypokritès, le due principali lingue usate nella stesura delle Sacre Scritture, che sono tradotti nella nostra lingua con il termine “ipocrita”, nella loro accezione rendono l’idea di ciò che è “profano” ,o “sacrilego”, o “malvagio”, o “astuto”. Gesù, infatti, disse a quei personaggi: “chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci … percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi” - Matteo 23:13-15.
    Non solo essi rifiutavano deliberatamente di avvalersi personalmente dell’opportunità di entrare nel Regno dei cieli, ma aggravavano il loro peccato cercando di impedire ad altri di entrarvi. Facevano grandi sforzi per convertire altri, solo per renderli soggetti alla Geenna, cioè alla distruzione, il doppio di loro. Erano dei malvagi, perché sapevano benissimo di insegnare il falso ma continuavano a farlo solo ed esclusivamente per il proprio tornaconto personale. Perciò li definì “Serpenti, razza di vipere” dicendo loro: “Voi siete figli del diavolo (l’originale serpente - cfr. Apocalisse 12:9), che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Il loro modo di fare non era dunque collegabile all’imperfezione umana perché essi deliberatamente raggiravano le persone, e tutt’ora le fuorviano; in che modo?
    Gesù, che non si lasciò ingannare dalle apparenze, né dal parlare mellifluo e santocchioso di quegli “ipocriti”, disse chiaramente loro: “rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità”  - Matteo 13:27,28.
    Quei capi religiosi cercavano di apparire “giusti” pregando o facendo “opere di carità” in pubblico (cfr. Matteo 6:1-6). [Mentre scrivo ascolto le notizie del TG che ripetutamente danno risalto l’appello del Papa ai “grandi” della terra di tenere presenti i poveri e pensare ad una diversa distribuzione della ricchezza. Considerando le ingenti “ricchezze” che la Chiesa possiede, beni immobili, terreni, oggetti preziosi conservati nelle chiese e nei musei (che so, pensate al famoso “tesoro di S. Gennaro”, o ai Musei Vaticani, ad esempio), viene da chiedersi: sono lì a che scopo? Non potrebbero essere utilizzati per aiutare e sfamare i poveri? … Ma, si dice, quelli non si possono toccare, sono “sacri”. In questo caso come non ricordare le parole di Gesù rivolte a quegli “ipocriti” capi religiosi del suo tempo: “Siete veramente abili nell'eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio”. Era retorica quella di Cristo? - Marco 7:11-13].
    Essi cercavano anche di dimostrarsi “giusti” osservando innumerevoli precetti, riti e pomposi cerimoniali, molti dei quali inventati da loro stessi. Ma essi in effetti ignoravano “la giustizia di Dio cercando di stabilire la propria giustizia” (Romani 10:3) poiché davano più importanza alla loro tradizione e agli insegnamenti umani che non alla Parola di Dio (cfr. Matteo 15:6-9). Quindi di fuori forse apparivano giusti, ma dentro erano ‘pieni di iniquità’, di ingiustizia. Questo era evidente nella condizione morale e sociale degradata in cui le masse loro sottoposte versavano. In maniera simile l’apparente giustizia della casta clericale odierna si riflette nella estesa illegalità e immoralità, nella confusione dottrinale, nel degrado sociale in cui versano le popolazioni a maggioranza “cristiane” della terra, condotte da queste “guide cieche” (cfr. Matteo 23:24).
    L’ultima e più grave accusa che Gesù fece loro fu:
    io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra” - Matteo 23:34,35.
    Egli sperimentò personalmente la veridicità di queste parole. Il più grande oppositore del suo ministero terreno fu quel Caiàfa, o Caifa, Sommo Sacerdote non nominato da Dio ma da Valerio Grato, predecessore del governatore romano Ponzio Pilato (Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XVIII, 95, a cura di L. Moraldi, UTET, Torino, 1998). Egli e suo suocero, Anna, altro Sommo Sacerdote deposto per far luogo a Caiàfa stesso, furono profondamente implicati nel provocare l’effettiva morte di Gesù Cristo. Poco prima della Pasqua del 33 d.C., Caiafa e altri componenti del Sinedrio tennero “consiglio per prendere Gesù con inganno e farlo morire” (Matteo 26:3,4). Con la cooperazione di Giuda Iscariota, che avevano prezzolato, riuscirono nel loro intento. Dopo aver catturato Gesù, una folla armata lo portò prima in casa di Anna, poi lo condusse in catene da Caiàfa (cfr. Giovanni 18:13,24). In quell’occasione essi produssero falsi testimoni che però presentarono testimonianze contrastanti. Infine, Caiàfa impose a Gesù, sotto giuramento, di dir loro se era il Cristo, il Figlio di Dio. Udendo la risposta affermativa di Gesù, Caiàfa si strappò le vesti e chiese alla corte di condannarlo come bestemmiatore [fu per questo motivo che Gesù supplicò il Padre dicendo “se è possibile, allontana da me questo calice” - cfr. Matteo 26:39. Egli, che in preghiera aveva detto al Padre “Io ti ho glorificato sulla terra” - cfr. Giovanni 17:4, non sopportava l’accusa di essere un bestemmiatore]. La corte, aizzata dal Sommo Sacerdote, condannò a morte Gesù (cfr. Matteo 26:59-66). La mattina dopo Caiàfa fu fra coloro che condussero Gesù dinanzi a Pilato, accusandolo di proibire di pagare le tasse a Cesare e di dire di essere Cristo re (cfr. Luca 23:2). Poi, quando Pilato cercò di liberare Gesù, Caiàfa fu senza dubbio uno dei “capi sacerdoti” che gridarono: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”. Probabilmente fu anche Caiàfa fra quelli che gridarono: “Noi non abbiamo altro re che Cesare” (cfr. Giovanni 19:6-15). Che squallida figura di sacerdote sleale che, per la sua ambizione personale, non ha avuto timore di violare la legge divina. Ne avremmo mai seguito le orme?
     
                          
     
    Or quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero da Caiafa, sommo sacerdote, presso il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Ora i capi dei sacerdoti, gli anziani e tutto il sinedrio, cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per farlo morire, ma non ne trovavano alcuna; sebbene si fossero fatti avanti molti falsi testimoni, non ne trovarono. Ma alla fine vennero avanti due falsi testimoni i quali dissero: «Costui ha detto: "Io posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni"». Allora il sommo sacerdote, alzatosi, gli disse: «Non rispondi nulla a ciò che costoro testimoniano contro di te?». Ma Gesù taceva. E il sommo sacerdote replicò dicendo: «Io ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se sei il Cristo, il Figlio di Dio». Gesù gli disse: «Tu l'hai detto! Anzi io vi dico che in avvenire voi vedrete il Figlio dell'uomo sedere alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo». Allora il sommo sacerdote stracciò le sue vesti, dicendo: «Egli ha bestemmiato; quale bisogno abbiamo più di testimoni? Ecco, ora avete udito la sua bestemmia. Che ve ne pare?». Ed essi, rispondendo, dissero: «Egli è reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; ed altri lo percossero con pugni, dicendo: «O Cristo, indovina! Chi ti ha percosso?»” - Matteo 26:57-67.
    False accuse e dileggiamento sono sempre state le armi degli apostati contro chi ha cercato di difendere e diffondere la verità riguardo a Dio e a Cristo Gesù. A quei capi religiosi non stava bene che Gesù fosse il “Figlio di Dio” il cui Regno “non faceva parte di questo mondo” (cfr. Giovanni 18:36). Essi volevano un messia asservito al loro volere e che garantisse i loro privilegi e il loro potere.
    I sacerdoti del cristianesimo apostata in maniera simile non riconoscono il vero ruolo di Cristo, “Figlio di Dio” non Dio stesso, “seduto alla destra di Dio” e non al posto di Dio, in attesa di ricevere dal Padre il comando di “dominare in mezzo ai suoi nemici” (Salmo 110:2,VR e Di, 109:2,CEI; Ebrei 10:12,13). Anch’essi si sono costruiti un messia asservito al loro volere che sostiene e giustifica tutto ciò che ad essi fa comodo per mantenere i loro privilegi e il loro potere. Per questo perseguitano e dileggiano chiunque contraddica le loro menzogne e voglia diffondere la verità.
     
    Con una procedura simile, in seguito, ancora il Sommo Sacerdote e i suoi sostenitori si resero responsabili della lapidazione di Stefano, il primo martire cristiano. Come era avvenuto nel caso di Gesù, quegli “ipocriti” capi religiosi si procurarono falsi testimoni per accusare Stefano di bestemmia davanti al Sinedrio e farlo condannare a morte (cfr. Atti 6:8-7:60).
    Nei secoli che seguirono molte persone timorate di Dio furono similmente arrestate da politici e dalle folle istigati dal clero apostata semplicemente perché volevano diffondere la Parola di Dio fra il popolo. Parlo di gente come John Wycliffe e i lollardi, Jan Hus, William Tyndale, Michele Serveto, i Socini, Pietro Carnesecchi, Pomponio Algieri, i primi valdesi e gli anabattisti, solo per citarne alcuni. Leggendo gli atti processuali dei tribunali dell’Inquisiz.ione che li giudicarono e li condannarono a morte, troviamo molte analogie con il processo a cui i sacerdoti apostati israeliti sottoposero Gesù per condannarlo a morte. Corruzione, cospirazione, pervertimento della giustizia, calunnia, falsa testimonianza, azioni di turba. Se a questi atti aggiungiamo anche l’appoggio dato dagli ecclesiastici delle chiese cosidette “cristiane” alle tante guerre combattute dagli uomini, dalle Crociate alla prima e alla seconda guerra mondiale, allora vi ritroviamo in pieno le parole di Gesù: “ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra”. Ne seguiamo forse le orme?
    Si, il sacerdozio istituito dagli uomini si è rivelato, in ogni tempo, una vera disgrazia per l’intera umanità!
    Con la morte di Gesù la Legge mosaica, inclusa la disposizione del sacerdozio, cessò di avere effetto! (cfr. Efesini 12:14-16). Dio provvide qualcosa di migliore dell’antico sacerdozio Levita. Qualsiasi organizzazione sacerdotale umana costituita in seguito non ha alcun valore davanti ai Suoi occhi. E ciò che da allora Dio ha disposto non può più essere influenzato o condizionato da decisioni umane …
    June 28

    LA CASTA - I parte

     
    CUSTODI, INSEGNANTI E GIUDICI SECONDO IL CUORE DI DIO

    1Samuele 2:35

     
     
    Nei giorni passati su diversi siti cattolici, e anche su diversi blog, si è dato molto risalto all’Anno Sacerdotale indetto ufficialmente dal Papa Benedetto XVI a partire dal 19 giugno u.s. per “contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi”.
    Come risulta dalle recenti e ben note cronache “nere” mondiali, la classe sacerdotale cattolica è sotto “giudizio” per i numerosi e spregevoli casi di deviazione sessuale imputati ai suoi rappresentanti che continuano ad affiorare giorno dopo giorno, nonostante la omertosa “copertura” data loro dalla legislazione vaticana e la non meno irresponsabile connivenza di alcuni “fedeli” o “laici devoti” i quali, accecati da un tracotante campanilismo, nel migliore dei casi, o da un’altrettanto deplorevole malafede, tentano di sminuirne la gravità.
    Che questo sia un vero problema, da porre alla base l’eclatante annuncio della Curia vaticana, viene attestato dalle stesse parole che il Papa ha scritto nella sua omelia: “Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi ministri. È il mondo a trarne allora motivo di scandalo e di rifiuto”.
    [Quelli che il Papa definisce, con molta leggerezza, “alcuni” sono ben 4.500 sacerdoti inquisiti in una sola nazione (gli USA) dove un maggiore culto della legalità, della libertà di stampa e la ridotta influenza clericale sul controllo dei mezzi di informazione ha permesso che venissero alla luce. Cosa cova nel marasma della depravazione mondiale il tempo ce lo dirà!]
    D’altra parte, osservando la sponda cosiddetta “protestante”, non c’è davvero di stare più allegri! Gli scandali sessuali, e non solo, dei tanti “pastori” e predicatori evangelici, alla Ted Haggard, tanto per intenderci, non presentano certamente un quadro morale migliore, sebbene di portata e di effetti più limitati.
    Un argomento del genere non può passare inosservato per chiunque si interessi della volontà di Dio. Poiché è impensabile che Egli possa ispirare, approvare o giustificare in alcun modo persone e comportamenti del genere, devono esserci delle motivazioni storico-culturali che le hanno determinate che è bene che ciascuno di noi conosca per evitarne i deleteri effetti.
    E’ perciò interessante ricostruire la storia del sacerdozio attraverso le pagine della Parola di Dio che, non mi stancherò mai di affermare, per il credente cristiano è l’unica fonte di verità (cfr. Salmo 119:160,VR e Di - 118:160,CEI; Giovanni 17:17)
     
    L’idea dei sacerdoti non è di origine umana, ma divina. Essa sorse dopo il peccato di Adamo il quale, essendo stato creato perfetto, all’inizio poteva rivolgersi direttamente al suo Dio e Creatore. Dopo il suo peccato e con la trasmissione dello stato di imperfezione a tutti i suoi discendenti, sorse la necessità di qualcuno che rappresentasse il genere umano davanti a Dio, offrendo sacrifici, intercedendo e supplicando a suo favore, perché questa, nelle Sacre Scritture, è la funzione ch’è sempre stata attribuita ai sacerdoti (cfr. Ebrei 5:1).
    Anticamente, nei tempi patriarcali il capofamiglia fungeva da sacerdote per la sua famiglia, incarico che alla morte del padre passava al figlio primogenito.
    Ad esempio Noè rappresentava la famiglia in qualità di sacerdote (cfr. Genesi 8:20,21). Anche Abramo, che aveva una famiglia molto numerosa con cui si spostava da un luogo all’altro, erigeva altari e faceva sacrifici a Dio nelle diverse località dove si accampava (Genesi 12:7,8). Similmente Giobbe, pur non essendo israelita, offriva regolarmente sacrifici a Dio a favore dei suoi figli (cfr. Giobbe 1:4,5).
    Quando Dio costituì Israele come nazione organizzata, nel 1513 a.C.,dopo la miracolosa liberazione dalla schiavitù egiziana, dispose che una delle dodici tribù che formavano la nazione, la tribù di Levi, si occupasse del sacerdozio a favore dell’intera nazione (cfr. Numeri 3:6-10). Tra tutte le famiglie che componevano la tribù di Levi, poi, Dio scelse quella di Aronne, fratello di Mosè, per l’effettivo servizio sacerdotale, stabilendo anche che dalla sua discendenza venissero tutti i futuri sommi sacerdoti (cfr. Esodo 28:1; Levitico 6:20-22).
    Perciò, fra l’antico popolo di Dio, il sacerdozio, incluso il Sommo Sacerdote, non era una carica elettiva, o una nomina disposta dagli uomini, ma veniva da Dio stesso, come spiegò l’apostolo Paolo nella sua lettera ai cristiani di origine ebraica: “Nessuno può attribuire a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne” (Ebrei 5:4).
     
