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MA DOVE STIAMO ANDANDO?

di GIANNI

Gianni D'Aguanno

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November 02

VERITA' o INGANNO? - III parte

 
I MORTI SONO VIVI? COSA DICE DIO
 
 
Secondo la cronologia biblica il peccato e, di conseguenza, la morte dominano sul genere umano da circa seimila anni, fin da quando, cioè, i nostri primogenitori, Adamo ed Eva, si ribellarono alla volontà di Dio fallendo il bersaglio della vita eterna su una terra paradisiaca che Dio aveva loro prospettato (cfr. Romani 5:12-14; 6:23).
Adamo ed Eva, dopo la loro ribellione, si trovarono per la prima volta di fronte alla morte di un essere umano quando il loro figlio primogenito, Caino, assassinò il fratello Abele. Non che essi non sapessero fino ad allora cosa fosse la morte. Infatti, ancor prima che peccassero, avevano piena cognizione di cosa significasse morire poiché vedevano perire gli animali che vivevano con loro nell’Eden, in quanto gli animali non sono stati creati da Dio per vivere per sempre; Dio non ha messo nei loro cuori il senso della vita eterna, come invece ha fatto con gli uomini (cfr. Ecclesiaste 3:11).
La parola di Dio non dice come Adamo ed Eva reagirono all’assassinio del loro figlio Abele. Ma per loro dovette essere un’esperienza terribile. Vedevano i frutti della loro ribellione e del ripetuto abuso del libero arbitrio: nonostante gli avvertimenti di Dio, Caino aveva deliberatamente commesso il primo fratricidio (cfr. Genesi 4:3-8). Comunque la morte di Abele dev’essere stata un duro colpo per Eva perché, quando poi diede alla luce il suo terzo figlio, Set, disse: “Dio mi ha dato un altro figlio al posto di Abele, che Caino ha ucciso” (Genesi 4:25,VR).
In seguito Adamo ed Eva videro anche avverarsi la sentenza che Dio aveva emesso contro di loro a causa della ribellione, cioè che ‘certamente sarebbero morti’ per essere stati disubbidienti (cfr. Genesi 2:15-17; 3:17-19). Dopo un certo periodo di anni essi stessi morirono ed oggi non ci sono più, sono tornati alla polvere, come Dio aveva loro detto che sarebbe accaduto! Si resero conto che quell’angelo ribelle, divenuto un Satana (oppositore) e un Diavolo (calunniatore), aveva mentito quando aveva detto loro: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Genesi 3:4,5).
C’era dunque ogni evidenza per aver fiducia nella parola di Dio. Egli non aveva mentito, ma quell’angelo ribelle si! Eppure, nonostante ciò, altri angeli e altri uomini seguirono lo stesso corso di ribellione di Adamo ed Eva schierandosi dalla parte di Satana nella contesa suscitata da quella ribellione.
Se ciascuno di noi si fosse trovato davanti a quell’evidenza come avrebbe reagito? A chi avrebbe creduto, a Dio, il quale aveva detto che non tener conto della sua parola portava alla morte, cioè alla fine della vita, o a quella creatura ribelle che invece affermava il contrario, cioè che l’uomo avrebbe continuato a vivere comunque?
Sarà bene che ciascuno di noi rifletta bene su questo. Perché?
Perché Satana non si arrese di certo davanti all’evidenza della morte degli uomini. Come disse di lui Gesù stesso “egli fu omicida fin dal principio e non è rimasto fermo nella verità, perché in lui non c'è verità. Quando dice il falso, parla del suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44).
Cosa, dunque, si inventò? La vita dopo la morte!
Egli iniziò ad insinuare nella mente di altre creature, sia spirituali che umane, l’idea che, sebbene il corpo muoia, qualcosa continui a vivere. In seguito questo concetto entrò a far parte del sistema dottrinale di antiche religioni pagane e fu accettato dalla filosofia greca. Così milioni e milioni di persone, nel corso del tempo, hanno creduto e tutt’ora credono che i morti, in qualche modo, continuano a vivere altrove.
Forse questo può anche essere confortante per chi perde una persona cara, ma resta l’interrogativo di fondo: è vero?
Per aver creduto alle parole del Diavolo Adamo ed Eva persero la meravigliosa prospettiva di vivere per sempre su una terra paradisiaca. Rischiamo qualcosa anche noi se crediamo a falsi insegnamenti sulla vita dopo la morte? Dalla loro esperienza una cosa di certo impariamo: la morte è stata data come punizione per il peccato, dunque non può esserci nulla di buono nella morte, altrimenti che punizione sarebbe? Essa è una maledizione, è un nemico per l’uomo, non un amico (cfr. 1 Corinzi 15:26).
Cosa accade allora quando si muore? Le risposte a questa domanda sono diverse, come sono diverse le usanze e le credenze di chi risponde. Ma quasi tutte le religioni si trovano d’accordo su un concetto fondamentale: qualcosa nella persona - un’anima, uno spirito - è immortale e continua a vivere dopo la morte.
La credenza nell’immortalità dell’anima è condivisa da quasi tutte le migliaia di religioni e sette cosiddette “cristiane”. È anche una dottrina ufficiale del giudaismo. Nell’induismo questa credenza è il fondamento stesso della dottrina della reincarnazione. I musulmani credono che l’anima venga all’esistenza insieme al corpo ma sopravviva alla morte del corpo. Altre fedi, come l’animismo africano, lo scintoismo e persino il buddismo, insegnano la stessa cosa con qualche variante.
Non è di per se molto stano che organizzazioni religiose così diverse tra loro per storia, tradizione, esperienza di vita, abbiano in comune insegnamenti così fondamentali?
Un breve esame storico di questa dottrina ci aiuta a capire il perché di tale stranezza.
Come ho sopra accennato, il “padre” della dottrina di un’anima immortale che sopravvive alla morte del corpo è considerato un filosofo greco, Socrate. Il suo discepolo Platone raccolse tutti i suoi pensieri al riguardo nel suo libro Apologia di Socrate e Fedone sostenendo a sua volta tale dottrina. Altri filosofi greci, come Pitagora e Talete di Mileto, ugualmente sostennero l’idea che un’anima immortale esistesse negli uomini, ciascuno a modo suo: l’uno sosteneva che essa fosse soggetta alla trasmigrazione, l’altro che essa esistesse non solo negli uomini, ma anche negli animali e nelle piante.
Qualche tempo prima un pensatore persiano, Zoroastro (o Zarathustra), scriveva “Nell’immortalità l’anima del giusto sarà per sempre nella gioia, ma nel tormento sicuramente sarà l’anima del mentitore”.
Ancor prima anche gli antichi egiziani sostenevano che l’anima del defunto sarebbe stata giudicata da Osiride, il principale dio dell’oltretomba, perciò imbalsamavano i defunti e conservavano le mummie dei faraoni in imponenti piramidi, poiché pensavano che la sopravvivenza dell’anima dipendesse dalla conservazione del corpo.
Ma Morris Jastrow jr, professore di lingue semitiche e civiltà orientali presso l’Università della Pennsylvania (USA), ha scritto nel suo libro The Religion of Babylonia and Assyria “Egitto, Persia e Grecia subirono l’influsso della religione babilonese … Né il popolo né i capi religiosi babilonesi ammisero mai la possibilità dell’annientamento totale di ciò che era stato chiamato all’esistenza. La morte secondo loro era un passaggio a un altro genere di vita, e la negazione dell’immortalità voleva solo sottolineare l’impossibilità di sottrarsi al cambiamento di esistenza causato dalla morte”. Dunque l’insegnamento che un’anima immortale sopravviva alla morte di una persona risalirebbe all’antica Babilonia.
La Parola di Dio dice che la città di Babele, o Babilonia, fu fondata da Nimrod, un pronipote di Noè. Rivela anche che subito dopo il diluvio noetico sulla terra c’era una sola lingua e una sola religione (cfr. Genesi 11:1). Fondando la città e costruendovi una torre, Nimrod diede inizio a un’altra religione “in opposizione a Dio (Genesi 10:9,NWT). Questo indusse Dio ad agire per salvaguardare il suo proposito per la terra e per l‘intera razza umana, confondendo le lingue e costringendo quei ribelli a dividersi e spargersi su tutta la terra (Genesi 10:8-10; 11:4-9). Essi portarono con sé la loro religione. Così i falsi insegnamenti religiosi babilonici si diffusero su tutta la faccia della terra.
 
 
Uomini fedeli dell’antichità non si lasciarono ingannare dalle menzogne di Satana ma si attennero alla verità. Giobbe fu oggetto di uno spietato attacco da parte del Diavolo il quale mirava a fargli perdere la fede nelle promesse del suo Creatore (cfr. Giobbe 1:8-12; 2:3-6). Sottoposto ad ogni specie di pressione fisica e morale Giobbe desiderò perfino morire ma mai pensò di poter continuare a vivere da qualche altra parte dopo la sua morte. Queste furono le sue parole: “l'uomo muore e perde ogni forza; il mortale spira, e dov'è egli? Le acque del lago se ne vanno, il fiume vien meno e si prosciuga; così l'uomo giace, e non risorge più; finché non vi siano più cieli egli non si risveglierà né sarà più destato dal suo sonno” (Giobbe 14:10-12). Giobbe desiderava morire per non soffrire più. Quale pensava quindi che sarebbe stata la sua condizione una volta morto?  Egli non credeva che dopo la morte sarebbe andato a vivere in un altro luogo, sia di beatitudine o di tormento. Sapeva che quando una persona muore va semplicemente nella tomba, dove non ci sono più né consapevolezza né sofferenze. La sua vera speranza era che Dio si ricordasse di lui e lo riportasse in vita mediante la risurrezione. Chiese, infatti, al suo Dio “Oh, volessi tu nascondermi nel soggiorno dei morti, tenermi occulto finché l'ira tua sia passata, fissarmi un termine, e poi ricordarti di me! Se l'uomo muore, può egli tornare in vita? Aspetterei fiducioso tutti i giorni della mia sofferenza, finché cambiasse la mia condizione: tu mi chiameresti e io risponderei” (Giobbe 14:13-15). Giobbe credeva che se fosse stato fedele fino alla morte, Dio si sarebbe ricordato di lui e a suo tempo lo avrebbe risuscitato per tornare a vivere sulla terra. Questo credevano tutti i servitori di Dio dei tempi antichi. Gesù stesso confermò tale speranza e mostrò che Dio si sarebbe servito di lui per destare i morti. Infatti fece questa promessa: “l'ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori” (Giovanni 5:28).
 
La religione degli Israeliti, l’antico popolo di Dio, si distingueva da tutte le altre perché essi non credevano all’esistenza di un’anima immortale e, quindi, ad una vita dopo la morte. Come afferma la stessa Encyclopaedia Judaica, essi credevano nella risurrezione dei morti.
Quando, però, nel 332 a.C. Alessandro Magno conquistò buona parte del Medio Oriente e diede il via all’ellenizzazione delle terre assoggettate con la diffusione della lingua, della cultura e della filosofia greca, la fusione delle due culture - greca ed ebraica - fu inevitabile. Gli ebrei presero dimestichezza con il pensiero greco e alcuni diventarono filosofi. Uno di questi fu Filone di Alessandria, del I secolo d.C. Egli aveva una grande ammirazione per Platone e si sforzò di spiegare l’ebraismo con i termini della filosofia greca affermando, in modo particolare, che l’anima apparteneva al mondo spirituale e che, pertanto, la vita del corpo non era altro che un breve, spesso infelice, episodio mentre la morte ripristinava l’anima nella sua condizione originaria. Fu certamente per questi motivi che l’apostolo Paolo scrisse: “Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (Colossesi 2:8).
Gente come Filone, “creando una sintesi originale di filosofia platonica e tradizione biblica” esercitò molta influenza sul pensiero e sulla vita degli ebrei contribuendo in modo notevole ad allontanarli dalla verità contenuta nella Parola di Dio (C. McDannell e B. Lang, Storia del paradiso, trad. di G. Ferrara degli Uberti, Garzanti, Milano, 1991). Anche per questi motivi gli israeliti furono, infine, rigettati come popolo di Dio. Quei “filosofi”, inoltre, aprirono la strada ai successivi pensatori cristiani.
La New Encyclopædia Britannica fa, infatti, notare: “Dalla metà del II secolo d.C., i cristiani che avevano una certa dimestichezza con la filosofia greca cominciarono a sentire il bisogno di esprimere la loro fede nei suoi termini, sia per propria soddisfazione intellettuale che per convertire i pagani istruiti. La filosofia che trovavano più adatta era il platonismo”.
Due filosofi ebbero molta influenza sullo sviluppo di nuove dottrine. Uno fu Origene di Alessandria (ca. 185-254 d.C.) e l’altro Agostino di Ippona (354-430 d.C.). Di loro la New Catholic Encyclopedia dice: “Solo con Origene in Oriente e Sant’Agostino in Occidente l’anima fu riconosciuta come entità spirituale e si formulò un concetto filosofico della sua natura”.
Su che base Origene e Sant'Agostino formularono i loro concetti circa l’anima?
Il teologo Werner Jaeger ha scritto sulla Harvard Theological Review (Ed. 1959): “Il fatto più importante nella storia della dottrina cristiana fu che il padre della teologia cristiana, Origene, era un filosofo platonico della scuola di Alessandria. Egli prese da Platone l’intero dramma cosmico dell’anima e lo incorporò nella dottrina cristiana”.
Riguardo a Sant’Agostino, considerato da alcuni il più grande pensatore dell’antichità, la New Catholic Encyclopedia ammette che la sua “dottrina [dell’anima], che divenne la norma in Occidente sino alla fine del XII secolo, doveva molto … al neoplatonismo”.
Dunque non è né in base agli insegnamenti di Cristo né a quelli dei suoi fedeli apostoli che certi “filosofi” iniziarono a credere e a diffondere nella chiesa cristiana l’idea dell’esistenza di un’anima immortale e della vita dopo la morte. Come disse Miguel de Unamuno, studioso e scrittore spagnolo del secolo scorso, grecista nonché rettore della prestigiosa Università di Salamanca, Cristo Gesù “credeva forse nella resurrezione della carne, al modo ebraico, non nell’immortalità dell’anima, alla maniera platonica … Le prove di ciò si possono trovare in qualsiasi libro di esegesi valida … L’immortalità dell’anima è un dogma filosofico pagano” (La agonía del cristianismo - Editrice “Academia”, Milano).
 
Cosa insegna la Parola di Dio?
Come ho già accennato sopra, quando Dio creò l’uomo nel giardino di Eden non gli pose dinanzi l’alternativa tra la vita nella felicità o la vita nel tormento ma semplicemente l’alternativa tra la vita o la morte. Gli disse: “Nel giorno che tu ne mangerai [il frutto dell’albero proibito], certamente morirai” (Genesi 2:17). Egli pose ripetutamente la stessa scelta anche dinanzi al popolo d’Israele dicendo: “ti ho posto davanti la vita e la morte” (Deuteronomio 30:19).
E quando Adamo fece la scelta sbagliata che gli procurò la condanna a morte, Dio disse quale sarebbe stata la sua condizione di morte: “tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai” (Genesi 3:19). Non gli disse che avrebbe scontato in eterno in qualche luogo di tormento la sua colpa. Quando, dunque, la sentenza fu eseguita, Adamo smise di respirare e tornò alla polvere priva di vita da cui era stato tratto (cfr. Genesi 2:7). Prima di essere creato “dalla polvere della terra” Adamo non esisteva. La sua morte fu l’inverso di quel processo creativo, egli tornò in uno stato di inesistenza.
Che questo sia lo stato di tutti coloro che, a causa della condizione peccaminosa ereditata da Adamo, muoiono, cioè di tutti suoi discendenti, venne confermato da Dio attraverso il saggio re Salomone, il quale scrisse: “i viventi sanno che moriranno; ma i morti non sanno nulla, e per essi non c'è più salario; poiché la loro memoria è dimenticata. Il loro amore come il loro odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti, ed essi non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole … Tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze; poiché nel soggiorno dei morti dove vai, non c'è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza” (Ecclesiaste 9:5-10,VR). Coerentemente anche il salmista scrisse che quando una persona muore “esala lo spirito e ritorna alla terra; in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni” (Salmo 146:4,VR e Di - 145:4,CEI).
Molte persone hanno imparato sin dalla giovinezza a credere in una vita dopo la morte; ci credevano i loro genitori, i loro nonni, i loro vicini, e sono state abituate ad osservare certe ricorrenze e determinate cerimonie che hanno relazione con tale credenza, come quelle che vediamo celebrare in questi giorni, per cui l’idea che si continui a vivere dopo la morte è profondamente radicata nella loro mente. Quindi fanno fatica ad accettare il fatto che tale insegnamento non ha un fondamento nella verità della Parola di Dio ma origina da dottrine e riti pagani.
Quello che la Bibbia insegna sulla condizione dei morti, però, oltre a rivelarci la verità dovrebbe confortarci. Ci dice che i morti non soffrono in nessun modo e che non c’è motivo di averne paura, poiché non possono farci del male. Non hanno bisogno del nostro aiuto e non possono aiutarci. Noi non possiamo parlare con loro e loro non possono parlare con noi.
È vero che la maggioranza delle religioni insegna tutto il contrario. Ma le loro dottrine hanno subìto l’influenza di Satana, che si serve di tali falsi insegnamenti per perpetuare la sua prima menzogna e far credere che dopo la morte del corpo si continui a vivere in un ipotetico aldilà. Questa è una delle menzogne di cui Satana si serve per allontanare le persone da Dio e dal suo proposito. Quando, infatti, una religione insegna che, alla morte, chi durante la vita si è comportato male va a soffrire per sempre in un luogo di tormento infuocato disonora il Creatore perché Egli è un Dio di amore e non farebbe mai soffrire nessuno in questo modo (cfr. 1 Giovanni 4:8). Chi di noi punirebbe un bambino disubbidiente mettendogli le manine sul fuoco? Eppure Satana vuol farci credere che Dio torturi le persone nel fuoco per sempre, per miliardi e miliardi di anni!
Molti capi religiosi, inoltre, sostengono falsamente di poter aiutare i defunti con funzioni religiose e preghiere. Così spillano denaro a quelli che ci credono. Conoscendo la verità sulla condizione dei morti non ci lasciamo ingannare da chi insegna simili menzogne.
 
Tutti noi abbiamo perso qualche persona cara e tutti noi ci aspettiamo un giorno di morire. In un certo senso, siamo tutti inseguiti da un nemico, la morte. Nessuno di noi può sfuggirle o sconfiggerla. Ma Dio si! E la sua promessa è: “L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (1Corinzi 15:26 - cfr. anche Apocalisse 21:4) e anche che “tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori” (Giovanni 5:28,29).
A tal fine, per mezzo della sua Parola, Dio ci rivela che dal tempo di Abele in poi ha preso nota, come scrivendoli in un libro, di tutti coloro che sono morti e meritano di essere ricordati per essere riportati in vita e tornare a vivere per sempre sulla terra! Scrisse infatti un profeta: “quelli che hanno timore del Signore si sono parlati l'un l'altro; il Signore è stato attento e ha ascoltato; un libro è stato scritto davanti a lui, per conservare il ricordo di quelli che temono il Signore e rispettano il suo nome” (Malachia 3:16).
Ecco dunque dove sono i nostri cari morti. Non nell’aldilà, in un inesistente luogo di delizie o di tormento eterno e né in un visionario Purgatorio (tale parola, infatti, neanche esiste nelle Sacre Scritture), ma nella memoria del nostro amorevole Creatore per essere, nel tempo stabilito da Dio (cfr. Giovanni 5:28), riportati in vita su questa terra! (cfr. Salmo 36:29,CEI - 37:29,VR e Di).
 
 
Dio creò l’uomo perché vivesse e menzionò la morte solo come conseguenza della disubbidienza (cfr. Genesi 2:17). La morte è diventata una realtà triste e inevitabile da quando i nostri primogenitori disubbidirono. Noi siamo stati creati per vivere, e questo spiega in parte perché innumerevoli milioni di persone trovano così difficile accettare che la morte sia la fine di tutto. Dopo aver ingannato la prima coppia umana sulla realtà della morte contraddicendo l’avvertimento di Dio secondo cui la disubbidienza avrebbe portato alla morte (cfr. Genesi 3:4) Satana ha escogitato un’altra menzogna: che una componente spirituale dell’uomo sopravviva alla morte del corpo. Questo inganno si addice a Satana il Diavolo, che Gesù chiamò “il padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Lo studio della Parola di Dio rivela, però, che i morti sono veramente morti e paragona la morte di un essere umano a quella di un animale, dichiarando che alla morte entrambi divengono inconsci e tornano alla polvere da cui sono stati tratti (cfr. Ecclesiaste 3:19, 20). Essi restano addormentati nella morte in attesa del grande risveglio che riceveranno tramite la risurrezione in un nuovo mondo - un paradiso sulla terra - promesso dal nostro amorevole Creatore (cfr. Salmo 146:4,VR e Di - 145:4,CEI; Ecclesiaste 9:10; Giovanni 5:28; Luca 23:43; Salmo 36:29,CEI - 37:29,VR e Di). Sapendo, poi, che i demoni cercano di ingannare le persone facendo credere loro che possano comunicare con i morti e che questi possano influire su di loro, Dio diede al suo antico popolo, Israele, questo avvertimento: “Non si trovi in mezzo a te … chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore”. (Deuteronomio 18:10-12).
È chiaro, quindi, l’insegnamento della Parola di Dio: i morti hanno cessato di esistere come anime viventi. Non possono fare nulla per noi, né in bene né in male e noi non possiamo più fare nulla per loro. Quelli che sono nelle tombe semplicemente riposano e rimarranno inconsci finché non verranno risuscitati al tempo stabilito da Dio. 

 
Nella rivista Psychology Today del luglio 1977 c’è questa affermazione: “Migliaia d’anni fa, niente meno che un serpente disse a una giovane donna: ‘Sicuramente non morrete’. Da allora pare che abbiamo creduto o che abbiamo voluto credere a questa prima menzogna”.

 

October 25

VERITA' o INGANNO? - II parte

 
VITA ETERNA: È POSSIBILE E DOVE?
 
 
Da diversi mesi, a causa di un pressante periodo di lavoro, non mi capitava di camminare tranquillo per strada, in mezzo alla gente. Ma recentemente, e per ironia della sorte proprio a causa del mio lavoro, ho avuto un paio di occasioni per farlo.
La settimana scorsa mi trovavo a Napoli per lavoro e, al termine della giornata, prima di recarmi a cena, avendo un po’ di tempo a disposizione (per fortuna Napoli non è il Nord e si cena tardi) ho fatto i classici “due passi” nel vivace affollamento che anima le strade di quella città. La settimana prima mi era capitato a Lecce, sebbene le stradine barocche di quella graziosa cittadina non sono così caotiche come quelle napoletane. Ma in entrambi i casi ho potuto osservare con viva curiosità, e non solo perché non lo facevo da tempo, le persone prese dalle loro faccende. Chi era impegnato nello shopping, chi semplicemente a passeggiare, chi sedeva al bar, chi chiacchierava all’angolo, chi usciva frettoloso da casa, forse per un ultimo acquisto o per un appuntamento, chi rientrava sereno dopo una giornata di intenso lavoro. Drappelli di ragazzi, in particolare, affollavano gli spazi impertinenti e chiassosi nel loro vigore giovanile, alcuni teneramente abbracciati si scambiavano effusioni amorose e, in contrasto, gruppetti di anziani, chissà forse anche un po’ invidiosi, pettegolavano sul sagrato di una chiesa dai battenti ormai chiusi o sugli usci delle case dalle quali usciva un profumo di cucinato da estasiare l’anima …  Si, osservavo la gente “vivere” … tutta presa dalla quotidianità della propria esistenza.
Il nostro mondo è un pullulare di vita; il sistema è organizzato per sostenere la vita ma, ahimè, tutto questo brulicare, per tanti motivi, è anche limitato nel tempo e, oltretutto, non sempre è pienamente piacevole. Perciò, osservando il formicolare della gente, non ho potuto esimermi dal riflettere su quello che uno scrittore biblico scrisse circa 3.000 anni fa: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo” (Salmo 89:10,CEI - 90:10,VR e Di).
Questa constatazione è triste, ma è la dura realtà. Anche chi non avrebbe motivi di provare “fatica e dolore” deve infine soccombere e dileguarsi, cioè sparire dalla faccia della terra perché la propria vita giunge al termine.
Tornando poi a casa, una delle mie tartarughine, come suo solito, mentre ero seduto preso anch’io dalle mie faccende, è venuta a mordermi la suola della scarpa (è il suo modo di dire che è ora di darle da mangiare). Sembra incredibile ma questo piccolo essere è nato solo pochi anni dopo di me e molto probabilmente mi sopravvivrà perché pare che le tartarughe possano raggiungere anche una ragguardevole età centenaria.
Recentemente l’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri ha annunciato di aver dato il via a un centro medico di alta specializzazione che farà ricerche al fine di estendere la vita umana ad almeno 120 anni. Lui stesso ha manifestato l’intenzione di vivere, poveri noi, fino a quell’età! Sarà per questo che si considera e si comporta ancora come un gagliardo “giovincello”?
E’ difficile rassegnarsi al trascorrere del tempo e vedere avvicinarsi la fine della propria vita. Probabilmente l’attuale frenesia di vivere, a cui accennavo all’inizio, è anche una sorta di esorcizzazione di quest’evento a cui tutti vorremmo scampare.
Mentre scrivo, perciò, mi passano alla mente altri versetti biblici che trattano la questione, come quelli scritti da un saggio, antico re, il quale disse:
Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino, con la pretesa di dedicarmi con la mente alla sapienza e di darmi alla follia, finché non scoprissi che cosa convenga agli uomini compiere sotto il cielo, nei giorni contati della loro vita. Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d'ogni specie; mi sono fatto vasche, per irrigare con l'acqua le piantagioni. Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa e ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero più di tutti i miei predecessori in Gerusalemme. Ho accumulato anche argento e oro, ricchezze di re e di province; mi sono procurato cantori e cantatrici, insieme con le delizie dei figli dell'uomo. Sono divenuto grande, più potente di tutti i miei predecessori in Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza. Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d'ogni mia fatica; questa è stata la ricompensa di tutte le mie fatiche. Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c'è alcun vantaggio sotto il sole … Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento. Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. E chi sa se questi sarà saggio o stolto?” - Ecclesiaste 2:3-19.
Tutto è vanità, scrisse il saggio re Salomone. Perché? E’ da notare ch’egli elencò tutte le cose che aveva fatto in vita riscontrando, anche in quelle che si potevano considerare imprese meritorie, un senso di futilità, di vanità. Si rese conto che la morte l’avrebbe raggiunto e senza che ci fosse modo di sapere che cosa sarebbe accaduto di tutto il suo duro lavoro.
Anche Cristo Gesù, il più grande Salomone (cfr. Matteo 12:42), diede enfasi a questo drammatico limite della vita e del suo godimento narrando di un uomo che si compiaceva della buona posizione materiale che aveva conseguito nella propria vita con queste parole: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia”. Ma cosa accadde veramente? “Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” (Luca 12:16-21).
Davanti alla brevità e alla conseguente vacuità della vita, ogni persona ragionevole è spinto a chiedersi: È questo tutto ciò che vi è nella vita? È questo ciò che Dio, il datore della vita, ha provveduto per il genere umano? E’ mai possibile che una tartaruga possa vivere anche per più di 100 anni o un albero, tipo le sequoia americane, possa vivere per più di 3,000 anni ed un essere superiore, quale l’uomo è, debba accontentarsi di 70/80 anni e a volte anche di stenti?
E’ difficile crederlo, e a ragione! Scrisse, infatti, ancora il re Salomone: “egli (Dio) ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio alla fine” (Ecclesiaste 3:11). Secondo queste parole Dio ha messo nel cuore di ciascun essere umano il senso della vita eterna. Perché l’avrebbe fatto se la vita umana doveva durare soltanto 70 o 80 anni?
E’, dunque, per questo motivo, che molti sono indotti a credere che la vita non termina con la morte fisica, ma in qualche modo continua dopo la morte. Questa, d’altra parte, è anche la dottrina principale di quasi tutte le religioni del mondo, dalle più grandi, incluse le cosiddette “cristiane”, cioè quelle che dichiarano di rifarsi all’insegnamento di Cristo, a quelle considerate “pagane”.
Conoscere la verità al riguardo è quindi fondamentale per le nostre speranze e per la nostra felicità.
 
Nel mio precedente post ho accennato al fatto che tra tutte le teorie sull’origine della vita, quella più accreditata dai fatti e che, quindi, più si avvicina alla verità, è il racconto biblico della creazione. Poiché è mia ferma convinzione la stessa che aveva Cristo Gesù, cioè che la Parola scritta di Dio è la verità (cfr. Salmo 118:160,CEI - 119:160,VR e Di; Giovanni 17:17) è a quel racconto che ora faccio riferimento per conoscere la verità sull’origine e il destino dell’uomo.
 
Si legge nel libro della creazione che Dio disse, a qualcuno che gli stava accanto (cfr. Proverbi 8:22-31; Colossesi 1:15-17), queste parole:
«Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo … Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” - Genesi 1:26-31.
Secondo questo racconto Dio creò l’uomo perché vivesse su questa terra, perché si riproducesse per riempire la terra di altri esseri umani e perché coltivasse la terra e ne avesse cura come sua dimora (cfr. Genesi 2:15). In una rivelazione successiva Egli confermò che proprio questo era il suo originale proposito poiché fece scrivere: “I cieli sono i cieli dell'Eterno, ma la terra egli l'ha data ai figli degli uomini” (Salmo 115:16,VR e Di - 114:16,CEI; cfr. anche Isaia 45:18).
Come si nota, il racconto di Genesi dice anche che quella creazione “era cosa molto buona”. Confermò infatti lo stesso scrittore biblico che “l'opera sua è perfetta” (Deuteronomio 32:4). Cosa significa questo? Semplicemente che nel progetto di Dio l’uomo non doveva ammalarsi o morire; le cellule del suo corpo funzionavano alla perfezione così come il loro processo di rinnovamento periodico che doveva perpetuarsi nel tempo e il corpo non invecchiare mai. Il Prof. Leonard Hayflick, presidente della Gerontological Society of America nonché socio fondatore e membro del National Institute on Aging, nel suo libro How and Why We Age ha scritto a questo proposito: “Praticamente tutti gli eventi biologici dal concepimento alla maturità sembrano avere uno scopo, ma non l’invecchiamento. Non è evidente perché l’invecchiamento debba aver luogo. Benché abbiamo imparato molto sulla biologia dell’invecchiamento … ci troviamo ancora di fronte al risultato inevitabile dell’invecchiamento, che non ha scopo, cui fa seguito la morte”.
Già, perché nel proposito di Dio l’uomo doveva vivere sulla terra per sempre! Ecco perché l’invecchiamento e la morte non hanno scopo!
Ma perché tutto questo non si è realizzato?
Si noti ancora che Dio disse alla creatura spirituale che lo affiancava nell’opera creativa: “Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”. Questo, invece, non è detto nella creazione degli animali.
In che modo, dunque, l’uomo fu creato a somiglianza di Dio?
Egli non creò l’uomo con il semplice istinto, come nel caso degli animali, ma lo dotò di facoltà mentali atte a fare delle scelte, rendendolo così responsabile delle proprie azioni. In altre parole Dio concesse all’uomo  il privilegio e la responsabilità di scegliere liberamente come comportarsi, di soppesare le cose, di prendere decisioni e di distinguere il bene dal male: gli diede ciò che si definisce “il libero arbitrio” (cfr. Deuteronomio 30:19,20).
Cos’era però questo “libero arbitrio” dell’uomo? Era forse la facoltà di fare tutto ciò che gli passava nella mente, come molti sono portati a pensare?
Non può essere inteso in questo senso perché, sebbene perfetto, l’uomo aveva comunque dei limiti. Ad esempio quelli imposti dalle leggi fisiche. L’uomo non avrebbe potuto violare la legge di gravità gettandosi dall’alto perché sarebbe rimasto ferito o ucciso. Doveva comprendere però che quella legge era stata stabilita da Dio per il suo beneficio e rispettarla rendendosi in tal modo partecipe della realizzazione del proposito del suo Creatore.
In maniera simile Dio aveva stabilito leggi sociali e morali che avrebbero guidato l’uomo nella ricerca della felicità. L’uomo non era onnipotente, onnisapiente e onnisciente come lo era il suo Creatore e doveva imparare a vivere in una società di persone di grande varietà intellettiva (cfr. Geremia 10:23). Doveva perciò comprendere che le leggi morali stabilite dal suo Creatore erano date per il bene dell’intera famiglia umana e sottomettersi a quella guida volontariamente, pienamente consapevole che era per il suo e l’altrui beneficio. Dio ha, infatti, ispirato un suo fedele servitore a scrivere “Io sono il Signore, il tuo Dio, che t'insegna per il tuo bene, che ti guida per la via che devi seguire” (Isaia 48:17).
Messo alla prova sotto questo aspetto, non da Dio (cfr. Giacomo 1:13) ma da un’altra creatura, la quale spinta dall’orgoglio usò male la sua facoltà del “libero arbitrio”, quel primo uomo fece a sua volta la scelta sbagliata violando deliberatamente un comando divino nonostante che Dio l’avesse avvertito sulle conseguenze della disubbidienza alle sue leggi poiché, vietandogli di mangiare il frutto di un certo albero, gli aveva detto: “non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Genesi 2.17). Come conseguenza quell’uomo peccò, cioè “fallì il bersaglio” (perché questo è il significato etimologico della parola ebraica chattà’th, tradotta peccato), mancò il bersaglio della vita perfetta ed eterna sulla terra. L’apostolo Paolo confermò questo dicendo: “a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Romani 5:12).
Riflettiamo dunque un attimo: se Adamo e sua moglie Eva non avessero peccato, se fossero rimasti entro i limiti stabiliti dalle leggi di Dio, sarebbero morti? La risposta non può essere che no, poiché la morte, come spiega l’apostolo Paolo, è la conseguenza del peccato! E se non sarebbero morti avrebbero continuato a vivere per sempre sulla terra, trasformandola tutta in un luogo di delizie, in un paradiso! Questo era l’originale proposito di Dio per l’uomo!
 
Dio preordinò ciò che avrebbero fatto Adamo ed Eva?
 
 
Il concetto biblico di “libero arbitrio” stride notevolmente con certe teorie umane spacciate per verità cristiane. Ad esempio con quella della predestinazione, di cui ho letto recentemente anche in qualche blog.
Il padre di questa teoria è considerato il teologo della Chiesa Cattolica “S. Agostino” secondo il quale i giusti sono stati predestinati ab-eterno da Dio a ricevere benedizioni senza fine mentre, viceversa, gli ingiusti, benché non predestinati da Dio in senso stretto, riceveranno la meritata punizione per i loro peccati, cioè la condanna. Questa tesi fu oggetto di molte controversie che toccarono il culmine durante la Riforma di Lutero il quale anche considerava la predestinazione individuale una libera scelta di Dio, indipendente dai meriti o le buone opere degli eletti. Successivamente Calvino giunse a una conclusione ancora più radicale col suo concetto di duplice predestinazione in base al quale alcuni sono predestinati alla salvezza eterna, altri alla condanna eterna.
Questa dottrina si basa sul presupposto che, siccome Dio ha il potere di conoscere il futuro, debba necessariamente conoscere in anticipo il risultato di qualsiasi cosa. Pertanto la predestinazione fa pensare che molto tempo fa Dio preordinò il futuro, buono o cattivo, di ogni singolo individuo. Sulla scia di tali ragionamenti c’è chi crede addirittura che Dio avesse predeterminato la caduta dell’uomo nel peccato prima ancora della creazione e che avesse predestinato gli “eletti” prima di tale caduta senza riflettere sul fatto che, in tal caso, sarebbe stata pura ipocrisia da parte sua offrire ad Adamo ed Eva la prospettiva della vita eterna pur sapendo che sarebbe stato impossibile per loro ottenerla. Secondo questo concetto, peraltro, la colpa di tutta la sofferenza e la malvagità che ci sono oggi nel mondo, conseguenze del peccato adamitico, sarebbe di Dio.
La tortuosità e la capziosità di tali ragionamenti contrastano con la genuinità e la semplicità usate dal nostro Creatore per descrivere gli avvenimenti che portarono alla rovina del genere umano.  La causa fu la scelta, libera ma sbagliata, dei nostri progenitori di disubbidire ai suoi comandi. La dottrina della predestinazione perciò è un inganno che calunnia Dio, dimostrando la sua ispirazione diabolica (il termine greco diabolos significa, infatti, calunniatore).
 
La parola di Dio ci rivela ancora che Egli non ha mai abbandonato il suo originale proposito di far vivere per sempre, sulla terra, le sue creature umane in condizioni di perfezione e felicità (cfr. Isaia 55:11). Scrisse ancora il suo fedele servitore: “così parla il Signore … il Dio che ha formato la terra, l'ha fatta, l'ha stabilita, non l'ha creata perché rimanesse deserta, ma l'ha formata perché fosse abitata” (Isaia 45:18,VR). Riferendosi a questo Suo proposito l’apostolo Paolo parlò di un “disegno eterno che egli ha attuato mediante il nostro Signore, Cristo Gesù” (Efesini 3:11). Questa espressione indica la determinazione di Dio di portare a compimento ciò che si era prefisso in origine per l’umanità e per la terra (cfr. Genesi 1:28).
Il provvedimento che Dio ha preso per riscattare la razza umana che incolpevolmente ha ereditato dal primo uomo l’imperfezione e la tendenza a peccare, meritando così la morte, è il sacrificio di riscatto di Gesù, il quale, quando visse sulla terra come uomo perfetto, equivalente di Adamo, si sottomise alle leggi di Dio fino all’estremo sacrificio della sua vita, provvedendo un modello per tutti i suoi seguaci (cfr. il mio post del 26 aprile u.s.). Grazie alla sua fedele ubbidienza, che risolse la contesa della sovranità di Dio sulla sua creazione, l’uomo può ottenere di nuovo il privilegio di vivere per sempre sulla terra, perché questa è la promessa di Dio: “i mansueti possederanno la terra e godranno di una grande pace … I giusti erediteranno la terra e vi abiteranno per sempre” (Salmo 37:11,29,VR e Di - 36:11,29,CEI). Confermò tutto questo Gesù stesso dicendo dei suoi discepoli: “io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”; poi, citando lo stesso Salmo, aggiunse: “Beati i mansueti, perché essi erediteranno la terra” (Giovanni 10:28; Matteo 5:5 - cfr. anche Giovanni 3:16).
Questo fu anche l’insegnamento degli apostoli di Gesù. L’apostolo Paolo scrisse infatti: “Il dono che dà Dio è la vita eterna mediante Cristo Gesù nostro Signore” (Romani 6:23) e l’apostolo Pietro disse: “noi, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abita la giustizia” (2Pietro 3:13); questa “nuova terra” sarà composta proprio dai discepoli di Cristo che secondo la sua promessa otterranno la vita eterna sulla terra!
Se qualcuno ha una speranza diversa da questa, ad esempio se spera di andare a vivere in cielo, forse è il caso che la valuti bene alla luce della verità esposta nelle Sacre Scritture per evitare di rimanere deluso nelle sue attese!
 
Dio invitÒ il suo antico popolo FARE UNA SCELTA
 
 
Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché possa vivere, tu e i tuoi discendenti, e possa amare l'Eterno, il tuo Dio, ubbidire alla sua voce e tenerti stretto a lui, poiché egli è la tua vita e la lunghezza dei tuoi giorni” - Deuteronomio 30:19,20
 
Pur essendo in grado di sapere in anticipo quello che accadrà, Dio non predetermina le azioni e il destino di ciascuno di noi ma, anche oggi, chiama ogni uomo e ogni donna a fare una scelta nella propria vita. Devono scegliere fra l’imitare i progenitori, Adamo ed Eva, con una condotta di vita in violazione delle leggi divine, quelle che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola, o conformarsi al suo proposito per l’uomo e per la terra.
Per poter scegliere è necessario acquistare quella conoscenza che permette di pervenire alla verità ed essere liberati dal giogo dei falsi insegnamenti intorno al proposito di Dio (cfr. Giovanni 8:32; 17:3).
Come nel caso di Cristo Gesù o nel caso di Adamo ed Eva, ciascuno di noi deve usare il dono del libero arbitrio che Dio gli ha dato per scegliere fra ciò ch’è vero e quel ch’è falso, fra il bene o il male. Dalla scelta che ciascuno di noi fa dipende se riceveremo o meno il privilegio di vivere per sempre su una terra trasformata in un Paradiso, secondo l’originale “eterno” proposito di Dio.
 
October 11

VERITA' o INGANNO? - I parte

 
DOV’È LA VERITÀ?
 
 
Secondo il Dizionario etimologico della lingua italiana edito da Zanichelli la verità è “ciò che corrisponde esattamente a una determinata realtà”.
La realtà è tutto ciò che esiste, che viviamo giorno dopo giorno, ciò che possiamo vedere, constatare, toccare. Il mondo fisico in cui viviamo è realtà e costituisce una base per la verità.
Sull’origine del nostro mondo fisico, ch’è una delle verità che più ci sta a cuore, gli uomini continuano ad indagare elaborando varie teorie. Alcune di queste vengono spacciate per “verità”, come quella di una lunga, lenta evoluzione dalla materia inanimata a quella animata.  Però, da ciò che si può constatare, risulta che tutte le supposizioni finora fatte non corrispondono alla realtà. La storia umana non documenta questo lungo periodo di transizioni ipotizzato, la testimonianza fossile che possa provare una catena evolutiva manca completamente di anelli di congiunzione, le scoperte genetiche non supportano il verificarsi di mutazioni positive atte a consentire il passaggio da una specie all’altra, anzi le rendono molto improbabili.
In contrasto c’è il racconto biblico della creazione che dice, ad esempio, che la vita dell’uomo sulla terra è iniziata improvvisamente, dal nulla ad opera di un Supremo e Intelligente Fattore circa 6.000 anni fa, e che da allora si è riprodotta senza passaggi intermedi, trasmessa da esseri viventi ben formati ad altri esseri viventi che si sviluppano e crescono secondo le rispettive specie.
Se dunque apriamo un qualsiasi libro di storia non vi leggiamo avvenimenti che documentano la vita dell’uomo oltre 6.000 anni fa; osservando la riproduzione della vita constatiamo che essa viene trasmessa da genitori a figli secondo le rispettive specie e che incrociando specie diverse vengono fuori ibridi che non possono riprodursi; questa è la realtà!
Come fatti inconfutabili sono le conclusioni a cui la ragione ci porta. Moltissimi settori fondamentali della tecnologia umana sono stati ideati e sfruttati da creature viventi prima che la mente umana imparasse a comprenderne le funzioni e a farle proprie. Anzi, in molti campi la tecnologia umana è ancora molto indietro rispetto alla natura. Solo per fare qualche esempio: al progetto delle ali degli aeroplani ha contribuito nel corso degli anni lo studio delle ali degli uccelli; gli ingegneri aeronautici hanno adottato molti degli accorgimenti emersi da questo studio per ridurre i vortici e la resistenza dell’aria, per mantenere la portanza ed evitare lo stallo. Le caratteristiche dei pipistrelli o dei delfini sono state studiate per fabbricare il sonar e il radar. Il computer che noi stiamo usando ha la capacità di memorizzare, richiamare ed elaborare enormi quantità di informazioni a grande velocità. Oltre che per lo svago personale oggi viene utilizzato in vari campi di vitale importanza, che riguardano medicina, trasporti, design, ricerca, contabilità, voli spaziali, ecc. Per realizzare queste apparecchiature vengono scelti i migliori scienziati ma la più sofisticata di queste macchine da essi prodotta non vale che una infinitesima parte del supercomputer che ciascuno di noi ha nella propria scatola cranica: il cervello.
Disse un umile uomo circa 4.000 anni fa: “Interroga pure le bestie, perché ti ammaestrino, gli uccelli del cielo, perché ti informino, o i rettili della terra, perché ti istruiscano, o i pesci del mare perché te lo faccian sapere” (Giobbe 12:7,8). Dunque, tutte queste cose straordinarie che esistono in natura a quale logica conclusione dovrebbero portarci? Se per imitarle, spesso anche molto grossolanamente, c’è bisogno di una mente intelligente che le studia e ne costruisca la copia, possibile che gli originali siano semplice opera del cieco caso?
I fatti e la ragione, dunque, sono più dalla parte della creazione da parte di un Essere superiore e intelligente che non della teoria dell’evoluzione con tutte le sue astruse ipotesi.
Saggiamente già 2.000 anni fa, gli uomini dichiaravano: “Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio” (Ebrei 3:4). Dal momento che ogni casa, per quanto semplice, deve avere un costruttore, anche l’universo infinitamente più complesso, nonché la grande varietà di forme di vita sulla terra, devono aver avuto un costruttore. E dal momento che riconosciamo l’esistenza di esseri umani che hanno inventato l’aeroplano, il sonar, il radar e il computer, non dovremmo riconoscere anche l’esistenza di Colui che ha progettato queste cose che esistono in natura e che ha quindi dato all’uomo il cervello per imitarle?
Questa è la realtà, cioè la verità attestata dai fatti aldilà delle mere supposizioni pseudoscientifiche.
 
Dal punto di vista morale si considera verità tutto ciò ch’è giusto e autentico. Ma tale concetto ha assunto un rilievo talmente soggettivo che non è azzardato dire che al mondo esistono circa 7.000.000.000 di verità, una per ogni suo abitante umano. Questo è il motivo principale per cui ci sono tra gli uomini molte fazioni, sociali, politiche, religiose e di altro genere. Ma mentre è comprensibile che ciascuno abbia, ad esempio, la propria idea politica, o della società, che spesso si basa sulla propria esperienza di vita, sulla propria cultura, o nasce dall’ambiente sociale in cui si vive, è francamente incomprensibile che ci siano molte “verità” in campo religioso, perché dovrebbe esserci un unico Dio (cfr. Deuteronomio 6:4; Efesini 4:5,6).
Prendiamo, ad esempio, il cosiddetto “cristianesimo”, secondo alcune stime professato dal 30% della popolazione mondiale, cioè il gruppo religioso più numeroso. È a sua volta diviso in decine e decine di “chiese”, più o meno grandi, che hanno in comune diversi insegnamenti, ma sono anche divise su questioni fondamentali per la verità.
Ad esempio, cattolici, protestanti, ortodossi e anglicani, solo per citare alcune delle principali branche, credono tutti nella Trinità, cioè che Dio, il Padre e Gesù, il Figlio e lo Spirito Santo (che non si comprende bene chi sia, ma fa parte del “mistero”) siano un'unica persona. Poi sono accumunati dal credere nell’esistenza di un’anima immortale che sopravvive alla morte del corpo e continua a vivere nell’aldilà, in un luogo di beatitudini e alla presenza di Dio, o in un luogo di tormento eterno, generalmente chiamato “inferno”.
Però i cattolici credono che il Papa sia il successore di Pietro nella guida della Chiesa e gli altri, protestanti, ortodossi e anglicani, non lo credono e non lo riconoscono come autorità spirituale. I cattolici e gli ortodossi venerano Maria, la madre di Gesù, e ne hanno fatto un cardine della fede attribuendole il ruolo di intercessora, di mediatrice e la pregano affinché porti la pace e la salvezza nel mondo. Gli anglicani, pur accettando Maria quale madre di Dio (dogma strettamente connesso a quello trinitario) non ne riconoscono l’immacolata concezione e la sua assunzione in cielo anima e corpo. I protestanti non riconoscono a Maria nessun ruolo e ne condannano il culto! Cattolici e ortodossi fanno uso di immagini nella loro adorazione, si inginocchiano davanti ad esse e le pregano ma i protestanti non lo fanno e giudicano tale pratica una idolatria condannata da Dio. Le loro strutture organizzative sono diverse, l’impostazione familiare è differente, gli uni non riconoscono ruoli pastorali alle donne e obbligano degli uomini a non sposarsi, gli altri non pongono limitazioni né alle une né agli altri. La cosa,però, che lascia più perplessi è l’ipocrisia che si nasconde dietro queste divisioni. Si chiamano tutti “fratelli”, casomai “separati”, ma fratelli. Anche sulle pagine dei blog leggo spesso questa espressione rivolta da cattolici a evangelici o viceversa, credo più sull’onda di un misticismo emotivo che non per ciò che realmente si prova nel cuore. I cattolici, infatti, sono convinti che i protestanti, poiché non credono al Papa, alla Madonna, ai santi, non sono approvati da Dio e dall’altra parte i protestanti son convinti che poiché i cattolici sono idolatri andranno tutti all’inferno! Però continuano a chiamarsi “fratelli”.
Tutte queste differenze che ci sono tra le varie denominazioni “cristiane” non sono di poco conto e pongono la questione: qual è la verità?
Questi affermano tutti di credere nello stesso Dio e nello stesso Cristo ma Dio non può essere così diviso, non vi pare? E Gesù disse chiaramente che i suoi discepoli, cioè i veri cristiani (perché il cristianesimo non è una semplice etichetta ma significa seguire Cristo) si sarebbero riconosciuti dall’unità che ci sarebbe stata tra loro, anzi egli pregò perché essi mantenessero tale unità. Le sue parole, infatti, furono: “prego … per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch'essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. Io ho dato loro la gloria che tu hai data a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me; affinché siano perfetti nell'unità” (Giovanni 17:20-23,VR). Questo versetto, insieme alla corrispondente dichiarazione riportata in Giovanni 10:30, è impropriamente usato per sostenere la dottrina trinitaria e per tale falso scopo se n’è perso il profondo significato, cioè l’unità di intenti, di fede, di comportamento che deve esserci tra i seguaci di Cristo, che dovrebbe essere simile a quella che c’è tra Dio e Cristo i quali sono uniti in quanto ad intenti ed azioni e non perché siano la stessa persona (cfr. Giovanni 10:32-38).
 
 
Essere “cristiani” non dipende da un’etichetta che viene appiccicata ad una persona alla sua nascita ma dal seguire Cristo Gesù. Egli disse di se: “Io sono la via, la verità e la vita” (Giovanni 14:6). Gesù amava la verità e la difendeva. L’apostolo Pietro scrisse che “non fu trovato alcun inganno nella sua bocca” (1Pietro 2:22). Persino gli oppositori riconobbero che insegnava “la via di Dio secondo verità” (Marco 12:13, 14). Egli disse anche “per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Giovanni 18:37). Come Gesù il vero cristiano dovrebbe avere a cuore la verità, dovrebbe ricercarla come se fosse materiale prezioso o un tesoro nascosto, investigando nella Parola di Dio poiché questa è stata fatta scrivere per istruirci nella verità.  E scritto, infatti Il fondamento della tua parola è verità” (Salmo 119:160,VR e Di - 118:160,CEI; cfr. anche Romani 15:4).
 
Ordunque, il Papa è o non è il successore di Pietro (ammesso che ci sia una linea di successione di Pietro)? Maria, o la Madonna, deve essere venerata o no? Ella è o non è la mediatrice tra Dio e gli uomini? È giusto o sbagliato pregarla? Similmente, è giusto o sbagliato venerare i santi? Dio approva o condanna l’uso delle immagini nell’adorazione? I “vescovi” (greco e·pi′sko·poi) possono sposarsi o devono obbligatoriamente osservare il celibato? Le donne possono avere o no incarichi pastorali nella chiesa cristiana? Oppure, esiste o no la vita dopo la morte? E’ vero che il destino finale dell’uomo è morire per andare in cielo, alla presenza di Dio o all’inferno per essere tormentato in eterno? E, in tal caso, qual è lo scopo della risurrezione dei morti?
Si comprendete, perciò, che non possono esserci tante verità al riguardo, come ragionò l’apostolo Paolo “Cristo è forse diviso?” (1Corinzi 1:13,Di).
La realtà, e perciò la verità, per chi si dichiara cristiano è una soltanto e deve anche essere supportata dalla ragione, cioè dalla propria capacità di pensare e di valutare se i fatti sostengono o meno ciò che si dichiara sia la volontà di Dio, altrimenti la fede è mera credulità. La raccomandazione apostolica, infatti, è di fare unragionevole servizio” per provare a se stessi “qual sia la buona, accettevole e perfetta volontà di Dio” (Romani 12:1,2). L’apostolo che mise per iscritto tali parole ne spiegò anche il motivo parlando di “uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti” (Romani 1:18-22).
Cosa fare, allora, per conoscere la verità relativa alle tante dottrine propagandate nel nome di Cristo ma così tanto differenti tra di loro? Come è possibile sapere se una dottrina è quella che gli apostoli ricevettero da Gesù e insegnarono nel loro ministero edificandoci sopra la vera chiesa cristiana?
Spesso per sostenere questo o quel “dogma” si citano i pensieri di coloro che vengono definiti “dottori della chiesa” cioè quei “sapienti” a cui fa riferimento l’apostolo Paolo. Ebbene, questo è proprio quello che non si dovrebbe mai fare!
L’apostolo Paolo, infatti, avvertì di diffidare della “sapienza umana” perché “la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia. E ancora: Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani” (1Corinzi 3:19,20). E scrisse anche: “Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (Colossesi 2:8). La diversità e i contrasti fra le varie “dottrine” in voga tra i cosiddetti “cristiani” sono infatti proprio il frutto dei diversi ragionamenti filosofici di questi “sapienti”.
Cosa, invece si dovrebbe fare? Qual è l’unico modo di conoscere la verità riguardo ai propositi di Dio per un cristiano? Un antico re disse, rivolgendosi a Dio con un canto di lode: “Il fondamento della tua parola è verità” (Salmo 119:160,VR e Di - 118:160,CEI). Gesù confermò questo pensiero allorché, pregando a favore dei suoi discepoli, disse “Santificali nella tua verità, la tua parola è verità” (Giovanni 17:17).
Dunque la verità esiste, viene da Dio stesso che l’ha anche fatta mettere per iscritto! Questa si trova nella sua Parola scritta, cioè in tutti i 66 libri che compongono le Sacre Scritture. Ognuno di questi libri è stato fatto scrivere da Dio per rivelarci i particolari della sua volontà, per farci sapere come Egli desidera essere “adorato” e per rispondere alle tante domande che, da creature intelligenti, tutti noi ci facciamo riguardo alla nostra origine, alla vita che attualmente viviamo e alla nostra vita futura. Come disse ancora quel saggio re: “La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero” (Salmo 119:105,VR e Di - 118:105,CEI). La Parola di Dio illumina le nostre menti permettendoci di conoscere la verità.
Ma qualcuno può obiettare: tutte le chiese cosiddette cristiane citano la Parola di Dio per sostenere i loro insegnamenti. Lo fa la Chiesa Cattolica, lo fanno gli ortodossi e lo fanno anche i protestanti!
E non ci si deve meravigliare di questo! Lo fece persino Satana il Diavolo, il principale nemico di Dio e della verità, quando tentò Gesù nel deserto, all’inizio del suo ministero terreno (cfr. Giovanni 8:44; Matteo 4:6). Lo fecero quei capi religiosi dell’ebraismo, che Gesù dichiarò ipocriti, per cercare di prenderlo in trappola (cfr. Matteo 22:15-45; Marco 12:12-27; Giovanni 8:31-59).
Gesù lasciò un modello per smascherare le manovre del Diavolo e dei suoi rappresentanti terreni per tentare di sviare le persone dalla verità usando perfino le Sacre Scritture. Ogni volta che essi citavano in maniera errata versetti biblici per sostenere le loro false tesi egli immediatamente diceva “è anche scritto ….” e usando con sapienza e intendimento la stessa Parola di Dio correggeva il loro errato modo di pensare.
 
 
Il Diavolo tentò più volte di allontanare Gesù dalla via della verità. Per convincerlo che ciò che egli asseriva era giusto gli citò perfino le Sacre Scritture, dicendogli “Se sei il Figlio di Dio, gettati giù, perché sta scritto: "Egli darà ordine ai suoi angeli riguardo a te; ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché non urti col tuo piede in alcuna pietra" (cfr. Salmo 91:11,12). Ma la profonda conoscenza che Gesù aveva della Parola di Dio lo protesse dall’inganno cosicché gli rispose: “Sta anche scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo" (Deuteronomio 6:16). Gesù corresse la distorsione che Satana faceva dei versetti biblici con la stessa Parola di Dio, facendo riferimento ad altri versetti e collegandoli tra loro per mostrare qual’era il giusto intendimento.
In maniera simile smascherava l’ipocrisia dei capi religiosi del suo tempo mostrando con le Scritture il baratro che c’era fra la loro professione di fede e di giustizia e le loro opere ingiuste. La realtà dei fatti, cioè le loro azioni, dimostravano che i loro insegnamenti, in gran parte basati sulla tradizione umana, non avevano nulla a che fare con le verità che Dio aveva fatto scrivere nella sua Parola.
 