      

    Il servizio sacerdotale stabilito da Dio fu una vera benedizione per l’antica nazione d’Israele. I sacerdoti rappresentavano il popolo davanti a Dio offrendogli sacrifici a favore d’esso. Questo permetteva ad ogni israelita sincero di ricevere il temporaneo perdono dei suoi peccati commessi involontariamente e di conservare una coscienza pura dinanzi a Dio. I sacerdoti, inoltre, avevano il compito di insegnare a tutto il popolo non le tradizioni degli uomini ma la Legge di Dio, com’è scritto “Essi insegnano i tuoi decreti a Giacobbe e la tua legge a Israele” (Deuteronomio 33:10). Essi, infine, avevano il compito di vigilare sul rispetto e sull’applicazione della Legge di Dio e di giudicarne i violatori (cfr. Deuteronomio 17:8-12).

     
    Con l’occupazione della Terra Promessa, la tribù di Levi non ricevette terre in eredità. Ai leviti furono però assegnate 48 città, sparse in tutto il paese, in cui vivere con la famiglia e il bestiame. Dio dispose che essi ricevessero dalle altre dodici tribù una decima di tutto il prodotto del paese. Di questa decima i leviti a loro volta dovevano dare un decimo, il meglio di ciò che ricevevano, come decima per i sacerdoti che avrebbero così ricevuto l’uno per cento del prodotto nazionale, e questo avrebbe consentito loro di dedicare tutto il tempo al servizio che Dio aveva loro assegnato (cfr. Numeri 18:21-29). Questo provvedimento a favore del sacerdozio, per quanto abbondante, era in netto contrasto con il lusso e il potere economico di cui godeva il sacerdozio delle circostanti nazioni pagane.

    I sacerdoti avevano l’obbligo di mantenersi fisicamente sani e puri e di osservare alte norme morali (cfr. Levitico 21:16-23). Non era proibito loro di sposarsi, ma il Sommo Sacerdote poteva sposare solo una vergine mentre i sottosacerdoti potevano sposare anche una vedova ma non una donna divorziata né una prostituta (cfr. Levitico 21:13,14). Appare dunque evidente che anche tutti i componenti della famiglia di un sacerdote, e in particolare quella del Sommo Sacerdote, dovevano rispettare l’alta norma morale e la dignità del sacerdozio.

    Per questo motivo, tra i compiti loro affidati c’era anche quello di salvaguardare la purezza morale dell’intera nazione. Essi erano i custodi della Legge e dovevano vigilare perché questa venisse osservata e applicata. In presenza di gravi violazioni delle norme morali di Dio non dovevano in nessun modo coprirle con qualche tipo di Crimen sollecitationis di ispirazione umana ma giudicare secondo la Legge di Dio per estirpare il male in mezzo alla nazione (cfr. Deuteronomio 17:8-12). Ciò che Dio si aspettava da essi era l’assoluta intolleranza verso qualsiasi volontaria e reiterata violazione della norma morale divina in base al principio che “un po' di lievito fa fermentare tutta la pasta”; il lievito viene usato nella Scrittura come simbolo del peccato (cfr. Galati 5:9; Matteo 16:6,11,12). Quando il popolo era accampato nelle pianure di Moab, poco prima di entrare nella Terra Promessa, le moabite e le madianite adescarono molti israeliti inducendoli a commettere immoralità e idolatria. Un capo principale Simeonita, condusse sfacciatamente nel campo israelita una madianita per avere una relazione sessuale con lei. Il sacerdote Finehas (Pincas,CEI), nipote di Aronne, non sette lì a tentennare su ciò che era più o meno opportuno fare nella circostanza! Il racconto narra che egli, spinto dallo zelo per la vera adorazione e dal desiderio di mantenere il campo moralmente puro “si alzò in mezzo alla comunità, prese in mano una lancia, seguì quell'uomo di Israele nella tenda e li trafisse tutti e due, l'uomo di Israele e la donna”. Dio approvò quella decisa azione a favore delle sue norme morali poiché disse di Finehas “io stabilisco con lui un'alleanza di pace, che sarà per lui e per la sua stirpe dopo di lui un'alleanza di un sacerdozio perenne, perché egli ha avuto zelo per il suo Dio e ha fatto il rito espiatorio per gli Israeliti” (Numeri 25:7,8,12,13). Provate a fare il confronto e vedete se lo zelo del sacerdote Finehas per la pura adorazione si può paragonare con ciò che accade in questi giorni nella nostra nazione.

     
      
    Quando la nazione di Israele stava per entrare nella Terra Promessa, attraenti moabite e madianite adescarono molti israeliti perché andassero da loro e accettassero la loro ospitalità. Quegli israeliti erano stati precedentemente avvertiti da Dio e avrebbero dovuto rifiutarsi di stare in intima compagnia con adoratori di falsi dèi (cfr. Esodo 34:12-15) Invece corsero come “tori che vanno al macello”, commisero fornicazione con le donne e si prostrarono con loro davanti al Baal di Peor (cfr. Numeri 25:1-3; vedi anche Proverbi 7:21, 22). Dio mandò un flagello per uccidere quelli che avevano partecipato a quella vergognosa forma di adorazione del sesso. Comandò inoltre agli israeliti innocenti di uccidere i loro fratelli colpevoli. Con grande sfacciataggine uno dei capi principali di Israele, un certo Zimri, portò una principessa madianita nella sua tenda per avere rapporti con lei. Vedendo questo, Finehas, sacerdote timorato di Dio, mise a morte la coppia immorale. Allora il flagello si fermò e Dio dichiarò: “Finehas … ha rimosso la mia ira dai figli d’Israele, perch’egli è stato animato della stessa mia gelosia in mezzo a loro; così nella mia gelosia non ho sterminato i figli d’Israele” (Numeri 25:11; cfr. anche Esodo 34:14-16). Benché la nazione fosse risparmiata dalla distruzione, almeno 23.000 israeliti perirono (cfr. 1 Corinzi 10:8). Persero l’opportunità di entrare nella Terra Promessa in cui avevano tanto sperato.
     
                                                              
     
    Tra le tante mansioni che i sacerdoti avevano il privilegio di svolgere a sostegno dell’adorazione divina, certamente la più importante era quella di insegnare la Legge al popolo (cfr. Malachia 2:7). Essi la leggevano e la spiegavano regolarmente a tutti quelli che si recavano nel santuario ad adorare. In modo particolare lo facevano durante le grandi feste annuali comandate dalla Legge, ad esempio durante la “festa dei pani non fermentati”, detta anche festa pasquale perché iniziava immediatamente dopo la Pasqua del 14 nisan, o nella “festa delle settimane” che si celebrava sette settimane (49 giorni) dopo il 16 nisan, chiamata anche Pentecoste, o durante la “festa delle capanne”, che si celebrava nel settimo mese, tishri o etanim, dal 15° al 21° giorno. Queste tre feste, dal profondo significato profetico, non erano una occasione per gozzovigliare e fare “gazzarra” ma avevano lo scopo di aiutare tutti i partecipanti ad avere la mente rivolta alla parola di Dio e a non preoccuparsi tanto delle loro faccende personali da dimenticare il più importante aspetto della vita, quello spirituale (cfr. Deuteronomio 31:10-12; Levitico 23:1-44). Erano occasioni per essere istruiti intorno alla volontà di Dio, come dimostra il caso di Gesù il quale, recatosi a Gerusalemme per osservare una di tali feste insieme alla sua numerosa famiglia, fu perso di vista da Giuseppe e Maria e fu poi ritrovato, non alle “giostre” o a giocare al “biliardino”, neanche a mangiare “pane e porchetta” o ad ascoltare qualche “concerto” con gli amici, ma “nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande” (Luca 2:46).
     
     
     

    Il sacerdote Zaccaria mentre svolgeva il suo servizio nel tempio, ricevette dall’angelo Gabriele l’annuncio che sua moglie, Elisabetta, sarebbe rimasta incinta. Come segno della veracità delle sue parole l’angelo disse a Zaccaria: “ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo”. Quando, infine, nacque il bambino, chiesero al padre come doveva chiamarsi, e il racconto di nuovo dice: “Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome» … In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio” (Luca 1:20;62-64).

    Questo racconto contiene dei particolari molto interessanti per conoscere la verità riguardo alla data di nascita di Gesù.

    Nel primo libro di Cronache è scritto che il re Davide organizzò i sacerdoti in 24 divisioni o gruppi e che ciascun gruppo era incaricato di servire nel tempio per una settimana. Pertanto i componenti di ciascuna divisione avrebbero servito nel tempio due volte l’anno, ogni sei mesi circa (cfr. 1Cronache 24:1-19).

    La prima divisione iniziava a prestare servizio immediatamente dopo la fine della festa delle capanne, verso fine settembre-inizio ottobre (cfr. Deuteronomio 31:10-12; 2Cronache 5:2,3; 7:9,10).  L’ottavo gruppo, dunque, quello di Abia, prestava servizio per una settimana verso fine novembre-inizio dicembre, e di nuovo un’altra settimana a fine giugno-inizio luglio.

    Perché ci interessa la divisione di Abia? Perché, secondo il racconto di Luca, il padre di Giovanni il Battezzatore, Zaccaria, apparteneva alla “divisione di Abia” e stava effettivamente servendo nel tempio quando l’angelo gli apparve per annunciargli la futura nascita di Giovanni (cfr. Luca 1:5,8-13). Come mostra il racconto di Luca, Giovanni fu concepito subito dopo (cfr. Luca 1:24). Ragion per cui nacque nove mesi dopo, cioè o all’inizio di settembre o all’inizio di aprile. La narrazione di Luca indica anche che Gesù aveva sei mesi meno di Giovanni (Luca 1:26-31). Perciò questo dettaglio del libro delle Cronache mostra che Gesù, anziché nascere alla fine di dicembre, come falsamente insegnato dai "sacerdoti" del cristianesimo apostata, nacque o ai primi di marzo oppure ai primi di ottobre. Diversi altri versetti , poi, indicano che il secondo periodo è quello giusto.

     
    Il sacerdozio istituito da Dio si rivelò una vera benedizione per l’antica nazione di Israele. Per circa dieci secoli i sacerdoti da Lui nominati si attennero alla Sua Legge, la insegnarono al popolo e vigilarono sulla sua applicazione, Dio benedisse il loro operato e l’intera popolazione prosperò.
    Col tempo, però, quella disposizione divina sul sacerdozio venne ripetutamente violata e si cominciarono ad eleggere sacerdoti uomini che non erano nominati da Dio (cfr. 1Re 12:31). Questi, anziché dedicarsi al servizio per il popolo costituirono una casta privilegiata che amava “i posti d'onore nei conviti e i primi posti nelle sinagoghe, e anche i saluti nelle piazze, e di sentirsi chiamare dagli uomini ‘rabbi’ e … ‘padre'’” (cfr. Matteo 23:5-10).
    Già ai giorni di Geremia, 647-580 a.C., la maggioranza dei sacerdoti aveva abbandonato la vera adorazione divenendo infedeli al mandato conferito loro da Dio e intraprendendo il culto idolatrico (cfr. Geremia 2:8). Il loro servizio non ebbe più alcun valore e la stessa nazione d’Israele fu, poi, rigettata per la sua infedeltà (cfr. Matteo 21:43).
    Ma di questo parlerò nel prossimo post.
     
    June 18

    VI SIETE MAI CHIESTI ... ?

     
    DA DOVE HANNO ORIGINE LE ODIERNE “GUARIGIONI MIRACOLOSE” ?
     
    Le malattie sono un gravissimo problema, è perciò naturale che chi è ammalato cerchi una cura efficace per guarire. Ma, nonostante il progresso nelle conoscenze e gli sforzi della scienza medica per trovare i rimedi a tantissime, e anche gravi, malattie che affliggono il genere umano, queste continuano a mietere vittime, causando enorme dolore e lutti.
    Perciò non fa meraviglia che molti, non vedendo altra via d’uscita, considerino le “guarigioni miracolose” almeno come un tentativo da fare, considerandole una valida alternativa per coloro che la medicina tradizionale giudica inguaribili. Questo tipo di guarigioni, definite anche “guarigioni per fede” (in inglese faith healing) vengono considerate “un metodo per curare le malattie mediante la preghiera e la fede in Dio”.
    Ci sono diversi gruppi religiosi che si definiscono “cristiani” i quali hanno come pratica comune della loro fede le “guarigioni miracolose”. Sono piuttosto eterogenei tra loro, spesso anche in contrasto sul piano dottrinale e cerimoniale, ma accomunati da questo spirito carismatico che li caratterizza in maniera peculiare.
    Diverse comunità evangeliche sono fra questi. Leggo spesso nelle pagine dei loro blog esperienze di fedeli che narrano gli eventi “miracolosi” che avvengono nelle loro chiese o nella loro vita.
    Diversi gruppi carismatici sono sorti anche all’interno della Chiesa Cattolica i quali, sulla scia dell'esperienza dei gruppi evangelici, fondano la loro fede sull’effusione dello Spirito Santo e sulle conseguenti manifestazioni soprannaturali, incluse le “guarigioni miracolose”.
    Nella stessa Chiesa Cattolica, peraltro, abbondano luoghi di culto che sono diventati meta di pellegrinaggi di malati alla ricerca del ”miracolo” che permetta loro di godere di nuovo una buona salute. Basta, ad esempio, ricordare i numerosi treni della speranza che viaggiano carichi di infermi verso Lourdes dove, bagnandosi nell’acqua “santa”, sperano nella “guarigione miracolosa”. Quanti di questi tornano a casa delusi nella loro speranza? Delle centinaia di migliaia di malati che si sono recati in quel luogo nei passati 150 anni, la Chiesa ha “certificato” appena 67 casi di “guarigioni” (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Nostra_Signora_di_Lourdes). E tutti gli altri?

    Chi conosce la Bibbia sa che in molte occasioni Gesù Cristo fece delle guarigioni prodigiose. Nel vangelo di Matteo, capitolo 15, versetti 30 e 31, leggiamo infatti: “Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano”.

     
     

    In una occasione, arrivato a Gerusalemme, Gesù si recò presso una cisterna d’acqua dove abitualmente sostavano persone inferme. Visto un uomo che era malato da ben 38 anni gli si avvicinò e gli chiese: “Vuoi guarire?”. Quell’uomo rispose: “Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me”. A quell’epoca, a Gerusalemme molti credevano che in quel luogo fossero avvenuti miracoli, proprio come oggi molti credono che in determinati santuari accadano guarigioni miracolose. Gesù non fece alcun rito particolare ma, rivolgendosi all’uomo, semplicemente disse “alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”. Con quale risultato? “E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare” (Giovanni 5:5-9).