 
La semplice conoscenza e citazione delle Scritture non è sufficiente per afferrarne il vero significato e trarne beneficio. Oltre la conoscenza ci vuole l’intendimento o il discernimento, cioè la capacità di percepire o afferrare il senso del messaggio biblico. Questa non è una dote naturale che i singoli individui possono avere poiché quel saggio re sopra indicato ancora scrisse: “Come sono grandi le tue opere, Signore, quanto profondi i tuoi pensieri! L'uomo insensato non intende e lo stolto non capisce” (Salmo 91:5-7,CEI - 92:5,6,VR e Di). L’intendimento però si può ricevere da Dio che ne è la fonte, come è scritto: “l'Eterno dà la sapienza; dalla sua bocca procedono la conoscenza e l'intendimento” (Proverbi 2:6). In che modo?
Illuminanti a questo riguardo sono le parole di Gesù. Rispondendo ad una domanda dei suoi discepoli egli disse: “a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Perché il cuore di questo popolo è divenuto insensibile, essi sono diventati duri d'orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi e non odano con gli orecchi, e non intendano col cuore e non si convertano, e io li guarisca" (Matteo 13:10-15). Quelli che non potevano capire erano persone che conoscevano le Scritture, oltre al popolo comune molti “eruditi” biblici, quali sacerdoti, scribi, farisei, quelli che erano considerati i “dottori” dell’ebraismo. Continuavano a leggerle ma non ne afferravano il vero significato. Perché?
Un ruolo fondamentale per capire la verità contenuta nella Parola di Dio ce l’ha il cuore! Se veramente si ama la verità, se si ha nel proprio cuore il desiderio di avere il corretto intendimento della Parola di Dio, e si dimostra con i fatti questo amore per la verità, cioè indagando, investigando e, soprattutto mettendo in pratica nella propria vita quello che si impara, allora si può ricevere da Dio il corretto discernimento della sua volontà. Dio stesso, infatti, dà questa esortazione: “Figlio mio, se ricevi le mie parole e fai tesoro dei miei comandamenti, prestando orecchio alla sapienza e inclinando il cuore all'intendimento; sì, se chiedi con forza il discernimento e alzi la tua voce per ottenere intendimento, se lo cerchi come l'argento e ti dai a scavarlo come un tesoro nascosto, allora intenderai il timore dell'Eterno, e troverai la conoscenza di Dio” (Proverbi 2:1-5).
La maggior parte di coloro che seguivano Gesù si accontentavano di avere una conoscenza superficiale dei suoi insegnamenti. Dopo averlo ascoltato se ne tornavano alle loro case semplicemente meravigliati del suo modo di insegnare e paghi di averlo visto compiere i miracoli. Come in seguito scrisse l’apostolo Paolo, a loro piaceva farsi “solleticare” le orecchie “secondo le loro proprie voglie” distogliendo “le orecchie dalla verità per rivolgersi alle favole” (2Timoteo 4:1-5). Ma i discepoli di Gesù non erano così! Essi veramente volevano conoscere la verità, allora rimanevano con lui chiedendogli di spiegare loro il vero significato dei suoi insegnamenti (cfr. Matteo 13:36).
La conoscenza superficiale della Parola di Dio rende le persone schiave di “uomini che reprimono la verità in modo ingiusto” i cui falsi insegnamenti hanno riempito il mondo di guerre, di immoralità, di disonestà, di menzogne, di intolleranza, perché tutto questo è in effetti ciò che possiamo constatare nelle popolazioni cosiddette “cristiane”. Questa è la realtà dei fatti, la verità! Non fu per caso che Gesù disse di loro “li riconoscerete dai loro frutti … ogni albero buono produce frutti buoni; ma l'albero cattivo produce frutti cattivi. Un albero buono non può dare frutti cattivi, né un albero cattivo dare frutti buoni” (Matteo 7:15-19). Ma egli disse anche “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni 8:32).
Uno di quei discepoli che chiedeva sempre a Gesù di spiegargli il vero significato dei suoi insegnamenti, verso la fine della sua vita di devozione e difesa della verità diede a tutti questa esortazione: “non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo” (1Giovanni 4:1).
Così fecero, infatti, i cristiani del primo secolo i quali “ricevettero la parola con tutta prontezza, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se queste cose stavano così  (Atti 17:11).
Che dire dunque di noi? Ci lasciamo condizionare dal pregiudizio facendoci “solleticare” le orecchie con “favole” inventate dalla tradizione umana o siamo disposti a mettere alla prova la nostra fede per vedere se ciò che ci è stato insegnato è veramente la verità che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola? ….
 
September 24

UNA MALATTIA LETALE

 
NAZIONALISMO: IL CANCRO DELL’UMANITÀ
 
 
Anni fa in Scozia un cappellano dell’esercito chiese dei volontari per trasformare un vecchio granaio del campo militare in una cappella. In sua assenza quei volontari scrissero a grandi lettere sopra l’altare: “Scozia per i secoli dei secoli”. Sorpreso, il cappellano chiese loro di dare alla scritta un tono un po’ più religioso. Il che essi fecero. La scritta diceva poi: “Scozia per i secoli dei secoli. AMEN”.
È noto che gli scozzesi sono molto fieri del loro paese. Ma non sono gli unici. In ogni nazione sentimenti simili sono incoraggiati dai politici i quali sanno che un forte spirito nazionalistico ben si addice ai loro scopi. Inoltre, come mostra l’episodio della cappella scozzese, nazionalismo e religione vanno spesso a braccetto. Particolarmente in tempi di guerra ‘per Dio e per la Patria’ è sempre stato una specie di grido di battaglia e quasi tutti gli episodi luttuosi della guerra hanno il loro epilogo nelle chiese, nelle sinagoghe o nelle moschee con i funerali delle vittime in cui viene esaltato il “sacrificio” della loro vita per il “bene” della nazione.
 
Nei giorni scorsi ho spesso sentito pronunciare la parola “orgoglio”. In ogni tempo gli uomini sono stati animati dall’ “orgoglio nazionale” coniando il concetto “è il mio paese, che abbia ragione o torto”. Così, in genere, quando è sorto un conflitto fra gli interessi globali e gli interessi nazionali si è data la preferenza a quest’ultimi con un costo altissimo per l’intera razza umana.
Il defunto storico inglese Arnold Toynbee, infatti, così descrisse il nazionalismo: “È una condizione mentale per cui rendiamo la nostra suprema lealtà politica a una frazione della razza umana … quali che siano le conseguenze che ciò può comportare per la maggioranza della razza umana all’estero”.
Per questo motivo milioni e milioni di persone, inclusi innocenti civili, sono morte negli orrori delle guerre scatenate con il pretesto della “difesa” degli interessi della propria nazione. E molto spesso sentimenti fortemente nazionalistici hanno portato alla dittatura causando una drammatica limitazione della libertà personale.
 
 
Nimrod
Animato da esaltazione patriottica voleva costruire una grande nazione e dominare su tutta la terra
(Genesi 10:8-12; 11:1-9)
Le persone in genere quando parlano della terra dove nascono e vivono usano l’espressione “il mio paese” riferendosi in tal modo a una sorta di “diritto di proprietà” e di sovranità che essi ritengono di poter esercitare su quel territorio. Per questo motivo contendono, lottano tenacemente con la forza delle armi e sono disposte perfino a morire per “difendere” quello che considerano un loro personale “bene”.
In contrasto la Parola di Dio inizia il suo racconto dicendo: “In principio Dio creò i cieli e la terra” (Gen. 1:1). Queste parole provano che Dio è il vero e legittimo proprietario dei cieli e della terra. Egli li creò, cioè li produsse e li fece esistere. Ne è il Fattore. Essi sono suo possesso, sua proprietà. Per questo motivo uno degli uomini che furono impiegati per scriverla disse: “al Signore tuo Dio appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene” (Deuteronomio 10:14).
La creazione dell’uomo fu l’atto culminante della creazione terrestre. Il racconto dice che “il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”. Dunque all’uomo fu dato in origine un posto di grande fiducia e responsabilità. Dio era il Proprietario della terra. L’uomo era l’affittuario agricoltore, incaricato di aver cura del globo. Gli fu affidato un sacro deposito e una gestione.
I nostri primogenitori però scelsero un corso di disubbidienza e indipendenza, un corso di corruzione. In effetti ripudiarono la proprietà di Dio. Così dopo aver pronunciato la sentenza che condannava quei ribelli, Dio protesse la sua proprietà, cacciando l’uomo dal giardino di Eden e rendendogliene impossibile il ritorno custodendo “la via dell’albero della vita” (Genesi 3:24). Come conseguenza l’uomo, che era stato creato per vivere per sempre, perse questa opportunità e cominciò a morire (cfr. Romani 5:12).
Con il tempo anche la maggior parte della famiglia umana che discese da quella prima coppia se ne andò per la sua propria via, ma il Diluvio del giorno di Noè rammemorò loro ancora una volta chi era in effetti il proprietario della terra e dei suoi abitanti, anche se recò solo un arresto temporaneo della condotta volontaria, egoistica e ribelle dell’uomo. Qualche tempo dopo, infatti, Nimrod, un pronipote di Noè, “potente cacciatore davanti al Signore”, animato da forte spirito nazionalistico, pensò di costruire una grande nazione nel suo proprio paese, edificando diverse città di cui assunse il controllo. Questo guerriero voleva stabilire con la forza delle armi il suo dominio sulla terra e su tutto il genere umano. Ma Dio di nuovo intervenne confondendo la loro lingua, e “li disperse di lì per tutta la superficie della terra” (Genesi 10:8-12; 11:1-9). Essi, però, portarono con sé quella stessa mente e quello stesso spirito. Formarono così gruppi nazionali e la contesa della proprietà e del dominio della terra si sviluppò a livello nazionale, dando luogo al patriottismo, a rivalità e guerre che hanno causato inenarrabili angustie, amarezze e lutti fino ai nostri giorni. È di tutto questo che molti si dichiarano “orgogliosi”.
 
Molteplici sono le facce di un sentimento così deleterio per le relazioni umane!
Guardate questo video, potrete farvene un’idea!
 
Il pregiudizio: Spesso scaturisce dall’ignoranza nei riguardi di un certo gruppo etnico, religioso o di una certa nazionalità. Per sentito dire, per ostilità tradizionale o per qualche esperienza negativa avuta con una o più persone, si attribuiscono qualità negative a un’intera razza, gruppo o nazionalità. Quando ha messo radici, il pregiudizio acceca le persone impedendo loro di vedere la realtà. In genere si manifesta con l’esternazione di commenti sprezzanti su una certa cultura e spesso degenera nella violenza o addirittura all’omicidio. Le pagine della storia sono piene di esempi terribili di violenza scatenata dal pregiudizio, compresi massacri, genocidi ed episodi di cosiddetta “pulizia etnica”.
I primi cristiani soffrirono moltissimo a causa del pregiudizio. Poco dopo la morte di Gesù, ad esempio, furono oggetto di crudele persecuzione. Nel suo libro Apologetico, Tertulliano scrisse  “Se sopravvengono la carestia e la peste non si ode che un grido: ‘I Cristiani al leone’”.
A cominciare dall’XI secolo, con le crociate, furono gli ebrei a diventare la minoranza malvista in Europa. Quando la peste bubbonica spazzò via nel giro di pochi anni circa un quarto della popolazione europea fu facile incolpare gli ebrei, visto che molti li odiavano già. Nel Sud della Francia un ebreo “confessò” sotto tortura che erano stati gli ebrei a scatenare l’epidemia avvelenando i pozzi. Naturalmente la confessione era falsa, ma la notizia fu spacciata per buona. In poco tempo furono massacrate intere comunità ebraiche in Spagna, in Francia e in Germania. Pochi rifletterono sul fatto che gli ebrei morivano di peste come tutti gli altri!
Una volta acceso, il fuoco del pregiudizio può covare sotto la cenere per secoli. Nel secolo scorso Hitler soffiò sul fuoco dell’antisemitismo incolpando gli ebrei della sconfitta che la Germania aveva subìto nella prima guerra mondiale e ne fece sterminare circa 6.000.000. Nel 1933 egli disse al vescovo di Osnabrück: “In quanto agli ebrei, non faccio che seguire la stessa politica attuata dalla Chiesa Cattolica per 1.500 anni” (Paul Johnson - A History of Christianity).
La xenofobia:  L’avversione per gli stranieri si manifesta con la tendenza a dare la colpa dei problemi economici o sociali agli immigrati e a persone di un altro gruppo etnico. La gente vede negli estranei una minaccia per la propria identità nazionale, la propria cultura e i propri posti di lavoro. Allora si chiudono le frontiere a chi fugge, quasi sempre per necessità politico-economiche, dal proprio paese o si introducono leggi e procedure per negare l’ingresso ai profughi o si rimandano con la forza nei paesi da cui sono scappati. Nonostante sia stato dimostrato che gli atti criminosi vengono commessi con uguale frequenza sia dai cittadini del paese che dagli stranieri si usano la propaganda politica e i mezzi di informazione per incoraggiare sistematicamente la xenofobia e il razzismo presentando in modo non obiettivo le notizie di cronaca nera.
 
Il razzismo:      Nel suo libro Mein Kampf (La mia guerra), Adolf Hitler asseriva che la razza tedesca era la superrazza ariana destinata a governare il mondo. Si arrivò così allo sterminio degli ebrei e di altre minoranze in Europa, senza dubbio uno dei capitoli più oscuri della storia umana. Dall’altra parte dell’Atlantico, nel cosiddetto Nuovo Mondo, idee infondate dello stesso tipo hanno provocato indicibili sofferenze a generazioni di innocenti. Anche se dopo la Guerra Civile negli Stati Uniti gli schiavi africani vennero finalmente liberati, in molti stati furono emanate leggi che negavano ai neri molti privilegi di cui godevano gli altri cittadini. Perché?
Quando le nazioni europee, si proprio quelle che oggi rivendicano la propria identità “cristiana”, cominciarono a costruire imperi coloniali, era economicamente profittevole sfruttare i popoli indigeni. Ma si giunse a un paradosso. Milioni di africani furono trascinati via dalle loro case, strappati ai loro cari, incatenati, frustati, marchiati a fuoco, venduti come animali e costretti a lavorare senza paga fino al giorno della loro morte. Come poté un simile comportamento essere moralmente giustificato da nazioni che si dichiaravano “cristiane” e che si supponeva amassero il prossimo come se stesse? La soluzione che scelsero fu quella di disumanizzare le loro vittime. Si giustificarono dicendo che quegli africani non erano loro simili e non appartenevano alla stessa famiglia umana ma erano esseri di ordine inferiore. A suo tempo, quindi, colsero al volo la teoria evoluzionistica di Darwin affermando che i non bianchi fossero il risultato di un diverso processo evolutivo e non fossero persone umane in senso vero e proprio ma erano un gradino più in basso sulla scala evoluzionistica. Tutt’oggi molti “bianchi” ritengono che la razza nera non possiede la capacità intellettiva necessaria per partecipare ai doveri civili e al governo. Così il razzismo continua ad essere una delle forze più divisive che piagano la società umana.  
L’odio religioso: In molte nazioni la religione ha assunto il ruolo di istituzione statale, spesso avendo dirette responsabilità governative. Pertanto ha condizionato le scelte politiche e ha influito notevolmente sulla vita sociale dei cittadini. Come ho già sopra accennato il pregiudizio cattolico nei confronti degli ebrei è alla base della terribile persecuzione che essi hanno subito per centinaia di anni, come ipocritamente e sfacciatamente riconosciuto dagli stessi alti rappresentanti del clero cattolico. In Europa, in Medio Oriente, in Asia e altrove la religione ha fomentato l’odio delle persone scatenando le guerre più cruente e i massacri più efferati della storia umana. Tutt’oggi i focolai di guerra e di instabilità sociale in molte nazioni, inclusa la nostra, vengono alimentati dalle ingerenze della religione nelle politiche dei governi. La rivendicazione dell’identità “cristiana” in molte nazioni, specialmente da parte della Chiesa Cattolica, sta di nuovo infiammando le relazioni tra l’Europa e il mondo musulmano ed ha innescato una inquietudine sociale che può esplodere in un nuovo pericoloso conflitto da un momento all’altro e non è immune da responsabilità negli episodi di violenza, anche terroristica, che si stanno già verificando.
L’avidità:         Il desiderio di arricchirsi sempre di più da parte di lobby politiche, economiche e militari sfruttando le risorse di paesi sottosviluppati dal punto di vista industriale viene spesso mistificato con la necessità di provvedere al benessere e alla sicurezza della propria nazione. Così è accaduto con le guerre coloniali, così sta accadendo con l’Iraq e l’Afghanistan. La violenza dei metodi adottati per assicurarsi i beni ambiti scatena sempre altra violenza da parte di gruppi di potere contrastanti. Chi ci va di mezzo, in genere, è la popolazione innocente, che spesso paga la propria impotenza, e anche la propria indigenza, con la perdita della propria vita.
[Se avete visto il film-documentario Fahrenheit 9/11 di Michael Moore non vi sarà certamente sfuggita l’intervista che il regista ha tentato, invano, di fare ai membri del Senato americano che hanno votato a favore della guerra in Iraq dalla quale è risultato che nessuno dei loro figli si è offerto volontario per andare a combattere per “difendere la democrazia” e per la “sicurezza della nazione” a rischio della propria vita. I “volontari” sono tutti giovani appartenenti alle classi meno agiate della popolazione spinti dal miraggio di una migliore collocazione economica e sociale. Questa sembra essere anche la generale motivazione, almeno stando a quanto affermato in una intervista televisiva dalla sorella di una delle vittime, dei nostri connazionali uccisi nelle cosiddette “operazioni di pace” all’estero, i quali, poi, vengono dichiarati “eroi” per tacitare le coscienze di chi autorizza, appoggia o giustifica tali imposture - cfr. Geremia 6:13,14; Michea 3:5].
 
Il citato storico Toynbee disse che “il nazionalismo è una malattia mentale”. È come un cancro che avanza inesorabile e distrugge le relazioni umane, anche quando si nasconde dietro la maschera della giustizia. Non c’è nessuna speranza di veder cambiare nell’immediato futuro questa mentalità radicata che genera divisioni, conflitti, distruzioni e lutti. Perché? Perché è l’educazione che in genere si riceve dai genitori o da sistemi scolastici e perfino nelle chiese e inculca odio, intolleranza, idee di superiorità basate sulla nazionalità o sull’appartenenza a un determinato gruppo etnico, sociale, o religioso.
 
Il punto di vista biblico
Giungendo ad Atene, in quella che è tutt’oggi considerata la culla della democrazia, l’apostolo Paolo di recò nell’Areòpago e, parlando del Creatore alle folle ivi radunate, disse fra l’altro: “Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra”. L’apostolo sostenne il racconto biblico della creazione affermando che tutti gli uomini, indipendentemente da dove vivono e da quali caratteristiche fisiche hanno, discendono da un unico ceppo comune. Ne consegue anche che, nonostante tutte le differenze visibili, “tutte le nazioni degli uomini” possiedono le stesse capacità e le stesse facoltà intellettive. Sì, agli occhi di Dio gli uomini di ogni razza e nazionalità sono tutti uguali (Atti 17:26).
L’apostolo Pietro, in maniera simile, disse che “Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto” (Atti 10:34,35). Si, agli occhi di Dio non c’è nessuna differenza fra persone di diversa nazionalità, razza o condizione sociale.
Questo fatto è reso evidente dal suo modo di fare. Sebbene anticamente Egli scegliesse il popolo dal quale doveva venire il promesso Messia tra i discendenti dei fedeli patriarchi ebrei, la promessa fatta ad Abramo fu: “tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza” (Genesi 22:18).
In seguito, però, quando i giudei rigettarono quel Messia, Gesù, e lo misero a morte, essi persero l’approvazione di Dio (cfr. Matteo 21:42,43). Oggigiorno, invece, chi esercita fede in Gesù, di qualunque razza o nazione sia, può ricevere le meravigliose benedizioni promesse da Dio e sperare di vivere per sempre sulla terra (cfr. Giovanni 3:16; Salmo 37:9,29,VR e Di - 36:9,29,CEI).
Quel Messia promesso, quando venne sulla terra, visse in un contesto sociale pieno di pregiudizi e fu egli stesso vittima del pregiudizio politico e religioso dei suoi concittadini (cfr. Giovanni 7:15;47,48). Ma non si fece influenzare, mostrando di avere gli stessi sentimenti del suo Padre celeste. Sebbene trascorresse quasi tutta la sua vita terrena fra ebrei, non ebbe prevenzioni di sorta nei confronti di alcuno. Quando un giorno gli si avvicinò una donna fenicia, una gentile, che lo implorò di guarirle la figlia, dopo aver messo alla prova la sua umiltà e la sua determinazione Gesù le disse “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri” (Matteo 15:22-28).
In un’altra occasione egli non si fece condizionare dal malanimo che c’era tra ebrei e i samaritani (un po’ come quello che esiste oggi tra israeliani e palestinesi, o tra i cattolici dell’IRA e i protestanti dell’ULSTER, o tra gli ortodossi serbi e i musulmani bosniaci). Gesù inviò dei messaggeri a preparare il suo arrivo in un certo villaggio samaritano. Quei samaritani, però, “non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme”. Questo fece arrabbiare tanto Giacomo e Giovanni, anch’essi ebrei, che volevano far scendere fuoco dal cielo per distruggerli. Ma Gesù rimproverò i due discepoli, e tutti loro andarono in un altro villaggio (Luca 9:51-56). In seguito egli diede un’ulteriore prova che non condivideva affatto l’animosità degli ebrei verso i samaritani. Mentre con i suoi discepoli stava andando dalla Giudea alla Galilea, attraversando la Samaria, stanco si fermò presso un pozzo della città di Sichar. Lì trovò una donna samaritana alla quale chiese da bere. Quella donna fu molto sorpresa perché sapeva che i giudei non volevano aver niente a che fare con i samaritani e gli disse: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. Gesù ignorò la sua obiezione ma colse l’occasione per darle testimonianza, e addirittura le dichiarò apertamente di essere il Messia! (Giovanni 4:5-26).
 
 
Al pozzo di Sichar Gesù non permise che il pregiudizio che i suoi connazionali avevano nei confronti dei samaritani gli impedisse di dare testimonianza ad un donna samaritana
 
Per ciò che faceva e insegnava infine Gesù fu messo a morte! Parlando del suo sacrificio l’apostolo Paolo disse:
ricordatevi che un tempo voi, stranieri di nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi, perché tali sono nella carne per mano d'uomo, voi, dico, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele ed estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. Lui, infatti, è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel suo corpo terreno la causa dell'inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in sé stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia. Con la sua venuta ha annunziato la pace a voi che eravate lontani e la pace a quelli che erano vicini; perché per mezzo di lui gli uni e gli altri abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito” - Efesini 2:11-18
Il sacrificio di Cristo doveva servire a riunire tutte le persone, in qualsiasi parte della terra vivessero, come un solo popolo, senza pregiudizi o divisioni di sorta! Infatti scrisse ancora l’apostolo:
siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù. Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” - Galati 3:26-28
Similmente oggi dovremmo dire: “non c‘è né italiano né talebano, non c’è americano né iraniano, non c’è inglese né palestinese … siamo tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù”. Non dovrebbe esistere, almeno tra i cristiani, nessuna divisione nazionale. Il concetto di “patria”, come comunemente inteso oggi, non è per i veri cristiani, la cui cittadinanza “è nei cieli, da dove aspettiamo pure il Salvatore, il Signor Gesù Cristo” (Filippesi 3:20, Di). L’unica sovranità possibile e rispettabile per i seguaci di Cristo è quella di Dio (cfr. Matteo 6:10; Atti 5:29).
Riguardo ai suoi veri discepoli, quindi, Gesù disse: “voi siete tutti fratelli” (Matteo 23:8). Questo esclude che ci sia alcuna suddivisione tra di loro! L’aver dato più importanza ai divisivi sentimenti umani, quale l’ “amor di patria” o all’ ”orgoglio nazionale” o alle cosiddette “proprie radici”, o a cose simili, anziché alle parole di Gesù ha spinto, durante le due ultime guerre mondiali, e in tanti altri conflitti, cattolici ad uccidere i propri “fratelli” cattolici solo perché appartenevano ad una “nazione” diversa, così come ha spinto i protestanti, o gli ortodossi, o gli ebrei o i musulmani ad uccidere i propri “fratelli” di fede semplicemente perché appartenevano ad un’altra “nazione”. La loro ipocrisia può paragonarsi a quella di Caino il quale, dopo aver assassinato Abele, continuava a chiamarlo “fratello” (cfr. Genesi 4:9).
L’apostolo Paolo disse che Cristo Gesù, con il suo esempio e i suoi insegnamenti, “è la nostra pace”, e non le mistificanti “operazioni di pace militari” dei governi umani, la cui fonte di potere è il nemico di Dio, dell’uomo e della pace, Satana il Diavolo, operazioni che servono solo a nascondere l’avidità, il pregiudizio e quel maledetto “orgoglio” di una umanità alienata da Dio e dalla Sua volontà, anche per colpa di falsi sistemi religiosi conniventi (cfr. Matteo 4:8,9; Giovanni 8:44; Giacomo 4:16).
 
 
Gesù disse: “voi siete tutti fratelli”. In che modo?
(Matteo 23:8) 
L’apostolo Paolo scrisse ai suoi “fratelli” cristiani: “la parola di Dio è vivente ed efficace … essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4:12). La Parola di Dio ha il potere di cambiare la personalità di coloro che si lasciano guidare da essa aiutando chi ha pregiudizi a modificare il proprio modo di pensare e a trattare gli altri in modo imparziale. L’apostolo scrisse queste parole con cognizione di causa perché un tempo egli seguiva rigide tradizioni religiose ed era un violento oppositore della comunità cristiana. Lo faceva perché era pienamente convinto che tutti i cristiani fossero apostati e nemici della vera adorazione. Il suo pregiudizio lo spinse ad appoggiare l’uccisione dei cristiani (cfr. Atti 9:1,2). Ma riuscì a liberarsi del suo fanatico pregiudizio. Divenne egli stesso cristiano e scrisse: “prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità” (1Timoteo 1:13).
La conoscenza che si può acquistare per mezzo della Parola di Dio, aiuta ogni singola persona ad apprezzare il modo di pensare e di operare del nostro Creatore e ad avere la sua stessa amorevole considerazione per il prossimo. Grazie a questa conoscenza l’apostolo fu in grado di vincere la sua “ignoranza” e il suo pregiudizio. Ma non fu l’unico a cambiare drasticamente il suo modo di pensare. Nella lettera che scrisse a Tito raccomandò ai “fratelli” cristiani di “non parlar male di nessuno, di evitare le contese … Anche noi un tempo eravamo insensati … vivendo nella malvagità e nell'invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda” (Tito 3:2,3).
Chi, dunque, vuole essere un vero cristiano deve imparare a superare tutti i confini nazionalistici, etnici e razziali di questo mondo e a considerare ogni uomo suo “fratello”. Il vero cristianesimo si riconosce anche da questo, dalla capacità di tutti i fedeli di vivere insieme in pace, in unità, con amore e profondo rispetto reciproco, a qualsiasi razza o etnia essi appartengono, in qualsiasi parte della terra essi vivono.
La vostra “religione” si distingue per questo? Provate ad esaminarne la storia!
 