    Qualche anno dopo, l’apostolo Pietro, avendo ricevuto da Dio il dono di compiere miracoli, camminando sempre per le strade di Gerusalemme, incontrò “un uomo, zoppo fin dalla nascita”. Alla sua richiesta di aiuto materiale, l’apostolo rispose: “Io non ho né argento né oro [che differenza con il suo presunto “successore”, addobbato d’oro e pietre preziose!], ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, alzati, e cammina!”. Quale fu il risultato? “in quell'istante i suoi piedi e le caviglie si rafforzarono. E con un balzo si rizzò in piedi e si mise a camminare” (Atti 3:1-8,Di).

    Come si può notare le guarigioni dei tempi biblici avvenivano all’istante e senza alcuna cerimonia preparatoria; non c’erano manifestazioni di forte emotività da parte delle folle né frenesia o gesti spettacolari da parte di Gesù o degli apostoli. Invece, perché le odierne “guarigioni miracolose” abbiano successo, spesso ci vogliono giorni, settimane o addirittura mesi e anche complicati rituali!  

     

    Con quale potere Gesù compì quelle guarigioni? Un altro evangelista, il medico Luca, ha scritto: “la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni” (Luca 5:17). Dunque Dio, il suo Padre celeste, era la fonte del suo potere miracoloso. Gesù ne era pienamente cosciente e non si attribuì mai il merito di quelle guarigioni. Una volta disse a un uomo che aveva liberato dalla possessione demonica: “Va' a casa tua dai tuoi, e racconta loro le grandi cose che il Signore ti ha fatte, e come ha avuto pietà di te” (Marco 5:19). Come risultato le persone non glorificavano Gesù ma, come è scritto, “glorificavano il Dio d'Israele” (Matteo 15:31).

    In seguito, anche quando i suoi discepoli ricevettero il dono di compiere guarigioni miracolose, le persone erano spinte a glorificare non gli uomini, ma Dio, come nel caso dell’apostolo Pietro sopra riportato, poiché il racconto dice che quell’uomo sanato dalla sua invalidità “entrò con loro nel tempio, camminando, saltando e lodando Dio [non attribuì, quindi, alcun merito all’apostolo]” (Atti 3:8).
    E’ forse questo che accade anche con i presunti “miracoli” proclamati nei nostri giorni? E’ a Dio che si rende gloria, o a questo e quel “santo” o personaggio che avrebbe operato il prodigio?
    C’è un altro particolare che colpisce leggendo i racconti evangelici. In Matteo 12:15 è scritto: “grandi folle lo seguirono, ed egli li guarì tutti” (cfr. anche Luca 6:17-19). Dunque nessun infermo che si rivolgeva a Gesù tornava a casa deluso nelle sue aspettative. Egli guariva tutti. Che notevole differenza rispetto a ciò che invece accade con i “miracoli” odierni!
    I moderni guaritori, poi, amano citare le parole che Gesù rivolse a una donna che da 12 anni soffriva di una perdita di sangue e che era andata da lui per essere guarita: “la tua fede ti ha guarita; va' in pace!” (Luca 8:43-48,Di). Essi, infatti, attribuiscono alla mancanza di fede da parte dell’infermo la mancata realizzazione del “miracolo”. Ma le parole di Gesù indicavano forse che la guarigione di quella donna era dipesa dalla sua fede? Era quello un esempio di “guarigione per fede” come viene intesa e praticata oggi?
    Leggendo attentamente il racconto biblico, notiamo che, nella maggior parte dei casi, Gesù e i suoi discepoli non richiedevano che i malati confessassero la loro fede prima di essere guariti. La donna menzionata sopra arrivò all’improvviso e, senza dire nulla a Gesù, gli toccò di nascosto il mantello da dietro, e “in quell'istante il suo flusso di sangue si arrestò”. In un’altra circostanza Gesù guarì un uomo che era fra quelli che erano andati ad arrestarlo (cfr. Luca 22:49-51). Addirittura lo zoppo che guarì non aveva la minima idea di chi egli fosse (cfr. Luca 22:50, 51; Giovanni 5:13; cfr. anche Marco 6:5,6).
    Da questi esempi scritturali possiamo capire che le guarigioni compiute da Gesù erano molto diverse da quelle che si vedono comunemente, o che si dice avvengano oggi. Non c’erano manifestazioni di forte emotività - grida, salmodie, pianti, svenimenti e simili - da parte delle folle né frenesia o gesti spettacolari da parte di Gesù. Oltre a ciò Gesù non fallì mai una guarigione giustificandosi col pretesto che la persona mancava di fede.
    Perché Gesù fece quei miracoli?
    Benché durante il suo ministero terreno Gesù compisse numerose guarigioni, il suo non era primariamente un “ministero di guarigione”. Le sue guarigioni miracolose furono sempre secondarie rispetto alla sua attività principale, quella di “predicare il vangelo del regno” (cfr. Matteo 9:35; Luca 9:11). Nei vangeli egli viene spesso chiamato “Maestro”, ma mai “Guaritore”.
    Qual’era, dunque, il motivo delle sue guarigioni miracolose? Egli voleva dimostrare che era il promesso Messia. Quando Giovanni il Battezzatore volle essere rassicurato sul fatto di aver portato a termine la missione che Dio gli aveva affidato e inviò i suoi discepoli a chiedere a Gesù: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”, Gesù rispose: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Matteo 11:2-5). Quindi il fatto che Gesù compiva guarigioni, ma anche le altre opere miracolose descritte nei vangeli, confermava al di là di ogni dubbio che egli era “colui che doveva venire”, il promesso Messia. Non c’era nessun bisogno di “attenderne un altro”.
    Dal giorno di Pentecoste del 33 d.C., con il versamento dello spirito santo, cioè della forza attiva di Dio, il potere di compiere guarigioni miracolose fu dato anche agli apostoli fedeli. Perché?
    Quando leggiamo il resoconto delle attività degli apostoli e degli altri discepoli, narrato principalmente nel libro biblico di Atti, non possiamo fare a meno d’essere colpiti dalla potenza, dall’intensità e dall’energia dell’operato dello spirito santo su quegli uomini. Essi viaggiarono instancabilmente in gran parte della terra abitata formando numerose comunità cristiane, tanto che, dice il racconto, “si aggiungeva al Signore un numero sempre maggiore di credenti, moltitudini di uomini e donne” (Atti 5:14,Di).
    Perché lo spirito operò così potentemente, radunando migliaia e migliaia di persone nella chiesa cristiana in un così breve tempo della sua storia primitiva?
    Un primo motivo è dato dal fatto che si voleva dimostrare che Dio aveva trasferito il suo favore dall’Israele carnale alla nuova comunità cristiana. Così, come nell’antichità aveva compiuto miracoli a favore di Israele per dimostrare oltre ogni possibilità di dubbio che era il suo popolo eletto, ora Dio compiva miracoli per accreditare la chiesa che si formava con i discepoli di suo figlio Gesù quale suo nuovo popolo (cfr. Deuteronomio 4:32-34; Matteo 21:43)
    Poi c’erano relativamente solo pochi anni in cui stabilire, edificare e rafforzare quella nuova comunità. Nella sua illustrazione del grano e delle zizzanie, Gesù aveva mostrato che questa vigorosa attività sarebbe stata di durata limitata. Sarebbe finita “mentre gli uomini dormivano”, cioè dopo che gli apostoli “si erano addormentati” o erano scomparsi morendo. Quando ciò fosse avvenuto, il predetto “uomo del peccato, il figlio della perdizione, l'avversario” non sarebbe stato trattenuto molto più a lungo e la grande apostasia, la ribellione contro il vero insegnamento e la pratica apostolici, sarebbe fiorita rigogliosamente (cfr. Matteo 13:24-30,36-40; 2Tessalonicesi 2:3-12,Di). Gli apostoli, dunque, lavorarono instancabilmente per edificare la chiesa cristiana affinché fosse “colonna e sostegno della verità” contro le onde tempestose dell’apostasia che l’avrebbero quasi inghiottita (cfr. 1Timoteo 3:15; 4:1; Atti 20:29,30; 2Pietro 2:1-3).
    Ma nel primo secolo era raro che un Giudeo possedesse la serie completa dei rotoli delle Scritture del Vecchio Testamento. Fra i pagani la Bibbia era praticamente sconosciuta. In quanto ai racconti dei vangeli e alle lettere del Nuovo Testamento, ne erano in circolazione solo pochissime copie. Nessun libro biblico era comodamente diviso in capitoli e versetti, come oggi. Le concordanze bibliche, i dizionari biblici e i commentari biblici non esistevano. Perciò è evidente che occorreva l’aiuto di Dio, oltre ciò che era normale, per compiere quell’opera. In che modo Egli lo fornì?
    Nella sua prima lettera ai cristiani di Corinto l’apostolo Paolo spiegò come questo avvenne. Egli scrisse:
    Or vi sono diversità di doni, ma non vi è che un medesimo Spirito. Vi sono anche diversità di ministeri, ma non vi è che un medesimo Signore. Vi sono parimenti diversità di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti. Or a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l'utilità comune. A uno infatti è data, per mezzo dello Spirito, parola di sapienza; a un altro, secondo il medesimo Spirito, parola di conoscenza; a un altro fede, dal medesimo Spirito a un altro doni di guarigioni, per mezzo del medesimo Spirito; a un altro potere di compiere potenti operazioni; a un altro profezia; a un altro discernimento degli spiriti; a un altro diversità di lingue, a un altro l'interpretazione delle lingue. Or tutte queste cose le opera quell'unico e medesimo Spirito, che distribuisce i suoi doni a ciascuno in particolare come vuole” - 1Corinzi 12:4-11,Di.
    Tutti questi “doni” o capacità furono allora dati a quegli uomini in maniera “straordinaria” (cfr. 2Corinzi 4:7) per dimostrare che quell’opera aveva il sostegno dello spirito di Dio, che i discepoli di Cristo Gesù costituivano il popolo del “nuovo patto” che il sacrificio di Cristo aveva convalidato e per difendere la verità riguardo al Regno che essi proclamavano a fronte dell’imminente apostasia che il principale “nemico” di Dio stava per seminare all’interno proprio della comunità cristiana servendosi uomini ambiziosi (cfr. Ebrei 2:4; 1Timoteo 4:1-3).
    E tra quei “doni” c’era anche la capacità di compiere “guarigioni” e altre “potenti operazioni” perché servissero da segni per gli increduli, comprovando potentemente che lo spirito di Dio era sulla comunità cristiana e ne facilitava l’opera (cfr. Atti 5:12-16). Questa capacità, però, fu data agli apostoli ed essi, e solo essi, avrebbero potuto trasmetterla ad altri. Con la loro morte non ci fu più possibilità per alcuno di ricevere tale “dono” (cfr. Atti 8:14-20; 19:1,6). C’è ancora da rilevare che anche nel loro caso il resoconto biblico dice che “tutti venivano guariti” (Atti 5:16).
     
    E’, però, interessante notare che, sebbene quelle “guargioni” furono importanti per attestare che Gesù era il promesso Messia e che la comunità che si era formata con i suoi seguaci aveva l’approvazione e il sostegno di Dio, quelle “guarigioni” e le altre “potenti operazioni” erano convincenti solo fino a un certo punto. Perfino alcuni testimoni oculari dei miracoli di Gesù, infatti, non credevano che egli avesse il sostegno del suo Padre celeste. “Sebbene avesse fatto tanti segni miracolosi in loro presenza, non credevano in lui” (Giovanni 12:37). Non erano dunque lo strumento principale usato da Dio per attirare le persone verso la verità del Regno. Per questo, dopo aver parlato dei doni miracolosi che Dio aveva concesso a vari membri della comunità cristiana del I secolo, l’apostolo Paolo scrisse ancora nella sua prima lettera ai cristiani di Corinto:
    L'amore non viene mai meno, ma le profezie saranno abolite, le lingue cesseranno e la conoscenza sarà abolita, perché conosciamo in parte e profetizziamo in parte. Ma quando sarà venuta la perfezione, allora quello che è solo parziale sarà abolito” - 1Corinzi 13:8-10.
     
    Quand’è, dunque, che sarebbe cessata quell’effusione straordinaria della potenza dello spirito di Dio?
    E’ interessante leggere ciò ch’è scritto in una nota enciclopedia biblica: “è fuori discussione il fatto che durante i primi cento anni successivi alla morte degli apostoli non si sente praticamente parlare di miracoli compiuti dai primi cristiani” (Cyclopedia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature di McClintock e Strong - vol. VI, pg. 320).
    Gli Atti della primitiva chiesa cristiana mostrano, come ho già riferito, che la trasmissione dei miracolosi doni dello spirito fu attuata in un modo che ne indicò la natura temporanea. Essi furono impartiti sempre alla presenza di uno o più dei dodici apostoli. Nessun altro era autorizzato a farlo! Il caso dell’evangelizzatore Filippo è esemplare al riguardo. Egli fu inviato a “predicare il Cristo” ai samaritani, per questo aveva ricevuto dagli apostoli il potere di espellere demoni e guarire malattie (cfr. Atti 6:5,6; 8:5,13). A seguito di quella predicazione molti samaritani riposero fede in Gesù, ma Filippo non poteva impartire ad altri lo spirito con i suoi doni miracolosi. Fu, pertanto, necessario che andassero a Samaria gli apostoli Pietro e Giovanni a pregare per questi nuovi discepoli onde “ricevessero lo Spirito Santo” (cfr. Atti 8:14-17).
    Dato che c’erano queste limitazioni nella trasmissione dei doni dello spirito, ne consegue logicamente che, alla morte degli apostoli e di quelli che avevano ricevuto per mezzo di loro il potere di fare miracoli, questi doni cessassero, proprio come aveva detto l’apostolo Paolo. Essi avevano adempiuto allo scopo di dimostrare che i discepoli di Cristo costituivano la “nuova nazione” che aveva sostituito l’infedele Israele carnale nella realizzazione del proposito di Dio. Ora i cristiani si sarebbero riconosciuti non per le opere miracolose che potevano compiere, quali le “guarigioni”, ma per l’amore che avrebbero dimostrato gli uni per gli altri, esattamente come Gesù aveva detto: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).
     
    Stando così le cose, da dove hanno allora origine le presunte “guarigioni miracolose” dei nostri giorni?.
    La conoscenza e l’intendimento della Parola di Dio ci aiutano a ragionare al riguardo.
    Parlando del tempo del suo giudizio Gesù disse: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità” (Matteo 7:22,23, CEI).
    L’apostolo Paolo aggiunse alla condanna di Cristo quest’altro monito: “Tali falsi apostoli infatti sono degli operai fraudolenti, che si trasformano in apostoli di Cristo. E non c'è da meravigliarsi, perché Satana stesso si trasforma in angelo di luce. Non è dunque gran cosa se anche i suoi ministri si trasformano in ministri di giustizia la cui fine sarà secondo le loro opere” (2Corinzi 11:13-15,Di).
    Per render ancora più chiaro tale concetto l’apostolo ritornò sull’argomento dicendo: “La venuta di quell'empio avrà luogo, per l'azione efficace di Satana, con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi, con ogni tipo d'inganno e d'iniquità a danno di quelli che periscono perché non hanno aperto il cuore all'amore della verità per essere salvati” (2Tessalonicesi 2:9,10,VR).

     

    Mi sembra, dunque, che ci sono abbastanza elementi per arrivare ad una giusta conclusione al riguardo!

    (cfr. anche il mio post del 7 settembre 2008: MADRE DI DIO O DEA MADRE?)
    Non è ancora giunto il tempo della “miracolosa guarigione” di tutto il genere umano dagli effetti del peccato dei nostri progenitori, guarigione di cui i miracoli fatti da Gesù furono un “tipo”. Solo quando il Regno di Dio, stabilito nelle mani di suo figlio Gesù, dominerà sull’intera terra abitata, allora “nessun abitante dirà: «Io sono malato»” (Isaia 33:24; cfr. anche Apocalisse 21:3,4). Ora, dunque, è tempo di rivolgere le nostre menti non ai “prodigi bugiardi, con ogni tipo d'inganno e d'iniquità” ma di aprire “il cuore all'amore della verità per essere salvati”. 
    June 10

    VI SIETE MAI CHIESTI ... ?

     
    "EX-VOTO O  EX PAGANESIMO ?
     
    In un recente viaggio a Rodi come mio solito mi sono interessato di conoscere un po’ più gli usi e costumi degli abitanti del luogo, specialmente in materia religiosa che, come è noto, è di mio particolare interesse.
    La religione che predomina nell’isola è quella Ortodossa che fa capo al patriarcato di Istanbul (l’ex Costantinopoli, capitale dell’impero d’Oriente). Non è a caso, quindi, che in tutte le chiese del luogo è rappresentata l’aquila bicefala, cioè il simbolo dell’impero romano (l’aquila) con la doppia testa, a significare i due imperi (d’Oriente e d’Occidente). E, osservandola, non può non venire alla mente la Parola di Dio, messa per iscritto dal profeta Ezechiele, circa la contaminazione dell’antico tempio di Gerusalemme con “ogni sorta … di bestie abominevoli e tutti gl'idoli della casa d'Israele, intagliati tutt'intorno sulla parete” (Ezechiele 8:10).
    Una cosa veramente curiosa è che la Chiesa Ortodossa ritiene di essere la Chiesa Universale fondata da Cristo Gesù e quindi custode del vero cristianesimo, a suo parere quello derivato dal Concilio ecumenico di Efeso nel 431 d.C., ma non riconosce il primato del Papa di Roma e altre dottrine cattoliche come, ad esempio, l’esistenza del purgatorio o il culto di Maria Theotokos (genitrice o Madre di Dio).
    Anche la Chiesa di Roma ritiene di essere la Chiesa Universale (Cattolica), l’unica fondata da Cristo, ed è anch’essa passata attraverso il concilio di Efeso.
    Quale delle due avrà mai ragione? (cfr. 1Corinzi 1:10; Filippesi 2:2,3)
    Comunque una cosa hanno in comune le due Chiese: lo sfarzo e la pomposità con cui sono addobbati i loro edifici e celebrati i loro riti, che stride molto con la semplicità e la modestia di Cristo Gesù (cfr. Matteo 10:8-10).
     
    Tornando alle usanze locali, ciò che ha particolarmente attirato la mia curiosità è stato vedere in tutte le chiese delle bacheche contenenti le tamata, riproduzioni di metallo in piccola scala di persone o parti del corpo umano. Sono gli “ex-voto” offerti dai fedeli per grazie ricevute o che sperano di ricevere dal santo o dal personaggio a cui la chiesa è dedicata.
    Mentre visitavo la cattedrale di Siànna, un villaggio dell’entroterra sud-occidentale dell’isola, l’Àgios Panteléïmon, è sopraggiunto un gruppo di turisti italiani e, non ho potuto farne a meno, anzi ho proprio approfittato dell’occasione per ascoltare anch’io la spiegazione della loro guida. Questa illustrava loro l’utilizzo delle tamata da parte dei fedeli i quali, se hanno un problema di salute, ad esempio una fastidiosa e dolorosa otite, o mal di cuore, o dolori articolari o qualsiasi altra malattia, prendono dal cesto la tama rettangolare di metallo (che può essere di stagno, d'argento o d'oro, la scelta dipende dalla quantità di fede o dall’importo del portafoglio), che raffigura la parte malata e la portano nella propria casa, o alla persona malata, e la tengono finché non avviene il miracolo della guarigione. Quindi quell’oggetto viene riportato in chiesa ed esposto a testimonianza della “grazia” ricevuta, naturalmente accompagnato da una congrua contribuzione di denaro.
     
        
     
    Mentre ascoltavo mi chiedevo da dove avesse avuto origine quell’usanza, considerato che nella Parola di Dio non se ne fa alcuna menzione. La risposta me l’ha data la guida: dalla religione pagana dell’antica Grecia.
    Gli antichi greci veneravano Asclepio (l’Esculapio dei romani) quale dio della medicina. Essi credevano che bastasse semplicemente dormire in un tempio a lui consacrato per guarire da qualsiasi malattia.
    “Asclepieo, era il nome dato ai numerosi santuari di Asclepio. Inizialmente era una semplice fontana, o un pozzo, chiusa da un boschetto, che i malati attraversavano per avvicinarsi al luogo sacro e chiedere al dio la guarigione. Più tardi sorsero veri templi, contornati da portici, ospedali, abitazioni. Il malato era sottoposto a digiuni e lavacri purificatori, seguiti da un sacrificio propiziatorio; passava poi la notte nel tempio, dove aveva un sogno (spontaneo o provocato per suggestione), che il sacerdote, al mattino, interpretava, enunciando la diagnosi e la cura” (http://www.summagallicana.it). Vi ricorda forse qualcosa?
    Fra le rovine dell’Asclepieo di Epidauro, città greca dell’Argolide, gli scavi archeologici hanno riportato alla luce numerosi ex-voto, come quello sotto riportato, e tante tavolette di ringraziamento nelle quali si descrive la malattia, la cura suggerita dal dio e, naturalmente, la perfetta guarigione, per la quale si ringrazia Asclepio.
     
        
     
    A Pergamo, città della Misia, nella parte nordoccidentale dell’Asia Minore (attuale Turchia), affluivano molti malati da ogni parte dell’Asia per recarsi nel tempio di Asclepio a chiedere la guarigione. Anche lì sono stati rinvenuti gli ex-voto offerti al dio della guarigione e della medicina.
    Pergamo è una delle sette chiese menzionate nel libro biblico di Apocalisse alle quali Gesù mandò un messaggio. Per mezzo dell’apostolo Giovanni Gesù disse a quella chiesa: “conosco le tue opere e dove tu abiti, là dove Satana ha il suo trono; tuttavia tu rimani fedele al mio nome e non hai rinnegato la fede in me neppure nei giorni in cui il mio fedele testimone Antipa fu ucciso tra di voi, là dove abita Satana” (Apocalisse 2:13). Dunque il culto di Asclepio praticato nella città, con i riti ad esso collegati, incluse le offerte “ex-voto”, secondo Cristo Gesù hanno a che fare con l’adorazione di Satana. E Gesù lodò i cristiani di Pergamo perché rendevano esclusiva devozione al vero Dio e non rinnegavano la fede benché dimorassero dov’era il trono di Satana. Quei cristiani, contrariamente ai moderni “cristiani” nominali, non erano dediti alle pratiche pagane che si svolgevano nella loro città.
     
    Anche la Chiesa Cattolica ha fra i suoi riti l’offerta di “ex voto”. Ad esempio dove io abito, a Roma, è molto sentito il culto della Madonna del Divino Amore, il cui tempio è alle porte della città. Molti romani in buona fede vi si recano in pellegrinaggio a chiedere grazie di vario tipo e lasciano numerosi “ex-voto” che, a loro parere, testimoniano i miracoli, come le guarigioni da malattie, ricevuti dalla Madonna. Questi “ex-voto” non sono molto differenti dalle tamata della Chiesa Ortodossa e da quelli che i pagani greci dedicavano ad Asclepio.
     
        
     
    Nell’antico Egitto molto diffuso era il culto della dea-madre, Iside. Lo storico H. G. Wells, nel suo libro The Outline of History, ha scritto: “Iside aveva molti devoti, i quali le consacravano la vita. Nel tempio c’erano sue immagini, nelle quali appariva incoronata quale Regina del cielo e con il piccolo Horus tra le braccia. Davanti a lei brillava la tremula luce delle candele, e in tutto il santuario erano appesi ex-voto di cera”. Una ulteriore conferma dell’origine pagana e quindi, come spiegò Cristo Gesù ai cristiani di Pergamo, della natura satanica di tale pratica.
     
    Forse può sembrare strano che l’offerta di “ex-voto” praticata nelle Chiese cosiddette “cristiane” possa ricondurre all’adorazione pagana ispirata da Satana. Questo perché nella maggioranza dei casi tali oggetti sono collegati a guarigioni da gravi infermità definite “miracolose” e, perciò, attribuite allo Spirito di Dio.
    Non solo la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa insegnano questo ma diverse denominazioni evangeliche, cosiddette “protestanti”, come ad esempio i Pentecostali, lo sostengono. Negli anni recenti hanno acquistato molta popolarità  gruppi religiosi carismatici che praticano guarigioni “miracolose”.
    E’ dunque legittimo domandarsi se questo tipo di guarigioni, e tutte le pratiche religiose che vi sono connesse, hanno origine da Dio. Di sicuro Egli non ci lascia nel dubbio a questo riguardo e la giusta risposta a tale quesito può trovarsi solo nella sua Parola scritta, l’unica fonte di verità circa il suo proposito e il suo modo di concepire l’adorazione (cfr. Giovanni 17:17; Salmo 119:160,VR e Di; 118:160,CEI).
    Credo, quindi, che sia molto interessante e importante fare qualche indagine su questo argomento …..

     

    May 29

    "DIVORANO LE CASE DELLE VEDOVE E OSTENTANO DI FARE LUNGHE PREGHIERE" - Marco 12:40

     
     
     
     Caritas CRISTIANA O FINANZA CREATIVA?
     
     
    Domenica 31 maggio parte l’iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) per “aiutare” 30mila famiglie povere italiane. Si tratta di una “Colletta nazionale” che ha lo scopo dichiarato di costituire un fondo di garanzia, una specie di “fidejussione”, a favore delle Banche che parteciperanno al progetto, le quali si impegnano ad erogare ai nuclei familiari prescelti quello che è stato definito il “Prestito della speranza”, cioè un contributo mensile di 500 euro per un anno (rinnovabile, al massimo, per altri 12 mesi).
    “Per sostenere e promuovere la Colletta nazionale sono stati predisposti oltre 50mila manifesti da esporre in tutte le parrocchie e oltre un milione di pieghevoli esplicativi che saranno veicolati attraverso i media cattolici che sosterranno l’iniziativa a livello nazionale e diocesano … Per essere efficace e rispondere in maniera adeguata ai suoi obiettivi, il fondo richiede un investimento di trenta milioni di euro” (da l’Avvenire, quotidiano della CEI, 7/5/2009 pg. 5).
    In pratica, in cosa consiste il progetto?
    Con la Colletta nazionale del 31 maggio la CEI spera di raccogliere 30milioni di euro con i quali si darà vita a un capitale che dovrà garantire almeno al 50% i prestiti che saranno concessi. In tre anni le Banche coinvolte nell’iniziativa erogheranno fino a 180milioni di euro complessivi di prestiti dei quali sarà garantito, coi fondi raccolti, il 50%, pari a 90milioni di euro (30milioni iniziali moltiplicato per 3). Il resto della garanzia è prevista a carico delle banche.
    Con questi 180milioni di euro si finanzieranno nel triennio, a partire dal 1° settembre 2009, 30mila famiglie in difficoltà concedendo loro un prestito di 500 euro mensili per un anno, pari a 6.000 euro complessivi per nucleo familiare.
    Il cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, ha detto che il prestito sarà “un segno e uno strumento di speranza per attraversare la crisi e non soccombere ad essa” e che “saranno le parrocchie insieme alla Caritas ad individuare e selezionare rigorosamente le famiglie in difficoltà per poi indirizzare alla Banca che potrà in tempi brevi concedere il prestito a ritmo mensile”.
    Il prestito però non è a fondo perduto perché, naturalmente, chi lo riceverà dovrà anche restituirlo. “La restituzione” ha detto ancora il Presidente della CEI “avverrà quando ce ne saranno le condizioni e comunque non prima di uno o due anni, e avrà la durata massima di cinque anni”.
    Oltre al “capitale”, le famiglie destinatarie del prestito, nel restituirlo pagheranno anche un tasso di interesse pari al 4,50% annuo. Il Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI) con la quale la CEI ha firmato una convenzione, Corrado Faissola, ha tenuto a precisare che questa “non sarà valutata come un’operazione di mero affare” dagli istituti di credito e che la decisione sul tasso di interesse è stata presa tenendo presente che le banche “si addossano i restanti 90milioni di rischio”.
    C’è, però, una condizione che viene posta per l’erogazione del prestito, cioè che “la persona che lo chiede sia in qualche modo coinvolta in un percorso di reinserimento lavorativo, attraverso l’iscrizione a servizi per l’impiego o la frequenza di corsi gestiti da centri di formazione professionale, o anche in iniziative promosse dai BIC (Business Innovation Centre) per l’avvio di attività produttive”. In altre parole, se coloro che chiederanno il prestito non avranno un reddito da lavoro o d’impresa a garantire la possibilità di rimborso, difficilmente l’otterranno. Né più né meno come accade attualmente quando si va in Banca a chiedere un mutuo o un prestito: se non si possiede un reddito, niente soldi! Allora, caro Dr. Faissola, dov’è il rischio delle Banche?
     