Albert Einstein, il grande scienziato, una volta disse cosa pensava del nazionalismo: “Non mi sono mai identificato con nessun particolare paese … il nazionalismo è una malattia infantile … il morbillo della razza umana”.
Tempo fa un lettore indiano ha scritto all’editore dell’“Indian Express” di Bombay:
“Non credo nel patriottismo. È una specie di oppio inventata dagli uomini politici per conseguire i loro detestabili fini. Serve alla loro prosperità. Serve al loro miglioramento. Serve al loro arricchimento. Non è mai per il bene del paese. Non è mai per il bene della nazione. In ogni caso, non è mai negli interessi dell’uomo e della donna comuni come voi e me … Questo sinistro muro ideato dagli uomini politici divide l’uomo dall’uomo, il fratello dal fratello; finché un giorno porterà alla rovina dell’uomo da parte dell’uomo. Patriottismo o nazionalismo, secondo me, sono espressioni idiote di una lealtà artificiosa … Non provo nessun orgoglio ipocrita nell’essere questo o quello. Appartengo all’umanità”.
Questo è anche il mio pensiero (cfr. Geremia 10:23). Il vostro qual è?
September 11

IL PUNTO DI VISTA BIBLICO

 
OMOSESSUALITÀ: PERCHÉ NO?
 
 
Confesso che ho pensato molto prima di scrivere questo post temendo di essere confuso con coloro che affrontano questo argomento mossi dal mero pregiudizio nei confronti delle persone che si dichiarano omosessuali e per non rischiare di esser tacciato di omofobia, visto il clima che sta crescendo sulla questione.
Non condivido gli estremismi di coloro che manifestano il loro dissenso in modo violento, come fanno certi imbecilli assurti alle cronache correnti, né di coloro che esternano pubblicamente, con provocante chiassosità, il loro “orgoglio” omosessuale o, per usare un termine più recente, il gay-pride.
È indubbio che la questione rappresenta oggi motivo di dibattito non solo morale, ma anche politico, giuridico e sociale poiché gli omosessuali rivendicano “diritti” che fin’ora sono sempre stati negati loro quali, ad esempio, quello di contrarre matrimoni o essere riconosciuti come “coppie di fatto” o di adottare i bambini.
Non voglio impegnarmi in una dissertazione “politica” della faccenda, non avendone né la competenza né l’interesse. Ma poiché tra le rivendicazioni omosessuali c’è anche quella di "partecipare a tutti i livelli della vita ecclesiale (eucarestia, formazione, catechesi, ministeri, sacerdozio …), il diritto ad avere una famiglia riconosciuta non solo dallo Stato ma anche dalla Chiesa” [dal Convegno "Cristianesimo, nuove famiglie e omosessualità", Valencia (E), ottobre 2001], richiesta  sostenuta da diverse Associazioni di gay e lesbiche che si dichiarano “cristiane” nonché da un crescente numero di teologi cattolici in contrasto con la posizione ufficiale della propria Chiesa, come Benjamín Forcano, teologo moralista e sacerdote spagnolo, il quale, proprio nel convegno in questione, ha dichiarato che “non esiste una base biblica per considerare l'omosessualità un'attitudine ‘disordinata’", da quell’estimatore che sono della Parola di Dio e del cristianesimo apostolico non posso esimermi dall’indagare negli scritti sacri per conoscere il pensiero di Dio e la posizione ufficiale dei primi cristiani al riguardo.
Perciò la mia unica volontà è riconsiderare il punto di vista biblico su questo tema.
Prima, però, mi preme fare una sorta di preambolo sugli sviluppi del dibattito sulle cause del comportamento omosessuale e sull’evoluzione del pensiero e della morale su tale condotta.
Tra le varie cause gli analisti elencano i disturbi psicoanalitici sostenendo che l’omosessualità dipenderebbe da un imperfetto superamento del complesso di Edipo e, quindi, dal rifiuto del proprio ruolo sessuale maschile o femminile. Oppure parlano di disturbi psicosociali derivanti dalle esperienze di un individuo e dal modo, positivo o negativo, in cui esse vengono vissute quali, ad esempio, l’ostilità o un forte legame affettivo nei confronti della madre nonché l’ostilità o le carenze della figura paterna. Più recentemente si è tentato di dare una giustificazione biologica con la ricerca di determinanti genetici ma i risultati sono stati talmente scarni che le stesse associazioni di attivisti omosessuali, che qualche decina di anni fa parlavano di “gene-gay” o di “cervello-gay”, e che tanto all’inizio le hanno supportate ora non parlano più così tanto di basi biologiche o genetiche, perché nessuno studio le ha dimostrate o ha offerto un simile riscontro.
Comunque l’omosessualità, che fino agli anni ’70 era considerata una malattia dall’APA (l’Associazione dei Medici Psichiatrici Americani) e come tale inclusa nel DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) alla voce “Deviazione sessuale” al pari della pedofilia, della necrofilia o del feticismo, oggi è stata derubricata come tale e mantenuta nel manuale solo nella voce “Disturbi sessuali”, al pari di quelli che possono colpire qualsiasi persona eterosessuale.
Parallelamente, dal punto di vista morale si è sviluppato un atteggiamento di maggiore tolleranza, e a volte anche di compiacenza, così che lo stile di vita omosessuale, un tempo ritenuto disonorevole e secretato, oggi è approvato pubblicamente. Cinema, televisione, libri e riviste hanno accresciuto molto l’impatto della cultura gay sulla vita eterosessuale e l’alta concentrazione di omosessuali nel campo dello spettacolo e dell’informazione dà loro una più ampia possibilità di plasmare valori e opinioni.
Perfino nelle Chiese cosiddette “cristiane”, ad onta delle loro posizioni ufficiali, si levano sempre più alte le voci di rappresentanti del clero a sostegno dell’omosessualità.
Ad esempio, oltre a quello sopra citato, un altro teologo cattolico, il gesuita John J. McNeill, docente di Etica Cristiana presso la Union Theological Seminary di New York, gay dichiarato, ha difeso apertamente l’omosessualità dicendo: “L’amore fra due lesbiche o due omosessuali, in quanto amore costruttivo fra due esseri umani, non è peccaminoso né allontana la coppia dal piano di Dio, ma può essere un amore santo” (Homosexuality: Challenging the Church to Grow in The Christian Century, 11/3/1987).
Alla stessa maniera sul fronte evangelico si è aperto un dibattito, dai termini invero molto ambigui, tra il protestantesimo storico e quello definito neo-liberale “impegnato in un tentativo volto a relativizzare il significato dei testi biblici che parlano dell’omosessualità e a svuotarne il contenuto apparentemente negativo” (http://www.alleanzaevangelica.org).
 
Cosa dicono le Sacre Scritture?
Gli organi sessuali fanno parte del meraviglioso progetto di Dio per estendere la vita sulla terra. Egli, infatti, mise nella prima coppia che creò un desiderio così forte per la relazione coniugale da garantire il perpetuarsi della famiglia umana. Non stabilì però la relazione sessuale tra l’uomo e la donna solo ai fini procreativi ma anche per il loro reciproco piacere (cfr. Genesi1:27,28; Salmo 139:14,VR e Di - 138:14,CEI; Proverbi 5:18,19). Pensando a questa disposizione e al suo grande potenziale di recare piacere e felicità agli esseri umani, dovremmo davvero sentirci spinti a lodare il nostro grande Creatore per aver ideato un modo così meraviglioso di popolare la terra.
Quando Satana il Diavolo si ribellò a Dio, si mise all’opera per corrompere questa eccellente disposizione presa per portare all’esistenza un’intera razza umana. Agendo sulla mente dei discendenti di quella prima coppia generati nell’imperfezione riuscì a pervertirne il modo di pensare, anche per quanto riguarda il giusto uso delle facoltà sessuali date loro da Dio. Il racconto biblico dice che, già circa 1.600 anni dopo la creazione dell’uomo, “la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che tutti i disegni dei pensieri del loro cuore non erano altro che male in ogni tempo” (Genesi 6:5).
E mentre l’umanità sprofondava in una condotta moralmente errata, gli angeli in cielo osservavano.
Dio non aveva creato gli angeli con il desiderio di avere rapporti sessuali con esseri umani. Ma a quanto pare Satana riuscì a indurre alcuni di essi a considerare in modo errato queste cose ed essi iniziarono a desiderare qualcosa che Dio aveva riservato solo agli esseri umani nel giusto ambito della relazione coniugale. Inseguendo tale desiderio quegli angeli, infine, compirono un’azione malvagia, abbandonando le rispettive posizioni in cielo per venire sulla terra a sposare delle donne. (cfr. Genesi 6:2). Quell’azione fu motivata da un desiderio indebitamente coltivato, non da un desiderio naturale posto in loro da Dio (cfr. Giacomo 1:14,15 - questo è il meccanismo che conduce al peccato, non dovremmo mai dimenticarlo!).
Quell’azione colmò la pazienza di Dio nei confronti del male commesso dagli uomini e lo costrinse ad intervenire, anche per salvaguardare il suo proposito perché attraverso essa la razza umana rischiava l’estinzione [la Parola di Dio rivela che da quelle unioni innaturali nacquero dei figli dotati di una potenza e di una cattiveria eccezionali; essi vengono chiamati nefilim, cioè “abbattitori” poiché si imponevano con la forza e la violenza sugli uomini normali abbattendoli (cfr. Genesi 6:4). Erano degli ibridi, una forma di vita non approvata da Dio che, a quanto pare, non si riproducevano]. Dio portò un diluvio di acque che distrusse completamente quel sistema malvagio.
Il discepolo e fratello di Gesù, Giuda, nella lettera che scrisse ai cristiani del I secolo  tracciò un parallelo fra quegli angeli che, seguendo un desiderio innaturale, presero le figlie degli uomini per avere relazioni sessuali con esse e certi uomini che provavano desideri passionali per altri del loro stesso sesso. Egli scrisse:
Egli ha pure rinchiuso nelle tenebre dell'inferno con catene eterne, per il giudizio del gran giorno, gli angeli che non conservarono il loro primiero stato ma che lasciarono la loro propria dimora. Proprio come Sodoma e Gomorra e le città vicine, che come loro si erano abbandonate alla fornicazione e si erano date a perversioni sessuali contro natura, sono state poste davanti come esempio, subendo la pena di un fuoco eterno” - Giuda 6,7
La storia biblica ci insegna ciò che accadde nell’antica città di Sodoma. Lì appena 450 anni dopo il Diluvio uomini e ragazzi, assetati di sesso, volevano avere a tutti i costi rapporti con quelli che pensavano fossero semplici ospiti maschi di Lot, il nipote di Abramo (cfr. Genesi 19:4,5). Quegli uomini erano omosessuali. Infatti, la parola italiana “sodomia”, che significa particolarmente ‘rapporti sessuali fra due uomini’, è tratta proprio dal nome della città di Sodoma. Tale pratica era molto diffusa tra gli abitanti di quella città e delle città vicine e aveva contribuito notevolmente ad abbassarne il livello morale (cfr. Genesi 18:23-32). Riferendosi proprio a questo l’apostolo Pietro scrisse che Lot era “angustiato dal comportamento immorale di quegli scellerati. Quel giusto infatti, per ciò che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta per tali ignominie” (2Pietro 2:7,8). Questo fatto non passò inosservato agli occhi di Dio. Quei due uomini (che in realtà erano angeli inviati da Dio) dissero infatti a Lot: “Il grido contro Sodoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave … il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandati a distruggerli” (Genesi 18:20; 19:13). Dio disapprovò la condotta omosessuale dei sodomiti e fece piovere fuoco e zolfo sulla città distruggendoli tutti!
In seguito, poiché l’omosessualità era estesamente praticata tra i cananei, gli abitanti della “terra promessa”, Dio diede questo comando al popolo di Israele: “Non avrai relazioni carnali con un uomo, come si hanno con una donna: è cosa abominevole” avvertendo che “se uno ha relazioni carnali con un uomo come si hanno con una donna, ambedue hanno commesso cosa abominevole; saranno certamente messi a morte” (Levitico 18:22; 20:13).
È, dunque, evidente che Dio considerava l’omosessualità una “perversione sessuale contro natura” e come qualcosa di “abominevole” ai suoi occhi. Non ci sono scuse, né attenuanti, né altre possibili interpretazioni a ciò che è scritto nel Vecchio Testamento.
 
 
Al tempo del Diluvio diversi angeli si ribellarono a Dio scegliendo di vivere “contro natura”, cioè contro il modello divino della creazione. Gli angeli non furono creati per avere rapporti sessuali nell’ambito di una giusta relazione coniugale come il genere umano (cfr. Matteo 22:29,30). Ma quegli angeli ribelli abbandonarono la loro elevata posizione celeste e materializzarono corpi umani per avere rapporti sessuali con donne sulla terra. Deliberatamente scelsero di andare contro il progetto creativo di Dio. La loro azione ebbe effetti drammatici sul senso morale e sulla vita sociale in terra poiché le Scritture dicono che “la malvagità degli uomini era grande sulla terra”.
La loro condotta è paragonata a quella di uomini e donne che deliberatamente vanno “contro natura” adottando uno stile di vita omosessuale. Anch’essi stravolgono il progetto creativo di Dio il quale, avendoli creati “maschio e femmina”, dopo aver detto che i due dovevano divenire una “sola carne” dotandoli dei rispettivi organi sessuali per “complementarsi”, deve ora sopportare che se che due lesbiche si uniscono sessualmente, una delle due deve servirsi di qualche specie di mezzo artificiale in sostituzione dell’organo maschile per soddisfare l’altra, e se due uomini si accoppiano uno dei due deve assumere in qualche senso il ruolo femminile. Si, nel caso di omosessuali, maschi e femmine, in un modo o nell’altro, è necessario sostituire ciò che il sesso opposto ha “naturalmente”. Per questo motivo Dio, il Dio delle Sacre Scritture, considera tale condotta una “perversione sessuale contro natura” (cfr. Genesi 1:27; 2:18,24; Giuda 6,7). A motivo di ciò Dio distrusse quel mondo antediluviano e gli abitanti delle città di Sodoma e Gomorra dediti all’omosessualità, uno stile di vita che Egli aborrisce! (cfr. Efesini 4:18,19).
La maggioranza degli angeli, però, mostrò di rispettare il progetto creativo divino e scelse di rimanere fedele al ruolo “naturale” assegnato loro da Dio. Essi, infatti, sollecitarono Lot, che “si tormentava ogni giorno nella sua anima giusta per tali ignominie” ad abbandonare Sodoma, lo presero perfino per mano e lo trascinarono fuori da essa affinché scampasse (cfr. Genesi 19:15-17).
L’omosessualità, dunque, è una scelta di vita che una persona coscientemente fa. Chi preferisce tale condotta deve anche sapere che dovrà rendere conto a Dio della sua scelta, perché è scritto: “ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso” (Romani 14:12).
 
Peter Paul Rubens (1577-1640) - Lot fugge da Sodoma con la sua famiglia
 
La parola “fornicazione”, che include le “perversioni sessuali contro natura” usata da Giuda nella sua lettera, traduce il termine greco por·neia il quale deriva il verbo por·neuo che vuol dire “darsi a illeciti rapporti sessuali”. Questo stesso termine fu usato da Gesù Cristo quando disse: “Or io vi dico che chiunque manda via la propria moglie, eccetto in caso di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette adulterio” (Matteo 19:9). Un dizionario greco, il Greek and English Lexicon of the New Testament di Edward Robinson, dice che usando por·nei′a egli incluse evidentemente “ogni rapporto proibito dalla Legge mosaica”. Quella Legge comprendeva fra i suoi comandi anche quello di Levitico 18:20, cioè: “Non avrai relazioni carnali con un uomo, come si hanno con una donna: è cosa abominevole”. Secondo Gesù commettere por·neia era moralmente così errato da essere un motivo per sciogliere il vincolo matrimoniale. Perciò anche Gesù parlò apertamente contro l’omosessualità.
Che questo fosse un comando che riguardava anche i cristiani si comprende da ciò che scrissero al riguardo gli apostoli.
L’apostolo Pietro, ricollegandosi alla condotta degli abitanti di Sodoma, paragonò gli uomini che la imitavano ad “animali irragionevoli nati secondo natura per esser presi e distrutti” (2Pietro 2:6-13).
L’apostolo Paolo fu ancora più esplicito e scrisse:
Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno … E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” - Romani 1:24-28,32
 
È evidente, dunque, che l’omosessualità non è uno stile di vita alternativo approvato da Dio. Nel futile tentativo di far sembrare che lo sia, spesso predicatori sia omosessuali che laici torcono le Scritture, come ha spesso tentato di fare il citato gesuita John J. McNeill (cfr. 2Pietro 3:16).
Chiunque si dichiara “cristiano” dovrebbe tenere presente qual è il punto di vista di Dio chiaramente espresso nella sua Parola, perché l’apostolo Paolo aggiunse:
Non v'ingannate: né i fornicatori … né gli effeminati, né gli omosessuali erediteranno il regno di Dio” - 1Corinzi 6:9,10
 
Ma perché Dio è così inflessibilmente contrario all’omosessualità?
Avendo stabilito le leggi universali della natura Egli conosce la nostra costituzione fisica, mentale, emotiva e spirituale. È contrario all’omosessualità perché sa che essa non reca alcun beneficio all’individuo.
Dall’apostolo Paolo ha fatto scrivere che tale pratica è “contro natura”. Il comportamento omosessuale è in ogni caso una deviazione dal Suo disegno creativo e qualsiasi deviazione dal disegno creativo di Dio produce cattivi risultati (come mostrano i rovinosi effetti prodotti dall’uomo sull’ambiente).
Non sorprende, dunque che Raoul Weston La Barre, noto antropologo della Duke University - North Carolina, USA, abbia definito l’omosessualità una “frustrazione della propria e dell’altrui essenziale natura biologica”.
Dio ha fatto anche scrivere: Io sono il Signore tuo Dio che ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi andare” (Isaia 48:17).
Alcuni pensano che Dio sia troppo severo perché omosessuali ci si nasce e non si può fare niente per cambiare comportamento. Se così fosse, perché alcuni sono omosessuali solo per parte della loro vita, forse nell’età più avanzata? Non è logico pensare che dovrebbero esserlo fin dalla nascita?
Le cause che spingono verso l’omosessualità sono a tutt’oggi sconosciute. Molto probabilmente è un insieme di fattori che spinge la persona ad abbandonare le normali relazioni eterosessuali per quelle omosessuali. In ogni caso l’omosessualità è una scelta di vita che la persona fa. Una rivista dedicata, Gay-Vue, asserisce, infatti, che una “persona ha evidentemente la possibilità di conformarsi a uno qualsiasi o a tutti i modelli sessuali. Per tale motivo, a un certo punto nel corso della vita finisce per sceglierne uno”.
Gli omosessuali dunque sono tali perché lo vogliono. Come dice la Parola di Dio, è “secondo i desideri dei loro cuori”.
Sapendo questo, se una persona omosessuale vuole piacere a Dio, e vuole essere considerata un vero cristiano, deve abbandonare tale pratica, non ha alternativa!
Nel primo secolo alcuni fecero proprio così! L’apostolo Paolo infatti disse “tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio” (1Corinzi 6:11)
 
August 29

LA LEGGE DEGLI UOMINI O LA LEGGE DELLA COSCIENZA?

 
 
 
QUAL È IL PROBLEMA?
 
 
L’interruzione volontaria della gravidanza (IVG), regolata da una legge trentennale dello Stato italiano, la n. 194 del 22/5/1978, è argomento che suscita sempre, per la delicatezza della materia trattata, accesi dibattiti di carattere politico, sociale, medico e teologico e ancor più accese polemiche.
Nel 1981 due referendum abrogativi, uno sollecitato dall’area cattolica, il quale tendeva ad abolire la L.194, e l’altro portato avanti dall’area radicale, che mirava a una piena depenalizzazione dell’aborto, furono sottoposti alla valutazione del corpo elettorale che, con diverse percentuali, li respinse entrambi.
Negli ultimi anni una nuova scoperta scientifica ha rivoluzionato completamente l’orizzonte delle tecniche per indurre l’IVG. Oggi, infatti, l’aborto si può provocare attraverso la somministrazione di sostanze farmacologiche che evitano il ricorso all’intervento chirurgico. Con l’assunzione di una semplice “pillola”, denominata RU-486, è ora possibile indurre l’espulsione dei tessuti embrionali dalla cavità uterina. Questa circostanza ha rilanciato la battaglia tra gli opposti schieramenti pro e contro l’aborto.
Questa contesa si è poi inserita in un contesto conflittuale più ampio, che abbraccia diverse tematiche di interesse nazionale, che vanno dall’insegnamento della religione cattolica nelle scuole al finanziamento delle scuole private (nella quasi totalità gestite dalla curia cattolica), da questioni riguardanti la bioetica (vedi il testamento biologico) ai progetti sulle unioni di fatto, fino alla difesa di una presunta identità collettiva del popolo italiano (che tanto ricorda quella dell’integrità della razza di ventennale memoria) da opporre a credi religiosi di diversa estrazione, specialmente quelli connessi ai flussi emigratori. È una lotta che vede schierato da una parte l’imponente apparato della Chiesa Cattolica, con il Papa Benedetto XVI impegnato in prima persona a scagliare i suoi irriverenti “anatemi” antirelativisti, la quale, abusando del suo incontestabile diritto di dichiarare ai fedeli le linee guida della propria morale, fa pressioni sulle Istituzioni statali, e su una classe politica asservita e totalmente priva del senso di etica pubblica, da usare come “braccio secolare” per imporre una uniformazione forzata alle proprie pratiche, e dall’altra una coalizione sempre più agguerrita di “laici” impegnati a far sentire la propria voce a tutela di un pluralismo ideologico, oltreché religioso, e di quella libertà di coscienza che dovrebbe caratterizzare ogni ordinamento autenticamente democratico.
 
Tornando alla questione dell’aborto, colpisce vedere qual è la diversa posizione di quelle confessioni religiose che hanno la pretesa di dettare la giusta morale come, ad esempio, le tre grandi religioni monoteiste della terra, la “cristiana” (che include, oltre la Chiesa Cattolica, la Chiesa Ortodossa e le varie denominazioni cosiddette “protestanti”), quella ebraica e quella mussulmana.
Secondo la Chiesa Cattolica “il rifiuto di praticare l’aborto, o anche solo di collaborare ad esso, costituisce una grave obbligazione morale, radicata nella legge scritta nel cuore di ogni uomo, e riproposta dalla Chiesa nella sua legislazione che colpisce con la scomunica i cristiani che procurano l’aborto o che vi collaborano” (L’Osservatore Romano, 24/1/1990). La Chiesa Ortodossa è più o meno sulla stessa linea di condotta.
Sorprendentemente nelle chiese “protestanti” non si trova una unità di intenti al riguardo. Ritroviamo il loro clero e i fedeli suddivisi in “fondamentalisti”, che si oppongono decisamente e, in alcune circostanze anche violentemente, a tale pratica, e i “liberali” schierati su posizioni meno oltranziste. Ad esempio, nel 16° Sinodo Generale della Chiesa Unita di Cristo fu stabilito che tale chiesa “difende il diritto di uomini e donne di avere adeguati servizi di pianificazione familiare e di poter eventualmente scegliere di abortire in maniera legale e sicura”. In un comunicato stampa dell'Agenzia di stampa NEV del 3/1/2008, inoltre, la signora Letizia Tomassone, vicepresidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), ha affermato, tra l’altro, che ‘l'autonomia riproduttiva delle donne è uno dei diritti umani fondamentali. Non si possono obbligare le donne ad avere figli o a portare avanti gravidanze indesiderate”. Paolo Ricca, docente emerito di Storia della Chiesa della Facoltà Valdese di Teologia di Roma, in un articolo dal titolo ‘L'embrione, la persona, la fede' pubblicato su Riforma del 20/5/2005, ha, poi, affermato che “‘credere nel Dio creatore significa dunque … ricevere la vita come dono, come invenzione e creazione di Dio e non nostra, come «opera delle sue mani» … Proprio perché la fede crede in questa miracolosa «tessitura» del nostro corpo nel corpo materno, essa è fondamentalmente contraria all'aborto, pur essendo favorevole alla legge che lo legalizza (per combattere la piaga dell'aborto clandestino), pur considerando moralmente lecito l'aborto terapeutico, e pur affermando senza mezzi termini che l'ultima parola, quella decisiva, in materia di aborto, ce l'ha la donna”. C’è, infine, da citare la dichiarazione, piuttosto ambigua, di un pastore pentecostale delle Assemblee di Dio in Italia (ADI), Francesco Toppi, il quale ha dichiarato “Non siamo favorevoli all'interruzione della gravidanza, ma lasciamo sempre la responsabilità alla persona” (‘Tutte le risposte nell'Evangelo', in Il Tempo del 3/3/1995).
L’ebraismo è ugualmente diviso: la parte ortodossa è in maggioranza antiabortista, mentre gli ebrei riformati e conservatori sono in maggioranza a favore dell’aborto.
L’Islam permette l’aborto per qualsiasi motivo durante i primi 40 giorni, dopo di che lo permette solo se la vita della madre è in pericolo. Il Hadith, cioè la Tradizione, dice, infatti, che il feto è “per 40 giorni nella forma di un seme, poi è un grumo di sangue per un uguale periodo di tempo, poi è un pezzetto di carne per un uguale periodo di tempo, poi … gli viene mandato l’angelo che soffia in lui l’alito della vita”.
 
Nel nostro paese è forte il sentimento religioso. Almeno il 96% della popolazione, ad esempio, dichiara di aderire alla fede, e quindi alla morale, cattolica.
Cosa vi aspettereste, pertanto, sul tema dell’aborto?
In base al risultato del referendum del 1981 è evidente che le indicazioni date dalla gerarchia della Chiesa Cattolica in materia sono ampiamente disattese dai suoi fedeli.
Date poi un’occhiata a questa recente tabella pubblicata dall’ISTAT.
 
Negli ultimi venti anni nel nostro paese sono stati effettuati circa 2.800.000 aborti (quasi il 5% della popolazione attuale), almeno quelli ufficialmente registrati. Quanti ne sono stati fatti in ambulatori e strutture private che non sono stati dichiarati?
Dall'esame della su indicata tabella appare subito evidente un paradosso: le regioni dove governano coalizioni dichiaratamente e fortemente schierate a sostegno della presunta identità collettiva “cristiana” del popolo italiano sono quelle con il più alto numero di aborti procurati.
Quindi c’è ancora da chiedersi: perché le indicazioni della gerarchia cattolica sono così ampiamente disattese dai fedeli di questa Chiesa e quanti di essi sono stati “scomunicati” per procurato aborto?
Qual’è il vero problema?
 
L’aborto alla luce della Parola di Dio
La Bibbia rivela che il Creatore della vita considera la vita stessa sacra! Il concetto di “sacro” o “santo” nelle Sacre Scritture dà l’idea di qualcosa di riservato, di appartato.
Dio è il datore della vita poiché è scritto “in te è la fonte della vita e per la tua luce noi vediamo la luce” (Salmo 36:9,VR e Di - 35:10,CEI). Perciò la vita di ogni creatura gli appartiene, gli è “riservata” ed Egli non ha concesso a nessun’altro di disporre a suo piacimento della propria o dell’altrui vita.
Con un esplicito comandamento Egli ne ha vietato la soppressione. È, infatti, anche scritto nella sua Parola “non uccidere” (Esodo 20:13). Il rispetto per il principio della sacralità della vita è uno dei fondamenti della vera pace e sicurezza. Ma questo rispetto per la vita troppo spesso è mancato. Gli uomini sono diventati esperti nel sopprimere la vita, e nessuno di loro è in grado di restituirla una volta perduta.
Ora la questione è: quando inizia la vita? In altre parole, da quando Dio la considera sacra così che non si debba sopprimere?
Lui stesso ce lo rivela. Per mezzo degli scrittori biblici Egli ha dato queste indicazioni:
Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre … Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto … Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno - Salmo 138:13-16, CEI - 139:13-16,VR e Di
Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato - Geremia 1:5
È, dunque, evidente che Dio considera una persona vivente mentre è ancora allo stato embrionale nel seno materno. Egli considera sacra la vita fin dal momento del suo concepimento quando, cioè, uno spermatozoo maschile unisce i suoi 23 cromosomi con un ugual numero d’essi nell’ovulo femminile dando inizio a quel processo di formazione del corpo umano che culminerà con la nascita. Sin dal momento del concepimento vengono, infatti, immutabilmente stabiliti il sesso e tutte le altre caratteristiche della persona. Il solo cambiamento sarà la crescita durante i nove mesi della gravidanza.
 
                
 

Mentre il bambino è ancora nel grembo materno, Dio lo considera una persona vivente. Il perché lo si capisce da tutta l’attività che svolge nell’utero. La scienza ci ha rivelato che alla fine del secondo mese tutte le parti del suo corpo sono presenti e funzionanti: egli sente, impara e ricorda. Infatti durante la terza settimana di gravidanza già inizia a formarsi il cervello ed entro l’ottava settimana si sviluppa il suo corredo di neuroni con milioni di connessioni, dette sinapsi, che permettono al cervello stesso di svolgere le sue funzioni e il bambino inizia ad imparare. A sette settimane e mezzo hanno inizio i primissimi movimenti del feto. A tredici settimane le papille gustative funzionano, e da quel momento in poi, se si aggiunge zucchero al liquido amniotico, la velocità della deglutizione raddoppia. Ma se vi si aggiunge qualcosa dal sapore sgradevole, il feto riduce drasticamente la deglutizione e fa smorfie per manifestare il suo disgusto. A quindici e sedici settimane il feto respira, ha il singhiozzo, succhia, deglutisce, sbadiglia, muove gli occhi. Non solo il suo cervello percepisce ciò che avviene all’interno dell’utero ma nota e ricorda anche cose che avvengono all’esterno. Alcuni ricercatori hanno constatato che ogniqualvolta mettevano sul giradischi una delle sublimi composizioni di Vivaldi o Mozart, invariabilmente il battito cardiaco del feto che stavano esaminando si regolarizzava e diminuiva la frequenza dei suoi calci, mentre tutte le forme di musica rock creavano turbamenti nella maggior parte dei feti (T. R. Verny, con la collaborazione di J. Kelly, Vita segreta prima della nascita, trad. di L. Perelli Corneo, Milano, Mondadori, 1981).

Prima che nascesse Giovanni Battista, Dio fece dire a un angelo: “egli sarà grande davanti al Signore … sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre”. Quello Spirito Santo fece saltare Giovanni, un feto di sei mesi dentro il seno di sua madre Elisabetta, quando ella udì il saluto di Maria, appena incinta di Gesù. Avrebbe Dio usato il suo Spirito per farlo muovere in questo modo se avesse considerato il feto di Giovanni un semplice “pezzo di tessuto”?

In quel tempo, l’embrione nel seno di Maria non era probabilmente più grande della capocchia di uno spillo. Ma Dio sapeva che cosa si stava sviluppando in quella minuscola quantità di protoplasma. Il suo Spirito aveva fornito il “libro” di istruzioni che avrebbe prodotto un uomo perfetto avente le qualità del suo unigenito Figlio. Come pensiamo che Dio considerasse quell’embrione appena concepito? Le parole che Elisabetta, spinta dallo Spirito di Dio, disse con apprezzamento a Maria, sono appropriate: “benedetto il frutto del tuo grembo” - Luca 1:15,39-42.

  
Fu per questo motivo che nella Legge data al popolo di Israele Dio introdusse norme che tutelavano il nascituro. Ad esempio, se in una lotta fra due uomini una donna incinta veniva ferita o ne risultava un aborto, la legge prevedeva pene severe. In Esodo 21:22,23 leggiamo, infatti: “Se durante una rissa qualcuno colpisce una donna incinta e questa partorisce senza che ne segua altro danno, colui che l'ha colpita sarà condannato all'ammenda che il marito della donna gli imporrà; e la pagherà come determineranno i giudici; ma se ne segue danno, darai vita per vita” (VR). Quindi, quando il danno arrecato faceva nascere prematuramente il bambino vivo, senza che avesse esito mortale né per la madre né per il bambino, era imposta un’ammenda. Se, però, il colpo toglieva la vita alla madre o al bambino che aveva in seno, la Legge richiedeva “vita per vita”.           
Sopprimere deliberatamente la vita di un nascituro sarebbe stato ancora più grave poiché per la Legge di Dio, chiunque avesse volontariamente tolto una vita umana doveva essere condannato a morte come omicida (cfr. Numeri 35:30, 31). Dio ha tuttora la stessa alta considerazione per la vita.
Il profondo rispetto per la volontà di Dio riguardo alla vita del nascituro dovrebbe rendere i genitori pienamente responsabili di quella vita.
 
Perché abortiscono?
Alla fine degli anni ’80 fu fatto un sondaggio su un campione di 2.040 persone il quale rivelò che, contrariamente ai dettami della Chiesa Cattolica, gli italiani approvano l’aborto in quattro casi:
(1) Quando la gravidanza mette in pericolo la vita della donna, l’83% è favorevole all’aborto.
(2) Quando esiste un rischio di malformazione del feto, il 76,3% è favorevole ad interrompere la gravidanza.
(3) Quando è a rischio la salute della donna, il 71,1% è a favore dell’aborto.
(4) Quando la gravidanza è procurata da una violenza, il 55,2% sostiene che dovrebbe essere permesso abortire.
Inoltre più di 1 italiano su 4 si è dichiarato a favore dell’aborto “in tutti i casi in cui la donna lo desidera”. (La Repubblica del 18-19/2/1990).
Appare evidente che, in questioni così personali, la gerarchia cattolica non ha saputo dare ai suoi fedeli un insegnamento scritturale adeguato capace di garantire la loro ubbidienza.
Questo, dunque, è il vero problema!
L’incapacità delle chiese di addestrare le coscienze delle persone secondo i princìpi della Parola di Dio!
Per sopperire a tale incapacità si ricorre al “braccio secolare” per imporre ex lege di uomini imperfetti ciò che in ogni creatura dovrebbe essere naturale: l’esercizio libero della propria coscienza, secondo il dono del libero arbitrio che il Creatore le ha fatto, in base alla conoscenza e all’apprezzamento per la sua volontà.
A ciò deve aggiungersi l’imposizione di precetti che nulla hanno a che fare con la volontà di Dio, come il divieto di usare metodiche anticoncezionali non in contrasto con i princìpi biblici.
Con l’enciclica Humanae Vita, emanata nel 1968, il Papa Paolo VI ha riaffermato la dottrina cattolica che proibisce l’uso di mezzi artificiali per il controllo delle nascite. La norma ufficiale della Chiesa Cattolica, infatti, dichiara che solo i metodi “naturali” di controllo delle nascite sono moralmente accettabili. Secondo quanto dichiarato dal successivo Papa Giovanni Paolo II il metodo “naturale” consiste nel “discernere i ritmi della fecondità umana e regolare … la paternità in base a questi ritmi”. Altre forme di contraccezione sono vietate.
È chiaro che molti cattolici non trovano pratico il metodo dei ritmi. Pertanto sono costretti a scegliere se seguire i dettami della propria coscienza o la dottrina della loro Chiesa. Così molti di essi tendono a ignorare le dichiarazioni del Papa, sebbene non senza lunghi esami di coscienza. In Italia una recente indagine ha indicato che quelli inequivocabilmente allineati con la posizione ufficiale della Chiesa erano meno del 2 per cento.
Ci si chiede, quindi, se esistono istruzioni divine precise in relazione al controllo delle nascite.
Coloro che si esprimono contro la contraccezione citano spesso il comando biblico dato ad Adamo ed Eva: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (Genesi 1:28). Ma la Bibbia non insegna che solo la procreazione renda legittimi i rapporti sessuali fra marito e moglie. Oltre ai fini della procreazione, Dio ha stabilito la relazione sessuale anche per il piacere reciproco della coppia, come dimostrano le seguenti parole fatte scrivere in Proverbi 5:18,19 “rallegrati con la sposa della tua gioventù. Cerva amabile e gazzella graziosa, le sue mammelle ti soddisfino in ogni tempo, e sii continuamente rapito nel suo amore”.
In nessuna parte della Bibbia si parla di controllo delle nascite o di metodi anticoncezionali. Perciò in questa faccenda, come in altre dove mancano dirette indicazioni scritturali, ciascuna coppia deve decidere secondo la propria coscienza. Stabilire norme arbitrarie su ciò che è bene e ciò che è male significa andare “oltre ciò che sta scritto” (1 Corinzi 4:6). Questo è quello che ha fatto la gerarchia cattolica ponendo un pesante fardello sulle spalle dei fedeli, inibendone un saggio e giusto uso della propria coscienza (cfr. Matteo 23:4). Secondo un libro, la Chiesa assorbì dai greci la filosofia stoica, sospettosa verso ogni forma di piacere e finì per insegnare che qualunque piacere di natura sessuale, incluso quello derivante dai normali rapporti coniugali, era peccaminoso dichiarando che il sesso doveva servire solo per procreare (Thomas C. Fox, Sexuality and Catholicism). È anche a causa di tale prescrizione antiscritturale che molte coppie sono poi costrette a ricorrere all’aborto per far fronte a gravidanze indesiderate.
 
Mentre riflettevo su queste informazioni mi son chiesto perché organizzazioni religiose, giudicate “fondamentaliste” o “intransigenti” per la loro stretta aderenza alle Sacre Scritture, come ad esempio i Testimoni di Geova (ma penso che ce ne siano anche altre), non fanno mai pressioni sulle Istituzioni governative e non alzano mai la voce per far valere le loro posizioni su argomenti di tale interesse per la comunità cristiana. Così, conoscendone alcuni, mi son preso la briga di chiederglielo.
In sintesi la loro risposta è stata questa: ogni cristiano dovrebbe avere una coscienza addestrata in base alle Sacre Scritture, poiché queste esprimono la volontà di Dio (cfr. 2Pietro 1:20,21). Nella sua Parola scritta Dio ha provveduto norme e princìpi che danno ai cristiani una guida sicura ed equilibrata per le proprie scelte di vita (cfr. Salmo 119:105,VR e Di - 118:105,CEI). Perciò ognuno di essi scrive nel proprio cuore questa legge della coscienza e non ha bisogno di ricorrere alla legge dell’uomo per stabilire ciò che è giusto o sbagliato dal punto di vista di Dio (cfr. Romani 2:14,15).
La conoscenza delle norme e dei princìpi biblici dà al cristiano perspicacia, discernimento e saggezza permettendogli di fare liberamente e senza alcuna costrizione delle scelte nel pieno rispetto la volontà di Dio, indipendentemente da ciò che stabilisce la legge umana (cfr. Atti 5:28,29). Questa guida divina, e non una legge scritta da uomini, permette a ogni singolo cristiano di fare la scelta giusta anche sulla questione dell’aborto!
Pertanto appare del tutto pretestuosa la pressione della Chiesa Cattolica sulle Istituzioni statali e sulla classe politica per far approvare una legge contro l’aborto! Questa è già scritta nella Parola di Dio, nei termini e con una sapienza di gran lunga superiore a quella umana. Essa dovrebbe essere scritta anche nei cuori di ogni fedele!
La “lotta” della gerarchia cattolica su questo argomento, e in tanti altri summenzionati, sembra più improntata a salvaguardare il proprio potere e a ribadire il proprio “peso” politico conseguiti in questo paese (altrimenti non si spiega perché non viene condotta con altrettanta tenacia nelle altre nazioni) che non al dare ai propri fedeli una giusta motivazione e la guida sicura della Parola di Dio nell’affrontare i problemi della vita!  

 
August 09

VERO AMORE O SENTIMENTALISMO - III parte

 
 non amiamo a parole … ma con i fatti e in verità”
1Giovanni 3:18
 
 
Al tempo di Gesù c’era una domanda che sollevava accesi dibattiti tra i farisei: delle oltre 600 norme che formavano la Legge mosaica, qual era la più importante?
I farisei decisero di porre questa domanda controversa a Gesù, sperando dicesse qualcosa che avrebbe potuto danneggiare la sua credibilità. Così uno di loro gli si avvicinò e gli chiese: “qual è il più grande comandamento della Legge?” (Matteo 22:34-36).
La risposta di Gesù ha un’enorme importanza anche per noi oggi perché in essa egli riassunse quella che è sempre stata, e sempre sarà, l’essenza della vera adorazione.
Evitando di esprimere un suo parere personale, ancora una volta Gesù rispose citando le Sacre Scritture. Ricollegandosi a Deuteronomio 6:5 disse: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua e con tutta la tua mente". Questo è il primo e il gran comandamento”.
Ma, nonostante la domanda del fariseo vertesse su un solo comandamento, Gesù ne menzionò anche un altro. Sempre rifacendosi alle Sacre Scritture, aggiunse: “il secondo, simile a questo, è: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (Matteo 22:37-40; cfr. Levitico 19:18).
Quel fariseo non rimase sorpreso dalla risposta di Gesù. Sapeva bene che amare Dio era un aspetto essenziale della vera adorazione. Egli disse quindi a Gesù: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico (ma guarda … dunque non sono tre!, n.d.r.) e non v'è altri all'infuori di lui; e che amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l'anima e con tutta la forza, e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Marco 12:32,33).
Qual è dunque la lezione per tutti i cristiani?
Possiamo fare tanti “sacrifici” o fare “offerte”, come richiedeva la Legge, ma agli occhi di Dio ciò che conta davvero è l’amore che c’è nel cuore dei suoi servitori. Si, per Dio ha più valore in assoluto qualcosa che tutti possiamo dargli, indipendentemente dalle circostanze in cui ci troviamo: il nostro amore.
 
Manifestiamo il nostro amore per Dio
Molti pensano che l’amore sia un sentimento su cui si ha poco controllo. Il vero amore, però, non è solo un sentimento. Si riconosce da ciò che una persona fa, non semplicemente da ciò che prova, perciò l’apostolo fu ispirato a scrivere: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità” (1Giovanni 3:18,VR).
L’amore per Dio ci spinge a fare non ciò che noi “sentiamo” sia giusto, ma ciò che Egli considera retto e vero, a difendere e sostenere non la nostra ma la sua “verità”, quella che Egli ha fatto scrivere nella sua Parola (cfr. Giovanni 17:17). Lo stesso apostolo ribadì questo punto dicendo ancora: “in questo consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti” (1Giovanni 5:3).
Se amiamo Dio gli ubbidiamo
Nell’esprimere il nostro amore nei confronti del nostro Creatore abbiamo l’esempio perfetto di Gesù e i suoi insegnamenti.
Parlando del suo esempio l’apostolo Paolo disse che egli “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Filippesi 2:8). Cristo fu disposto a ubbidire al suo Padre celeste anche a costo della sua vita. Sapeva che per Dio il fatto di ubbidire alle sue norme e alle sue disposizioni è di fondamentale importanza e si comprende bene il perché: da un solo atto di disubbidienza, quello dei nostri progenitori Adamo ed Eva è risultata la condanna a morte per tutto il genere umano e solo la perfetta ubbidienza del Cristo vi ha potuto porre rimedio (cfr. Romani 5:19).
Cosa veramente significa ubbidire a Dio è illustrato da un racconto che Egli ha fatto scrivere nella sua Parola. L’antico re Saul fu scelto da Dio per governare sul suo popolo. Per svolgere questo incarico egli spesso dovette combattere contro molti nemici. I filistei furono fra i più acerrimi nemici contro cui Saul dovette impegnarsi. Un giorno essi vennero a migliaia per combattere contro gli Israeliti. Il profeta Samuele, sotto ispirazione, disse a Saul di aspettare che egli venisse a offrire un sacrificio propiziatorio, o dono, a Dio prima della battaglia. Ma Samuele ritardava. Saul temendo che i filistei cominciassero la battaglia, non aspettò più e compì il sacrificio da solo. Dio, però, non accettò quel sacrificio, anche se rivolto verso la sua persona, perciò fece dire a Saul: “Hai agito da stolto, non osservando il comando che il Signore Dio tuo ti aveva imposto, perché in questa occasione il Signore avrebbe reso stabile il tuo regno su Israele per sempre. Ora invece il tuo regno non durerà. Il Signore si è già scelto un uomo secondo il suo cuore e lo costituirà capo del suo popolo, perché tu non hai osservato quanto ti aveva comandato il Signore” (1Samuele 13:13,14).
Successivamente Dio diede a Saul un altro specifico comando, ma ancora una volta egli decise di fare di testa sua, lasciandosi guidare dal sentimentalismo; poi tentò di scusarsi offrendo a Dio sacrifici. Ma Dio gli fece di nuovo dire: “Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio … Perché hai rigettato la parola del Signore, Egli ti ha rigettato come re” (1Samuele 15:22,23).
Per la sua disubbidienza Saul perse il favore di Dio e il regno. Ma qual è il punto?
Saul era tutt’altro che un oppositore, egli sedeva “sul trono di Dio” a Gerusalemme.. Aveva, però, la tendenza a fare di testa sua e a decidere da solo cosa era giusto o sbagliato fare. Non dava debita importanza ai comandi divini e non faceva esattamente quello che Dio richiedeva da lui.
 
 
Quando Dio lo scelse per farlo re di Israele, Saul era un uomo modesto. In una occasione disse al profeta Samuele: “Non sono io un beniaminita della più piccola delle tribù d’Israele, e la mia famiglia la più insignificante di tutte le famiglie della tribù di Beniamino?” (1Samuele 9:21). La sua modestia svanì mentre era in guerra contro i filistei. Pensò che la lentezza dell’anziano Samuele gli desse il diritto di prendere in mano la situazione senza tener conto delle precise istruzioni che gli erano state date (cfr. 1Samuele 10:8). L’atto di presunzione di Saul è stato incluso nella Parola di Dio per nostro beneficio. L’orgoglio e la presunzione potrebbero impedire anche a noi di ubbidire a Dio facendo esattamente ciò che Egli desidera che noi facciamo e spingendoci ad agire secondo i nostri punti di vista personali anziché seguire la sua guida. Nell’adorazione è Dio che detta le regole e nessun’altri. Come Egli desidera essere adorato l’ha fatto scrivere nella sua Parola. Tutti i cristiani hanno l’obbligo di accertarsi se ciò che credono e praticano è veramente quello che Dio ha comandato (cfr. 1Giovanni 5:3; 1Tessalonicesi 5:21; Atti 17:11).
 
Al contrario Gesù non pensò né si comportò mai in questo modo. Quando si trovò sotto pressione emotiva (più o meno come accadde a Saul) e chiese a Dio di liberarlo dall’accusa infamante di cui era fatto oggetto, egli umilmente disse: “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Luca 22:42).
Come Gesù, anche noi dimostriamo di amare Dio ubbidendogli in ogni cosa. “In questo sta l'amore: nel camminare secondo i suoi comandamenti”, scrisse l’apostolo Giovanni (2 Giovanni 6). Notiamo bene cosa dice l’apostolo: “camminare secondo i suoi comandamenti”, non dice “secondo la Tradizione” degli uomini, che Cristo peraltro condannò, neanche “secondo qualche Magistero” umano e neppure “secondo qualche Catechismo” inventato da esseri umani. Quelli che amano davvero Dio non si comportano secondo il loro modo di vedere le cose né seguono insegnamenti di altri uomini ma si lasciano guidare da Lui. Riconoscendo di non essere in grado di dirigere i propri passi, confidano nella sapienza di Dio e si sottomettono alla sua guida amorevole (cfr. Geremia 10:23). Sono come quegli antichi bereani che esaminavano con attenzione le Scritture per comprendere più a fondo la volontà di Dio, accertandosi che effettivamente quello che credevano e facevano era scritto nella sua Parola (cfr. Atti 17:11; Salmo 119:105,VR e Di - 118:105,CEI).
Noi l’abbiamo mai fatto?

Se amiamo Dio ci manteniamo separati dal mondo

In una delle sue ultime preghiere a favore dei suoi discepoli Gesù disse: “Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come neppure io sono del mondo … Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Giovanni 17:14,16).
A chi si riferiva Gesù parlando del “mondo”?
Alla ingiusta società umana che si è allontanata da Dio e dalla sua volontà (cfr. Efesini 2:2).
Gesù fu rigettato, odiato e addirittura perseguitato da questo “mondo”. I governanti di questo “mondo” lo processarono e lo condannarono a morte! E parte di quel “mondo”, purtroppo, era composto anche da persone che affermavano di adorare Dio.
Egli disse che lo stesso “mondo” avrebbe odiato e perseguitato anche i suoi discepoli.
Perché questo? Perché “tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Giovanni 5:19).
Quando, dunque, vediamo le chiese cosiddette “cristiane” fare concordati con i governi di questo “mondo” alienato da Dio e dal suo Regno o quando vediamo i capi di tali chiese stringere amicizia con i governanti di questo “mondo”, cosa dobbiamo pensare? Quando essi sono ricevuti con tutti gli onori dai rappresentanti politici, dai picchetti militari, da esponenti della corrotta finanza di questo “mondo”, come possiamo immaginare che essi lo facciano nel nome di quel Cristo che disse “io non sono del mondo”? Quando queste stesse chiese incitano alla violenza sostenendo le guerre dei governanti di questo “mondo” e benedicendo le armi dei loro eserciti come possiamo credere che sono dalla parte del Principe della pace, Gesù? (cfr. Isaia 9:6; Apocalisse 18:9-13; 19:17,18).
 
Una differenza sostanziale e significativa!
 
   
 
Nel I secolo i soldati romani portarono Gesù in catene dal governatore Pilato per essere processato e condannato a morte perché predicava il Regno di Dio (cfr. Luca 4:43; Giovanni 18:36,37). In seguito lo scortarono al patibolo sul quale affissero un cartello con la scritta “Gesù il Nazareno, il re dei giudei” (Giovanni 19:19). Il suo rapporto con i rappresentanti del dominio dell’uomo fu sempre conflittuale perché, nella controversia del dominio universale, fino alla fine Gesù si schierò dalla parte della Sovranità di Dio.
Oggi i soldati “romani” scortano i capi del cristianesimo apostata mentre vanno ad omaggiare i rappresentanti del dominio dell’uomo con i quali intrattengono rapporti di amicizia e ricevono anche l’ “onore” delle armi. Nella controversia della sovranità universale essi si sono schierati dalla parte del dominio di Satana che manovra i governi dell’uomo (cfr. Matteo 4:8,9; 1Giovanni 5:19; Giacomo 4:4).
 
   
 
La storia di queste chiese dimostra che esse non si sono mantenute separate dal “mondo” perciò si sono squalificate come seguaci di Cristo e come adoratori di Dio.
Dopo la morte degli apostoli cristiani del I secolo molti “vescovi” (greco epìskopous) della chiesa apostatarono e deviarono sempre più dagli insegnamenti di Cristo, proprio come la Parola di Dio aveva predetto (Atti 20:29,30; 1Timoteo 4:1-3). La chiesa, ormai corrotta, finì per legarsi sempre di più allo Stato secolare finché, nel IV secolo l’imperatore romano Costantino non le conferì il ruolo di chiesa di Stato. In tale ruolo ha partecipato ai più imponenti bagni di sangue della storia. Persino l’opera di evangelizzazione è stata compiuta con la forza delle armi negli interessi delle forze politiche e commerciali del “mondo” come, per esempio, è accaduto con gli indios dell’America latina e i nativi del Nord-America
I cristiani del I secolo, pur se nascosti dalle zizzanie del falso cristianesimo che iniziavano a crescere in mezzo a loro (cfr. Matteo 13:24-30,36-42), si sono sempre distinti perché si sono mantenuti completamente separati dal “mondo”, rimanendo rigorosamente neutrali per quanto riguarda gli affari politici e militari. Si sono sempre rifiutati di imbracciare le armi contro il prossimo. La storia indica chiaramente che essi non si unirono né ai movimenti nazionalisti giudei né agli eserciti imperiali di Roma. Nello stesso tempo non cercarono mai di dire ai capi politici cosa dovevano fare. Rifiutarsi di andare in guerra non è stato facile per loro. Nel I secolo andava contro il pensiero comune di quel tempo. Celso, un nemico del cristianesimo, mise in ridicolo la loro posizione. Secondo lui tutti dovevano andare in guerra quando chi era al potere lo richiedeva. Nonostante l’immensa ostilità che incontrarono, i primi cristiani si rifiutarono di seguire qualsiasi filosofia umana contraddicesse gli insegnamenti di Cristo. Ogni volta essi dissero: “Dobbiamo ubbidire a Dio come governante anziché agli uomini” (Atti 4:19; 5:29).
Si può dire la stessa cosa di quei milioni e milioni di cosiddetti “cristiani” che in ogni tempo hanno impugnato le armi, combattendo e uccidendo perfino i loro "fretelli" in fede, spesso guidati da esponenti del clero?
Il comando divino di mantenersi separati dal mondo ha a che fare con la controversia iniziata in Eden, quando Satana sfidò il diritto di Dio di governare sulle sue creature dando inizio all’inimicizia fra la simbolica donna, cioè la santa organizzazione di Dio, con il suo seme Cristo Gesù, e il Diavolo, “il dio di questo mondo” e il suo seme, cioè gli oppositori del Regno di Dio (cfr. Genesi 3:15; Galati 3:16; 4:21-31; Giovanni 8:44).
Perciò i seguaci di Gesù Cristo, se veramente amano Dio, devono mantenersi separati da ogni forma di nazionalismo e dalla politica del “mondo” di Satana perché questa si oppone al Regno di Dio.
Un’altra parte del mondo di Satana è la falsa religione, specialmente il falso cristianesimo con il quale ha ingabbiato le persone in una forma di adorazione solo esteriore e ritualistica, allontanandole dalla verità.
Se amiamo Dio cerchiamo la verità e la difendiamo
Gesù disse ai suoi discepoli: “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni 8:32).
Da cosa dovevano essere liberati?
Ciò che scrisse l’apostolo Paolo ai suoi conservi cristiani ci aiuta a capirlo. Egli disse: “Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (Colossesi 2:8).
Quei discepoli a cui Gesù parlava appartenevano ad una nazione che credeva in Dio, essi avevano la sua Parola scritta, avevano la sua Legge e le sue preziose profezie. Tuttavia avevano anche un grosso problema: i capi religiosi di quella nazione avevano annullato la Parola di Dio dando più importanza alla loro tradizione orale e a insegnamenti di origine umana che non avevano nulla a che fare con le verità scritte nella Parola di Dio (cfr. Matteo 15:6-9; Salmo 119:160,VR e Di - 118:160,CEI; Giovanni 17:17).
Quegli insegnamenti di origine umana avevano posto un grave fardello sulle spalle di quelle persone, obbligandole a seguire false speranze e a osservare tutta una serie di rituali e di complicati cerimoniali che li rendevano letteralmente schiavi dei loro capi religiosi (cfr. Matteo 23:4).
Dopo la fine della nazione d’Israele, avvenuta nel 70 d.C., il sistema farisaico fu progressivamente sostituito dal falso cristianesimo che pian piano Satana introdusse nella chiesa. Anche questo si sviluppò grazie ad uomini ipocriti a cui piaceva signoreggiare sui loro conservi cristiani (cfr. Atti 20:29,30; 1Timoteo 4:1-3). Anziché attenersi alla verità esposta nella Parola di Dio, per garantirsi il loro potere sulle masse di pagani che si rivolgevano al cristianesimo e, soprattutto, per non inimicarsi i loro corrotti governanti, quegli uomini ipocriti si volsero alla filosofia pagana per attingere i loro falsi insegnamenti. Tirarono, così, fuori dottrine che nulla avevano a che fare con la volontà di Dio e con le speranze che con la venuta del Cristo ora potevano realizzarsi.
Così, ad esempio, contrariamente a quanto insegna la Parola di Dio, hanno preso dalla filosofia greca l’insegnamento di un’anima immortale che sopravvive alla morte del corpo per andare a vivere in un ipotetico aldilà costruendoci sopra un castello di altre menzogne e di rituali il cui unico scopo è quello di controllare e dominare le coscienze delle persone. Mi riferisco all’Inferno come luogo di tormento eterno per le ‘anime’ dei cattivi, alla dottrina del Purgatorio quale parcheggio di ‘anime’ incerte, ai riti funebri, alle messe per i defunti. Tutti insegnamenti di ispirazione diabolica per screditare la persona di Dio e allontanare i credenti dal suo vero proposito per coloro che si addormentano nella morte: riportarli in vita mediante la risurrezione e farli vivere per sempre su una Terra trasformata di nuovo in un Paradiso, come era il suo originale proposito (cfr. Ecclesiaste 9:5,6,10; Giovanni 5:28,29; Salmo 37:9-11,29, VR e Di - 36:9-11,29,CEI; Genesi 1:28).
E’ un messaggio di morte quello che passa attraverso questo falso insegnamento e c’è da rabbrividire nel leggere in giro pensieri, dettati solo da una preoccupante esaltazione mistica, come questo: “Sorella morte corporale. Come è cieco il mondo nella sua angoscia di fronte alla morte! La morte è un avvenimento che porta felicità. Morire significa andare da Dio e vederlo! O morte tanto lunga attesa, portami presto dal mio Diletto … - B. Maria di Gesù Crocifisso” … Sorella morte?! … Non la vedeva certo così l’apostolo che scrisse: “L'ultimo nemico che sarà distrutto è la morte” (1Corinzi 15:26). La morte è la grande nemica dell’uomo ed è la conseguenza del peccato; è stata causata dal Diavolo non può esserci assolutamente nulla di positivo in essa (cfr. Romani 5:12; 6:23). Conoscere la verità esposta nella Parola di Dio sulla reale condizione dei morti e sulla loro speranza libera dalla paura dei morti, che è in realtà una paura dell’ignoto, perché per molti la morte è un ‘mistero’; libera dalla terribile disperazione causata dalla morte di una persona cara mentre la speranza della risurrezione attenua il cordoglio e rende molto più sopportabile il dolore di tale perdita; libera da riti superstiziosi relativi ai morti, dalla preoccupazione di maledizioni, di presagi, dal fare costosi sacrifici per placare o aiutare i defunti. Infine libererà dalla morte stessa, poiché è scritto che presto, grazie al Regno di Dio, “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate (Apocalisse 21:4). Si, Dio eliminerà per sempre “sorella morte” e i suoi macabri parenti!
Per fare un altro esempio, dalla filosofia greca hanno preso anche l’insegnamento di un dio trino e, poiché: “né la parola Trinità, né l’esplicita dottrina in quanto tale, compare nel Nuovo Testamento, e neppure Gesù e i suoi seguaci intendevano contraddire lo Shema del Vecchio Testamento: ‘Ascolta, o Israele: Il Signore nostro Dio è un unico Signore’ (Deut. 6:4)” [Encyclopædia Britannica, ed. 1976], non potendola giustificare alla luce delle Sacre Scritture e dei suoi chiari insegnamenti circa la relazione che esiste tra Dio e Cristo (cfr. Matteo 3:17; Marco 12:29; Giovanni 5:19; 14:28; 1Corinzi 8:6; 15:27,28), l’hanno, altresì, definita ‘un mistero’. E’ interessante, a questo proposito, notare cosa disse l’apostolo Paolo ai filosofi riuniti nell’Aeròpago di Atene: “passando in rassegna e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: ‘al Dio sconosciuto’" (Atti 17:23). Il Dio di Platone e degli altri filosofi greci era un’“idea” suprema e senza nome. Un vero “mistero”. Fu questo Dio misterioso e non conoscibile della teoria platonica di una triade divina che gli apostati dei primi secoli cominciarono ad insegnare come dottrina primaria della chiesa. Questa dottrina pagana pure ha fatto da base ad un castello di altre menzogne, rendendo le persone schiave di falsi insegnamenti e pratiche religiose che nulla hanno a che fare con il vero cristianesimo, come quelli relativi a Maria, la madre di Gesù, indicata anche quale Madre di Dio, la sua conseguente venerazione con l’uso di immagini in aperto contrasto con la vera adorazione (cfr. Atti 17:29), nonché i ‘misteri’ delle apparizioni mariane, il dogma della sua immacolata concezione e della sua assunzione in cielo con il corpo. Nessuno di questi insegnamenti è contenuto nelle Sacre Scritture, essi appartengono tutti alla tradizione umana, quella stessa tradizione ripetutamente condannata da Cristo e dai suoi apostoli.
 