    Comunque, quella della CEI sembrerebbe una iniziativa del tutto meritoria nella situazione attuale dell’economia mondiale e italiana. Che ne pensate?
    Un giornalista, Philippe Ridet ha scritto su Le Monde dell’8 maggio scorso: “Monsignor Bagnasco ha detto il contrario di ciò che è stato affermato ufficialmente dal governo [italiano]. All’ottimismo di Silvio Berlusconi e del ministro delle finanze, Giulio Tremonti, che continuano a sminuire l’entità della crisi nonostante un crollo previsto del PIL del 4,2% per il 2009, il rappresentante dei vescovi ha contrapposto la gravità di una crisi che riguarda ‘numerose famiglie che sono entrate in una fase critica. La crisi tocca le persone sole, le famiglie … Il lavoro già precario diventa ancora più instabile e quando lo si perde, non c’è via di scampo. Il nostro capitale di garanzia è una risposta concreta, un segno di speranza per superare la crisi’”.
    Ho cercato in giro per il Web alcuni pareri in merito ed ho visto che le opinioni sono contrastanti.
    Ad esempio, una donna ha scritto: “la Chiesa [Cattolica] sta cercando di creare una rete di aiuto e visto che oggi come oggi le banche difficilmente accettano di accendere finanziamenti senza firme credo che sia il caso di ringraziarla”.
    In contrasto un’altra donna ha detto: “I preti dovrebbero fare i preti non diventare bancari anzi banchieri” e un uomo ha aggiunto: “i preti e i vescovi che prestano i soldi ai poveri? ma quando mai si è visto? … prestando i soldi ‘a tasso agevolato’ stanno guadagnando dei soldi. E non sembra ignobile che la Chiesa guadagni prestando i soldi ai poveri?”.
    Personalmente, nella questione, c’è una cosa che ha destato la mia curiosità. Monsignor Bagnasco ha detto: “la Colletta nazionale è pure un gesto dal profondo sapore ecclesiale perché si ricollega ad una prassi antica, di cui il testimone più significativo è l’Apostolo Paolo che organizza la Colletta per i poveri di Gerusalemme”.
    Certamente il Presidente della CEI si riferiva a ciò che l’apostolo scrisse nella sua prima lettera alla chiesa di Corinto. Egli disse: “Quanto poi alla colletta in favore dei fratelli, fate anche voi come ho ordinato alle Chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare, perché non si facciano le collette proprio quando verrò io. Quando poi giungerò, manderò con una mia lettera quelli che voi avrete scelto per portare il dono della vostra liberalità a Gerusalemme. E se converrà che vada anch'io, essi partiranno con me” (1Corinzi 16:1-4).
    Nella seconda metà degli anni 40 del I secolo d.C., infatti, una grave carestia devastò la Giudea (cfr. Atti 11:27-30). Memore dell’incoraggiamento a “ricordare i poveri” ricevuto dagli altri apostoli, in particolare da Giacomo, Pietro e Giovanni, all’inizio del suo incarico, l’apostolo Paolo organizzò la raccolta di fondi per i cristiani poveri della Giudea (cfr. Galati 2:19). Nessuno fu costretto a dare più di quanto potesse. Ciò che l’apostolo semplicemente disse loro fu: “ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2Corinzi 9:7).
    Nella primavera del 56 d.C. il denaro raccolto fu portato a Gerusalemme. Il Prof. Dieter Georgi, Preside della Facoltà di Teologia di Francoforte (D), commentando il racconto biblico ha detto: “La somma complessiva raccolta per la colletta dev’essere stata considerevole perché altrimenti gli sforzi che fecero infine Paolo e tanti altri delegati non avrebbero giustificato la fatica e la spesa”.
    C’è un particolare di quel racconto su cui, ritengo, bisognerebbe meditare: in un’altra sua lettera l’apostolo scrisse: “a quelli della Macedonia e dell'Acaia è piaciuto di fare contribuzione per i poveri che sono fra i santi in Gerusalemme. Ora è piaciuto loro di far questo, perché sono ad essi debitori; se i gentili infatti hanno avuto parte dei loro beni spirituali, devono anche sovvenire loro nei beni materiali” (Romani 15:26,27,Di). Quella Colletta andò oltre il semplice interesse per i compagni di fede poveri. Indicò che c’era un vincolo di fratellanza fra i cristiani di origine ebraica e quelli delle altre nazioni. L’offerta e l’accettazione di contribuzioni era segno di unità e amicizia fra loro. Non c’erano divisioni nazionalistiche. Tutti i cristiani, in qualsiasi parte della terra vivessero, condividevano sia le cose materiali che quelle spirituali. Credo che su questo punto debbano seriamente riflettere tutti quelli che si definiscono “cristiani” e poi respingono i barconi carichi di “fratelli” di altre nazioni che si trovano nel bisogno!
    Ma la mia attenzione è andata oltre la Colletta. Mi son chiesto anch’io se quel tasso di interesse del 4,50% richiesto sul prestito, seppur considerato esiguo rispetto alla norma ma che tanto esiguo poi non è, rispecchia i princìpi cristiani.
    Anticamente, e come anche oggi purtroppo, l’interesse sui prestiti era spesso molto elevato e chi non era in grado di restituire un prestito era trattato con severità. Documenti antichi menzionano tassi d’interesse per l’uso di un campo pari alla metà del raccolto, e non era illegale esigere che una persona restituisse il doppio di quanto aveva ricevuto in prestito (cfr. Matteo 18:28-30).
    Ma nell’antico popolo di Dio la situazione era molto diversa. Normalmente agli israeliti poveri, vittime di rovesci finanziari, si facevano prestiti in denaro o in viveri, e la Legge di Dio vietava di far pagare loro gli interessi (cfr. Esodo 22:25; Levitico 25:35-37; Deuteronomio 15:7,8; 23:19).
    Quegli antichi ebrei erano generalmente dediti all’agricoltura, non al commercio. Se un contadino che lavorava la terra dei suoi avi chiedeva un prestito, probabilmente lo faceva perché era venuto a trovarsi nel bisogno. La Legge prendeva per scontato che chi chiedeva un prestito fosse ‘afflitto’. Forse gli era capitato un incidente o il raccolto era andato male o per qualche altro motivo aveva bisogno di soldi per tirare avanti fino al nuovo raccolto. Esigere un interesse in tali condizioni avrebbe significato approfittare delle avversità del proprio fratello. Non sarebbe stato un segno d’amore, mentre agli israeliti era stato comandato: “Devi amare il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19:18).
    Quando venne sulla terra, Cristo Gesù rispecchiò lo spirito della Legge e insegnò a fare altrettanto (cfr. Matteo 5:17). Infatti ai suoi discepoli disse: “Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” (Matteo 5:42). Poi, ampliando il soggetto dei prestiti, Egli aggiunse: “se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi” (Luca 6:34,35).
    Cosa intese dire? Quegli ebrei che ascoltavano Gesù erano obbligati dalla Legge a fare prestiti senza interesse ai loro connazionali bisognosi. Non era insolito che perfino i peccatori prestassero senza interesse a quelli che erano in grado di restituire il prestito. Prestiti senza interesse potevano anche essere fatti con lo scopo di ottenere in seguito qualche favore dal debitore. Chi invece desiderava imitare Dio avrebbe fatto qualcosa di più dei peccatori, prestando ai bisognosi che per la loro situazione economica non sarebbero mai stati in grado di restituire il prestito. Qual è dunque la lezione? Il cristiano dovrebbe considerare le difficoltà temporanee del suo fratello come un’opportunità per mostrare amore. Dovrebbe aiutarlo quanto più gli è possibile, fino al punto di fargli doni o prestiti senza interesse. In realtà, però, nei momenti difficili i cristiani non si limitano a fare prestiti per aiutarsi gli uni gli altri: fanno doni. Questo è in effetti ciò che accadde con la Colletta organizzata dall’apostolo Paolo. Il racconto dice, infatti, che “i discepoli si accordarono, ciascuno secondo quello che possedeva, di mandare un soccorso ai fratelli abitanti nella Giudea; questo fecero, indirizzandolo agli anziani, per mezzo di Barnaba e Saulo” (Atti 11:29,30).
     
    C’è ancora un aspetto che vorrei menzionare e che non è tanto chiaro nel progetto della CEI poiché non ho trovato, nei vari articoli che ho letto, alcuna dichiarazione in merito. Ed è questo: le Banche erogheranno il prestito alle 30.000 famiglie prescelte per un totale di 180milioni di euro. Alla fine del progetto, presumibilmente entro 5 anni, tale somma sarà completamente recuperata attraverso la restituzione del prestito insieme al tasso di interesse, pari a non meno di 8milioni di euro. Ma i 90milioni di euro che saranno stati raccolti con la Colletta nazionale per costituire il fondo di garanzia che fine faranno? Secondo la Convenzione CEI/ABI questi soldi verranno tutti accantonati su un c/c presso la Banca Prossima (del Gruppo Intesa S. Paolo) intestato alla CEI, che ne avrà, quindi, la disponibilità. Quale sarà, poi, la loro destinazione?
     
    Vorrei, quindi, concludere con un’ultima riflessione personale. Facendo una ricerca sull’origine del prestito con interesse ho notato che tali attività bancarie risalgono, più o meno, al tempo di Abramo, circa 4.000 anni fa. Infatti gli antichi sumeri della pianura di Sinar avevano “un sistema straordinariamente complesso di prestiti, depositi e lettere di credito” (The Encyclopedia Americana, 1956, vol. III, p. 152). Il Codice di Hammurabi, ad esempio, fissava al 20%  l’interesse legittimo sul denaro e sui cereali. A Babilonia, poi, e più tardi in Grecia, tutte le attività bancarie si svolgevano intorno ai templi, i quali, essendo considerati inviolabili, provvedevano riservatezza e sicurezza. Insomma religione e affaristica costituivano un connubio perfetto.
    Perché questa riflessione?
    E’ uscito in questi giorni nelle librerie il volume VATICANO S.p.A. di Gianluigi  Nuzzi, un giornalista inviato di Panorama e collaboratore del Corriere della Sera e de Il Giornale, il quale, avuto accesso all’archivio segreto di Monsignor Renato Dardozzi, uomo di fiducia del cardinale Agostino Casaroli, ex Segretario di Stato vaticano, che per più di venti anni è stato uno dei pochissimi presenti alle riunioni riservate ai più stretti collaboratori del Papa volte ad affrontare e risolvere le delicate questioni sollevate dallo scandalo IOR (la banca vaticana)-Banco Ambrosiano-Monsignor Marcinkus, ha inteso presentare, come dichiarato nella copertina del libro, LA VERITÀ SUGLI SCANDALI FINANZIARI E POLITICI DELLA CHIESA.
    Non ho ancora finito di esaminarlo, ma qualcosa che ho letto sull’uso spregiudicato della principale istituzione finanziaria della Chiesa Cattolica lascia oltremodo perplessi.
    Scrive Nuzzi nella presentazione:
    “Dopo la fuoriuscita di Marcinkus dalla Banca del Papa, parte un nuovo sofisticatissimo sistema di conti cifrati nei quali transitano centinaia di miliardi di lire … Conti intestati a banchieri, imprenditori, immobiliaristi, politici … Titoli di Stato scambiati per riciclare denaro sporco. I soldi di Tangentopoli (la maxitangente Enimont) sono passati dalla Banca Vaticana, e perfino il denaro lasciato dai fedeli per le Sante messe è stato trasferito in conti personali, con le più abili alchimie finanziarie … Una vera “lavanderia” nel centro di Roma, utilizzata anche dalla mafia e per spregiudicate avventure politiche. Un paradiso fiscale che non risponde ad alcuna legislazione diversa da quella dello Stato del Vaticano. Tutto in nome di Dio”
    Poi, nel IV capitolo della Prima Parte del libro, a pag. 61, si legge:
    “Nello statuto della banca si contempla la beneficienza e il culto, destinando parte delle somme che lo IOR riceve e gestisce proprio per le opere di religione. Il regista del sistema [Monsignor Donato de Bonis, nominato Prelato, cioè a tutti gli effetti Presidente dello IOR, dal Papa Giovanni Paolo II nel 1989] modula queste finalità trasformandole in una formidabile occasione per mimetizzare le proprie operazioni fra quelle tradizionali, meritorie, per elemosine e carità nel mondo. Infatti non solo i depositi sono attribuiti a fondazioni inesistenti, ma spesso la scelta delle intestazioni è dettata dall’ipocrisia e dal cinismo. Si pensi al conto «001-3-15924-C» che il Prelato dello IOR ribattezza “Fondazione mamma de Bonis, lotta alla leucemia” o quello «Louis Augustus Jonas Foundation» che un carissimo amico del Prelato … Luigi Bisignani, apre indicando l’«aiuto bimbi poveri» nelle finalità”.
     
    Dati questi fatti, viene legittimo chiedersi: non è che noi “poveri” italiani, dopo la “bufala” governativa della “Social Card” stiamo per riceverne un’altra dalla finanza creativa vaticana la quale, mai sazia dell’8x1000 o del 5x1000, nonché di tutti gli altri contributi e agevolazioni fiscali di cui gode, ci molla ora quella del “Prestito della speranza”?
    E perché mai, se opera di carità trattasi, per costituire detto fondo di garanzia la CEI non attinge all’8x1000 (più di un miliardo di euro l’anno che riceve dallo Stato italiano, un contributo specificamente destinato ad opere caritative) o al 5x1000 (al quale la Caritas accede, peraltro tra le pochissime privilegiate che hanno anche ricevuto i contributi, al contrario di altre Istituzioni benefiche che ancora li stanno aspettando)?
     
     

    Otto per mille: solo il 20% va ai poveri

    Nel 2008 la Chiesa Cattolica ha incassato con l’8x1000 oltre un miliardo di euro (per l’esattezza 1.002.513.715,31 euro). Ma, mentre le campagne pubblicitarie insistono a spiegare che l’8x1000 destinato alla Chiesa viene usato per la carità, per i poveri e per il Terzo mondo, in realtà solo un quinto del totale – per il 2008 si tratta di 205 milioni di euro – è impiegato per “interventi caritativi”, cioè assegnati alle diocesi per le iniziative di carità (90 milioni), destinati ad interventi nei Paesi del Terzo mondo (85 milioni) e ad esigenze caritative di rilievo nazionale (30 milioni). Quasi la metà dei soldi raccolti dalla Chiesa Cattolica viene invece destinata alle esigenze di culto: 424 milioni di euro (160 milioni alle diocesi “per culto e pastorale”, 185 per l’edilizia, 32 al Fondo per la catechesi e l’educazione cristiana, 38 per iniziative religiose di rilievo nazionale e 9 ai Tribunali ecclesiastici regionali). E oltre un terzo dell’intero incasso, 373 milioni di euro, viene invece destinato all’Istituto centrale per il sostentamento del clero, che assicura uno stipendio mensile ai 39mila sacerdoti in servizio nelle diocesi italiane e ai 600 preti diocesani impegnati nelle missioni all’estero: poco più di 850 euro al mese ad “inizio carriera”, che arrivano a 1.300 euro mensili per un vescovo alle soglie della pensione (ma va aggiunto anche che ogni sacerdote può attingere ai cosiddetti “diritti di stola”: battesimi, matrimoni, funerali, ecc.) – cfr. Matteo 10:8. E non è irrealistico pensare che anche i 600milioni di dollari USA (pari a circa 426milioni di euro) elargiti all’arcidiocesi di Boston per risarcire i danni ai minori causati da preti e vescovi pedofili provengano, in parte, dall’8x1000.

     
    May 17

    LA RISURREZIONE: UNA SPERANZA SICURA? - V parte

     
     
    Che speranza c'è per loro?
     
     
    RISUSCITATI: DOVE E QUANDO?
     
     
    Nel suo più famoso Sermone, quello comunemente denominato ‘della Montagna’, pronunciato verso la metà del suo ministero terreno di tre anni e mezzo, poco dopo aver scelto i suoi 12 apostoli, nell’anno 31 d.C., Gesù iniziò a parlare dicendo:
     
    Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli
    Beati i miti, perché erediteranno la terra
    (Matteo 5:3-5)
     
    Questa dicotomia della speranza cristiana, lo confesso, di primo acchito, mi ha lasciato un po’ perplesso!
    Mi son chiesto, infatti, se quella riportata dallo scrittore evangelico fosse una palese e preoccupante contraddizione che potesse in qualche modo minare la mia fiducia nell’esattezza del messaggio biblico.
    Poi ho riflettuto sulla possibilità che tale perplessità derivasse dal mio retaggio cattolico della speranza cristiana e che questo, ancora una volta, fosse in contrasto con la verità esposta nella Parola di Dio.
    Insegna, infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica:
    “Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo … e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c'era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate …, anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale - e questo dopo l'Ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo - sono state, sono e saranno in cielo, associate al Regno dei cieli e al Paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l'essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura ... Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva”.
    (Catechismo della Chiesa Cattolica - Sezione Seconda La Professione della Fede Cristiana - Capitolo Terzo - Articolo 12 - II - Il Cielo)
     
    Gli insegnamenti delle Chiese cosiddette “Protestanti”, d’altra parte, non si discostano dall’insegnamento cattolico poiché leggo in diversi blog scritti da evangelici frasi come queste:
    “Questa è la nostra speranza, la nostra certezza un giorno saremo anche noi celesti, per la grazia che abbiamo ricevuto da Gesù”.
    “Gesù sta preparando la Sua Sposa, quando sarà pronta, tornerà con grande potenza per portarci nella Patria celeste, e così saremo sempre col Signore”.
    “La Croce ci aprirà le porte del cielo abbracciandola potremo gustare quella dolce presenza amorevole del Padre nostro che è nei cieli!”
     
    Mi sembra, dunque, evidente che la speranza coltivata dalla maggioranza di coloro che si dichiarano ‘cristiani’ e quella di andare un giorno in cielo e li vivere per sempre alla presenza di Dio e di Cristo.
    Perciò, torno a chiedermi: perché Gesù disse che le persone miti avrebbero “ereditato la terra”?
    Vero è che coloro che lo stavano ascoltando, i suoi connazionali ebrei, avevano solo il concetto della vita sulla terra. Dice, infatti, una nota opera di consultazione: “Gli ebrei inizialmente pensavano che la salvezza si sarebbe avuta sulla terra … a prescindere dallo splendore della speranza messianica e dalla durata del regno futuro - che secondo alcuni sarebbe stato addirittura eterno - fondamentale era il carattere terreno e nazionale attribuito a tale èra religiosa. Poi prese piede un nuovo concetto: la ‘scoperta’ di una felice esistenza dopo la morte” (Pirot L. - Robert A. ed., Supplément au Dictionnaire de la Bible, I-XII, Paris 1928-2002).
    Quegli ascoltatori, appartenenti ad una nazione biblicamente edotta, conoscevano bene il racconto della creazione e non pensavano, come molti oggi fanno, anche tra i cosiddetti ‘cristiani’, che fosse semplicemente un mito del passato. Lo stesso Gesù, quando i suoi principali nemici, gli ipocriti capi religiosi, cercavano un pretesto per accusarlo, per difendersi fece riferimento a quel racconto attestandolo come reale (cfr. Matteo 19:3-9). Perciò egli parlava ad ascoltatori che conoscevano l’originale proposito di Dio di far vivere per sempre le sue creature sulla terra e sapevano che questa prospettiva non si era realizzata a causa del peccato di Adamo che provocò non solo la sua fine ma anche la condanna a morte per tutta la sua discendenza ( cfr. Genesi 3:17-19; 5:5; Salmo 51:5,Di e VR - 50:7,CEI; Romani 5:12).
    Quell’uditorio, quindi, aveva solo aspettative terrene. A nessun giudeo passava in mente di dover andare in cielo e questo fu ulteriormente reso chiaro da ciò che i suoi discepoli chiesero a Gesù dopo la sua risurrezione e cioè “Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?” (Atti 1:6). Perciò la speranza di ogni israelita era quella di essere riportato in vita, mediante la risurrezione, per vivere per sempre sulla terra resa di nuovo un paradiso di delizie, come lo era stato all’inizio l’Eden (cfr. Giobbe 14:13-15; Isaia  35:1-7; 45:18).
    Il discorso di Gesù, dunque, in parte rispecchiò queste aspettative allorché affermò “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Ma egli aggiunse qualcosa di innovativo rispetto alle loro attese affermando anche “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”.
    Probabilmente i più attenti di quegli ascoltatori allora si interrogarono sulle proprie prospettive di vita futura chiedendosi dove, se giudicati fedeli, avrebbero ricevuto il premio della vita eterna: sulla terra, come avevano sempre creduto, o in cielo?
    Poiché, come è scritto, in Dio “non c'è variazione né ombra di cambiamento” (Giacomo 1:17) nelle parole di Gesù doveva esserci più logica del dogmatismo dell’ebraismo apostata e del falso cristianesimo.
    Cosa egli intendesse, presentando una duplice speranza per i suoi discepoli, lo rese noto circa due anni dopo, la sera del 14 nisan del 33 d.C, mentre era a tavola con i suoi apostoli. Dopo aver commemorato con loro la Pasqua ebraica, che ricordava la miracolosa liberazione dalla schiavitù egiziana, e dopo aver allontanato il traditore Giuda, disse a quei rimanenti 11 fedeli compagni: “Or voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù d'Israele” (Matteo 26:17,20,21; Giovanni 13:27-30; Luca 22:28-30,VR).
    Dunque, Gesù disse ai suoi fedeli apostoli che avrebbero partecipato con lui al Regno, cioè al governo che Dio aveva ideato, a seguito del peccato adamico, al fine di ripristinare il suo proposito per la terra e per la razza umana (cfr. Isaia 45:18; Salmo 37:29). Quel Regno che, secondo la profezia, dovrà spazzare via dalla terra tutti i sistemi di governo stabiliti dall’uomo e prendere il loro posto (cfr. Daniele 2:44).
    Poiché la sede di questo governo è in cielo si rendeva necessario che quegli uomini avessero accesso al cielo (cfr. Matteo 4:17; Filippesi 3:20).
    Tre giorni dopo la sua morte come uomo terreno, Gesù venne risuscitato non più con un corpo carnale ma con un corpo spirituale. Perché? Egli doveva tornare dove risiedeva prima di nascere sulla terra, cioè nel reame celeste (cfr. Giovanni 6:38,62; 8:23; 17:4,5; 1Corinzi 15:42-45). Lì rimase in attesa che arrivasse il tempo stabilito da Dio per ricevere pieni poteri come Re e iniziare a governare (cfr. Atti 2:32-36; Ebrei 10:12,13).
    In maniera simile anche quegli uomini che dovevano partecipare con lui al governo celeste dovevano morire nella carne ed essere quindi risuscitati come persone spirituali per poter accedere al reame celeste (cfr. Romani 6:5). Il loro corpo carnale sarebbe stato un impedimento ad assumere questo incarico (cfr. 1Corinzi 15:50).
    La risurrezione di coloro che parteciperanno con Cristo al Regno viene definita nelle Sacre Scritture la “prima risurrezione” (cfr. Apocalisse 20:6). Essa è prima sia per l’importanza del ruolo che devono assumere i risuscitati, quello di co-regnanti insieme a Cristo, sia in ordine di tempo poiché deve avvenire immediatamente dopo che Cristo riceve il potere del Regno, come spiegò l’apostolo Paolo scrivendo ai conservi cristiani della chiesa di Tessalonica: “noi viventi, che saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo coloro che si sono addormentati, perché il Signore stesso con un potente comando, con voce di arcangelo con la tromba di Dio discenderà dal cielo, e quelli che sono morti in Cristo risusciteranno per primi; poi noi viventi, che saremo rimasti saremo rapiti assieme a loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell'aria; così saremo sempre col Signore” (1Tessalonicesi 4:15-17; cfr. anche Filippesi 3:10,11). Dunque la risurrezione di coloro che affiancheranno Gesù nel governo celeste inizia al tempo della seconda “venuta” (greco parousìa) di Cristo, tempo in cui tutti quelli che erano morti in precedenza, e che erano in attesa nelle tombe, vengono riportati in vita, mentre quelli viventi in quel tempo vengono immediatamente risuscitati al tempo stesso della loro morte terrena, in qualsiasi momento questa avviene (cfr. anche Apocalisse 11:17,18).
     
    Ma, l’espressione “prima risurrezione” sottintende che ce ne sia anche una seconda!
    Ed è anche ovvio pensare che non tutti gli esseri umani regneranno insieme a Cristo, poiché, se tutti fossero re, su chi regnerebbero?
    Non a caso più volte nella Parola di Dio viene usata l’espressione “nuovi cieli e nuova terra” (cfr. Isaia 65:17; 66:22; 2Pietro 3:13; cfr anche Apocalisse 20:11; 21:1).

    Cosa sono questi “nuovi cieli”? A comprenderlo ci aiuta l’apostolo Paolo il quale, parlando di Cristo Gesù ai conservi cristiani di retaggio ebraico, disse “Tale era infatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli”. In un’altra sua lettera egli poi specificò: “Questa potente efficacia della sua forza egli l'ha mostrata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nel cielo, al di sopra di ogni principato, autorità, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro” (Efesini 1:20,21). Dunque i governi o i governanti della terra nelle loro funzioni, che li pongono al di sopra degli altri cittadini, vengono simbolicamente paragonati a “cieli”. Pertanto nella Parola di Dio con l’espressione profetica di “nuovi cieli” si vuole indicare il nuovo governo o i nuovi governanti per la terra, che sono costituiti da Dio, cioè il governo formato da Cristo e dai suoi co-regnanti scelti tra il genere umano. Essi, come è detto nella citata profezia di Daniele, prenderanno il posto dei vecchi cieli, cioè degli attuali governi umani che operano sotto l’influenza satanica (cfr. Daniele 2:44).

     
     

    Dio, il Sovrano dell’Universo ha preordinato che un determinato numero di persone, uomini e donne, partecipino con Gesù Cristo al governo mondiale. Questa disposizione è un ulteriore dimostrazione della sapienza e dell’amore di Dio per le sue creature umane. Coloro che affiancheranno Cristo sono stati a loro volta uomini e donne imperfetti mentre erano sulla terra, quindi conoscono tutte le debolezze umane. Se Dio avesse affiancato degli angeli a Gesù, essi non avrebbero avuto la stessa esperienza nell’aiutare gli uomini a superare i loro difetti. Di queste persone è detto che “sono stati comprati dalla terra” e “comprati di fra il genere umano”, perciò il loro futuro non è più sulla terra e fra il genere umano. Come “primizie a Dio e all’Agnello”, devono esser presentati a questi in cielo (cfr. Rivelazione 14:3,4). Quindi dalla morte, fino alla quale si son mostrati fedeli, sono risuscitati alla vita spirituale in cielo. La loro è la risurrezione spirituale che è descritta in 1Corinzi 15:42-55.

    Per aver sofferto insieme a Cristo ed essersi mostrati fedeli a Dio fino alla morte, poiché e detto che “sono stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e che non avevano adorato la bestia né la sua immagine e non avevano preso il suo marchio sulla loro fronte e sulla loro mano [cioè non si sono immischiati nelle faccende politiche di questa terra], essi vengono ricompensati nella maniera descritta nella visione di Apocalisse 20:4-6: “tornarono in vita e regnarono con Cristo per mille anni … Questa è la prima risurrezione. Beato e santo è colui che ha parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potestà la seconda morte, ma essi saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui mille anni”. Nella visione, infatti, sono visti sul celeste monte Sion mentre suonano arpe e cantano un cantico che nessun’altri poteva imparare. Questo significa che hanno una straordinaria comprensione del Regno e dei propositi divini che nessun’altri può avere.

     

    E la “nuova terra” da chi è composta? Mi sembra evidente che questa espressione si riferisce simbolicamente a una nuova società di persone viventi sulla terra (cfr. Salmo 96:1,CEI). Composta da chi? Ciò che Gesù disse in una circostanza ci aiuta a comprenderlo. Parlando di Giovanni Battista egli disse: “tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui” (Matteo 11:11). Cosa intese dire Gesù? Semplicemente che la speranza di Giovanni il Battista non era celeste: egli non avrebbe fatto parte del gruppo di uomini scelti per affiancare Gesù nel Regno. In maniera simile del re Davide, che pure  fu incluso dall’apostolo Paolo nell’elenco dei testimoni che si erano distinti per la loro fede, è detto che egli “non è salito in cielo” (cfr. Atti 2:34).  E per analogia così deve intendersi per tutti quegli antichi uomini fedeli, quali ad esempio Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Samuele, i quali, come ha scritto l’apostolo, “non ottennero la promessa, perché Dio aveva provveduto per noi qualcosa di meglio, affinché essi non giungessero alla perfezione senza di noi” (cfr: Ebrei 11:2-40).
    Tutti quegli uomini non hanno avuto accesso ai cieli e non partecipano con Gesù al governo celeste. Perché? Primo perché il patto per il Regno tra Gesù e i suoi fedeli seguaci fu istituito dopo la loro morte, perciò essi non vi hanno potuto partecipare. Poi perché, in base a quel patto, per accedere al reame spirituale, o celeste, le persone, mentre sono ancora in vita, devono subire un mutamento di natura: rinunciano alla natura umana per ottenere la natura “divina” e, come nel caso di Cristo Gesù al momento del battesimo, vengono “rigenerati” a “una vita nuova”, come figli spirituali di Dio. Devono, inoltre, subire una morte come quella di Cristo - mantenendo l’integrità e rinunciando per sempre alla vita umana - e quindi ricevere mediante la risurrezione un corpo immortale, incorruttibile, come quello di Cristo (cfr. Giovanni 3:3-8; Romani 6:3-5; 1Pietro 1:3-4). Questa “rigenerazione” non è potuta avvenire nel caso di tutte le persone fedeli morte prima di Cristo perché Gesù doveva essere “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose” (Colossesi 1:8). Gesù dunque aprì la via al regno celeste per coloro che sono nati come uomini, prima di lui nessuno poteva avere questo privilegio. Tutte quelle persone fedeli morte prima di lui hanno dunque la speranza di essere risuscitati per vivere per sempre sulla terra. Saranno sudditi terreni del Regno di Dio.
    Inoltre, anche tra coloro che sono nati dopo Cristo e sono quindi divenuti suoi discepoli, non tutti hanno la speranza celeste o di partecipare con lui al Regno. Perché? Perché Dio ha limitato il numero di coloro che hanno questa speranza (cfr. Apocalisse 7:4; 14:1-4,Di). Gesù stesso indicò questo definendo quel gruppo “piccolo gregge” (cfr. Luca 12:32). Poi parlò di tutti gli altri che non avevano la speranza celeste definendoli genericamente “altre pecore” (cfr. Giovanni 10:16), cioè un numero non definito di suoi discepoli che sarebbero stati risuscitati per vivere per sempre sulla terra quali sudditi del Regno. A riprova di ciò, nella visione apocalittica di quello che sarebbe accaduto al ritorno di Cristo viene ripetuta la distinzione di due classi di persone: una, numericamente ben delimitata, viene vista con Cristo sul simbolico, celeste monte Sion (sul monte Sion sorgeva l’antica Gerusalemme, capitale del tipico Regno di Dio, perciò simboleggia appropriatamente la sede celeste del governo divino); l’altra, una “grande folla” di persone non numerata si trova “davanti al trono e all’Agnello” dichiarando di ottenere la salvezza da Dio e dall’Agnello, Cristo Gesù. Questa immensa moltitudine è composta da persone che vivranno sulla terra quali sudditi del Regno di Dio.
     