 
Il catechismo della Chiesa Cattolica dice riguardo alla Trinità:
“Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone: «la Trinità consostanziale». Le Persone divine non si dividono l'unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero: «Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio» … essi infatti sono realmente distinti tra loro: « Il Figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio».
A sostegno di questo astruso concetto non viene citato un solo versetto della Sacra Scrittura ma  un tale San Gregorio Nazianzeno, vescovo di Costantinopoli, detto anche «il Teologo», il quale dichiarò: “Vi do una sola divinità e potenza, che è Uno in Tre, e contiene i Tre in modo distinto. Divinità senza differenza di sostanza o di natura, senza grado superiore che eleva, o inferiore che abbassa [...]. Di tre infiniti è l'infinita connaturalità. Ciascuno considerato in sé è Dio tutto intiero [...]. Dio le tre Persone considerate insieme [...]” (Catechismo della Chiesa Cattolica - Parte I - Sezione II - Capitolo I - Articolo I).
In netto contrasto con tale dichiarazione abbiamo quella di Gesù, riportata nei vangeli, che disse: “il Padre è maggiore di me” (Giovanni 14:28). Perciò egli pregava il Padre e suo Dio (cfr. Giovanni 20:17). Gesù non pretese mai di essere uguale a Dio.
 
Lo scopo di questi falsi insegnamenti è dichiarato proprio nelle Scritture: “il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio” (2Corinzi 4:4). Il “vangelo di Cristo” è un messaggio di vita! Egli disse, infatti, “Io sono la via, la verità e la vita” (Giovanni 14:6). Le menzogne ispirate dal Diavolo portano alla morte perché “egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44).
Il dogma della Trinità non viene menzionato, neanche per una volta, nella Parola di Dio. È solo frutto di un’“elaborazione teologica” posteriore di secoli al tempo di Gesù, e fu imposto con la minaccia di morte al rogo. Ha degradato l’adorazione dell’Essere supremo, facendo credere in un mistero, ha causato disunione tra i credenti e tanta confusione dottrinale. E’ anche a causa di questo dogma che il nome personale di Dio è stato fatto sparire dalla Sacra Scrittura. La verità intorno al vero ruolo di Dio, il Padre, a quello di Gesù, il Figlio, ci libera dal credere e praticare cose che Dio condanna, ci aiuta a rendere “sacro servizio” a Dio, anziché alla creazione (cfr. Romani 1:25).
Non è mia intenzione, scrivendo queste cose, offendere la fede di tante persone sincere che credono a tali insegnamenti antiscritturali. Ho molto rispetto per loro, come lo aveva Cristo per i suoi connazionali ingannati dai capi religiosi del suo tempo (cfr. Matteo 9:36). Ma mediante il suo profeta Zaccaria Dio ha fatto scrivere: “Queste sono le cose che dovete fare: parlate in verità ciascuno al suo prossimo. Alle vostre porte date giudizi secondo verità, giustizia e pace” (Zaccaria 8:16).
Perciò non mi sento di assumere quell’aria santocchiana, che spesso mi capita di leggere in blog dedicati, dove in nome di un mero sentimentalismo del tutto personale, che si tenta di far passare per vero amore, si giustifica e si condona ogni sorta di sopraffazione della verità contenuta nelle Sacre Scritture con una eloquente e copiosa diffusione di tradizioni e insegnamenti di origine umana. Non è con le parole che dimostriamo il nostro amore per Dio e per il nostro prossimo! Sono i fatti a dimostrarlo (cfr. 1Giovanni 3:18).
Dio ci esorta, dunque, a perseguire la verità esposta nella sua Parola e ci assicura che non ascolta le preghiere, per quanto dichiarate con passione, di quelli che tentano di nasconderla (cfr. Salmo 119:160,VR e Di - 118:160,CEI; Giovanni 17:17; Efesini 4:15,25; Proverbi 28:9).
Non dimentichiamo, dunque, l’esempio perfetto di Cristo, se veramente vogliamo essere suoi discepoli:
Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” - Giovanni 18:37.
July 31

VERO AMORE O SENTIMENTALISMO - II parte

 
L’AMORE DEL CRISTO: UN MODELLO PER I VERI CRISTIANI
 
 
Poco prima di essere arrestato, mentre era ancora seduto a tavola con gli undici apostoli fedeli dopo aver celebrato con loro, per l’ultima volta, la pasqua ebraica (Giuda si era già allontanato dal gruppo per attuare il suo tradimento) e avvicinandosi il momento del suo supremo sacrificio, Gesù spiegò loro perché stava per sottoporsi a quella morte terribile dicendo: “questo accade affinché il mondo conosca che io amo il Padre e che faccio come il Padre mi ha comandato” (Giovanni 14:31).
Niente era più importante per Gesù del suo amore per il Padre, neanche la sua stessa vita. Il suo coraggio, la sua ubbidienza e la sua perseveranza erano tutte dimostrazioni del suo amore per Dio. L’intero suo ministero fu motivato da questo profondo sentimento nei confronti del Padre.
Come nacque in lui questo amore?
Lo comprendiamo esaminando la Parola di Dio.
Nel libro di Proverbi, al capitolo 8, leggiamo “Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d'allora. Dall'eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d'acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io sono stata generata. Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi, né le prime zolle del mondo; quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull'abisso; quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell'abisso; quando stabiliva al mare i suoi limiti, sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia; quando disponeva le fondamenta della terra, allora io ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante(vv. 22-30,CEI).
Qui è la “Sapienza”, che parla. E’ personificata e rappresentata come se fosse in grado di parlare e agire. Secondo molti scrittori dei primi secoli che si professavano cristiani questo brano si riferisce simbolicamente al Figlio di Dio nella sua condizione pre-umana.
Commentatori giudei, invece, obiettano che questo passo si applichi a Gesù, affermando che si tratta di una semplice personificazione letteraria della sapienza divina. In questo passo, però, si dice che la “Sapienza” fu “creata” o “prodotta” (ebraico, qanáh) come principio dell’attività creativa di Dio. Le Scritture mostrano anche che Dio stesso è sempre esistito. (cfr. Salmo 90:2,VR e Di - 89:2,CEI). Poiché è eterno ed è sempre stato saggio, la sua sapienza è sempre esistita; non fu mai creata o prodotta. E’ perciò scritturalmente infondata la loro interpretazione.
Se esaminiamo poi questo passo alla luce di altre scritture diventa ancor più chiaro a chi si riferisce.
Il versetto 22, che dice “Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d'allora”, trova il suo perfetto riscontro in ciò ch’è scritto di Gesù in Colossesi 1:15, cioè che egli è: “il primogenito di ogni creatura” e in Apocalisse 3:14, dov’è scritto che egli è “il principio della creazione di Dio”. Gesù è stato “prodotto” o “creato” ed è, in senso assoluto, la prima creazione, e anche l’unica fatta direttamente da Dio (cfr. anche Giovanni 3:16,18; 1Giovanni 4:9).
Il versetto 30 che dice “allora io ero con lui come architetto (“come un artefice”, VR) ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante”, è anche in perfetta linea con ciò che dice di lui Colossesi 1:16: “per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili … Tutte le cose sono state create per mezzo di lui”. Gesù, dunque, lavorò con il Padre per il resto della creazione, e per un considerevole periodo di tempo. Ne fu il principale “artefice” (cfr. anche Genesi 1:26; Giovanni 1:3).
[Per inciso: altro che seconda persona di una filosofica e pagana trinità che lo dichiara co-eterno con il Padre! E neanche co-eguale, poiché nel contesto di Giovanni 14:31, all’inizio citato, egli dice chiaramente “il Padre è maggiore di me” (v. 28,VR)].
 
L’amore del Cristo
La lunga e felice collaborazione tra il Padre creatore e la sua più importante creatura, il “primogenito” e anche “unigenito” Figlio è alla base del sentimento d’amore che unisce Dio e Cristo Gesù. Questo è il più antico e forte vincolo d’amore dell’universo!
Di tutti gli esseri umani che siano mai vissuti, Gesù è colui che ha amato di più Dio. Nessuno l’ha superato in quanto a tener fede a quello che lui stesso definì il più grande di tutti i comandamenti: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Marco 12:30).
In quali modi Gesù manifestò il suo amore per il Padre?
 
 
Voi dunque pregate in questa maniera:
’Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome.
Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà in terra come in cielo’
Matteo 6:9,10
 
Santificò il nome di Dio
Prima di venire sulla terra Gesù godeva di una posizione speciale nei cieli accanto al Padre (cfr. Giovanni 17:5). Eppure fu disposto a lasciare la sua dimora celeste e a venire sulla terra come uomo. E lo fece pur sapendo che sarebbe stato respinto dalla maggioranza e che avrebbe subìto crudeli umiliazioni, intense sofferenze e una morte dolorosa (cfr. Filippesi 2:5-7).
Egli però sapeva anche cosa era in gioco: il nome stesso di Dio.
Era lì presente quando Satana lanciò la sua sfida in Eden e calunniò il suo Padre celeste insinuando nella mente della prima coppia umana, e in quella di altre creature spirituali che, in seguito, si unirono a lui nella ribellione, il dubbio che Dio fosse un bugiardo. Disse, infatti, alla donna, ad Eva, che gli riferiva il comando di Dio di non mangiare “il frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino”, perché altrimenti sarebbero morti: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Genesi 3:1-4). [Questa è la stessa bugia che ripetono i falsi religionisti affermando che l’uomo non muore ma continua a vivere nell’aldilà].
Gesù conosceva molto bene l’importanza del nome di Dio. Il suo stesso nome aveva relazione con il nome di Dio: Il nome Gesù, infatti, deriva dall’ebraico Yĕhošūa [composto dalle parole YHWH, il tetragramma che indica il nome personale di Dio, e y'shùah (salvezza)] e significa  Yahweh o Yehowah (come si vuole pronunciare) è salvezza”.
Egli conosceva molto bene anche il significato del nome personale di Dio. Sapeva che Yahweh o Yehowah derivava dalla radice del verbo hawàh, “divenire”, e significa “Egli fa divenire”. Quando Mosè si presentò al popolo ebreo per annunciarne la liberazione, chiese a Dio nel nome di chi doveva presentarsi.  Nel racconto di Esodo 3:13-16, secondo la versione (cattolica) di Mons. S. Garofalo, Dio gli disse: “Ai figli di Israele parlerai così:Jahve Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi … Va’, raduna gli anziani di Israele e di’ loro: “Jahve, Dio dei vostri padri, si è manifestato a me’”. Al versetto 14, poi, nel testo ebraico sono riportate le parole di Dio: “’Ehyèh ’Ashèr ’Ehyèh”, comunemente tradotte “Io sono colui che sono”. Ma il verbo ebraico hayàh, da cui deriva il termine ’Ehyèh, non significa semplicemente “essere”, bensì “divenire” o “mostrare d’essere”. Per questo motivo alcune traduzioni più correttamente traducono la frase: “Io mostrerò di essere”.
Cosa significa tutto questo?
Che il nome personale di Dio non è cosa di poco conto ma è importante perché ha a che fare con l’adempimento del suo proposito! Con quel nome Egli vuol far capire o ricordare alle sue creature che egli ha un proposito per loro, che ha fatto delle promesse in vista della realizzazione del suo proposito e quelle promesse Lui le adempie perché non è un bugiardo, come Satana vorrebbe farlo passare.

Perciò Gesù diede debita importanza al nome di Dio. Egli non si perse nei meandri della tradizione rabbinica che, superstiziosamente e fraudolentemente, iniziò a togliere il nome personale di Dio dalle Sacre Scritture, dove era riportato circa 7.000 volte, né perse il suo tempo in sterili e pretestuose diatribe sul falso problema della corretta pronuncia di quel nome. Sapeva che i suoi oppositori, gli scribi, i farisei e i capi sacerdoti, non lo usavano perché essi erano “figli del padre loro, il Diavolo” (Giovanni 8:44) il cui unico scopo era quello di diffamare il nome di Dio, impedendone perfino l’uso (cfr. Romani 2:24).

 
  
 
Queste due foto attestano che il nome di Dio era contenuto nelle Sacre Scritture ma vi è stato eliminato o sostituito. La prima si riferisce alla versione greca detta dei “Settanta” e risale al I secolo d.C., cioè al periodo apostolico (Papiro Fouad Inv. N. 266 scoperto in Egitto nel 1939). E’ il frammento del versetto biblico di Deuteronomio 18:15,16 che riporta il Tetragramma in caratteri ebraici quadrati. La seconda è dello stesso versetto biblico come è riportato nel Codice Alessandrino del V secolo d.C., cioè in piena apostasia. Il Tetragramma è stato eliminato e sostituito con KC e KY, forme abbreviate della parola greca “Kyrios” (Signore).
Tutti i seri studiosi delle Sacre Scritture riconoscono che il nome personale di Dio compare nell’Antico Testamento rappresentato dalle quattro consonanti ebraiche, note come il Tetragramma, che vengono traslitterate in YHWH. Questo nome però è stato fatto sparire in molte versioni della Parola di Dio. Perché?
Quando nel 1935 J. M. Powis Smith ed Edgar J. Goodspeed produssero una moderna traduzione della Bibbia, il nome di Dio venne sostituito nella maggioranza dei casi con SIGNORE e DIO. Nella prefazione veniva data questa spiegazione: “In questa traduzione abbiamo seguito la tradizione ebraica ortodossa sostituendo il nome ‘Yahweh’ con ‘il Signore’ e la frase ‘il Signore Yahweh’ con ‘il Signore Dio’. In tutti i casi in cui ‘Signore’ o ‘Dio’ stanno per l’originale ‘Yahweh’ è stato usato il maiuscoletto”. Quindi aggiunsero: “Chiunque pertanto voglia conservare il sapore del testo originale non deve far altro che leggere ‘Yahweh’ tutte le volte che vede SIGNORE o DIO”.
Ora ci si chiede: se il fatto di leggere “Yahweh” al posto di “SIGNORE” permette di conservare “il sapore del testo originale”, perché mai i traduttori non hanno usato “Yahweh” nella loro traduzione? Perché, per loro stessa ammissione, hanno ‘sostituito’ il nome di Dio col termine “SIGNORE” alterando così il sapore del testo originale?
Essi si giustificarono dicendo di aver seguito la tradizione ebraica ortodossa. Ma chi erano i custodi della tradizione ebraica ortodossa? Non erano forse quegli scribi, farisei e sacerdoti “ipocriti” ai quali Gesù disse: “Avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione”? - cfr. Matteo 15:6.
 
Quando Gesù insegnava, leggeva o citava le Sacre Scritture per sostenere i suoi insegnamenti. Certamente avrà letto anche una copia della traduzione dei “Settanta”, che risaliva al II secolo a.C. e molto diffusa in quei giorni. Quando incontrava versetti che riportavano il nome di Dio ometteva forse di pronunciarlo? Questo è semplicemente impensabile! In occasione della sua prima uscita pubblica, dopo il suo battesimo e dopo aver superato la tentazione nel deserto, entrò nella sinagoga di Nazaret, la sua città. In quella circostanza gli fu consegnato il rotolo del profeta Isaia, che al capitolo 61, versetti 1 e 2, conteneva il tetragramma YHWH, e Gesù lo lesse pronunciando il nome personale di Dio e non sostituendolo, come facevano gli ipocriti religiosi, con semplici titoli, quali Adonai (Signore) o Elohim (Dio). Fu molto appropriato che facesse questo perché, come egli stesso disse, quelle parole profetiche che Yahweh o Yehowah, colui che “fa divenire”, aveva fatto scrivere circa 700 anni prima, trovavano il loro adempimento proprio in ciò che era appena accaduto, quando al momento del suo battesimo “il cielo si aprì e lo Spirito Santo scese sopra di lui in forma corporea come di colomba; e dal cielo venne una voce, che diceva: «Tu sei il mio amato Figlio, in te mi sono compiaciuto!»” ed egli venne “unto” o incaricato come il Messia promesso! (cfr. Luca 3:21,22 4:16-21). Si, in tale circostanza, era evidente che Yahweh o Yehowah, mantenendo fede al suo nome, adempiva le sue promesse e realizzava il suo proposito.
Perciò Gesù disse, in una delle sue ultime preghiere prima di essere ucciso: “Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo … il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Giovanni 17:6,25,26). Come si può notare, l’amore di Cristo Gesù per il suo Padre celeste implicava l’uso del nome personale di Dio!
Non fu, quindi, per semplice caso che quando Gesù, insegnò ai suoi discepoli a pregare, il primo pensiero della preghiera modello che indicò loro fu: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome” (Matteo 6:9). Lo stiamo veramente facendo come lo fece Cristo Gesù? O imitiamo gli ipocriti capi religiosi di allora e di oggi che l’hanno fatto sparire dalle Sacre Scritture dov’era riportato migliaia e migliaia di volte?
Sostenne la sovranità di Dio
La ribellione avvenuta in Eden aveva altri risvolti che Gesù non poteva ignorare. Questi riguardavano la legittimità della sovranità di Dio sulle sue creature, cioè il suo modo di governare.
Gesù dimostrò che aveva a cuore questo aspetto con il secondo pensiero della sua preghiera modello: venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra” (Matteo 6:10).
Il Regno di Dio è lo strumento che userà il nostro Creatore per liberare la terra dal corrotto sistema, politico-economico-religioso che Satana vi ha impiantato. Gesù sapeva che tutti i governi di origine umana, di qualsiasi natura, colore o ispirazione, sono manovrati dal diavolo con lo scopo di allontanare le persone dal vero proposito di Dio (cfr. 1Giovanni 5:19; Apocalisse 13:1,2). Fu per questo motivo che quando Satana gli mostrò tutti i governi della terra e glieli offrì, egli li rifiutò sdegnosamente! (cfr. Matteo 4:8-10) In seguito egli disse ad un rappresentante di questi governi, a colui che impersonava la potenza mondiale allora dominante, il governatore romano Ponzio Pilato: “Il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni 18:36). E quando i giudei volevano nominarlo re, il racconto evangelico dice che egli “si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo” (Giovanni 6:15).
Quanto bene poteva fare a favore delle persone con i poteri miracolosi e la sapienza che aveva se fosse divenuto loro governante? Ai suoi giorni c’erano pressanti problemi sociali e innumerevoli ingiustizie, più o meno come nei nostri tempi. Poteva provvedere alle loro necessità economiche e materiali eliminando fame e miseria (cfr. Marco 6:35-44; Luca 5:4-8). Avrebbe anche potuto risolvere tutti i loro problemi di natura sanitaria, guarendoli perfino da malattie giudicate inguaribili (cfr. Matteo 9:35; 19:2; 21:14; Luca 5:12,13). Poteva controllare le forze della natura e impedire che causassero distruzioni e lutti (cfr. Matteo 8:23-27). Avrebbe potuto esercitare con saggezza il diritto e la giustizia, tenendo sotto controllo i violenti e aiutando i violatori della legge a redimersi (cfr. Luca 19:1-10; Giovanni 8:3-8).
Gesù non fece nulla di tutto questo! Né gli passò per la mente di scrivere qualche sorta di “enciclica” sociale per invitare i governanti della terra a “conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana” (Caritas in veritate, di Benedetto XVI). Non aggiunse nulla a tutto ciò che Dio aveva già fatto scrivere nella sua Parola sul modo di risolvere i problemi della razza umana (cfr. Apocalisse 22:18,19). Non incoraggiò mai i suoi ascoltatori a confidare nei governanti umani né fu solidale o intrattenne rapporti amichevoli con essi. L’amore che aveva per il Padre lo spinse a esser leale al proposito di Dio di stabilire un governo che prendesse il posto di tutti i governi degli uomini, per risolvere tutti i loro problemi, per rivendicare la giustezza del dominio divino e il suo diritto a governare sulla sua creazione (cfr. Daniele 2:44; Salmo 37:9-11,VR e Di - 36:9-11,CEI; 46:9,VR e Di - 45:10,CEI; 72:16,VR e Di - 71:16,CEI; Isaia 9:7; 11:6-9; 25:8; 33:24; Giacomo 4:4).
 
 
chiamati insieme i suoi dodici discepoli … li mandò a predicare il regno di Dio” - Luca 9:1,2
 
In una circostanza Gesù disse chiaramente: “bisogna che io annunzi la buona notizia del regno di Dio; poiché per questo sono stato mandato” (Luca 4:43).
Il Regno di Dio quale unica soluzione di tutti i problemi del genere umano fu, dunque, il tema centrale del suo ministero terreno. Ogni sua parola e azione contribuì a spiegare cos’è il Regno e in che modo servirà al proposito di Dio. Quanti di quelli che si dichiarano “cristiani” sanno veramente cos’è il Regno di Dio?
Per tre anni e mezzo, dopo il suo battesimo, percorse in lungo e in largo la giudea parlando del Regno di Dio (cfr. Matteo 4:23). Quando scelse i suoi discepoli, la prima cosa che fece fu quella di mandarli per tutto il paese a “predicare il Regno di Dio” (cfr. Luca 9:1,2; 10:1,8,9). In seguito parlò loro del futuro e disse che l’opera principale che suoi discepoli avrebbero dovuto compiere in tutta la terra non sarebbe stata quella di sostenere questo o quel governo politico e neanche tanto di impegnarsi in opere sociali o di beneficienza o umanitarie, ma quella di predicare il “vangelo del regno … in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti” (Matteo 24:14).
Difese la Parola di Dio
Un attento studio delle parole di Gesù che sono state messe per iscritto rivela che citò direttamente o indirettamente più di metà dei libri del Vecchio Testamento. Ma ciò che è stato messo per iscritto è solo una minima parte di quello che effettivamente Gesù insegnò (cfr. Giovanni 21:25). Tuttavia è sufficiente per darci un idea del profondo rispetto che aveva per la Parola di Dio.
Coloro che l’ascoltavano “erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi” (Marco 1:22). Agli scribi, diversi dei quali erano anche sacerdoti, piaceva insegnare rifacendosi alla cosiddetta legge orale, cioè citando dotti rabbi o maestri del passato. Gesù non citò neanche una volta come autorità la legge orale o qualche rabbi. Per lui la massima autorità era la Parola di Dio. Nell’insegnare ai suoi seguaci e nel correggere idee sbagliate più volte disse: “è scritto”, riferendosi alle Sacre Scritture. Perché?
Lo spiegò lui stesso dicendo: “la tua parola è verità” (Giovanni 17:17).
Per Gesù la Parola di Dio era l’unica fonte di verità.
 
 
Il suo più famoso sermone, quello della montagna è un esempio del suo modo di insegnare: egli ripeté più volte la frase “avete udito che fu detto” e citò più volte la Legge, i Salmi e i Profeti a sostegno di ciò che dichiarava. Perciò disse: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” (Giovanni 7:16). Non si permise mai di esprimere un suo parere personale ma si attenne strettamente a ciò che era scritto nella Parola di Dio.
Questo suo modo di insegnare dava molto fastidio agli scribi, ai farisei, ai sacerdoti. Il racconto dice, infatti, che “mentre insegnava gli si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo e gli dissero: «Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?»” (Matteo 21:23,24). Essi cercavano di denigrare Gesù dicendo: “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?”.
Avete mai sentito fare anche oggi ragionamenti del genere da parte di “dotti” religionisti che si vantano di aver frequentato università e scuole teologiche? Come i rabbi del tempo di Cristo questi amano citare i Dottori del passato e usano un linguaggio forbito, ricco di vocaboli spesso incomprensibili per la gente comune. Gesù, invece, usava le parole semplici ma piene di significato della Parola di Dio che tutti, anche i bambini, potevano comprendere. Egli non aveva neanche quell’atteggiamento santocchiano e solenne che si riscontra nel cristianesimo apostata; il suo modo di esprimersi era quello comunemente usato dalle persone che l’ascoltavano, contadini, pastori, pescatori, e le sue parole facilmente comprensibili trasmettevano in modo chiaro alle persone quelle verità che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola per tutti quelli che hanno un cuore umile e sincero (cfr. Matteo 13:11,15; 1Corinzi 1:26-28).
Non solo Gesù usava le Sacre Scritture per insegnare ma le difese spesso quando venivano interpretate o applicate male. Gli insegnanti religiosi dei suoi giorni presentavano la Parola di Dio in modo distorto incoraggiando una forma di adorazione solo rituale e superficiale, che dava risalto all’aspetto esteriore invece che alle cose che contavano davvero, quali verità, giustizia e fedeltà. Inoltre quei capi religiosi mettevano in cattiva luce la Parola di Dio facendola apparire troppo restrittiva, persino opprimente ed escogitando scappatoie legali per rendere inefficace la Legge di Dio.
Oggi la situazione non è molto differente! Quanti sono coloro, anche tra gli ecclesiastici, che, pur dichiarando di credere in Dio, pensano che le norme contenute nella sua Parola siano antiquate e troppo restrittive? Per capire bene questo punto prendiamo ad esempio la questione del divorzio. Esso è apertamente osteggiato e condannato da chiese cosiddette “cristiane”. Ma viene poi liberamente concesso dai loro “tribunali ecclesiastici” con opportune scappatoie legali. Si comprende quindi perché Gesù definì questo tipo di persone “ipocriti”, mettendo il dito sulla piaga, andando cioè al nocciolo della questione: “avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione … ben profetizzò Isaia di voi quando disse: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti d'uomini»".
Gesù usò le Sacre Scritture anche per confutare le falsità insegnate dai capi religiosi del suo tempo che presentavano filosofie e insegnamenti pagani come dottrine bibliche, come quando citò il Pentateuco per rispondere ai sadducei e dimostrare loro che Dio “non è l’Iddio dei morti ma dei viventi” e non domina un mitico e inesistente oltretomba ma ha stabilito la risurrezione per riportare in vita tutti i morti del genere umano, inclusi i fedeli patriarchi del passato (cfr. Esodo 3:6; Luca 20:37,38).
Attenendosi rigorosamente alla Parola di Dio e difendendola Gesù ha stabilito un modello per tutti quelli che vogliono amare Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente” (Matteo 22:37).
Che dire dunque di noi?
Abbiamo per la Parola di Dio lo stesso amore e la stessa considerazione che aveva Gesù facendone una guida per la nostra fede e per la nostra vita (cfr. Salmo 119:105,VR e Di – 118:105,CEI) o abbiamo lo stesso atteggiamento degli ipocriti religionisti del suo tempo che davano più importanza alla tradizione umana che non alle verità esposte nelle Sacre Scritture?
Ce l’abbiamo una copia della Parola di Dio nella nostra casa? Quand’è l’ultima volta che l’abbiamo aperta? Gli antichi abitanti della Macedonia, dove l’apostolo Paolo si recò per predicare il Regno di Dio presentando “loro argomenti tratti dalle Scritture” dimostrarono il loro apprezzamento perché “ricevettero la parola con tutta prontezza, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se queste cose stavano così” (Atti 17:2,11).
L’abbiamo fatto anche noi? Ci siamo accertati se le cose che ci hanno insegnato e che crediamo riguardo a Dio sono quelle scritte nella Parola di verità di Dio?
Un vecchio proverbio dice che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Quando parliamo d’amore cristiano siamo certi che stiamo manifestando lo stesso amore di Dio e di Cristo e non semplicemente ciò che la nostra emotività e il nostro sentimentalismo ci spingono a fare? (cfr. Tito 1:16) … … …
 
July 23

VERO AMORE O SENTIMENTALISMO? - I parte

 
 
UN DIO D’AMORE C’INSEGNA AD AMARE
 
 
Quante parole d’amore riempiono le pagine dei blog.
C’è chi dichiara una sua grande passione e chi confessa la sua paura di amare; chi esprime la propria estasi d’amore e chi lamenta le proprie pene o delusioni. D’amore si racconta con storie reali o immaginarie e lo si declama in musica o in poesia. C’è chi ne parla apertamente o schiettamente e chi si esprime con timidezza o riservatezza.
E quanti messaggi d’amore “criptati” vengono lanciati per esser compresi solo dai diretti interessati, a cui spesso, e chissà mai perché, fanno da corollario tanti “avventati”, se non a volte “ridicoli”, commenti dei soliti “buonisti”, “ruffiani” o “consolatori” virtuali, ignavi del loro reale significato?
Ciascuno ha la sua esperienza d’amore e con l’amore o le proprie idee sull’amore. Ognuna di queste ha la propria peculiarità, e spesso i vari concetti divergono tra loro. Chi può dire se uno è meglio di un’altro o se ciò ch’è valido per uno può essere altrettanto valido per un altro?
C’è poi un modo curioso di dichiarare il proprio “amore”, ed è quello un po’ santocchiano degli appartenenti a opposti schieramenti religiosi i quali, impegnati tutto il santo giorno a “scannarsi” tra loro con interminabili diatribe dottrinali, infine proclamano la loro “fratellanza” augurandosi, con lo stesso “candore” con cui spesso si accusano vicendevolmente di comportamenti scorretti, un affettuoso saluto di “pace”.
Parlare d’amore seguendo un po’ il leit-motiv per cui ciascuno scrive il proprio blog, cioè per condividere, per esporre le proprie idee e confrontarle con quelle degli altri, potrebbe comunque arricchire culturalmente ogni autore, o almeno quelli che sono aperti mentalmente, e anche abbastanza umili, da non “arroccarsi” pregiudizialmente sulle proprie posizioni perché, come scrisse un ispirato e saggio re dell’antichità: Dall'orgoglio viene solamente contesa, ma la sapienza è con quelli che danno ascolto ai consigli (Proverbi 13:10).
Con tale premessa vorrei anch’io dire qualcosa sull’amore, non sull’amore romantico che, come ho detto, a mio parere attiene ad una sfera del tutto personale, ma sull’amore guidato e governato da un principio, di quell’amore, cioè, che nelle Sacre Scritture è reso con il termine greco agàpe.
Qual è questo princìpio?
Alcune cose dette al riguardo da Gesù ci aiutano a comprenderlo. In una circostanza disse: “Se amate [agapàte] quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto” (Luca 6:32-34); in un'altra ancora affermò: “amate i vostri nemici” (Matteo 5:44).
Commentando queste parole William Barclay, teologo della Chiesa di Scozia e docente presso l’Università di Glascow dice nel suo libro New Testament Words: “Agapē ha a che fare con la mente: non è solo un’emozione che nasce spontanea nel nostro cuore; è un principio secondo cui scegliamo di vivere. Agapē ha innanzi tutto a che fare con la volontà. È una conquista, una vittoria e un traguardo. Nessuno ha mai amato per natura i suoi nemici. Amare i propri nemici è una vittoria su tutte le nostre tendenze naturali e le nostre emozioni. Questo agapē … in effetti è la capacità di amare ciò che non è amabile, di amare persone che non ci piacciono”.
Dunque il princìpio è quello dell’altruismo: l’amore agàpe, di cui si parla nelle Sacre Scritture, è il sentimento altruistico che spinge a fare agli altri ciò che è giusto e buono dal punto di vista di Dio, sia che l’altra persona sembri meritarlo o no. Ma non va confuso con la santocchieria!
Questo tipo di amore pur distinguendosi per il rispetto dei princìpi, non è comunque un amore privo di sentimento, altrimenti non sarebbe diverso dalla fredda giustizia. Però non si lascia dominare da simpatia o sentimento; non ignora mai i princìpi. Quindi non è mai puro sentimentalismo o semplice emotività ma da questo si distingue, e questa differenza è importante capire da parte di chi si interessa di Dio e della sua volontà!
 
L’amore di Dio
Agàpe è il termine che usò dall’apostolo Giovanni quando scrisse “Dio è amore” ( θες γπη στν - 1Giovanni 4:8).
Dio ha diverse importanti qualità, come giustizia, potenza e sapienza (cfr. Deuteronomio 32:4; Giobbe 36:22; Apocalisse 7:12).
Ma di tutte le sue qualità viene dato particolarmente risalto all’amore perché questa è l’essenza stessa o la natura di Dio.
Perciò se ci dichiariamo suoi adoratori, pur con le nostre imperfezioni il suo amore dovrebbe essere il nostro modello di riferimento
(cfr. 1Giovanni 4:16-19).
Come Dio manifesta il suo amore?
È manifesto nella sua creazione
Ha scritto l’apostolo Paolo: “le sue qualità … si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue” (Romani 1:20). L’amore di Dio è innanzitutto evidente nelle sue opere creative. Egli non si è limitato semplicemente a creare dal nulla, ad esempio formando qualche forma di vita primordiale o unicellulare e lasciando il resto dello sviluppo al cieco caso, come son portati a credere molti dalle idee confuse intorno all’opera di Dio, anche tra i cosiddetti “credenti”, ma l’ha fatto con cognizione di causa, con un progetto preciso e con la volontà di rallegrare le sue creature, gli esseri umani in particolare. Basta osservare i meravigliosi paesaggi che ha provveduto per il nostro godimento: splendide montagne, foreste, laghi, oceani; i nostri blog sono pieni di immagini di questi luoghi a dimostrare quanto li apprezziamo. Ha, inoltre, provveduto una gran varietà di piante e di fiori belli e profumati nonché un ampia e affascinante specie di creazione animale: quanti di noi che amano gli animali e si dilettano delle loro caratteristiche si sono mai soffermati a riflettere sull’amore di Dio nel crearli? E, pensando al nostro cibo, spesso leggo invitanti ricette o vedo pubblicate foto di gustosi manicaretti preparati da ciascuno con tanto amore: chi si è mai chiesto come sarebbe stata la vita se avessimo avuto a disposizione una sola pietanza anche la più succulenta, ogni giorno per tutti i giorni della nostra esistenza? Questo poteva anche essere sufficiente per mantenerci in vita. Gli Israeliti, ad esempio, nel deserto mangiarono tutti i giorni la manna, per quarant’anni e sopravvissero, ma alla fine si stancarono tanto da rimpiangere il periodo della loro schiavitù in Egitto (cfr. Numeri 11:4-6). Dio, però, ci ha messo a disposizione un incredibile assortimento di cibi gustosi e nutrienti che deliziano i nostri palati. Anche nel creare la razza umana si è dilettato con una diversità di particolari provvedendo un incessante stimolo per l’appagamento dei nostri sensi e rendere piena la vita. L’uomo, fatto a immagine di Dio (cfr. Genesi 1:27), ha la capacità di percepire l’amore di Dio come nessun altro essere vivente può fare e solo degli “inescusabili stolti” limitati nelle loro facoltà di ragionare dalla pochezza spirituale non vedono in tutto questo l’amorevole disegno del Creatore per rendere pienamente e completamente soddisfatte le sue creature (cfr. Salmo 14:1: 53:1,VR e Di - 13:1; 52:2,CEI). Non è per caso che osservando i risultati della creazione, e in particolare quella della nostra dimora terrestre, altre creature di natura più eccelsa della nostra, “tutti i figli di Dio (cioè gli angeli) alzavano grida di gioia” (Giobbe 38:4,7).
 
 
Quando addentiamo un frutto maturo e succulento gustiamo l’amore di Dio? Quel frutto non fu fatto solo per nutrirci, ma anche per deliziarci il palato. Quando guardiamo tramonti incantevoli, o cieli stellati in una calda e serena notte d’estate, stiamo osservando l’amore di Dio? Quando annusiamo il dolce profumo dei fiori e delle piante il nostro olfatto ci fa percepire l’amore di Dio? Quando ascoltiamo il rumore di una cascata, il canto degli uccelli, la voce dei nostri cari, la musica che preferiamo, sentiamo su di noi l’amore di Dio?
Quando Egli creò Adamo ed Eva, la prima coppia umana, li circondò di dimostrazioni del suo amore. Aveva piantato un giardino, un Paradiso, e vi aveva fatto crescere ogni specie di alberi. Aveva fatto in modo che fosse attraversato da un fiume per irrigarlo e lo aveva popolato di uccelli e animali affascinanti. Aveva dato tutto questo ad Adamo ed Eva come loro dimora (Genesi 2:8-10,19). Dio li trattava come figli, parte della sua famiglia universale (cfr. Luca 3:38). Avendo provveduto l’Eden come modello, il Padre celeste affidò alla prima coppia umana il gratificante compito di estendere il Paradiso a tutto il globo. L’intera terra doveva essere trasformata in un bel giardino e popolata dalla loro progenie. Questa era la sua volontà per la razza umana e questo suo proposito non è mai cambiato (cfr. Isaia 55:11).  Egli farà di nuovo della terra un Paradiso dove potranno vivere per sempre e felici tutti coloro che sono disposti ad osservare le sue giuste norme (cfr. Salmo 37:29,VRe Di - 36:29,CEI).
 
 
 

Ha provveduto una via di scampo al genere umano

Ma la massima dimostrazione dell’amore di Dio per l’umanità fu indicata da Cristo Gesù con queste parole: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Giovanni 3:16). Per comprenderne appieno il significato consideriamo questi fatti:
Oltre a “unigenito”, Gesù è anche definito “il primogenito di ogni creatura” (Colossesi 1:15). Gesù stesso, poi, mentre pregava disse: “Padre, glorificami presso di te della gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Giovanni 17:5). Comprendiamo perciò che Gesù è stato la prima e unica creazione, in senso assoluto, fatta da Dio e che egli venne all’esistenza prima dell’universo fisico. Secondo alcuni scienziati l’universo ha circa 13 miliardi di anni, che sia vero o no, che sia esatto o meno, questo può però darci un idea del tempo che il Padre e il Figlio sono stati insieme. Sempre le Sacre Scritture ci rivelano anche che Gesù fu l’artefice per mezzo del quale Dio poi creò tutte le altre cose (cfr. Proverbi 8:30; Giovanni 1:3). Chi di noi può immaginare quanto sia potente un vincolo che esiste da un periodo di tempo così lungo tra due persone che hanno vissuto insieme tutti i momenti felici (ricordiamo l’esultanza angelica) ed emozionanti della creazione? Dio e suo Figlio sono uniti dal più forte vincolo di amore che si sia mai formato (cfr. Giovanni 10:30,38).
Tuttavia Dio mandò il Figlio sulla terra perché nascesse come uomo. Questo significò che per alcuni decenni Egli dovette rinunciare all’intima compagnia del Figlio diletto in cielo. Quando, a circa 30 anni, Gesù si battezzò il Padre disse personalmente dal cielo: “Questi è il mio amato Figlio, nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:17). Quanto doveva essere contento Dio nel vedere che Gesù faceva tutto quello che era stato profetizzato e tutto quello che era richiesto da lui!  (cfr. Giovanni 5:36; 17:4).
Come, invece, si sentì Dio il 14 nisan del 33 d.C. mentre Gesù veniva tradito e poi arrestato da una turba inferocita? Mentre veniva schernito, sputacchiato e preso a pugni? Mentre veniva flagellato e il suo dorso ridotto in brandelli? Mentre veniva inchiodato, mani e piedi, e appeso al legno come un comune malfattore, e la gente lo insultava? Come si sentì il Padre quando il diletto Figlio lo invocò negli spasimi dell’agonia? Come si sentì quando Gesù, il suo caro Figlio, esalò l’ultimo respiro e, per la prima volta dall’inizio della creazione, cessò di esistere? (cfr. Matteo 26:14-16,46,47,56,59,67; 27:26,38-44,46). Quali parole potrebbero mai descrivere il suo dolore per la morte del Figlio?
Perché Dio, quale Padre celeste, si assoggettò a un simile dolore?
La risposta è nella scrittura sopra citata: per amore, solo per amore delle sue creature umane. Quel sacrificio fu, infatti, il prezzo di riscatto stabilito perché gli incolpevoli figli di Adamo, noi inclusi, che avrebbero esercitato fede nelle disposizioni divine potessero avere una speranza e ottenere una vita eterna e perfetta quali componenti approvati della famiglia universale di Dio. Nessun uomo imperfetto, discendente di Adamo, poteva soddisfare la giustizia di Dio. L’uomo, equivalente di Adamo, che poteva farlo fu perciò provveduto da Dio stesso facendo nascere in maniera miracolosa e senza il fardello del peccato adamitico, il suo diletto Figlio sulla terra (cfr. 1Giovanni 4:8-10).
 
 
Adamo ed Eva generarono figli solo dopo aver peccato, perciò nessuno di quei figli nacque perfetto. Dio non poteva semplicemente decretare che Adamo ed Eva morissero per la loro ribellione ma che tutti i loro discendenti che gli avrebbero ubbidito vivessero per sempre perché essi ereditarono tutti il peccato, e la pena del peccato è la morte (cfr. Romani 5:12). Se Dio non ne avesse tenuto conto, che esempio avrebbe dato ai componenti della sua famiglia universale? Non poteva ignorare le sue stesse norme di giustizia. Di lui infatti e scritto che “ama giustizia e diritto” (Salmo 32:5,CEI). Come si poteva dunque provvedere una base idonea per liberare i discendenti di Adamo che avessero dimostrato di ubbidire a Dio? Se un uomo perfetto fosse morto in sacrificio, il valore di quella vita perfetta avrebbe potuto espiare i peccati di coloro che avrebbero riposto fede in quel riscatto, e ciò sarebbe stato conforme alla giustizia. Dato che l’intera famiglia umana era diventata peccatrice a causa del peccato di un solo uomo, Adamo, il sangue di un altro uomo perfetto, avendo valore corrispondente, poteva riequilibrare la bilancia della giustizia. Ma dove si poteva trovare una persona del genere? Fra i discendenti del peccatore Adamo non c’era nessuno che potesse provvedere ciò che occorreva per ricomprare le prospettive di vita perse da Adamo (Salmo 48:7-9,CEI - 49:7-9,VR e Di). Anziché lasciare il genere umano senza via d’uscita, Dio stesso prese un provvedimento misericordioso. Egli non mandò sulla terra un angelo che facesse solo finta di morire, deponendo un corpo in cui si era incarnato ma continuando a vivere come spirito. Con un miracolo che soltanto lui, il Creatore, poteva ideare, Dio trasferì la forza vitale e la personalità di un figlio celeste nel grembo di una donna, Maria figlia di Eli, della tribù di Giuda. La forza attiva o spirito santo di Dio protesse lo sviluppo del bambino nel grembo materno, così che nacque come uomo perfetto (cfr. Luca 1:35; 1Pietro 2:22) Questi era dunque in possesso del prezzo necessario per provvedere un riscatto in grado di soddisfare pienamente i requisiti della giustizia divina. Dio mandò sulla terra per provvedere il riscatto il suo Figlio prediletto. Che ricchezza di significato è dunque racchiusa nella dichiarazione di Gesù: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”!
Grazie a questo amorevole provvedimento il genere umano potrà di nuovo vivere per sempre una vita perfetta e felice su una terra che sarà trasformata in un Paradiso. Come dimostrano i miracoli compiuti da Gesù mentre era sulla terra, quale la risurrezione del figlio della vedova di Nain, questo provvedimento include anche riportare in vita coloro che si sono addormentati nella morte.
 
  
 

Corregge l’errore dei suoi adoratori e garantisce la giustizia

Questo ci rammenta un altro modo in cui Dio manifesta il suo amore. E questo punto deve essere ben compreso per evitare spiacevoli sorprese o di cadere nella santocchieria.
Il re Davide disse di Dio: “Egli ama il diritto e la giustizia” (Salmo 32:5,CEI - 33:5,VR e Di). L’amore di Dio è in perfetto equilibrio con la sua giustizia. Sebbene siamo sue creature, il nostro sistema non riflette giustizia, proprio come profetizzò un fedele uomo dell’antichità che disse “la legge non ha forza e la giustizia non riesce ad affermarsi, perché l'empio raggira il giusto e la giustizia ne esce pervertita” (Abacuc 1:4). Queste sono le conseguenze per aver l’uomo rifiutato le giuste vie di Dio e cercato di vivere secondo i propri punti di vista (cfr. Ecclesiaste 8:9).
Questa tendenza è spesso evidente anche nei blog allorché, parlando di Dio e della sua volontà molti dicono: “per me, Dio non può fare questo o quello …” o “io credo che Dio faccia così e così …”. Si mette in tal modo il proprio parere personale al di sopra dell’effettiva volontà di Dio, così come Egli ce l’ha rivelata nella sua Parola. Con questo modo di ragionare in genere si tenta di giustificare sia l’errore religioso che la violazione della legge divina distorcendo l’amore di Dio, volendo far credere che, poiché Egli è un Dio di amore deve tollerare e giustificare ogni sorta di illegalità. Ma così non è, e così ragionando non si fa altro che ingannare se stessi!
In contrapposizione con il suo amore altruista, di Dio è, infatti, scritto che Egli odia! Odia la malvagità e chi pratica ciò ch’è malvagio, inclusi gli ipocriti religiosi (cfr. Proverbi 6:16-19; Matteo 23:13-35). La storia dei rapporti di Dio con l’uomo insegna molto al riguardo.
Dopo la ribellione e il peccato di Adamo, Dio amorevolmente permise che la sua progenie continuasse a vivere e si moltiplicasse sulla terra, in vista della promessa liberazione dalla schiavitù al peccato e alla morte alla quale era stata assoggettata e, quindi, della restaurazione del suo proposito originale. E’ solo per questo motivo che noi oggi siamo in vita, per questo atto d’amore di Dio verso l’incolpevole progenie di Adamo.
Ma gli uomini ostinati non contraccambiarono tale amore. Perciò, dopo circa 500 anni, Dio dovette inviare il suo profeta Enoc a pronunciare il giudizio divino sugli uomini malvagi per la loro empietà e per le cose abominevoli che dicevano contro Dio (cfr. Giuda 14,15).
Passarono, poi, altri mille anni, e quel mondo antico giunse al culmine dell’immoralità e della violenza (cfr. Genesi 6:11,12). Quella situazione era la conseguenza del disegno di Satana di sterminare la razza umana e impedire la realizzazione del proposito di Dio. Cosa fece Dio? A quel tempo sulla terra c’era solo una famiglia dedicata a fare la sua volontà: la famiglia di Noè. Per amore di quelle persone giuste e per la loro salvaguardia Dio comandò a Noè di costruire un’arca “per la salvezza della sua casa”. Poi mandò il Diluvio che spazzò via i malvagi contemporanei di Noè (cfr. Genesi 6:9; 2Pietro 2:5; Ebrei 11:7).
Dopo il Diluvio ben presto uomini empi ricominciarono a manifestare le cattive tendenze ereditate da Adamo. Prendiamo ad esempio gli abitanti delle città di Sodoma e Gomorra; di loro è scritto che “erano perversi e peccavano molto contro il Signore” (Genesi 13:13). Dio decise di distruggere quelle città in modo che il giusto Abramo e suo nipote Lot e i suoi famigliari, che vi abitavano, non dovessero più tenere a bada tali abietti vicini. Il racconto di Genesi 18:20-33 dimostra che Dio nel salvaguardare amorevolmente i suoi fedeli servitori non commise nessuna ingiustizia!
Anni dopo, Dio fece ancora “ciò che era giusto” nei confronti del suo popolo Israele. Come? Disponendo di scacciare i cananei dalla Terra Promessa. Chi non conosce le Scritture, e la storia, e giudica con il suo proprio imperfetto metro di giustizia, accusa Dio di essere stato ingiusto e sanguinario per aver ordinato al suo popolo di sterminare degli “innocenti”, inclusi donne e bambini. Altro che innocenti! Quei cananei si erano resi abominevoli praticando incesto, impurità sessuale, adulterio, sacrificio dei bambini, omosessualità e bestialità. Per esempio, nel culto che rendevano ai loro falsi dèi usavano sacrificare i bambini gettandoli vivi nel fuoco. Nei loro templi praticavano inoltre la prostituzione maschile e femminile. Perciò Dio diede al suo popolo queste istruzioni: “Non vi rendete impuri mediante alcuna di queste cose, perché mediante tutte queste cose le nazioni che caccio da innanzi a voi si sono rese impure. Di conseguenza il paese è impuro, e io recherò su di esso la punizione per il suo errore, e il paese vomiterà fuori i suoi abitanti” (Levitico 18:1-25; Salmo 106:34-40,VR e Di - 105:34-40,CEI). Quindi fu per amore del suo popolo che Dio ordinò a Israele di sterminare quei trasgressori. Il loro corrotto modo di vivere metteva in pericolo l’integrità sia fisica che morale del popolo stesso di Dio. Come dicono le Scritture, ciò che facevano era “in abominio al Signore”.
L’amore di Dio per il suo popolo e per tutti quelli che si impegnavano ad osservare la sua Legge venne descritto da Mosè con queste commoventi e tenere parole: “Come un'aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali, il Signore lo guidò da solo, non c'era con lui alcun dio straniero” (Deuteronomio 32:11,12).
Purtroppo però, col tempo false pratiche religiose e l’idolatria furono introdotte anche in Israele e Dio, che li aveva amorevolmente protetti contro i loro avversari, fu costretto ad eseguire il suo giudizio contro il suo stesso popolo. Ma che pazienza Egli ebbe nei loro confronti! Per 900 anni sopportò la loro ostinazione! Durante tutto quel tempo Dio si mostrò misericordioso con loro dicendo “io non mi compiaccio della morte dell'empio, ma che l'empio si converta dalla sua via e viva; convertitevi, convertitevi dalle vostre vie malvagie. Perché mai dovreste morire, o casa d'Israele” (Ezechiele 33:11). Più volte Dio li avvertì delle conseguenze delle loro false pratiche religiose, della loro idolatria, della loro immoralità e dei loro spargimenti di sangue innocente. Essi pensavano che per il semplice fatto di avere la Legge, di pregare nel tempio e di essere custodi di una certa tradizione li giustificasse e li proteggesse in qualche modo. Ma così non fu! Al limite della sua pazienza Dio fu costretto ad applicare la sua giustizia, ritirando la sua protezione, così’ che quel popolo perse la sua libertà e, infine, il privilegio di essere ancora considerato il popolo di Dio.
 
 
La Sacra Scrittura ci assicura di Dio che: “Tutte le sue vie sono giustizia” (Deuteronomio 32:4). Ma in un mondo piagato dall’ingiustizia, non è facile cogliere il senso della giustizia divina. Le Scritture mostrano chiaramente che la giustizia divina, lungi dall’essere aspra e inflessibile, riscalda il cuore e spinge Dio a mostrare fedeltà e compassione ai suoi servitori. La giustizia divina è sensibile ai nostri bisogni e tiene conto della nostra imperfezione (cfr. Salmo 103:14,VR e Di - 102:14,CEI). Questo non significa che Dio condoni la malvagità, come non condonò la condotta violenta e immorale degli abitanti di Sodoma e Gomorra, salvando Lot e le sue due figlie, e come, alla fine, chiese conto alla nazione di Israele della sua infedeltà ripudiandola come suo popolo e lasciando che i romani distruggessero l'intero sistema giudaico, perché se lo facesse incoraggerebbe l’ingiustizia (cfr. Ecclesiaste 8:11). Come spiegò a Mosè, Dio “perdona l'iniquità, la trasgressione e il peccato ma non lascia il colpevole impunito” (Esodo 34:6,7). La sua giustizia è un atto d’amore nei confronti dei suoi leali adoratori poiché assicura loro che adempirà la promessa di eliminare l’ingiustizia dalla terra.
 
 
Un saggio scrittore dell’antichità fu ispirato a scrivere queste parole: “il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Proverbi 3:12). Il concetto di “correzione” è generalmente visto con una connotazione negativa, come una punizione per la violazione di regole o norme di comportamento. Nelle Sacre Scritture la correzione da parte di Dio viene invece descritta come un’espressione di amore verso le sue creature. Perché? La correzione divina aiuta ad avere una condotta retta che fa essere accettati da Dio. L’apostolo Paolo spiegò bene tale concetto con queste parole: “ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (Ebrei 12:11).
Come Dio “corregge” coloro che ama?
Sempre l’apostolo Paolo lo spiega dicendo: “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16). Ancora una volta viene confermata l’importanza delle Sacre Scritture come amorevole provvedimento di Dio per la formazione cristiana. E’ necessario ribadirlo! Leggo spesso nei blog di Tradizione Patristica, di Direttorio, di Liturgia, di Magistero, cioè di un insieme di concetti e regole di origine umana e filosofica aggiunti “a latere” della Parola di Dio ma ai quali viene data più importanza che alla stessa Scrittura. Questo, però, non corrisponde al pensiero di Dio né degli apostoli! Un altro apostolo, Giovanni, concludendo la stesura degli scritti ispirati disse: “Io dichiaro ad ognuno che ode le parole della profezia di questo libro che, se qualcuno aggiunge a queste cose, Dio manderà su di lui le piaghe descritte in questo libro.  E se alcuno toglie dalle parole del libro di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte dal libro della vita dalla santa città e dalle cose descritte in questo libro” (Apocalisse 22:18,19).
E’ dunque necessario per ciascun credente, se non vuol venire meno all’amore di Dio, che confronti ciò che crede e pratica con ciò ch’è scritto nella Parola di Dio perché “sia completo e ben preparato per ogni opera buona”. Questo per evitare l’errore commesso da alcuni del primo secolo che si consideravano cristiani ma furono condannati perchè “ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio” (Romani 10:3). E se riscontra che ciò che ha sempre creduto e fatto non solo non è contenuto nelle Sacre Scritture ma è anche in contrasto con esse, allora non dovrebbe rifiutare l’amore di Dio e correggere ciò che dal punto di vista di Dio è sbagliato.
Quando, dunque, si parla di amore, nessuno dovrebbe farlo sull’onda della propria emotività e del proprio sentimentalismo. Non è solo questione di cuore ma vi sono implicate tutte le nostre facoltà mentali che dovrebbero spingerci a ragionare su ciò che Dio intende e mostra di accettare come manifestazione di tale sentimento. Come disse Gesù, i cristiani dovrebbero amare “con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente" (cfr. Matteo 22:37-40).
Sotto questo aspetto Cristo Gesù stesso diede l’esempio, ma lo vedremo col prossimo post
 
July 13

LA CASTA - III parte

 
PASTORI E MAESTRI AL SERVIZIO DELLA CHIESA
O CASTA PRIVILEGIATA?
 