     

    La grande maggioranza di coloro che saranno risuscitati, tra cui molti uomini fedeli dell’antichità, quali ad esempio Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, il re Davide, Giovanni Battista, vivranno per sempre sulla terra che sarà resa di nuovo un paradiso dal governo di Cristo e dei suoi co-regnanti. Per chi sarà in vita quel giorno sarà una grande gioia accogliere i morti del genere umano i cui nomi sono stati scritti da Dio nel suo “libro di memorie” (cfr. Malachia 3:16). Tutti questi saranno i sudditi terreni del Regno di Dio.

     
    Per riassumere, quindi, la risurrezione, secondo le Sacre Scritture, è stata disposta da Dio per due ben distinti gruppi di persone:
    Uno, composto da un numero limitato di discepoli di Cristo, che lo dovrà affiancare nel governo celeste. Questi perciò saranno risuscitati con un corpo spirituale per vivere nel reame celeste. La scelta di queste persone viene fatta direttamente da Dio e da nessun’altri, ed Egli ne rende testimonianza, mediante il suo Spirito Santo, ai diretti interessati (cfr. Romani 8:14-17).
    L’altro, in numero illimitato perché la promessa è per tutto il genere umano che vorrà farla propria, è composto da persone che saranno risuscitate per vivere per sempre sulla terra.
    Questo è anche il senso delle parole della preghiera del “Padrenostro”, allorché dice “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”! (Matteo 6:10).
    La risurrezione del primo gruppo dovrà avvenire “per prima”, al tempo della seconda “venuta” di Cristo (cfr. 1Tessalonicesi 4:15-17).
    La risurrezione del resto del genere umano avverrà in seguito, dopo che Cristo e i suoi co-regnanti avranno ricevuto pieni poteri per governare la terra trasformandola in un Paradiso (cfr. Apocalisse 20:11-15).
    Allora si adempirà anche la promessa che Gesù fece al ladrone che fu messo a morte insieme a lui: “Io ti dico oggi tu sarai con me nel Paradiso”. Quel malfattore avrà quindi l’opportunità, una volta risuscitato e se dimostrerà di aver cambiato attitudine mentale, di vivere per sempre su una terra paradisiaca.
    Mi sembra, a questo punto, fondamentale per ciascuno di noi accertarsi a quale dei due gruppi summenzionati appartiene e qual’è la propria vera speranza, per non inseguirne invano una che non ci compete! Soprattutto perché l’apostolo Paolo avvertì che chi persegue e proclama una speranza che non è la sua “sarà colpevole del sangue e del corpo del Signore” e riceverà “un giudizio contro se stesso” (cfr. 1Corinzi 11:27-29,Di).
     
    May 10

    LA RISURREZIONE: UNA SPERANZA SICURA? - IV parte

     
             
     
     
     

    UN LIBRO DI MEMORIE PER COLORO CHE TEMONO E ONORANO DIO

     

     

     

    Questa Signora è mia madre

    L’uomo al suo fianco è mio padre, in una foto degli anni ’50, poco dopo il loro matrimonio. Mi piace ricordarla così com’era, una bella ragazza mora con gli occhi azzurri, piena di vita e di speranze. Mi piace anche vederla insieme a mio padre perché sono stati inseparabili durante tutti i 54 anni del loro matrimonio. Poi è sopraggiunta la morte, prima di mia madre, qualche anno dopo di mio padre, ed ha interrotto quel forte sodalizio, basato sull’amore e sul rispetto reciproco. Fin qui nulla di speciale. Una storia così, sui propri genitori, credo che la possa raccontare la stragrande maggioranza dei figli, come in effetti vedo fare in questi giorni che si celebra la “festa della mamma” sulle pagine di tanti blog.

    Ma c’era qualcosa che ha unito in maniera indissolubile mia madre e mio padre, qualcosa che nemmeno la morte ha potuto spezzare: la loro completa fiducia nel Creatore e nelle sue promesse così che hanno sperimentato nella loro vita la veracità delle parole che il saggio Salomone scrisse sotto ispirazione divina: “una corda a tre capi non si rompe tanto presto” (Ecclesiaste 4:12).

    Non scrivo dunque questo post per celebrare mia madre. La sua memoria, le esperienze di vita vissute insieme, i suoi gesti, la sua voce, il suo affetto, tutte queste cose le conservo gelosamente nel mio cuore, sono l’eredità che lei mi ha lasciato, fanno parte della mia intimità e non sono esternabili. Ma colgo l’occasione, dietro la spinta del suo ricordo, per parlare di una verità fondamentale riguardo al proposito divino.

    Molti di noi alzano gli occhi al cielo immaginando di rivedere la propria mamma. Mi ha colpito, infatti, ciò che ha scritto un’amica virtuale nell’esprimere un pensiero per la sua mamma: “I miei baci ti raggiungano, tra le nuvole … da dove immagino ti affacci … per guardarmi e regalarmi un sorriso …”. Parole davvero commoventi.

    E’ difficile credere ed accettare il fatto che i nostri cari non ci siano più. Noi siamo stati creati con il senso della vita eterna, come ha scritto ancora quel saggio re sopra citato riguardo alla creazione dell’uomo: “Egli ha fatto ogni cosa bella nel suo tempo; ha persino messo l'eternità nei loro cuori, senza che alcun uomo possa scoprire l'opera che Dio ha fatto dal principio alla fine” (Ecclesiaste 3:11). Siamo stati creati per vivere per sempre perciò la morte è un evento innaturale che, istintivamente, non accetteremo mai come fine della vita. E di questo ha approfittato il principale nemico della vita, Satana il Diavolo, colui che ha causato l’avvento della morte. Giocando sulla generale disinformazione riguardo al proposito di Dio e servendosi della complicità di persone ipocrite e menzognere, egli ha ideato la vita dopo la morte in un ipotetico aldilà: in cielo, travisando il concetto divino del Paradiso, o all’Inferno, un luogo di eterno tormento totalmente inventato (sorvolo sui concetti di purgatorio e di limbo perché sono semplicemente grotteschi). E quegli uomini, colpevolmente conniventi, degni figli del Diavolo (cfr. Giovanni 8:44), facendo leva sul sentimentalismo, hanno costruito tutto un sistema di potere e di interessi economici, che va dalla coercizione delle coscienze con la paura del tormento eterno, alla vendita delle indulgenze e delle messe pro-defunti, dalla venerazione dei morti al mercimonio di oggettistica connessa con il loro culto. Questo ha allontanato le persone dalla verità riguardo alla condizione dei morti e dal vero proposito di Dio di riportare in vita i morti per farli vivere per sempre sulla terra (cfr. Giovanni 5:25-29; Salmo 37:29,Di,VR - 36:29,CEI). Conseguentemente le ha allontanate dall’intera verità biblica rendendole schiave di un sistema religioso falso e dogmatico dal punto di vista dottrinale quanto appariscente ed esteriore, basato più sull’osservanza di aspetti meramente cerimoniali ed emotivi che delle norme e dei principi cristiani (cfr.  Matteo 15:8,9).

    Perciò non guardo al cielo nella falsa speranza di vedere mia madre. Così come non vado a deporre fiori e lumini sulla sua tomba. Tutto ciò che potevo fare per lei ho cercato di farlo mentre era in vita, incluso portarle fiori e altri doni come il cuore mi comandava e non perché legato ad eventi particolari. Qualsiasi cosa io facessi adesso non avrebbe alcun significato, se non sotto un aspetto puramente sentimentalista, poiché, come è scritto: “i morti non sanno nulla, e per essi non c'è più salario; poiché la loro memoria è dimenticata. Il loro amore come il loro odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti, ed essi non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole … poiché nel soggiorno dei morti … non c'è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza” (Ecclesiaste 9:5-10,VR).

    Sono, quindi, pienamente cosciente che la mia cara mamma si è addormentata nel sonno della morte e non può vedere ciò che accade a noi che siamo ancora in vita. Ella non può fare nulla per me, come io non posso fare più nulla per lei. Mentre era in vita, lei era del tutto consapevole che questa è la verità sulla condizione dei morti insegnata nella Parola di Dio e che la vita nell’aldilà è solo un inganno satanico. La sua speranza, come la mia, era che il suo nome venisse scritto “nel libro di memorie di Dio” e che il suo Creatore si ricordasse di lei al tempo stabilito per la risurrezione e la riportasse in vita per vivere per sempre sulla terra trasformata di nuovo in un Paradiso (cfr. Malachia 3:16; Isaia 35:1,5-7,10; Apocalisse 20:13; 21:3,4).

     
    May 04

    LA RISURREZIONE: UNA SPERANZA SICURA? - III parte

     
     
    Che speranza c’è per loro?
     
     
    RIPORTATI IN VITA: PERCHÉ E DOVE?
     
     
     
    Signore ricordati di me quando verrai nel tuo regno allora Gesù gli disse in verità ti dico oggi tu sarai con me in paradiso 
    Luca 23:42,43, testo greco di Westcott-Hort; testo italiano di G. Diodati
     
    Questa breve conversazione si svolse tra Gesù e uno dei due malfattori che furono condannati a morte insieme a lui, poco prima che entrambi esalassero l’ultimo respiro.
    Lo storico Luca, che mise per iscritto le loro parole, non fu un testimone diretto di quell’avvenimento, ma raccolse le informazioni da testimoni oculari e le riportò “dopo aver indagato ogni cosa accuratamente fin dall'inizio” (Luca 1:1-3).
    L’evangelista scrisse il suo racconto in lingua greca, la koinè, una mescolanza di diversi dialetti greci considerata, in quel tempo, la lingua internazionale (questo fu il motivo per cui l’accusa affissa sopra la testa di Gesù Cristo, «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei», venne scritta non solo in latino e in ebraico, ma anche nella lingua greca koinè - cfr. Giovanni 19:19,20).
    Come è noto la koinè “consiste esclusivamente di lettere maiuscole poste l’una accanto all’altra senza alcun segno di punteggiatura per separare parole e frasi. La letteratura greca usò questo tipo di scrittura fino al IX secolo d.C.” (The Riverside New Testament di Oscar Paret).
    Questo è il motivo per cui ho riportato sopra il testo evangelico senza alcuna punteggiatura, sia in greco che in italiano, perché così appare nei più antichi manoscritti.
    Solo dopo il IX secolo d.C. la punteggiatura divenne d’uso generale e i vari traduttori iniziarono a porre il segno d’interpunzione nei versetti biblici.
    Perciò la risposta di Gesù al ladrone iniziò ad esser resa dai diversi traduttori in questi modi:
    In verità ti dico: oggi tu sarai con me in paradiso” (La Sacra Bibbia a cura di Giovanni Diodati)
    In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso” (La Sacra Bibbia a cura di Salvatore Garofalo)
    "Veramente ti dico oggi tu sarai con me in Paradiso" (The Riverside New Testament di William G. Ballantine)
    Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso” (Versione Riveduta di G. Luzzi)
    Veramente ti dico in questo giorno: Sarai con me in Paradiso” (The Emphasised Bible di Joseph B. Rotherham).
    Veramente ti dico oggi: Tu sarai con me in Paradiso” (The New Testament di George M. Lamsa)
     
    Come si può notare, qualche traduttore ha mantenuto la forma originale non inserendo alcuna punteggiatura, altri hanno posto il segno di interpunzione o la congiunzione ‘che’ nell’intento di dare un più preciso significato alle parole di Gesù e, a seconda di dove hanno messo la punteggiatura o la congiunzione, cambia radicalmente il senso delle parole pronunciate da Gesù:
    Nel primo caso, con il segno d’interpunzione o la congiunzione prima della parola oggi da l’idea che egli stesse promettendo al ladrone che quel giorno stesso sarebbe stato in paradiso.
    Nell’altro caso, con il segno d’interpunzione o la congiunzione dopo la parola oggi, la promessa relativa al paradiso riguarda un tempo futuro rispetto a quello in cui venne fatta.
    Quale delle due, dunque, è la corretta interpretazione delle parole di Gesù?
    E’ chiaro che solo il contesto del racconto biblico può aiutarci a comprenderlo!
    In precedenza, infatti, Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Il Figlio dell'uomo … deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno” (Luca 9:22).
    Successivamente i due angeli presso la tomba dissero alle donne che erano andate lì: “Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno” (Luca 24:6,7).
    Gesù, dunque, non fu risuscitato lo stesso giorno che morì, ma il terzo giorno dalla sua morte. Pertanto, non sarebbe potuto “venire nel suo regno” il giorno della propria morte né, tantomeno, avrebbe potuto ricevervi quello stesso giorno il malfattore.
    Dove fu egli in quei tre giorni, prima della sua risurrezione?
    Lo disse l’apostolo Pietro nel suo discorso il giorno di Pentecoste. Parlando della risurrezione di Gesù, per mostrare come questa era stata profetizzata, citò il Salmo 16:10 (Di e VR - 15:10, CEI) che diceva: “tu non lascerai l'anima mia nello Sceol e non permetterai che il tuo Santo veda la corruzione” (cfr. Atti 2:22-28). Dunque, in quei tre giorni prima della sua risurrezione Gesù fu nello Sceol. E nello stesso luogo andò il ladrone quando, a sua volta, morì.
    Riguardo a questo luogo, il cui nome è del tutto simbolico, in Ecclesiaste 9:5,10 è scritto: “i viventi infatti sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla … Tutto ciò che la tua mano trova da fare, fallo con tutta la tua forza, perché nello Sceol dove vai, non c'è più ne lavoro né pensiero né conoscenza né sapienza”. Gesù fu dunque nella stretta della morte, nello Sceol (o Ades, greco), cioè nella tomba e in una condizione di totale incoscienza. Restò in quello stato per tre giorni, poi Dio, il suo Padre celeste, lo risuscitò.
    Dopo la sua risurrezione apparve di nuovo ai suoi discepoli i quali gli chiesero: “Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?” ed egli rispose loro: “Non sta a voi di sapere i tempi e i momenti adatti, che il Padre ha stabilito di sua propria autorità. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, in Samaria e fino all'estremità della terra” (Atti 1:6-8).
    Quindi, 40 giorni dopo la sua risurrezione, egli tornò dove risiedeva prima di nascere sulla terra come uomo, cioè nei cieli, o nel reame spirituale, e lì non iniziò subito a regnare ma rimase in attesa che Dio gli consegnasse, al tempo stabilito, pieni poteri come Re del suo Regno (cfr. Atti 2:32,33; Ebrei 10:12,13).
    E’ dunque evidente, da questo contesto, che la promessa di Gesù a quel malfattore non si realizzò il giorno stesso in cui entrambi morirono ma riguardava un tempo futuro, quando Gesù avrebbe preso pieni poteri come Re del Regno di Dio e quindi avrebbe potuto “ricordarsi” di lui!
    Perciò porre il segno d’interpunzione prima della parola ‘oggi’ in Luca 23:43, come fanno alcune traduzioni (vedi, ad esempio, quella della CEI, o quella di G. Diodati o di S. Garofalo, oppure aggiungendo prima della parola ‘oggi’ la congiunzione ‘che’, come vien fatto nella Versione Riveduta, non rende esattamente il pensiero di Gesù e da un’idea errata riguardo al proposito di Dio.
     
     
    Signore ricordati di me quando verrai nel tuo regno allora Gesù gli disse in verità ti dico oggi tu sarai con me in Paradiso” - Luca 23:42,43.
    Il Paradiso promesso da Gesù non era una dimora temporanea per le ‘anime dipartite dei giusti’, in una parte dello Sceol o dell’Ades, come sosteneva la tradizione giudaica. Gesù aveva energicamente condannato i farisei e gli scribi giudei perché insegnavano tradizioni in contrasto con la Parola di Dio (cfr. Matteo 15:6-9). In nessun punto la Parola di Dio dice che lo Sceol o Ades, o alcuna parte d’esso, sia un paradiso in cui si possa provare piacere. Al contrario, Ecclesiaste 9:5,10 dice che quelli che si trovano nello Sceol “non sanno nulla” perché lì “non c'è più ne lavoro né pensiero né conoscenza né sapienza”.
    Neanche si può sostenere che il Paradiso promesso al ladrone fosse in cielo. Poco prima di essere arrestato e condannato a morte, durante la cena pasquale, Gesù aveva fatto un patto per un regno celeste con “quelli che avevano perseverato con lui nelle sue prove” (Luca 22:28-30). Quel malfattore non aveva una tale reputazione di fedeltà. Doveva ancora dimostrare con le opere, cioè col cambiamento di condotta, la sua fede in Cristo.
    Le Sacre Scritture non avevano mai dato motivo agli ebrei fedeli di aspettarsi una ricompensa celeste. Esse additavano la restaurazione del Paradiso qui sulla terra. Il profeta Daniele aveva predetto che, quando al Messia sarebbero stati dati “dominio, gloria e regno”, “le genti di ogni popolo, nazione e lingua” lo avrebbero servito (Daniele 7:13,14). Quei sudditi del Regno sarebbero stati qui sulla terra (cfr. Salmo 72:8, Di,VR - 71:8, CEI). Con ciò che disse a Gesù, il ladrone stava evidentemente esprimendo la speranza che egli si ricordasse di lui quando sarebbe venuto quel tempo e lo riportasse in vita, non in cielo e neanche in qualsiasi aldilà, ma qui, sulla terra.
     
    Ma perché Gesù promise il Paradiso a una persona che per tutta la sua vita si era comportato come un malfattore, violando sistematicamente la legge di Dio e degli uomini?
    Una giovane donna, commentando questo punto mi ha scritto qualche giorno fa: “il Ladrone fu salvato per il suo puro pentimento”.
    Queste parole esprimono un pensiero molto comune tra coloro che asseriscono di essere cristiani, cioè che si può vivere anche non tenendo conto di Dio e violando la sua legge, o addirittura non credendo proprio alla sua esistenza, ma se ci si pente anche all’ultimo minuto, poco prima di morire, come molte querelle sorte nel caso di uomini famosi dichiaratamente atei attestano (vedi quella sugli ultimi istanti di vita dell’ideologo comunista Antonio Gramsci), allora si riceve da Dio il perdono e la salvezza della propria anima.
    Ma è veramente così? Basta pentirsi anche all’ultimo istante di vita per essere salvati?
    Non sembra che questo fosse il pensiero e la testimonianza degli apostoli, i quali furono istruiti direttamente da Gesù riguardo al punto di vista di Dio al riguardo.
    Ai loro ascoltatori che, in una circostanza, dopo aver ascoltato la loro testimonianza riguardo a Gesù, chiedevano cosa fare, gli apostoli Pietro e Giovanni, ricordando la parole del loro maestro: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Matteo 7:21), dissero: “Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati” (Atti 3:19).
    Dunque il sincero pentimento, che fa guadagnare la misericordia da parte di Dio, deve essere seguito da un cambiamento di condotta. Una persona, cioè, non può solo dire di essersi pentito, ma deve dimostrare con le proprie azioni che vive secondo la volontà di Dio.
    Successivamente l’apostolo Paolo ribadì questo concetto allorché spiegò al re Agrippa che la sua opera missionaria consisteva nell’aiutare le persone a comprendere la necessità “di ravvedersi e di convertirsi a Dio, facendo opere degne di ravvedimento” (Atti 26:20).
    Anche Giacomo, fratello carnale e discepolo di Gesù, definito insieme a Pietro e Giovanni “colonna” della primitiva chiesa cristiana, nella sua lettera diede enfasi a questo concetto scrivendo: “A che giova, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? … Così è pure della fede; se non ha le opere, per se stessa è morta” (Giacomo 2:14-17; Galati 2:9).
    Questi passi biblici escludono, dunque, che Gesù, con le sue parole, garantisse al ladrone la salvezza e la vita eterna nel Paradiso. Benché, infatti, egli riconoscesse l’erroneità della sua attività criminosa in contrasto con l’innocenza di Gesù, in punto di morte non era ovviamente in condizione di convertirsi e compiere “opere degne di ravvedimento”. Ciò che Gesù, in effetti, gli promise, è che sarebbe stato risuscitato durante il suo Regno per poter avere l’opportunità di dimostrare che il suo pentimento non era solo a parole e che veramente era disposto a cambiare vita, dimostrando con le opere la genuinità della sua fede in Cristo.
     
    Tutto questo spiega anche il significato di ciò che disse l’apostolo Paolo riguardo alla risurrezione, cioè “che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti” (Atti 24:15).
    I “giusti” sono certamente coloro che nel corso della loro vita terrena hanno ricevuto conoscenza del proposito di Dio e hanno vissuto la loro vita in armonia con la sua volontà. Prendiamo ad esempio Abramo. Egli ebbe fede nella promessa di Dio di fare della sua discendenza una grande nazione e di benedire mediante il suo seme tutto il genere umano. E dimostrò con le opere la sua fede. Quando Dio gli disse di lasciare la sua vita agiata a Ur e di recarsi in una terra straniera dove doveva dimorare in tende egli non esitò ad ubbidire a quel comando. In seguito, per prefigurare profeticamente ciò che Egli stesso avrebbe fatto con Gesù, Dio comandò ad Abramo di sacrificargli il suo unico figlio Isacco. Anche in quella circostanza Abramo dimostrò la sua fede in Dio - e in particolare nel fatto che Dio avrebbe potuto risuscitare Isacco - agendo in armonia con la sua volontà. Nella Parola di Dio è scritto che “ciò gli fu messo in conto come giustizia”, egli, cioè, venne dichiarato “giusto”. Un altro esempio da considerare è quello di Raab, la prostituta di Gerico che ospitò gli esploratori inviati da Giosuè. Ella aveva sentito parlare della miracolosa liberazione del popolo ebreo dalla schiavitù egiziana e di ciò che Dio aveva fatto al Faraone e al suo esercito al Mar Rosso. Aveva compreso che il Dio degli ebrei era il vero Dio e non gli idoli fatti dagli uomini che si adoravano nella sua città, ed ebbe fede in quel Dio. Anch’ella dimostrò con le opere la sua fede non solo rischiando la vita per nascondere gli esploratori ebrei ma facendo esattamente quello che questi le avevano detto di fare allorché Gerico fu presa. In seguito ella cambiò vita, smise di prostituirsi e si associò a quel popolo che seguiva il vero Dio. Nella Parola di Dio è scritto che “fu anche lei giustificata per le opere” cioè è stata dichiara “giusta” (cfr Genesi 12:1-8,14-18; 22:1-12; Giosuè 2:1-21; 6:22-25; Giacomo 2:21-25).
    E che dire del re Davide? Nella Parola di Dio sono narrate le sue opere prodigiose in favore del popolo sul quale Dio l’aveva nominato re. Ma sono anche riportati i suoi gravi errori per i quali fu severamente rimproverato e disciplinato da Dio. Egli, però, aveva un cuore puro e accettò sempre la disciplina correggendo i suoi errori. Non leggiamo mai che facesse due volte lo stesso sbaglio e mai che si ribellò né che incolpò qualcun altro, come avevano fatto Adamo, Eva o il suo predecessore, il re Saul (cfr. 2Samuele 12:1-14). Spiega l’apostolo Paolo, nella sua lettera ai cristiani di origine ebraica, che “ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (Ebrei 12:11). Così, per aver sempre accettato la correzione ricevuta da Dio, non ricadendo negli stessi errori, anche a Davide fu attribuita giustizia.
    Come Abramo, Raab, Davide, migliaia e migliaia di altre persone mentre erano in vita hanno ricevuto conoscenza dei propositi divini, vi hanno creduto e hanno vissuto in armonia con la sua volontà (cfr. Ebrei 11:4-39). Tutti questi per la loro fede, attestata dalle opere che hanno compiuto, sono stati dichiarati “giusti”. Alla loro morte sono andati tutti nello Sceol, come vi andarono Gesù e il ladrone, e li sono rimasti, incoscienti in attesa della risurrezione. Nessuno di questi andò in cielo, come disse Gesù “nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo” (Giovanni 3:13) e come confermò l’apostolo Pietro citando proprio l’esempio di Davide: “Davide infatti non salì al cielo” (Atti 2:34). Essi tutti saranno riportati in vita, durante il Regno di Gesù, per tornare a vivere per sempre sulla terra trasformata in un Paradiso, come lo stesso Davide, sotto ispirazione divina, scrisse “I giusti erediteranno la terra e vi abiteranno per sempre” (Salmo 37:29, Di,VR - 36:29, CEI). Non solo gli uomini fedeli del passato sono tra questi, ma anche milioni di persone oggi viventi che hanno conosciuto la volontà di Dio leggendo la Sua Parola e la mettono in pratica. Quelli che, fra questi, morranno prima che Gesù restauri il Paradiso sulla terra saranno fra i “giusti” che risusciteranno per tornare a vivere per sempre sulla terra.
    Chi sono invece gli “ingiusti? Vien logico pensare che siano l’opposto dei giusti, cioè tutti coloro che nel corso della loro vita non hanno avuto l’opportunità di conoscere il proposito di Dio e per questo motivo non hanno fatto la sua volontà. Questi non saranno dimenticati da Dio.
    Fra questi certamente, come disse Cristo Gesù, ci sarà quel ladrone che venne condannato a morte con lui perché è vero che quell’uomo fece del male, fu un ‘ingiusto’, ma non conosceva la volontà di Dio. Però, sarebbe stato un malfattore se avesse conosciuto i propositi di Dio? Per saperlo, Gesù lo risusciterà, come pure altri miliardi di persone che sono morti nell’ignoranza. Per esempio, nei secoli passati molti non sapevano leggere e non videro mai una Bibbia. Essi saranno risuscitati dallo Sceol o Ades. Quindi verrà insegnata loro la volontà di Dio e avranno l’opportunità di dimostrare, con le loro opere, cosa che anche quel ladrone non ebbe occasione di fare perché subito dopo morì, che amano realmente Dio, e vogliono fare la sua volontà.
    Nel loro caso la risurrezione non sarà il premio per la loro fedeltà ma solo l’occasione che verrà data per dimostrare ciò che non poterono provare mentre erano in vita. Ricevendo testimonianza riguardo al proposito di Dio dovranno decidere cosa fare: se sottomettersi al suo Regno, e dovranno dimostrarlo con le opere che compiranno, apportando alla loro vita quei cambiamenti che saranno necessari per uniformarla alla volontà di Dio (cfr. Romani 12:2), oppure continuare a vivere come se Dio non esistesse.
     
    Nell’uno o nell’altro caso la risurrezione avrà un esito diverso. Come disse ancora Gesù: “Non vi meravigliate di questo; perché l'ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori; quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio” (Giovanni 5:28,29).
    Anche nella visione apocalittica del giudizio Gesù ribadì: “E vidi i morti, grandi e piccoli, che stavano ritti davanti a Dio, e i libri furono aperti; e fu aperto un altro libro, che è il libro della vita; e i morti furono giudicati in base alle cose scritte nei libri secondo le loro opere. E il mare restituì i morti che erano in esso, la morte e l'Ades restituirono i morti che erano in loro, ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere” (Apocalisse 20:12,13).
    Per tutti coloro che eserciteranno fede in Dio, e lo dimostreranno osservando le sue norme, vivendo in armonia con la sua volontà, la risurrezione risulterà il provvedimento di Dio per tornare a vivere per sempre su una terra trasformata di nuovo in un  Paradiso. La loro sarà una “risurrezione di vita”.
    Coloro che, nonostante la risurrezione, si ostineranno, e questa volta volontariamente, “dopo aver ricevuto conoscenza della verità” a seguire una condotta che non terrà conto di Dio e della sua volontà, subiranno il giudizio da parte di Dio e, come nel caso di Adamo, dei morti del Diluvio, degli abitanti delle città di Sodoma e Gomorra, di Giuda, “saranno puniti con la distruzione eterna” (cfr. Ebrei 10:26,27; 2Tessalonicesi 1:9). La loro risulterà una “risurrezione di giudizio”.
     
    Il nostro Creatore non ci ha lasciati nel dubbio su quella che è la sua volontà e in che modo agirà a favore del genere umano. La risurrezione dei morti ha una parte fondamentale nell’attuazione del suo proposito ed Egli, nella Sua Parola scritta, ha fornito molti particolari per crederci. La descrizione fornita è precisa e razionale e non ha nulla a che fare con i misteri invocati dal falso cristianesimo.
    Ci sono altri aspetti che Dio ha voluto farci conoscere, ad esempio sui tempi e i modi della risurrezione. Ma li esaminerò col prossimo post.