 
Nel mio primo post su questo argomento ho accennato al fatto che il sacerdozio è venuto all’esistenza a causa del peccato adamitico. Il perfetto uomo Adamo, infatti, all’inizio, in Eden, non ebbe bisogno di nessun sacerdote, poiché fu creato da Dio senza peccato e poteva rivolgersi liberamente e direttamente al suo Creatore. Quando deliberatamente disubbidì a Dio e, di conseguenza, venne cacciato da quella dimora paradisiaca, perse tale privilegio, non solo per se stesso ma per tutta la sua progenie, alla quale trasmise la sua condizione peccaminosa (cfr. Eccl. 7:29; Romani 3:23).
Poiché il peccato è una trasgressione contro la legge di Dio, da allora sorse il bisogno di qualcuno che fosse approvato per il suo sforzo di rispettare comunque le norme divine e quindi potesse offrire un sacrificio che espiasse o coprisse il peccato e aiutare colui che sbagliava a ristabilirsi nella giusta condotta e nel favore di Dio (cfr. Ebrei 5:1).
Quando Dio scelse e organizzò l’antico Israele come popolo che rappresentava il suo dominio e la sua volontà sulla terra, stabilì un sacerdozio che aveva proprio queste funzioni. E i sacerdoti erano realmente utili all’intera nazione in quanto, mossi da profondo rispetto per la Legge divina, insegnavano al popolo il giusto modo di vivere  e intercedevano presso Dio a suo favore, offrendo sacrifici animali che permettevano di ottenere il temporaneo perdono dei peccati. Essi salvaguardavano in larga misura la salute del popolo badando alla moralità e anche alla integrità fisica dello stesso (cfr. Levitico capp. 11-15; Ezechiele 44:33).
In Israele il Sommo Sacerdote era la figura principale del sacerdozio. Era colui che una volta l’anno, nel Giorno di Espiazione, offriva sacrifici per l’intera nazione. Era colui che supplicava Dio a favore di tutta la popolazione e colui che presentava a Dio i problemi d’importanza nazionale. Egli era anche il principale insegnante della Legge di Dio. Ma, mentre era di grande aiuto al popolo, egli stesso non era perfetto o senza peccato (cfr. Ebrei 5:2,3). Quindi, i sommi sacerdoti che nel corso degli anni resero servizio in Israele ebbero essi stessi bisogno di aiuto e, soprattutto, non ebbero potere, con i soli sacrifici animali, di liberare le persone dal fardello del peccato adamitico (cfr. Ebrei 10:4).
Fu per questo motivo che l’apostolo Paolo scrisse ai cristiani di retaggio israelita che quella disposizione era “solo un'ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose” poiché non aveva “il potere di condurre alla perfezione, per mezzo di quei sacrifici che si offrono continuamente di anno in anno, coloro che si accostano a Dio” (cfr. Ebrei 10:1). Pertanto ci voleva un Sommo Sacerdote “santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli” che non avesse bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso” (Ebrei 7:26-28).
Quindi, spiegò l’apostolo, il Sommo Sacerdote dell’antico Israele, che nel Giorno di Espiazione entrava nel Santissimo del tempio, dove solo lui poteva entrare, per fare espiazione dei peccati dell’intera nazione, raffigurava “nella realtà” il più grande Sommo Sacerdote, Cristo Gesù e il sacrificio della sua vita perfetta che avrebbe offerto, a favore dell’intero genere umano, l’unico sacrificio che ha il potere di riscattare le persone dalla condanna del peccato adamitico, e questo “una volta per tutte”, cioè non ci sarebbe stata più, da allora in poi, la necessità del sacerdozio levitico né di continuare ad offrire sacrifici animali, come disposto dalla Legge (cfr. Ebrei 10:1-18).
[Il Santissimo del tempio, dove solo il Sommo Sacerdote poteva entrare una volta l’anno, nel Giorno di Espiazione, raffigurò, infatti, il reame celeste, dove Cristo Gesù tornò 40 giorni dopo la sua risurrezione per presentare a Dio il valore del suo sacrificio - cfr. Ebrei 9:12,23,24].
Significa questo che la nuova comunità approvata da Dio, quella “nuova nazione” che sostituì l’antico popolo di Israele (cfr. Matteo 21:43), formata dai discepoli di Cristo Gesù, non avrebbe più avuto una guida spirituale, sul modello del sacerdozio levitico, che potesse aiutare i singoli cristiani a mantenersi moralmente puri, insegnando loro le norme e i principi del cristianesimo?
Dagli atti della primitiva chiesa cristiana così non sembra!
Ricordiamo ancora che la disposizione della Legge mosaica era “un'ombra dei beni futuri” perciò, pur avendo una valenza transitoria per tutti gli aspetti formali e cerimoniali, era un modello di ciò che sarebbe accaduto nel futuro.
Sappiamo poi che al Sommo Sacerdote della dinastia aronnica erano affiancati dei “sottosacerdoti” che lo aiutavano nell’esercizio delle sue funzioni (cfr. Esodo 40:12-15).
Nella sua lettera ai cristiani di Efeso, infine, l’apostolo Paolo scrisse che Gesù, in qualità di Sommo Sacerdote celeste, “ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l'inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell'errore” (Efesini 4:8-15).
Appare, quindi, evidente, da ciò che scrisse l’apostolo, che Cristo avrebbe avuto dei “collaboratori” sulla terra, sul modello dei “sottosacerdoti” che aiutavano il Sommo Sacerdote nell’antico Israele, uomini esperti e versati nella conoscenza delle Sacre Scritture, ai quali avrebbe affidato la cura spirituale della sua chiesa (cfr. anche Atti 20:28).
Chi erano questi uomini e come sarebbero stati nominati?
Le risposte, come ho già detto, le troviamo negli atti della chiesa del I secolo la quale costituì il modello dell’organizzazione cristiana.
Ad esempio, quando l’apostolo Paolo cominciò a svolgere il suo ministero cristiano presso i “gentili”, cioè i non giudei, e allorché questi iniziarono a convertirsi, sorsero alcune questioni di natura dottrinali che dovevano essere risolte in quanto minacciavano l’unità della chiesa. Il racconto dice che Paolo, dopo aver ascoltato i vari quesiti posti dalle comunità cristiane che visitava, si recò a Gerusalemme “dagli apostoli e dagli anziani per tale questione” (Atti 15:2). Questi, quindi, si radunarono e valutarono la faccenda, non esprimendo le loro opinioni personali ma indagando nelle Sacre Scritture per sapere cosa Dio stesso diceva al riguardo. Quindi presero, all’unanimità, la decisione sulla questione e scrissero una lettera a tutte le comunità cristiane che erano state fino ad allora stabilite per comunicare cosa era stato deciso, affinché fosse messo in atto da tutti i cristiani (cfr. Atti 15:1-35).
 
 
C’era, quindi, nel I secolo, un gruppo direttivo centrale, formato dagli apostoli e da “anziani” (greco ‘presbỳterous’, non anziani d’età ma in senso spirituale, cioè persone che avevano una posizione di autorità e responsabilità nella comunità) che valutava le necessità dell’intera chiesa e decideva sul da farsi. Tra questi nessuno aveva la preminenza, come si vorrebbe far credere nel cristianesimo apostata, tantomeno l’apostolo Pietro che pure era presente a quella riunione, dove espose le sue valutazioni come tutti gli altri. Anzi, nella circostanza, evidentemente solo per procedere con un certo ordine, c’era un uomo che presiedeva la riunione, ma non era certo l’apostolo Pietro, bensì Giacomo, uno dei fratelli di Gesù (cfr. Atti 15:13-20; Matteo 13:55).
Quel gruppo direttivo centrale, inoltre, provvedeva anche alla nomina e all’affidamento di incarichi ad altri uomini (cfr. Atti 6:1-6; 8:14-17; 11:22; 15:22). Questa disposizione aveva la benedizione di Dio e promuoveva l’unità tra i cristiani poiché il racconto biblico dice che “la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme” e che “così la chiesa, per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria, aveva pace, ed era edificata; e, camminando nel timore del Signore e nella consolazione dello Spirito Santo, cresceva costantemente di numero” (Atti 6:7; 9:31,VR).
Quale criterio usavano “gli apostoli e gli anziani” che costituivano il gruppo direttivo della chiesa del I secolo per nominare uomini che fungessero da “pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo" onde arrivare tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio”?
Ce lo spiega ancora l’apostolo Paolo. Nella sua prima lettera a Timoteo descrisse i requisiti che quegli uomini dovevano avere:
Bisogna dunque che il vescovo (greco ‘epìskopon’, cioé “sorvegliante”) sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino né violento, ma sia mite, non litigioso, non attaccato al denaro, che governi bene la propria famiglia e tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi (perché se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio?), che non sia convertito di recente, affinché non diventi presuntuoso e cada nella condanna inflitta al diavolo. Bisogna inoltre che abbia una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cada in discredito e nel laccio del diavolo” (1Timoteo 3:1-7).
Cosa appare subito evidente da queste parole?
Che coloro che venivano nominati per avere delle responsabilità nella guida spirituale delle comunità cristiane, gli “epìskopous”, o i “vescovi”, non appartenevano a nessun corpo separato ma erano uomini comuni scelti all’interno della comunità ecclesiale solo perché soddisfacevano determinati requisiti stabiliti da Dio stesso e non dagli uomini.
Inoltre, è interessante notare che l’apostolo Paolo, rivolgendosi alla comunità cristiana di Efeso, nomina con entrambi i termini, “presbỳteous”, cioè “anziani” ed  epìskopous”, cioè “vescovi” le stesse persone che avevano l’incarico di soprintendere alle attività spirituali. Lo stesso fece scrivendo la sua lettera a Tito, usò entrambi i termini per indicare le stesse persone (cfr. Atti 20:17,28; Tito 1:5,7). Perciò comprendiamo che i due termini si riferiscono entrambi allo stesso incarico: presbỳterous indica le qualità mature di chi riceveva tale incarico, ed epìskopous i doveri connessi con l’incarico stesso.
Pertanto quegli “anziani” o “vescovi” non erano nominati perché avevano frequentato seminari o scuole teologiche ma solo ed esclusivamente perché avevano i requisiti stabiliti da Dio per ricevere tale incarico.
Come essi acquisivano tali requisiti? E’ chiaro che l’esperienza aveva un ruolo importante nel determinare la qualificazione, poiché l’apostolo disse espressamente che non dovevano “essere convertiti di recente”. Lo stesso termine “anziano” richiama alla mente tale concetto. Tuttavia questa non era l’unico e né il più importante dei fattori che rendevano un individuo idoneo per tale incarico poiché ce n’erano altri che concorrevano alla sua qualificazione. Essi dovevano essere:
Irreprensibile” e “avere una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cadesse in discredito
Questo requisito ha a che fare con la condotta della persona. L’apostolo Paolo disse che i cristiani devono essere “esempio di buone opere, mostrando … integrità, dignità, incorruttibilità” (Tito 2:6,7,Di). E’ vero che nessuno è senza peccato, tutti abbiamo difetti e tutti veniamo meno, ma nessuno dovrebbe mancare gravemente di conformarsi alle esigenze della Parola di Dio, così da dover essere ripreso. Scrisse, infatti, l’apostolo che un cristiano dovrebbe avere “una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cada in discredito”. Perciò la condotta di un “anziano” o “vescovo”, cioè di chiunque abbia un incarico di responsabilità spirituale nella comunità cristiana, dovrebbe essere esemplare in ogni aspetto della sua vita, ma specialmente sotto l’aspetto morale non si dovrebbe poter muovere contro di lui nessuna valida accusa. Scandali come quelli di natura finanziaria o sessuale che coinvolgono, ormai troppo spesso, pastori, sacerdoti, vescovi, squalificano tali persone e una Chiesa che li copre è essa stessa squalificata dal rappresentare Dio e Cristo Gesù (cfr. Matteo 7:17-20).
marito di una sola moglie che governi bene la propria famiglia e tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi
Dunque l’ “anziano” o “vescovo” può essere sposato. Non poligamo, ma può essere sposato. Imporre ad un “vescovo” di non sposarsi va contro la norma divina ed è una dottrina di origine diabolica. Quando l’apostolo Paolo mise in guardia i cristiani contro l’apostasia, disse, infatti, che quelli che si sarebbero allontanati dalla vera fede, “dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche”, avrebbero anche “vietato il matrimonio” (cfr. 1Timoteo 4:1-3).
Nella sua enciclica Sacerdotalis Cælibatus (1967) l’allora Papa Paolo VI ammise che “il Nuovo Testamento, nel quale è conservata la dottrina di Cristo e degli Apostoli, non esige il celibato dei ministri sacri … Gesù stesso non ha posto questa pregiudiziale nella scelta dei Dodici, come anche gli Apostoli per coloro i quali venivano preposti alle prime comunità cristiane” (in effetti diversi dei dodici apostoli, incluso Pietro, erano sposati - cfr.1Corinzi 9:5).
Allora, se non è di origine apostolica, da dove derivò la legge sul celibato sacerdotale?
Tale norma fece la sua prima comparsa nella Chiesa Cattolica Romana solo al principio del quarto secolo d.C. quando un decreto del Concilio di Elvira (circa 306 d.C.) vietò ai sacerdoti spagnoli di sposarsi. Venne, poi, confermata in diverse occasioni finché fu istituita "ufficialmente" dal Concilio di Trento del 1545 d.C. Ma le sue origini sono ancora più antiche. Varie fonti storiche dimostrano che esso era già una regola del culto egiziano di Iside e, ancora prima, aveva a che fare con il culto di Cibele nell’antica Babilonia, proprio là dove, secondo la Parola di Dio, sotto la spinta del Diavolo, iniziò di nuovo, dopo il Diluvio, la ribellione contro Dio.
Charles Davis, docente dell’Heythrop College di Londra ed ex capo consigliere teologico dei vescovi d’Inghilterra al Concilio Vaticano II ha, infatti, dichiarato: “La proibizione non ebbe origine cristiana; è molto antica nella storia della religione. Fu introdotta nel cristianesimo come parte del generale orientamento verso il paganesimo … Nel Medio Evo si insistette maggiormente sul celibato per la preoccupazione di impedire che la proprietà della Chiesa passasse sotto il controllo secolare”.
Si comprende, quindi, che tale imposizione non aveva nulla di scritturale ma rispondeva solo alla necessità di adeguarsi alle usanze pagane introdotte nel cristianesimo a seguito dell’allontanamento dalla vera fede, l’apostasia predetta da Cristo (cfr. Matteo 13:24-30,36-42), e dalla cupidigia di una chiesa apostata che intese salvaguardare in quel modo l’enorme patrimonio che andava man mano accumulando.
sobrio, prudente, dignitoso, ospitale … non dedito al vino né violento, ma sia mite, non litigioso, non attaccato al denaro
Il “vescovo” dovrebbe essere moderato, non schiavo di cattive abitudini che denotino mancanza di riguardo per le norme di Dio sulla purezza non solo morale, ma anche fisica, nel pieno rispetto della santità della vita. L’abuso di bevande alcoliche o l’uso di sostanze dannose alla salute dovrebbero essere banditi dalla sua vita! Quando il “Sommo Sacerdote” Gesù stava per morire, per cercare di alleviarne le sofferenze gli fu offerto del vino drogato che egli rifiutò di bere. Perché? Non voleva che niente potesse condizionare le sue facoltà di ragionare e impedirgli di “amare Dio con tutta la sua mente”, fino alla fine (cfr. Matteo 22:37). La stessa attenzione di Cristo Gesù dovrebbero manifestare coloro che sono incaricati di collaborare con lui nella guida della sua chiesa, specialmente verso pratiche apparentemente innocue ma che nascondono insidie per la salute fisica e mentale della persona. Prendiamo ad esempio il fumo e la componente di droga che esso contiene, la nicotina, che agisce sulla mente e la condiziona. Può sembrare una “sciocchezza”, ma non lo è, visti i milioni e milioni di morti che causa ogni anno fra il genere umano. Un “vescovo” dedito a questo vizio non mostra certo di essere “prudente” nelle sue abitudini né, tantomeno mostra di avere rispetto per il dono della vita che Dio ci ha fatto, ed è perciò squalificato davanti a Dio per tale incarico. Ne conoscete qualcuno?
Riguardo all’ “attaccamento al denaro” possiamo poi ricordare cosa raccomandò Gesù ai discepoli che mandò a predicare il Regno dei cieli alle pecore perdute della casa d'Israele”. Egli disse loro: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento (cfr. Matteo 10:5-10). Gli apostoli diedero un ottimo esempio in quanto a seguire il consiglio di Gesù. L’apostolo Paolo riassunse il loro pensiero scrivendo: “ricordate la nostra fatica e la nostra pena; infatti è lavorando notte e giorno per non essere di peso a nessuno di voi, che vi abbiamo predicato il vangelo di Dio” (2Tessalonicesi 2:9). Trovate forse che abbiano la stessa attitudine o che siano altrettanto sobri” i sacerdoti del cristianesimo apostata nei loro costosi e pomposi abiti talari ed esigendo un compenso per la loro attività?
capace di insegnare
Gli antichi sacerdoti della nazione d’Israele avevano, tra i loro compiti, quello di insegnare la Legge al popolo (cfr. Malachia 2:7). Finché rimasero fedeli a quell’incarico l’intera popolazione ne trasse beneficio poiché imparava a fare la volontà di Dio. Quando questi divennero infedeli, anziché insegnare la Legge di Dio iniziarono a diffondere filosofie umane che col tempo si trasformarono in una serie di tradizioni che si tramandavano di generazione in generazione e nulla avevano a che fare con la volontà di Dio. Fu per questo motivo che Gesù si rivolse decisamente contro di loro accusandoli di essere solo degli ipocriti perché avevano “annullato la parola di Dio in nome della loro tradizione” aggiungendo che la loro adorazione era vana perché “insegnavano dottrine che sono precetti di uomini” (cfr. Matteo 15:6-9). Gesù è stato il più grande insegnante della Parola di Dio. Egli non aveva frequentato le scuole teologiche rabbiniche, eppure tutti lo chiamavano “Maestro”. Il racconto evangelico dice che “la folla si stupiva del suo insegnamento” (Matteo 7:28). Da cosa dipendeva la sua capacità di insegnare? Egli stesso lo spiegò dicendo: “Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere” (Giovanni 14:10). Gesù non elaborò mai proprie teorie su quella che era la volontà di Dio, né si rivolse a filosofie umane per spiegarla! Non risulta che citasse mai i “Dottori” delle scuole rabbiniche. La chiave del suo insegnamento era la Parola di Dio che indicava sempre come autorità. Egli non si limitava a leggere i versetti biblici, cosa che erano in grado di fare anche i suoi ascoltatori, ma collegandoli tra loro, ponendo domande e ragionando con i suoi interlocutori, mostrava qual’era il corretto intendimento di ciò che dicevano. In tal modo correggeva anche la cattiva interpretazione che veniva data della Parola di Dio (cfr. cfr. Matteo 4:5; 19:3-9; Luca 20:27-40; Giovanni 8:31-47). Prima di tornare nei cieli, da dove era venuto, egli riunì i suoi discepoli e disse loro: “Queste sono le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: che si dovevano adempiere tutte le cose scritte a mio riguardo nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi. Allora aprì loro la mente, perché comprendessero le Scritture, e disse loro: «Così sta scritto … (cfr. Luca 24:45,46). Come ultimo insegnamento rivolse ancora la loro mente all’importanza delle Sacre Scritture, quindi lasciò loro il modello di un sano e corretto insegnamento: l’uso della Parola di Dio!
 
                                                   
 
La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” (Giovanni 7:16). Ripetute volte Gesù disse queste parole ai suoi ascoltatori (cfr. anche Giovanni 8:28). E lo dimostrò citando in continuazione le Sacre Scritture. Ai sacerdoti e ai teologi del suo tempo piaceva insegnare rifacendosi alla cosiddetta legge orale, cioè alla loro tradizione e citando dotti rabbi del passato. Un po’ come fanno gli odierni sacerdoti quando citano i “Dottori” o i “Padri” della Chiesa, i vari S.Agostino, S.Ambrogio, S.Gerolamo, S.Tommaso d’Aquino ecc. Egli non citò neanche una volta come autorità la legge orale o qualche rabbi. Per lui la massima autorità era la Parola di Dio. Il primo atto che fece quando iniziò il suo ministero terreno, dopo il suo battesimo e la sua unzione quale Messia nel fiume Giordano, fu quello di entrare nella sinagoga di Nazaret, prendere il rotolo delle Scritture, leggerle e spiegarle (cfr. Luca 4:16-21). In seguito, ogni volta che parlava usava frasi come “avete udito che fu detto” oppure “sta scritto” e ancora  non avete mai letto” (cfr. Matteo 5:17-39; 21:13,16). Egli, inoltre si impegnò sempre in una strenua difesa della Parola di Dio contro i capi religiosi del suo tempo che la presentavano in modo distorto, dibattendo sui minimi particolari più che sulla sostanza del suo insegnamento, incoraggiando così una forma di adorazione superficiale e facendola apparire troppo restrittiva o persino opprimente. Alla stessa maniera non sono pochi, oggi, i sacerdoti, e quelli che li seguono, a pensare che le norme morali contenute nelle Sacre Scritture siano ormai antiquate.
 
Gli apostoli e gli “anziani” o “vescovi” della chiesa del I secolo, anch’essi non avevano frequentato scuole rabbiniche ma compresero molto bene la lezione di Cristo. Ad esempio, l’apostolo Paolo nel suo ministero, giunto a Tessalonica “come era sua consuetudine … per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture” (Atti 17:1-3). Gran parte di quei Tessalonicesi, che rimasero attaccati alle loro tradizioni, non mostrarono di apprezzare l’uso della Parola di Dio perciò vengono indicati nelle Scritture come un esempio negativo, da non imitare; altri, come i Bereani, invece, mostrarono il dovuto apprezzamento per il metodo di insegnamento apostolico, e furono lodati per questo; di loro è scritto: “costoro erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica e ricevettero la parola con tutta prontezza, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se queste cose stavano così” (Atti 17:11). Quindi anche degli apostoli e dei “vescovi” del I secolo è detto che i loro ascoltatori “considerando che erano senza istruzione e popolani, rimanevano stupefatti riconoscendoli per coloro che erano stati con Gesù” (Atti 4:13). La capacità di insegnare di coloro che sono qualificati per incarichi di responsabilità spirituale nella chiesa cristiana, dunque, deriva dal grado di conoscenza e di intendimento della Parola di Dio e non dall’aver frequentato seminari, scuole o università teologiche, e neanche dall’aver acquisito una grande conoscenza secolare, come ha scritto l’apostolo Paolo: “non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi; ma la nostra capacità viene da Dio” (2Corinzi 3:5; cfr. anche 1Corinzi 1:26-29).
 
                                   
 
Gli apostoli e gli “anziani” del I secolo usavano le Scritture per insegnare ad altri a compiere la volontà di Dio. Come Gesù essi non si affidarono né alla tradizione né ai ragionamenti o alle filosofie umane, anzi misero in guardia contro di esse (cfr. Colossesi 2:8). Essi non si limitavano semplicemente a leggere i versetti biblici ma, collegandoli tra loro, spiegavano quale era il loro corretto significato (cfr. Atti 8:26-38).
 
                                     
 
I risultati di quel modo di insegnare dimostrano che esso aveva l’approvazione di Dio perché è scritto che “le comunità intanto si andavano fortificando nella fede e crescevano di numero ogni giorno” (Atti 16:5). Inoltre tutti i cristiani erano individualmente “in grado di ammaestrare a loro volta anche altri” (2Timoteo 2:2).
Ora, secondo voi, a chi assomigliano gli odierni “vescovi” del cristianesimo apostata: a quei sacerdoti del tempo di Cristo che avevano abbandonato la Parola di Dio per insegnare filosofie e tradizioni umane o agli apostoli e a quegli “anziani” che discutevano “sulla base delle Scritture”?
 
Concludendo, alla luce delle Sacre Scritture e dei fatti, appare evidente che il sacerdozio in uso nelle chiese del cristianesimo apostata non ha nulla a che fare con la disposizione divina per la guida spirituale del popolo di Dio. Nelle sue forme, nei suoi atteggiamenti, con i suoi rituali e la sua pomposità, per le menzogne che insegna, riflette più la casta piena di privilegi degli antichi sacerdoti dediti al culto pagano, da dove ha avuto origine, piuttosto che la semplicità, lo spirito di sacrificio, la disponibilità a servire e l’amore per la verità, per la Legge e per la Parola di Dio degli antichi sacerdoti leviti fedeli, degli apostoli e degli anziani (presbỳterous’ o ‘epìskopous’) della primitiva chiesa cristiana. Per questi motivi, che la Chiesa Cattolica abbia proclamato un Anno Sacerdotale non può avere alcun valore agli occhi di un Dio che ha detto:
a voi questo monito, o sacerdoti. Se non mi ascolterete e non vi prenderete a cuore di dar gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni … le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l'istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti. Voi invece vi siete allontanati dalla retta via e siete stati d'inciampo a molti con il vostro insegnamento … Perciò anch'io vi ho reso spregevoli e abbietti davanti a tutto il popolo, perché non avete osservato le mie disposizioni e avete usato parzialità riguardo alla legge - Malachia 2:1,2,7-9.
July 05

LA CASTA - II parte

 
IPOCRITI, GUIDE CIECHE E RAZZA DI VIPERE
 
 

La legge, infatti, possiede solo un'ombra dei beni futuri,

non la realtà stessa delle cose.

Ebrei 10:1,VR
 
Così scrisse l’apostolo Paolo ai cristiani di estrazione ebraica. Egli spiegò loro che tutto quello che era stato disposto mediante la Legge data a Israele per mezzo di Mosè era un tipo profetico di cose che dovevano accadere nel futuro, nei tempi da Dio fissati per la realizzazione del suo proposito.
Dio, infatti, stabilì un sacerdozio per l’antico Israele con la funzione di istruire il popolo e aiutarlo a ricevere un temporaneo perdono dei peccati commessi involontariamente mediante offerta di sacrifici animali, ma quei sacrifici non potevano provvedere la completa liberazione dalle conseguenze del peccato adamitico che tutti ereditavano fin dalla nascita (cfr. Ebrei 10:1-4). Perciò quella disposizione prefigurava qualcosa che nella realtà doveva essere migliore, il vero sacerdozio celeste che avrebbe provveduto il definitivo perdono dei loro peccati (cfr. Ebrei 8:5; 9:23).
Come ho già esposto nel precedente post, Dio scelse come Sommo Sacerdote Aronne, fratello di Mosè, della tribù di Levi. Mosè nominò o “unse” Aronne con olio. Aronne poté allora chiamarsi “l’unto” (ebraico ‘mashìach’, ‘messia’). Dopo di che Mosè nominò o “unse” come sottosacerdoti i quattro figli di Aronne. In seguito, quando i sacerdoti morivano e i loro figli vi succedevano, era nominato o “unto” solo il Sommo Sacerdote mentre quell’unica unzione dei figli di Aronne contò per tutti i successivi sottosacerdoti (cfr. Esodo 40:12-16).
Dio stesso aveva stabilito il requisito che rendeva quegli uomini idonei per il servizio sacerdotale, poiché disse: “susciterò un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e secondo il mio desiderio” (cfr. 1Samuele 2:35). Da essi era quindi richiesta assoluta fedeltà alla Legge e alla volontà di Dio che dovevano onorare e far rispettare.